VIKINGS

Saccheggi, guerre fratricide, lotte di religione, tradimenti, vendette, congiure per assicurarsi il potere e il trono. Una violenza inaudita. L’istinto di sopravvivenza, la voglia di conoscere cosa c’è al di là dei fiordi, il desiderio di scoprire nuove terre per realizzare una vita migliore, il desiderio di conquistare il mondo. Tutto questo è VIKINGS, serie televisiva canadese arrivata ormai alla quinta stagione. Serie a carattere storico ideata e interamente scritta da Michael Hirst.

Nelle prime tre stagioni abbiamo conosciuto Ragnar Lodbrok (interpretato dall’attore australiano Travis Fimmel), un contadino, che senza volerlo grazie alla sua astuzia e alle sue doti di guerriero diventa re di Kattegat, regno vichingo. Ragnar diventa subito una leggenda anche perché si considera erede di Odino, padre degli dei. Ragnar ha un fratello Rollo (interpretato dall’attore inglese Clive Standen), che vive una sorta di sindrome di inferiorità nei confronti del fratello. Lo scontro fra i due sarà inevitabile. Ragnar, oltre ad essere uno straordinario guerriero, è anche un bravissimo marinaio con una forte curiosità. Curiosità e brama di ricchezze che lo condurranno a saccheggiare le coste dell’Inghilterra. In una di queste scorribande, con al fianco il fratello Rollo e l’amico d’infanzia Floki (interpretato dall’attore svedese Gustaf Skarsgard) abile costruttore di navi, Ragnar incontra un monaco cristiano Athelstan, uomo di cui il vichingo resta affascinato in quanto si incuriosisce su questa strana religione che venera un solo Dio il cui il figlio è morto crocifisso. Successivamente, a causa della morte della figlia, Ragnar attraverserà una profonda crisi esistenziale e mistica. Molto importanti nella sua vita saranno anche le donne, la prima moglie Lagherta (interpretata dall’attrice canadese Katheryn Winnick), una guerriera che dà a Ragnar due figli Bjorn e Gyda, e la seconda moglie la principessa Aslaug (interpretata dall’attrice australiana Alyssa Sutherland) che darà alla luce quattro figli maschi Hvitserk, Ubbe, Sigurd e Ivar. Quest’ultimo nasce con gli arti inferiori deformi. L’Inghilterra sarà sempre un chiodo fisso per Ragnar e farà di tutto per conquistarla, qui però deve fare i conti con l’astuto re Ecbert e ben presto anche la città di Parigi entrerà a far parte delle mire espansionistiche degli uomini del nord o normanni, nome datogli proprio dai parigini. Nella quarta stagione, i cinque figli di Ragnar cercano di portare avanti l’eredità paterna. Bjorn la corazza (interpretato dall’attore canadese Alexander Ludwing) si spinge fino al Mediterraneo facendo la conoscenza di un’altra civiltà monoteista, gli Arabi. Ivar detto il senza ossa (interpretato dall’attore danese Alex Hogh Andersen), insieme agli altri tre fratelli, prova a vendicare il padre e a riconquistare l’Inghilterra. Ben presto però i dissidi fra i quattro porteranno allo scontro. Questo è in sintesi quello che succede, è impossibile raccontare tutti gli avvenimenti e i personaggi che si susseguono, per questo, vi suggerisco, se non l’avete ancora fatto di guardare tutte le puntate precedenti su Netflix o RAIPLAY.

Andiamo alla quinta stagione in onda tutti i lunedì su RAI 4, Ivar non sodisfatto del saccheggio di York, decide di riconquistare Kattegat, in mano da tempo a Lagertha, la cosa però non trova d’accordo i suoi fratelli. Una terribile guerra fratricida ci aspetta. Chi dei figli di Ragnar avrà la meglio sull’altro? New entry della quinta stagione è l’attore irlandese Jonathan Rhys Meyers che non ha bisogno di presentazioni. Meyers veste i panni del vescovo Heahmund, un vescovo che ha una visione tutta sua del cristianesimo.

Devo fare i complimenti allo sceneggiatore, in quanto ha fatto un buon lavoro di ricerca storica, infatti buona parte di quello che viene raccontato corrisponde a realtà. Certo la storia reale in alcuni casi è stata unita al racconto mitologico. Ad esempio non sappiamo se Ragnar sia realmente esistito, le sue gesta si trovano in quello che gli studiosi hanno definito come ciclo vichingo, ciclo in cui si parla anche di Odino, di Thor e del regno di Asgard. Cosa diversa invece per personaggi come Rollo, che nella realtà si chiamava Rollone e fu il primo duca di Normandia e nonno di Guglielmo il Conquistatore e Ruggero d’Altavilla. Anche Ivar senza ossa è realmente esistito, fu il capo della spedizione vichinga proveniente dalla Danimarca che saccheggiò e distrusse la città di York. Lo stesso vale per Floki che nella realtà fu colui che scoprì e colonizzò l’Islanda. Altra cosa molto importante che sottolinea la serie è il ruolo che le donne occupavano presso la società vichinga. Erano donne che in molte occasioni erano considerate al pari di un uomo. Donne a cui ero concesso di impugnare la spada e di combattere.

Una serie che racconta abilmente la storia vera e mitologica di quello che è stato il popolo più violento d’Europa. Un popolo che, soprattutto in Inghilterra ha gettato le basi per quello che sarebbe stato uno dei regni più importanti della storia, per non parlare poi della lingua. Quasi il 70% delle parole inglesi deriva dalla lingua parlata dagli antichi vichinghi. E poi da loro discendono i Normanni le cui traccia sono ancora visibili nell’Italia meridionale. Insomma un popolo che ha determinata la storia di una buona parte d’Europa.

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PRINCIPE LIBERO

Ieri sera è andata in onda la prima puntata della mini fiction che racconta la vita del grande Fabrizio De Andrè. Gli ascolti sono stati altissimi, sbaragliando la concorrenza di canale cinque, la fiction sul cantautore genovese, si posiziona terza per auditel dopo Montalbano e Don Matteo.

Conoscevo le sue canzoni perché la mia professoressa di letteratura italiana del liceo le aveva inserite come programma didattico, ma poco conoscevo della sua vita perché crescendo mi ero interessata ad altri artisti.

La definizione di principe libero gli calza alla perfezione in quanto ha vissuto in piena libertà tutta la sua vita, a cominciare da quando poco più che ventenne capì che la musica era la sua strada, andando contro il volere dei suoi genitori che lo volevano avvocato. Ma la sua è stata una sorta di rivolta personale a quelli che erano i dettami della società, rivolta che ha trasformato in musica creando un qualcosa che mancava nel panorama artistico di quegli anni, anzi nel panorama artistico italiano perché un altro artista come lui non si è più visto. Dori Ghezzi, sua moglie, all’anteprima ha detto: Attraverso la libertà si riesce a dare importanza alla parola, che è più forte di qualunque arma. E in effetti le parole di De Andrè sono un inno alla libertà.

Fabrizio De Andrè è stato un poeta moderno e un cantautore di rara bravura. Attraverso i suoi versi è riuscito a cantare la quotidianità della vita, dando voce agli ultimi. I protagonisti della sua canzoni erano prostitute e operai, gente umile e poveri diavoli che a causa di una sorte avversa andavano a finire sulle pagine della cronaca nera. Ma come molti artisti, Fabrizio era anche una persona molto fragile e insicura, insicurezza che spesso lo faceva rifugiare dietro ad una bottiglia di whisky.

L’interpretazione di Luca Marinelli che veste i panni di De Andrè è stata eccezionale. Hai la sensazione di vedere di nuovo il cantautore genovese. Una trasformazione che ha interessato soprattutto la voce. È Marinelli a cantare e la somiglianza con l’originale è fortissima. L’attore romano, classe 1984, si era fatto conoscere al grande pubblico come Mattia ne LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI, ha lavorato poi con Paolo Virzì e nel 2015 ha vinto il David di Donatello come miglior attore non protagonista per JEEG ROBOT.

Nel cast troviamo fra gli altri Ennio Fantastichini nel ruolo del padre di Fabrizio, Valentina Bellè è Dori Ghezzy, seconda moglie di De Andrè e suo grande amore e Elena Radonicich che interpreta Puny Rignon la prima moglie e mamma di Cristiano. Tutti diretti dal regista Luca Facchini.

Questa sera alle 21.25 andrà in onda la seconda e ultima parte. Se fra di voi c’è qualcuno che non conosce De Andrè, ma ho qualche dubbio, consiglio la fiction, ma soprattutto andate su youtube e ascoltate tutta la sua produzione.

La mia canzone preferita è il Pescatore, la vostra qual è?

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QUANDO LA LIBERTA’ DI STAMPA E’ DAVVERO LIBERTA’ DI STAMPA

La stampa dev’essere al servizio dei governati, non dei governanti. Con queste parole la corte suprema degli Stati Uniti d’America sancì nel 1971 il diritto alla libertà di stampa e permise la pubblicazione dei Pentagon Papers.

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La locandina è stata scaricata dal sito di Mymovie.it

THE POST, il nuovo film di Steven Spielberg, racconta come l’editrice del WASHINGTON POST Katharine Graham (Meryl Streep) e il suo direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) sfidarono il governo americano e decisero di pubblicare i Pentagon Papers, un’inchiesta che svelava un gigantesco insabbiamento sul Vietnam in cui era coinvolto il governo, il quale fu sempre consapevole che la guerra non sarebbe mai stata vinta.

La pellicola è fantastica, è un thriller giornalistico, è il racconto di una redazione pronta a sfidare il governo pur di rispettare il primo dovere che un giornalista ha: quello di raccontare la verità. È un film che ci proietta nel vecchio mondo dell’editoria prima che arrivasse il computer e il digitale. È una dichiarazione d’amore che Spielberg fa al mondo del giornalismo.

Ma è anche la storia di una donna, che non solo sfida il governo, ma va oltre le convenzioni sociali dell’epoca. Katharine era stata educata a stare al suo posto, il padre aveva lasciato a suo marito la guida dell’azienda di famiglia, perché era impensabile che una donna potesse gestire degli affari finanziari. Ma una volta morto il marito Katherine decide di diventare presidente della casa editrice. È molto insicura, non riesce mai ad esprimere le proprie opinioni nei consigli di amministrazione, c’è sempre un uomo che riesce a sopraffarla. Ma a poco a poco riesce ad acquisire una forte sicurezza in sé stessa e basandosi del proprio intuito femminile dà l’ordine di pubblicare i Pentagon Papers contro il volere di tutto il consiglio d’amministrazione. Magistrale l’interpretazione di Meryl Streep che fa sua la crescita interiore di questo personaggio, una donna che all’inizio è insicura e impacciata ma che alla fine è padrona della situazione e in grado di scegliere per sé e per gli altri.

Tom Hanks veste i panni di un giornalista ossessionato dalla concorrenza, pronto a tutto pur di far diventare il Post un quotidiano d’importanza nazionale è un uomo che capisce quando fare un passo indietro, un uomo che con un’indagine certosina fa in modo che un suo redattore riesca a scovare Daniel Eilsber, l’uomo che lavorava al ministero della difesa e che aveva fotocopiato il documento top-secret del Pentagono.

Il film si inserisce in un contesto attuale, perché mai come adesso la libertà di stampa in occidente è minacciata, da un lato da governi molto autoritari e dall’altro dal web dove sempre più spesso si rincorrono le fake news che destabilizzano la credibilità della stampa. Un film che va visto assolutamente, e voi lo avete visto? Cosa ne pensate?

VIVIAN MAIER, LA FOTOGRAFA RITROVATA

September 10th, 1955, New York City
September 10th, 1955, New York City

Era alta più di un metro e ottanta, era goffa e per niente aggraziata. Si manteneva facendo la tata presso ricche famiglie borghesi, ma la sua vera passione era la fotografia. Vivian Maier (1926- 2009) ha fotografato di tutto per le vie di New York, Chicago e Los Angeles; immortalando in ogni scatto la quotidianità della vita.

Per i critici odierni è considerata la madre della street- photography e la sua storia ha dell’incredibile: fino al 2007 nessuno conosceva il talento di questa incredibile artista perché Vivian non era solita sviluppare i suoi rullini, inoltre era gelosissima dei suoi lavori tanto da non mostrarli a nessuno. Fino a quando John Maloof, scrittore e giornalista americano, mentre cercava materiale fotografico per illustrare un libro sulla storia di Chicago, si imbatté nella tata/fotografa. L’uomo si aggiudicò ad una battuta d’asta per meno di 400 dollari un baule pieno di fotografie in bianco e nero, pellicole non sviluppate, stampe e filmini. In quel baule c’era tutto il lavoro di Vivian che ormai anziana e poverissima fu costretta a mettere tutti i suoi beni all’asta. La donna morì poco dopo e Maloof non fece in tempo a farla sapere che aveva le sue foto e che era disposto ad organizzare delle mostre per farla conoscere in tutto il mondo.

Tra queste c’è la mostra curata da Anne Morin e Alessandra Mauro che sta facendo il giro del nostro paese e dal 27 ottobre dello scorso anno è arrivata a Catania. Presso la fondazione Puglisi Cosentino in via Vittorio Emanuele II, trovate 120 scatti che Vivian Maier realizzò tra gli anni Cinquanta e Sessanta e anche alcune deliziose immagini a colori di una quarantina di anni fa, insieme a brevi video e filmati in super 8.

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Con la sua Rolleiflex appesa al collo, sostituita poi da una Leica, Vivian ha catturato nelle sue foto la vita a New York e a Chicago. Con uno sguardo attento e curioso è riuscita ha ritrarre quelle imperfezioni e quei particolari che rendono unico un viso, un tramonto, la facciata di un edificio, un bambino o un anziano; in poche parole ha catturato la vita che le scorreva davanti agli occhi per strada. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano tutto il talento di questa grande fotografa.

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Qui trovate alcune delle foto esposte a Catania presso la fondazione Puglisi Cosentino
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Tutte le foto esposte a Catania fanno parte della collezione VIVIAN MAIER/MALOOF COLLECTION, COURTESY HOWARD GREENBER GALLERY, NEW YORK.

Presso la fondazione catanese è stato realizzato inoltre un percorso per i più piccoli dove viene spiegato loro cosa fosse un rullino e una pellicola.

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Vivian Maier ha stravolto il concetto di fotografia in maniera silenziosa, tata on the road ha scritto attraverso le sue foto il racconto di un America che stava cambiando sia dal punto di vista culturale che sociale.

Affrettatevi perché la mostra a Catania sarà aperta fino al 18 febbraio. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione su questa artista, chi di voi ha visto la mostra? Cosa pensate di queste foto e che mi dite della fotografia? Siete tipi da selfi o vi piace realizzare foto un po’ più professionali magari con l’ausilio di una buona macchina fotografica?

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LIBERI PENSATORI

LE IDEE NON SI SPEZZANO MAI.

Emanuela era una ragazza come tante, piena di vita e di sogni da realizzare. Nata in un paesino vicino Cagliari, dopo il diploma magistrale accompagna la sorella per un concorso in Polizia ma viene scelta lei. Arruolatasi all’età di 20 anni, compie il suo percorso alla scuola allievi di Trieste e poi viene trasferita direttamente a Palermo.

Ad Emanuela piace quel mestiere che le è caduto addosso quasi per caso, le piace Palermo che gira in lungo e largo sulla sua vecchia Fiat Panda rossa targata Cagliari, giri nei quali spesso e volentieri è accompagnata dai colleghi con i quali ha costruito profondi legami d’amicizia. Primo fra tutti Antonio Montinaro, capo scorta del giudice Giovanni Falcone. Ed è proprio dopo la strage di Capaci dove perdono la vita il giudice e Antonio, che Emanuela sarà trasferita alla sezione scorte. Trasferimento che la ragazza accetta volentieri perché in qualche modo vuole onorare la morte di Montinaro e degli altri colleghi morti a Capaci. Emanuela verrà assegnata alla scorta del giudice Paolo Borsellino e nel soleggiato pomeriggio del 19 luglio 1992 verrà uccisa da un auto bomba insieme al giudice e ai quattro colleghi della scorta: Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Limuli e Claudio Traina. Emanuela aveva soltanto 24 anni ed è stata il primo poliziotto donna a morire in servizio.

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Le foto di questo post sono state scaricate dal sito Tvzap. 

Questa la storia narrata dal film LA SCORTA DI BORSELLINO- EMANUELA LOI andato in onda ieri sera su Canale Cinque. Un film che ci ha regalato uno splendido ritratto di questa giovane donna che con coraggio non si è sottratta al suo dovere. Nei panni di Emanuela c’era la bravissima Greta Scarao, Riccardo Scamarcio ha prestato il volto ad Antonio Montinaro e Ivana Lotito vestiva i panni di Claudia Loi, sorella di Emanuela.

LA SCORTA DI BORSELLINO- EMANUELA LOI è il terzo film della serie LIBERI SOGNATORI, prodotta da Taodue per Mediaset. Serie che racconta quattro grandi storie italiane di impegno civile. Storie di uomini e donne, cittadini, giornalisti e forze dell’ordine che grazie alle loro battaglie hanno reso il nostro paese migliore, pagando con la vita i loro ideali di verità e giustizia. Quattro sceneggiature molto fedeli alla realtà, in quanto la produzione ha voluto che fossero i parenti di questi piccoli grandi eroi a scriverle a quattro mani con gli sceneggiatori. Le storie raccontano i ricordi di Pina Grassi, Giulio Francese, Claudia Loi e Viviana Matrangola.

La serie LIBERI SOGNATORI è iniziata domenica 12 gennaio con il film LIBERO GRASSI- A TESTA ALTA. Libero Grassi (Giorgio Tirabassi) fu il primo imprenditore palermitano a rifiutarsi di pagare il pizzo. La sua fu una campagna contro la mafia ma anche contro l’omertosa società civile siciliana che lo isolò. La mafia decise di ucciderlo nel 1991 come monito a chi osava sfidare il loro potere. Se da un lato la società lo lasciò da solo, la sua famiglia nelle persone di sua moglie Pina (nel film interpretata da Michela Cescon) e sua figlia Alice (Diane Fleri) si è battuta per il varo della legge anti-racket 172 e all’istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione. Inoltre a Palermo sull’esempio di Libero Grassi nacque l’associazione ADDIO PIZZO.

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Il secondo film DELITTO DI MAFIA- MARIO FRANCESE, ci porta nella Palermo degli anni 70 dove con coraggio, un giovane giornalista del Giornale di Sicilia Mario Francese (Claudio Gioè nel film) denuncia le operazioni dei corleonesi per impossessarsi degli appalti pubblici siciliani. L’omicidio di Francese sarà dimenticato per più di 20 anni, sarà poi grazie a suo figlio Giuseppe (Marco Bocci nel film) che il caso verrà riaperto e i colpevoli condannati. Francese aveva raccontato in una lunga e lucidissima inchiesta giornalistica, l’avidità dei corleonesi, gli appalti di Riina e Provenzano per la diga Garcia e i traffici criminali, il reticolato di amicizie e di compiacenze politiche. Anche Francese come Libero Grassi e Giovanni Falcone venne isolato e in qualche modo tradito dalla redazione in cui lavorava, i cui editori si scoprirono collusi con Cosa Nostra.

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Domenica prossima andrà in onda il quarto film RENATA FONTE- UNA DONNA CONTRO TUTTI. Storia di un assessore che sfidò la mafia e l’abusivismo edilizio.

E’ COSI’ LIEVE IL TUO BACIO SULLA FRONTE

Era il 29 luglio 1983 quando un’autobomba veniva fatta esplodere in via Federico Pipitone, uccidendo il giudice Rocco Chinnici, la sua scorta e il portiere del palazzo in cui abitava.

Questo l’antecedente di quello che sarà raccontato questa sera su RAI 1 nel film per la tv E’COSI’ LIEVE IL TUO BACIO SULLA FRONTE, tratto dall’omonimo libro scritto da Caterina Chinnici, figlia del giudice ucciso 34 anni fa da Cosa Nostra. Il film prodotto da Luca Barbareschi per la regia di Michele Soavi racconta, attraverso i ricordi della figlia Caterina, la vita del giudice Chinnici dal 1952 fino all’attentato in cui trovò la morte. Chinnici fu l’ideatore del “pool antimafia” e per primo capì la collusione che c’era fra Cosa Nostra e alcuni rappresentanti delle istituzioni, mise inoltre in cantiere le indagini dei più importanti processi per mafia degli anni 80: primo fra tutti il processo dei 162, da cui ebbe vita il maxi-processo del 1986 a cui lavorarono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, amici e colleghi di Chinnici.

Caterina Chinnici ha detto “Mio padre ha cambiato la cultura giudiziaria e l’attività delle indagini inventando il lavoro di gruppo, allora i magistrati per formazione lavoravano da soli. A lui si deve la legge sul sequestro e la confisca dei beni per attività illecite e il controllo dei movimenti sospetti nelle banche. Solo per questo il suo sacrificio non è stato vano. E la cosa più importante è che andava nelle scuole per formare nuove coscienze.

Rocco Chinnici avrà il volto di Sergio Castellitto, mentre Caterina è interpretata da Cristiana Dell’Anna (famosa al pubblico per aver vestito i panni di Patrizia di Gomorra), Manuela Ventura è Tina moglie del giudice, mentre la figlia minore Elvira è interpretata dalla messinese Virginia Latella.

Il film, oltre all’immagine pubblica del giudice Chinnici, ci racconta anche il suo io più privato, rappresentato da una figura paterna attenta e presente. Un padre che si confrontava con la figlia che come lui aveva deciso di diventare un magistrato e di operare in una Palermo schiacciata dal potere di Cosa Nostra.

Luca Barbareschi ha detto “È Così Lieve Il Tuo Bacio Sulla Fronte parla anche del rapporto tra un padre e una figlia che insieme conducono una doppia battaglia, quella professionale in nome della giustizia, e quella privata, in cui entrambi cercano di mantenere la normalità di fronte a un pericolo incombente.”

Film assolutamente da vedere perché anche se racconta una triste pagina della storia siciliana, ci fa anche conoscere la vita di un uomo che non definirei un eroe, ma semplicemente un uomo che con coraggio ha svolto fino alla fine il suo dovere come rappresentante della magistratura di questo paese.

L’appuntamento è quindi per questa sera su RAI 1 alle 21.20 circa.

 

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La foto è stata scaricata dal sito di IO DONNA del Corriere della Sera

 

L’ORA PIU’ BUIA

immWinston Churchill è stato senza ombra di dubbio uno dei migliori politici che la Gran Bretagna possa vantare, soprattutto perché si è ritrovato ad affrontare la minaccia nazista.

Nel nuovo film di Joe Wright, già regista di Espiazione e Anna Karenina, dal titolo L’ORA PIU’ BUIA si racconta come in seguito alle dimissioni di Neville Chamberlain, Churchill abbia avuto dal re Giorgio VI l’incarico di costituire un nuovo governo.

L’incarico non sarà dei più semplici in quanto l’armata nazista di Hitler ha ormai invaso buona parte dell’Europa e l’Inghilterra non ha i mezzi per contrastare l’esercito tedesco, esercito che minaccia l’invasione dell’isola. Le truppe inglesi sono bloccate sulla costa francese precisamente a Dunkirk e bisogna trovare un modo per riportarle a casa sane e salve (questo episodio ha ispirato anche l’ultimo film di Christopher Nolan che vi consiglio di vedere). A Churchill l’ingrata decisione di o intavolare dei trattati di pace alle condizioni del nemico o resistere e combattere in nome della libertà inglese. Una scelta difficile dovuta anche alla mancanza di fiducia che il parlamento e il re hanno nei confronti del primo ministro, per non parlare dell’opposizione del partito dei conservatori di cui lo stesso Churchill faceva parte, guidata da Chamberlain e il Visconte Halifax.

Nella sua ora più buia Winston Churchill dovrà decidere se vivere o morire, se arrendersi o combattere. E in questo sarà aiutato da sua moglie Clementine, dalla sua giovane assistente Elizabeth Layton e dal re. Quest’ultimo suggerisce a Churchill di chiedere consiglio al popolo, così in una piovosa mattina di fine maggio Churchill prenderà per la prima volta nella sua vita la metropolitana e qui capirà cosa fare.

Devo essere onesta, sono stata un po’ delusa. Dal trailer mi ero immaginata un film d’azione che raccontava la resistenza inglese durante la seconda guerra mondiale, invece mi sono ritrovata difronte ad un film politico che racconta tutti i problemi attraversati da Churchill prima di ottenere la fiducia del parlamento. Un film con pochissima azione e tantissimi dialoghi. Eccezionale l’interpretazione di Gary Oldman nei panni di primo ministro, interpretazione che gli è valsa già la statuetta dei Golden Globes come miglior attore protagonista, interpretazione che profuma anche di Oscar. A suo fianco Kristin Scott Thomas nei panni di Clementine e Lily James (volto noto di Downton Abbey e di Cenerentola) in quelli di Elizabeth, mentre sua maestà re Giorgio VI ha il volto di Ben Mendelsohn.

Il film comunque racconta una pagina importante della storia del 900 e forse ci regala un Churchill più umano, un Churchill pieno di dubbi e paure. Ottimo film per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori o per chi deve affrontare l’esame di storia contemporanea all’università.

 

 

CHE COSA TI HANNO PORTATO I MORTICINI?

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Questa foto l’ho scattata io presso il Cimitero Monumentale di Messina.

Da diversi anni ormai la festa di OGNI SANTI è stata sostituita dalla consumistica, americana e io aggiungerei odiosa festa di Halloween.

Festa di origine pagana che trova la sua genesi nella festa in onore dei defunti presso gli antichi romani o nei festeggiamenti del capodanno celtico. In molte comunità pagane il 31 ottobre era l’ultimo dell’anno che coincideva con feste dove si celebrava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Nel’840 papa Gregorio IV decise di cancellare definitivamente questo rito pagano sostituendolo con la festa di OGNI SANTI e con LA COMMEMORAZIONE DEI CARI DEFUNTI, cadenti rispettivamente il 1 e 2 novembre. Ma gli Irlandesi si sa sono teste dure e fregandosene di Santa Romana Chiesa hanno continuato il loro Halloween. Festa che nella seconda metà dell’ottocento hanno portato con loro negli Stati Uniti.

La parola Halloween deriva dall’antico inglese ALL HALLOWS’EVE che tradotto significa NOTTE DI TUTTI GLI SPIRITI SACRI, per alcuni studiosi invece le origini del nome sono da rintracciare nella leggenda di Jack O’Lantern che fu condannato dal diavolo a vagare per il mondo di notte alla sola luce di una zucca scavata contenente una candela, poiché in inglese scavare si dice TO HOLLOW da qui il nome Halloween. E sempre da qui il manifestarsi già a metà di ottobre di inquietanti zucche intagliate che cercano di nobilitare un ortaggio che nobile non è, come dice mio padre “falla come vuoi sempre cucuzza è”. Altra cosa fastidiosa di questa festa è il rito dei bambini mascherati da zombi che bussano di porta in porta chiedendo DOLCETTO O SCHERZETTO?

Da italiana e da siciliana ritengo che dovremmo riappropriarci di quella che è la nostra storia, la nostra cultura. Nella mia Sicilia la festa di OGNI SANTI è una ricorrenza molto sentita fatta di vecchi riti e antichi sapori. La tradizione vuole che nella notte fra il 1 e 2 novembre gli spiriti dei cari defunti visitino le loro famiglie lasciando doni ai bambini. Un tempo questi doni altro non erano che cestini ricolmi di frutta candita, frutta martorana, di particolari biscotti di mandorla chiamati le ossa dei morti e i pupi di zucchero. Dolciumi ancora presenti nelle case dei siciliani in questo periodo.

Col tempo, grazie anche al benessere economico, i regali portati dai defunti hanno assunto le sembianze di giocattoli o capi d’abbigliamento. Ricordo ancora il mio entusiasmo di bambina quando mi svegliavo la mattina del 2 novembre e ai piedi del mio lettino trovavo quel gioco tanto desiderato o un grazioso maglioncino, segno che mi ero comportata bene e i miei nonni che non ho mai conosciuto avevano esaudito i miei desideri. Tutta la famiglia poi si recava al cimitero per ringraziare quelli che in dialetto sono chiamati I MOTTICEDDI. E il giorno dopo a scuola la domanda più frequente fra i bambini era “Che cosa ti hanno portato i morticini?” comparando così i vari regali un po’ come si fa con Babbo Natale o la Befana.

Se Halloween è una festa basata sulla paura della morte, la festa di OGNI SANTI in Sicilia è il contrario, è un momento in cui si spiega ai bambini che non occorre avere paura dei morti, persone care che nel giorno della loro commemorazione ritornano al nostro cuore per ricordarci che la vita è un bellissimo dono che non va sprecato. Per non parlare dei bellissimi colori che la stagione autunnale regala all’isola. Dimenticatevi di zucche, di spaventapasseri e immaginatevi il profumo delle caldarroste e le bellissime gradazioni d’arancio che caratterizzano le foglie della vite, la buccia dei cachi e dei fichi d’india, in un tripudio di colori e gioia che contraddistingue le feste religiose siciliane dalle altre manifestazioni folkloristiche italiane.

Ma che cos’è una festa religiosa in Sicilia?  A questa domanda una volta Leonardo Sciascia rispose “Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa. È innanzitutto un’esplosione esistenziale……. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.”

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Anche questa foto l’ho scattata io.

STREET FOOD

Per noi siciliani il cibo è il collante delle relazioni affettive. E’ nostra abitudine scambiarci opinioni o semplicemente raccontarci le nostre vite quasi sempre attorno ad una tavola imbandita. Se un parente o un amico è ammalato siamo soliti andare a fargli visita portando in dono del cibo, la stessa cosa avviene durante i lutti, abbiamo l’impressione che l’abbondanza di vivande possa colmare la perdita della persona cara.  Le delusioni d’amore si curano con succulenti pietanze ipercaloriche e se hai un problema occorre mangiarci sopra per trovare una soluzione. Per non parlare del pranzo della domenica meglio ancora se dalla nonna, una vera e propria istituzione perché è l’unico momento della settimana in cui tutta la famiglia si riunisce e quando dico tutta la famiglia sono compresi anche i cugini di terzo grado, e solitamente iniziamo già il martedì a pensare cosa cucinare la domenica. Insomma il cibo in Sicilia è una costante, è l’elemento che scandisce le nostre giornate e alle volte le nostre vite. Ma il cibo in Sicilia è anche storia, cultura e tradizione. E quando si parla di cibo come storia non si può non pensare allo Street Food.

Street Food che è stato il protagonista del festival che si è tenuto a Messina lo scorso fine settimana. Dove le nostre tradizioni enogastronomiche sono state al centro di un palcoscenico che ha visto Piazza Cairoli tornare ai vecchi sfarzi di un tempo quando era il centro nevralgico dell’economia cittadina.

Città che ha risposto con entusiasmo all’iniziativa comunale curata da Confconmercio. Nei trenta stand dislocati lungo la piazza era possibile visitare attraverso l’olfatto, la vista e soprattutto il gusto tutto ciò che di buono c’è in terra di trinacria. Arancini, pidoni, focacce, il cuoppo di pesce fritto, stighiole (budelle di agnello avvolte in un cipollotto e arrostite sulla griglia), taiuni (testicoli di toro serviti anch’essi alla griglia), ghiotta di pesce stocco, le braciolettine e il panino con la cotoletta di pesce spada, tutto rigorosamente made in Messina.

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Le foto che vedete qui sono state realizzate dalla sottoscritta col cellulare di mia sorella.
E dalla provincia sono arrivati il pane caldo e i formaggi affumicati dal borgo Montalbano Elicona per non parlare dell’eccellenze slow food dal parco dei Nebrodi. Andando fuori dai confini messinesi c’erano i palermitani con il loro panino con la meusa e i catanesi  e il loro pistacchio di Bronte. Ma per non farci mancare niente erano presenti anche la regione Abruzzo con i suoi arrosticini e la Campania con la pizza fritta. Ma i re della manifestazione è stato lui, il mio preferito, il cannolo

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Cannolo, che ho scoperto da poco, deliziava i palati già ai tempi degli antichi romani. Il tutto è stato accompagnato dall’esibizioni musicali delle band locali come i Malantisa, i Big Mimma e i Fuori Orario. Tanti anche gli show cooking e uno straordinario intrattenimento per i più piccoli. E’ stata poi consegnata una targa a ricordo alla memoria dello storico rosticciere messinese Pietro Nunnari, per aver contribuito con il suo mitico arancino a promuovere il nome della città di Messina in tutto il modo.

Una festa per le famiglie che è divenuta una festa per un’intera città, una città che si è ritrovata attorno ad un buon bicchiere di birra e ai profumi che fanno parte della sua storia e dei suoi ricordi, che sanno di pranzi della domenica, di giochi di bambini sul sagrato della cattedrale normanna, di fiere campionarie, di feste da ballo sulla spiaggia, di processioni e vecchi riti religiosi, in una cartolina in bianco e nero che ci ricorda com’era Messina e come potrebbe ancora essere.

 

LA PRINCIPESSA DEL POPOLO

Come oggi esattamente vent’anni fa moriva Diana Spencer, principessa del Galles o come amano definirla gli inglesi la principessa del popolo. Nelle ultime settimane sono stati numerosi i documentari e le docu-fiction andate in onda sulla vita e la tragica morte di Lady D., sia sulla TV inglese che su quella americana e perfino in Italia, canale 9 ha trasmesso il documentario DIANA, LA VERA STORIA; e sull’8 LADY D. LE VERITA’ NASCOSTE. Tutti si concentrano sulla tragica morte della principessa e sulle congetture nate intorno ad essa, ponendo l’accento soprattutto su i suoi amanti e su i suoi disturbi alimentari e psichici in generale.

Ma dopo vent’anni che cosa è rimasto di questa donna bellissima ma allo stesso tempo irrequieta e tormentata? Diana è stata una pioniera, ha anticipato con il suo stile, la sua eleganza e con la sua amicizia con i più famosi stilisti dell’epoca le fashion blogger e quell’esercito di modelle definite oggi it-girl o socialite. E’ stata la prima a battersi per cause umanitarie, come quella contro le mine antiuomo per esempio e poi gli incontri con MADRE TERESA e Nelson Mandela solo per citarne alcuni. Esempio oggi seguito da star come Angelina Jolie e Madonna che si battono per i diritti dell’infanzia nei paesi più poveri o Leonardo Di Caprio che lotta per la salvaguardia dell’ambiente e poi tutti in fila dietro la porte di San Pietro per farsi un selfi con PAPA FRANCESCO. E poi prima fra tutti ha capito il potere della stampa, il potere della comunicazione di massa. Era lei in parte a cercare i fotografi, soprattutto quando il suo matrimonio stava naufragando perché aveva capito che la famiglia reale non era in grado di gestire i media.

Stampa grazie alla quale è diventata LADY D., stampa che l’ha aiutata a vendere la propria immagine, proprio come oggi farebbe un social media manager. Ma col passare del tempo la cosa le è sfuggita dalle mani e la stampa è stata in buona parte la causa della sua morte.

Morte che ha travolto la famiglia reale, che ha dovuto cambiare prospettiva sul futuro e iniziare a diventare un po’ più umana. Se è vero solo in minima parte ciò che viene raccontato, la povera Diana si è ritrovata giovanissima a gestire un gruppo di persone che più che una famiglia erano una sorta di mostro medievale e la buon Diana come ogni cavaliere che si rispetti armata di armatura e fendente ha sfidato quel mostro e lo ha sconfitto anche se a discapito della propria vita. Senza Diana forse oggi una comune ragazza dell’alta borghesia inglese non avrebbe mai sposato l’erede al trono aspirando a diventare un giorno la regina d’Inghilterra.IMG_0954[1]