NATALE IN RIVA ALLO STRETTO

Metti lo Ionio che incontra il Tirreno, metti il vento di tramontana che dal porto vecchio risale lungo la via I Settembre e arriva a piazza Duomo per poi perdersi lungo il corso Cavour e via XIV maggio. Metti quella gelida ma ringenerante brezza marina che caratterizza solitamente quasi sempre gli ultimi giorni di dicembre donando a Messina quella tipica atmosfera natalizia.

Metti la piazza principale della città addobbata come non mai con un grande albero colorato, una ruota panoramica e una pista di pattinaggio sul ghiaccio per i più piccini. Stelle di natale, candele e lanterne, il suono delle zampogne (versione siciliana della cornamusa) che intonano i tradizionali canti natalizi, il tutto per ricreare quella magica atmosfera che ogni anno il Natale porta con sé. Atmosfera che ha il potere di rasserenare ognuno di noi, riesce a cacciare lo stress e i brutti pensieri regalandoci la voglia di stare insieme attorno ad una tavola imbandita condividendo il tutto con chi ci è più caro.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da me Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv  per le vie di Messina.

Metti la via dello shopping gremita di gente per l’acquisto degli ultimi regali, metti i preparativi per il cenone del 24 e il pranzo del 25 e la passeggiata lungo il lungomare per smaltire tutto quello che si è mangiato e metti il porto con le navi traghetto, il faro con la Madonnina, le luci della costa calabrese e quel senso di pace che solo il suggestivo panorama dello stretto sa dare. DSC05262

Il giorno della vigilia la tradizione messinese vuole l’astinenza dalle carni, la ghiotta di pesce stocco e le focacce la fanno da padrona durante il cenone. In ogni parrocchia gli altari sono arricchiti con la tradizionale Cona, (si colloca Gesù Bambino sotto l’altare circondandolo dei frutti della terra o con altri doni che i fedeli vogliono donare), per accogliere la nascita di nostro signore. DSC05278

Dopo la messa di mezzanotte tutti a casa a scartare i regali e poi a letto. Il giorno dopo ti svegli con il profumo del ragù di maiale e la pasta fresca appena stesa da tua madre lasciata ad asciugare sul tavolo della cucina. La legna che brucia dentro il camino e i tuoi parenti che iniziano ad arrivare per il tradizionale pranzo, quei parenti che si sono un po’ rompiscatole e impiccioni, ma fanno pur parte della tua famiglia, senza la quale saresti persa. Cibo e brindisi, panettoni e frutta fresca, cannoli e passito, chiacchiere e risate. Infondo Natale è l’unico periodo dell’anno in cui si sta veramente insieme, in cui forte è il senso della famiglia e degli affetti, senza dimenticare che si festeggia la venuta al mondo di un bambino che noi tutti dovremmo accogliere nel nostro cuore sforzandoci di essere nel nostro piccolo persone migliori. DSC05273

CHE COSA TI HANNO PORTATO I MORTICINI?

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Questa foto l’ho scattata io presso il Cimitero Monumentale di Messina.

Da diversi anni ormai la festa di OGNI SANTI è stata sostituita dalla consumistica, americana e io aggiungerei odiosa festa di Halloween.

Festa di origine pagana che trova la sua genesi nella festa in onore dei defunti presso gli antichi romani o nei festeggiamenti del capodanno celtico. In molte comunità pagane il 31 ottobre era l’ultimo dell’anno che coincideva con feste dove si celebrava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Nel’840 papa Gregorio IV decise di cancellare definitivamente questo rito pagano sostituendolo con la festa di OGNI SANTI e con LA COMMEMORAZIONE DEI CARI DEFUNTI, cadenti rispettivamente il 1 e 2 novembre. Ma gli Irlandesi si sa sono teste dure e fregandosene di Santa Romana Chiesa hanno continuato il loro Halloween. Festa che nella seconda metà dell’ottocento hanno portato con loro negli Stati Uniti.

La parola Halloween deriva dall’antico inglese ALL HALLOWS’EVE che tradotto significa NOTTE DI TUTTI GLI SPIRITI SACRI, per alcuni studiosi invece le origini del nome sono da rintracciare nella leggenda di Jack O’Lantern che fu condannato dal diavolo a vagare per il mondo di notte alla sola luce di una zucca scavata contenente una candela, poiché in inglese scavare si dice TO HOLLOW da qui il nome Halloween. E sempre da qui il manifestarsi già a metà di ottobre di inquietanti zucche intagliate che cercano di nobilitare un ortaggio che nobile non è, come dice mio padre “falla come vuoi sempre cucuzza è”. Altra cosa fastidiosa di questa festa è il rito dei bambini mascherati da zombi che bussano di porta in porta chiedendo DOLCETTO O SCHERZETTO?

Da italiana e da siciliana ritengo che dovremmo riappropriarci di quella che è la nostra storia, la nostra cultura. Nella mia Sicilia la festa di OGNI SANTI è una ricorrenza molto sentita fatta di vecchi riti e antichi sapori. La tradizione vuole che nella notte fra il 1 e 2 novembre gli spiriti dei cari defunti visitino le loro famiglie lasciando doni ai bambini. Un tempo questi doni altro non erano che cestini ricolmi di frutta candita, frutta martorana, di particolari biscotti di mandorla chiamati le ossa dei morti e i pupi di zucchero. Dolciumi ancora presenti nelle case dei siciliani in questo periodo.

Col tempo, grazie anche al benessere economico, i regali portati dai defunti hanno assunto le sembianze di giocattoli o capi d’abbigliamento. Ricordo ancora il mio entusiasmo di bambina quando mi svegliavo la mattina del 2 novembre e ai piedi del mio lettino trovavo quel gioco tanto desiderato o un grazioso maglioncino, segno che mi ero comportata bene e i miei nonni che non ho mai conosciuto avevano esaudito i miei desideri. Tutta la famiglia poi si recava al cimitero per ringraziare quelli che in dialetto sono chiamati I MOTTICEDDI. E il giorno dopo a scuola la domanda più frequente fra i bambini era “Che cosa ti hanno portato i morticini?” comparando così i vari regali un po’ come si fa con Babbo Natale o la Befana.

Se Halloween è una festa basata sulla paura della morte, la festa di OGNI SANTI in Sicilia è il contrario, è un momento in cui si spiega ai bambini che non occorre avere paura dei morti, persone care che nel giorno della loro commemorazione ritornano al nostro cuore per ricordarci che la vita è un bellissimo dono che non va sprecato. Per non parlare dei bellissimi colori che la stagione autunnale regala all’isola. Dimenticatevi di zucche, di spaventapasseri e immaginatevi il profumo delle caldarroste e le bellissime gradazioni d’arancio che caratterizzano le foglie della vite, la buccia dei cachi e dei fichi d’india, in un tripudio di colori e gioia che contraddistingue le feste religiose siciliane dalle altre manifestazioni folkloristiche italiane.

Ma che cos’è una festa religiosa in Sicilia?  A questa domanda una volta Leonardo Sciascia rispose “Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa. È innanzitutto un’esplosione esistenziale……. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.”

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Anche questa foto l’ho scattata io.

STREET FOOD

Per noi siciliani il cibo è il collante delle relazioni affettive. E’ nostra abitudine scambiarci opinioni o semplicemente raccontarci le nostre vite quasi sempre attorno ad una tavola imbandita. Se un parente o un amico è ammalato siamo soliti andare a fargli visita portando in dono del cibo, la stessa cosa avviene durante i lutti, abbiamo l’impressione che l’abbondanza di vivande possa colmare la perdita della persona cara.  Le delusioni d’amore si curano con succulenti pietanze ipercaloriche e se hai un problema occorre mangiarci sopra per trovare una soluzione. Per non parlare del pranzo della domenica meglio ancora se dalla nonna, una vera e propria istituzione perché è l’unico momento della settimana in cui tutta la famiglia si riunisce e quando dico tutta la famiglia sono compresi anche i cugini di terzo grado, e solitamente iniziamo già il martedì a pensare cosa cucinare la domenica. Insomma il cibo in Sicilia è una costante, è l’elemento che scandisce le nostre giornate e alle volte le nostre vite. Ma il cibo in Sicilia è anche storia, cultura e tradizione. E quando si parla di cibo come storia non si può non pensare allo Street Food.

Street Food che è stato il protagonista del festival che si è tenuto a Messina lo scorso fine settimana. Dove le nostre tradizioni enogastronomiche sono state al centro di un palcoscenico che ha visto Piazza Cairoli tornare ai vecchi sfarzi di un tempo quando era il centro nevralgico dell’economia cittadina.

Città che ha risposto con entusiasmo all’iniziativa comunale curata da Confconmercio. Nei trenta stand dislocati lungo la piazza era possibile visitare attraverso l’olfatto, la vista e soprattutto il gusto tutto ciò che di buono c’è in terra di trinacria. Arancini, pidoni, focacce, il cuoppo di pesce fritto, stighiole (budelle di agnello avvolte in un cipollotto e arrostite sulla griglia), taiuni (testicoli di toro serviti anch’essi alla griglia), ghiotta di pesce stocco, le braciolettine e il panino con la cotoletta di pesce spada, tutto rigorosamente made in Messina.

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Le foto che vedete qui sono state realizzate dalla sottoscritta col cellulare di mia sorella.
E dalla provincia sono arrivati il pane caldo e i formaggi affumicati dal borgo Montalbano Elicona per non parlare dell’eccellenze slow food dal parco dei Nebrodi. Andando fuori dai confini messinesi c’erano i palermitani con il loro panino con la meusa e i catanesi  e il loro pistacchio di Bronte. Ma per non farci mancare niente erano presenti anche la regione Abruzzo con i suoi arrosticini e la Campania con la pizza fritta. Ma i re della manifestazione è stato lui, il mio preferito, il cannolo

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Cannolo, che ho scoperto da poco, deliziava i palati già ai tempi degli antichi romani. Il tutto è stato accompagnato dall’esibizioni musicali delle band locali come i Malantisa, i Big Mimma e i Fuori Orario. Tanti anche gli show cooking e uno straordinario intrattenimento per i più piccoli. E’ stata poi consegnata una targa a ricordo alla memoria dello storico rosticciere messinese Pietro Nunnari, per aver contribuito con il suo mitico arancino a promuovere il nome della città di Messina in tutto il modo.

Una festa per le famiglie che è divenuta una festa per un’intera città, una città che si è ritrovata attorno ad un buon bicchiere di birra e ai profumi che fanno parte della sua storia e dei suoi ricordi, che sanno di pranzi della domenica, di giochi di bambini sul sagrato della cattedrale normanna, di fiere campionarie, di feste da ballo sulla spiaggia, di processioni e vecchi riti religiosi, in una cartolina in bianco e nero che ci ricorda com’era Messina e come potrebbe ancora essere.

 

MuMe

LA RINASCITA DI UNA CITTA’

E’ noto ormai a tutti che noi siciliani ce la prendiamo comoda per svolgere qualsiasi tipo di attività, non fanno eccezione i messinesi che hanno impiegato 33 anni per aprire il nuovo polo museale.

Il nuovo Museo Regionale di Messina ribattezzato il MuMe (nome un tantino di ispirazione newyorkese) è stato inaugurato sabato 17 giugno alla presenza del ministro degli esteri Angelino Alfano, del governatore della Sicilia Crocetta, del presidente dell’ARS Ardizzone e del sindaco Renato Accorinti. Per l’occasione si è deciso di concedere l’ingresso gratuito ai cittadini dalle 20 alle 22.30. Cittadini che hanno risposto con entusiasmo all’iniziativa e in un’atmosfera degna da una notte al museo, i messinesi si sono riappropriati del loro passato.

Il MuMe infatti custodisce ben 27 secoli di storia di Messina, storia di cui per troppo tempo i messinesi sono stati privati. La struttura architettonica iniziata nel 1984, che sorge nell’area dell’ex monastero di S. Salvatore dei Greci, venne consegnata nel 1995, ma a causa di un cavillo burocratico la sua inaugurazione venne sempre rimandata. Negli ultimi anni molto è stato fatto dalla direttrice Caterina Di Giacomo, che lavorando con sinergia col nuovo assessore ai beni culturali della regione, il messinese Carlo Vermiglio, è riuscita a restituire il museo alla città. I 750 capolavori salvati dal terremoto del 28 dicembre 1908 sono distribuiti su una superficie di 4700 metri quadrati suddivisa in due piani, nell’area verde esterna troviamo invece i reperti architettonici recuperati dalle macerie e nel seminterrato la biblioteca per un totale di 17.000 metri quadrati che fanno del MuMe uno dei musei più grandi del sud d’Italia.

Il percorso storico-artistico va dal  medioevo moderno fino ai primi anni del 900, l’allestimento è bellissimo e valorizza le opere in tutta la loro bellezza. Si inizia con le iscrizioni arabo normanne che avviano il percorso per poi passare ai capitelli del Duomo e ai mosaici trecenteschi.

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IGNOTO BIZANTINO, MADONNA IN TRONO CON BAMBINO

 

 

Da qui si passa alla grande sala Alibrandesca che dà l’accesso alla sezione dedicata ai fiamminghi, qui una delle tre punte di diamante del museo Il Polittico di San Gregorio di ANTONELLO DA MESSINA.

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Nella stessa sala troviamo anche LA CONCA DI GANDOLFO del 1135 e la bellissima MADONNA DEGLI STORPI. Da qui si passa ad una galleria più piccola che dà su un ampio salone dove al centro della scena c’è lui IL NETTUNO del MONTORSOLI.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv

Vi racconto una curiosità su questa statua che fa parte di uno dei monumenti simbolo della città. La splendida fontana del Nettuno che oggi è possibile visitare lungo il viale della libertà è solo una copia del bellissimo monumento realizzato dal Montorsoli, prima del devastante evento il monumento era collocato lungo la cortina del porto e il Nettuno dava le spalle al mare e con la mano protesa in avanti dava l’impressione di incitare le acque ad invadere la città. La cosa purtroppo accadde veramente in quanto dopo la scossa di magnitudo 7.8 della scala Richter si scatenò un terribile tsunami che provocò un’onda alta 12 metri che investì la città. Nel 1935 anno cruciale della ricostruzione si pensò di collocare di nuovo la fontana del Nettuno, ma con questi che dava le spalle alla città e con quel gesto della mano questa volta a fermare le acque quasi a protezione di Messina.

Si arriva poi agli splendidi capolavori di CARAVAGGIO, L’ADORAZIONE DEI PASTORI e LA RESUREZZIONE DI LAZZARO

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L’ADORAZIONE DEI PASTORI

 

 

Da qui si passa alla sala della CARROZZA SENATORIA per finire al sorprendente 800 di Aloysio Juvara nipote di Filippo ed agli ultimi dipinti a ridosso del terremoto.

L’apertura di questo nuovo polo museale è stata vista da molti come la volontà di un’intera cittadinanza a rinascere. Volontà di scrollarsi di dosso anni di grigiume per proiettarsi in una nuova fase dove i cittadini possano diventare gli artefici del proprio destino. Una comunità che fa i conti con il proprio passato è una comunità destinata a vivere un ottimo presente e uno splendido futuro.