Unorthodox #iorestoacasa

Su Netflix c’è una mini serie che ha conquistato tutti compresa la sottoscritta, sto parlando di Unorthodox. Tratta dall’autobiografia di Deborah Feldman, Unorthodox: The Scandalous Rejection of my Hasidic Roots. La serie è diretta da Maria Schrader e scritta da Anna Winger, Alexa Karolinski e Daniel Hendler. Protagonista la storia di una emancipazione femminile, quella di Esther per tutti Esty.

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Esther Shapiro è una ragazza di diciotto anni nata e cresciuta a Williamsburg, caratteristico quartiere di New York, ma la sua non è una vita uguale a quella delle sue coetanee. Esty fa parte di una comunità ebraica ultraconservatrice, la comunità chassidica satmar, che impone ai suoi membri tutta una serie di regole e imposizioni che il più delle volte vanno in contrasto con la società occidentale. Le più penalizzate sono le donne che non ricevono un’educazione adeguata e hanno come unico compito quello di sposarsi e fare figli.

La giovane Esty averte immediatamente di essere diversa, ma fa di tutto per adattarsi a questo piccolo microcosmo al quale sente di non appartenere del tutto, pertanto si adegua e accetta di sposare il giovane Yanky. Dopo un anno di infelice matrimonio, Esty decide di scappare da Williamsburg e di raggiungere la madre a Berlino, che come lei anni prima si era sottratta a quell’ambiente fatto di rigide regole e soprusi.

A Berlino Esty prenderà coscienza di sé e conoscerà una nuova realtà, una nuova dimensione, un nuovo modo di vivere la vita. Ma il suo passato la raggiunge, il suo giovane consorte non si dà per vinto e insieme al cugino Moishe raggiunge la ragazza nella capitale tedesca per riportarla a casa.

Per tutti e tre questo viaggio rappresenta un punto di svolta. Per Esty è scoprire la propria identità, far emergere finalmente la sua personalità curiosa ed emotiva immergendosi finalmente nel modo senza restrizioni e divieti. Per l’ingenuo Yanky sarà la volta di accettare l’idea che esista un’altra realtà diversa da quella di Williamsburg e per Moishe sarà l’occasione di far pace con i propri demoni.

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Credo che siano due i punti di forza di questa serie, il primo è la storia della comunità ebrea chassidica che credo fosse sconosciuta alle masse. La novità sta nel modo in cui ci viene narrata, lo spettatore non viene spinto ad odiarli ma si incuriosisce di fronte a questi uomini con queste strane treccine ricciute, detentori della parola di Dio ma soprattutto fortemente convinti che la causa dell’Olocausto è da attribuire agli stessi ebrei divenuti troppo simili agli altri europei. L’unico modo di evitare un’altra catastrofe è quello di rimanere isolati dagli altri e seguire le regole della tradizione ebraica, mentre alle donne è affidato il compito di ripopolare la comunità. Comunità privata di sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento. La comunità di Williamsburg è composta per lo più da ebrei ungheresi sopravvissuti all’eccidio nazista e parlano l’yiddish, una lingua a metà strada fra tedesco e inglese. Sia gli autori che la regista sono stati bravissimi a descrivere il tutto in maniera oggettiva dando poi allo spettatore la possibilità di farsi una propria idea su questa realtà. Il secondo punto di forza è dato da storia di Esty, che può essere la storia di ognuno di noi. Ci racconta della ricerca del nostro posto nel mondo, dell’emancipazione dalla famiglia e soprattutto dal passato. Un passato che è indispensabile per difendere il presente e costruire il futuro.

Bravissima la giovane attrice israeliana Shira Haas che veste i panni di Esty e ottima la scelta dell’utilizzo dei flashback che a mio avviso enfatizzano la contrapposizione fra la realtà di Williamsburg e quella di Berlino. Due mondi così lontani che allo stesso tempo si incastrano sia grazie alla storia di Ester che a quella del popolo ebraico.

Credo di avervi detto abbastanza, un’ultima cosa, è da vedere assolutamente, perché davvero molto, ma molto bella.