Unorthodox #iorestoacasa

Su Netflix c’è una mini serie che ha conquistato tutti compresa la sottoscritta, sto parlando di Unorthodox. Tratta dall’autobiografia di Deborah Feldman, Unorthodox: The Scandalous Rejection of my Hasidic Roots. La serie è diretta da Maria Schrader e scritta da Anna Winger, Alexa Karolinski e Daniel Hendler. Protagonista la storia di una emancipazione femminile, quella di Esther per tutti Esty.

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Esther Shapiro è una ragazza di diciotto anni nata e cresciuta a Williamsburg, caratteristico quartiere di New York, ma la sua non è una vita uguale a quella delle sue coetanee. Esty fa parte di una comunità ebraica ultraconservatrice, la comunità chassidica satmar, che impone ai suoi membri tutta una serie di regole e imposizioni che il più delle volte vanno in contrasto con la società occidentale. Le più penalizzate sono le donne che non ricevono un’educazione adeguata e hanno come unico compito quello di sposarsi e fare figli.

La giovane Esty averte immediatamente di essere diversa, ma fa di tutto per adattarsi a questo piccolo microcosmo al quale sente di non appartenere del tutto, pertanto si adegua e accetta di sposare il giovane Yanky. Dopo un anno di infelice matrimonio, Esty decide di scappare da Williamsburg e di raggiungere la madre a Berlino, che come lei anni prima si era sottratta a quell’ambiente fatto di rigide regole e soprusi.

A Berlino Esty prenderà coscienza di sé e conoscerà una nuova realtà, una nuova dimensione, un nuovo modo di vivere la vita. Ma il suo passato la raggiunge, il suo giovane consorte non si dà per vinto e insieme al cugino Moishe raggiunge la ragazza nella capitale tedesca per riportarla a casa.

Per tutti e tre questo viaggio rappresenta un punto di svolta. Per Esty è scoprire la propria identità, far emergere finalmente la sua personalità curiosa ed emotiva immergendosi finalmente nel modo senza restrizioni e divieti. Per l’ingenuo Yanky sarà la volta di accettare l’idea che esista un’altra realtà diversa da quella di Williamsburg e per Moishe sarà l’occasione di far pace con i propri demoni.

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Credo che siano due i punti di forza di questa serie, il primo è la storia della comunità ebrea chassidica che credo fosse sconosciuta alle masse. La novità sta nel modo in cui ci viene narrata, lo spettatore non viene spinto ad odiarli ma si incuriosisce di fronte a questi uomini con queste strane treccine ricciute, detentori della parola di Dio ma soprattutto fortemente convinti che la causa dell’Olocausto è da attribuire agli stessi ebrei divenuti troppo simili agli altri europei. L’unico modo di evitare un’altra catastrofe è quello di rimanere isolati dagli altri e seguire le regole della tradizione ebraica, mentre alle donne è affidato il compito di ripopolare la comunità. Comunità privata di sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento. La comunità di Williamsburg è composta per lo più da ebrei ungheresi sopravvissuti all’eccidio nazista e parlano l’yiddish, una lingua a metà strada fra tedesco e inglese. Sia gli autori che la regista sono stati bravissimi a descrivere il tutto in maniera oggettiva dando poi allo spettatore la possibilità di farsi una propria idea su questa realtà. Il secondo punto di forza è dato da storia di Esty, che può essere la storia di ognuno di noi. Ci racconta della ricerca del nostro posto nel mondo, dell’emancipazione dalla famiglia e soprattutto dal passato. Un passato che è indispensabile per difendere il presente e costruire il futuro.

Bravissima la giovane attrice israeliana Shira Haas che veste i panni di Esty e ottima la scelta dell’utilizzo dei flashback che a mio avviso enfatizzano la contrapposizione fra la realtà di Williamsburg e quella di Berlino. Due mondi così lontani che allo stesso tempo si incastrano sia grazie alla storia di Ester che a quella del popolo ebraico.

Credo di avervi detto abbastanza, un’ultima cosa, è da vedere assolutamente, perché davvero molto, ma molto bella.

 

 

 

The Crown #Iostoacasa

Rieccomi, scusata l’assenza, ma questa quarantena che avevo sperato sarebbe stata produttiva si è invece rilevata alquanto sconfortante e depressiva. Almeno sono riuscita a recuperare qualche serie e film.

Fra queste quella che occupa il primo posto è The Crown. Serie originale Netflix che racconta la vita della regina Elisabetta II dalla sua incoronazione fino ai giorni nostri. Sono andate in onda tre stagioni composte ognuna da 10 episodi e narrano le vicende della corona inglese negli anni 50, 60 e 70.

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PRIMA STAGIONE

La prima stagione ha inizio con le nozze reali fra Elisabetta e Filippo duca di Edimburgo, ben presto però le condizioni di salute di re Giorgio si aggravano tanto da portarlo alla morte e Elisabetta, interpretata da Claire Foy, si ritrova regina a soli venticinque anni. Siamo nel 1952 e l’Inghilterra è assai lontana da essere la potenza coloniale di un tempo. Dopo la seconda guerra mondiale l’assetto politico internazionale è cambiato e l’Inghilterra rischia di perdere terreno. Non meno problematica è la situazione interna dove le elezioni sono vinte dai conservatori e Winston Churchill, interpretato da John Lighgow, è nuovamente primo ministro. Uomo dalla forte personalità sarà una sorte di mentore per la giovane regina. Elisabetta è molto insicura, si sente inadeguata nel ruolo di capo di Stato per il quale si accorge ben presto di non essere stata preparata. Inizialmente pensa solo con la sua testa e cadrà negli stessi errori dello zio Edoardo, costretto ad abdicare per poter sposare una donna divorziata, zio che starà sul collo della nipote organizzando la sua vendetta.

A Buckingham Palace troviamo la sua “adorabile famiglia” pronta a sostenerla con caloroso affetto. Famiglia composta da una nonna, la regina Mary, che le fa innumerevoli pressioni, una madre la regina Elizabeth, che le ricorda puntualmente di non avere un’intelligenza brillante, una sorella la principessa Margaret che scalpita per sposare un divorziato e infine suo marito Filippo.

Al caro Filippo, interpretato da Matt Smith per intenderci l’undicesimo Doctor Who, il ruolo di principe consorte sta un po’ stretto, troverà difficile camminare due passi dietro alla moglie e di non poter trasmettere il cognome ai figli. Il personaggio avrà però una certa evoluzione distinguendosi per humor e iniziative. Facciamo la conoscenza anche dei primogeniti di Elisabetta, Carlo e Anna, il primo è un grazioso bambino con le orecchie a sventola timido e imbranato mentre Anna è una bimba sveglia e molto intraprendente.

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SECONDA STAGIONE

Nella seconda stagione ripercorriamo gli avvenimenti che vanno dal 1956 al 1963. Churchill si dimetta dalla carica di primo ministro, i suoi successori però non saranno alla sua altezza e trascineranno la Gran Bretagna in una profonda crisi economica interna e in una disastrosa posizione internazionale. La povera Elisabetta ce la metta tutta per essere un buon capo di Stato, ma non ci riesce sempre. I molti oppositori della corona le rinfacciano di essere troppo rigida, fredda ed eccessivamente distante dai suoi sudditi. Il confronto poi con la coppia Kennedy sarà quanto mai destabilizzante.

Il ruolo istituzionale non va mai quasi d’accordo con il ruolo privato, dove la sua “adorabile famiglia” sembra quasi divertirsi a complicarle la vita. Filippo si infila in uno scandalo dopo l’altro, Margareth è sempre più fuori controllo e assume degli atteggiamenti che in un certo senso anticipano Lady Diana, il principe Carlo è un bambino fragile e timido che mal si adatta all’ambiente del rigido collegio scozzese dove viene iscritto per ultimare gli studi, giovane principe che non riesce a costruire un rapporto di affetto con entrambi i genitori. La regina madre, nel frattempo, ha trovato nello scotch whisky un valido alleato. Nascono i principi Andrea e Edoardo. L’unico che Elisabetta riesce a mettere fuori gioco è lo zio David, ma su quest’ultimo e sua moglie la signora Wallis Simpson ho una mia teoria di cui vi parlerò più tardi.

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TERZA STAGIONE

Nella terza stagione ci ritroviamo catapultati negli anni settanta e pertanto assistiamo alla sostituzione del cast. A vestire i panni di sua maestà la regina è il premio oscar Olivia Colman. Vengono narrati tredici anni di regno nei quali ci saranno eventi chiave sia per la popolazione che per la corona. La morte di Winston Churchill e quella del duca di Windsor, lo sbarco dell’uomo sulla luna, la tragedia della miniera di Arbefan che rappresenterà da un lato l’inizio del malcontento popolare nei confronti della monarchia, tanto da far desiderare la repubblica, dall’altro l’inizio di una crisi economica interna mai conosciuta prima.

Se la regina e Filippo sono invecchiati, Anna e Carlo sono due vivaci ventenni, il giovane rampollo di casa Windsor verrà subito intercettato da Camilla Parker Bowles della quale si innamora perdutamente, a causa di ciò il giovane principe del Galles si accorge ben presto quanto sia “adorabile” la sua famiglia. Cosa di cui si è accorta da tempo anche la principessa Margareth, interpretata da una straordinaria Helena Bonham Carter, donna che scivolerà lentamente verso il baratro della depressione e dell’infelicità. Filippo invece, svilupperà nel tempo un sagace sarcasmo che lo renderà più simpatico agli occhi del pubblico, ma soprattutto riuscirà a sanare le ferite del passato recuperando il rapporto con sua madre e accettando l’idea di essere ormai un uomo di mezza età. La regina invece non riesce a staccarsi dal suo ruolo istituzionale, nel caso della tragedia di Arbefan non riesce a essere empatica con i parenti delle vittime, non riesce a piangere, non riesce ad esprimere le sue emozioni. Non riesce ad essere una madre affettuosa, non riesce a far convivere il concetto di famiglia con l’istituzione della corona, ma del resto la sua non è una famiglia normale e mai lo sarà.

Emozioni che invece saranno l’elemento predominante nella vita di Lady Diana Spenser, l’unica che farà tremare davvero Buckinghan Palace attraverso i sentimenti, l’emozioni e la sua forte empatia che la renderanno agli occhi dei sudditi una di loro.

The Crown è un capolavoro del piccolo schermo, la serie scritta da Peter Morgan e diretta da Stephen Daldry   colpisce, stupisce e cattura. L’eccezionalità del cast, gli adattamenti e le ambientazioni così veritiere ne fanno una delle serie più belle di tutti i tempi.

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LO SPETTRO DELL’AMERICANA DIVORZIATA

L’abdicazione di re Edoardo VIII, zio di Elisabetta, creò notevole scalpore all’epoca. L’idea che il re d’Inghilterra, non che capo della chiesa anglicana, sposasse la signora Wallis Simpson, una donna divorziata era inconcepibile, pertanto Edoardo scelse di sposare la donna che amava e di rinunciare alla corona. I due furono poi invitati a lasciare il paese e vissero sempre come due esiliati, inoltre ogni responsabilità che riguardasse problemi o malattie che colpirono la famiglia reale venne sempre addossata in maniera diretta o indiretta al povero Edoardo, per non parlare poi di Wallis che fu sempre trattata come se fosse il diavolo in persona. Da questo episodio in avanti però la corona britannica è stata a mio avviso perseguitata dall’istituzione del divorzio e dai divorziati. E come se il fato avesse in qualche modo vendicato il povero Edoardo e Wallis si sia trasformata in una sorta di spettro, materializzatosi poi in carne e ossa con Meghan Markle. Anche la bella Meghan come Wallis ha tentato di trasformare la più antica monarchia d’Europa, ma proprio come Wallis ha fallito. Se c’è una cosa che The Crown spiega molto bene è che la Corona ha la prevalenza sempre e comunque su ogni cosa e su chiunque. Non ci sono spazi per gli individualismi. “La Corona deve tenere conto solo di Dio e di nessun altro”.

Le Ragazze del Centralino

 

 

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In questi giorni si parla molto di donne e di femminismo. Temi che sono al centro di una serie Netflix che seguo da un po’, ormai arrivata alla quarta stagione, Le Ragazze del Centralino.

L’obiettivo degli sceneggiatori era sicuramente quello di accendere i riflettori su le lotte per l’emancipazione delle donne spagnole dei primi anni 30 e forse strizzare l’occhio agli sceneggiati storici firmati BBC. In entrambi i casi però l’obiettivo non è stato centrato, ma alla fine la prima serie spagnola targata Netflix risulta abbastanza piacevole anche se alquanto leggera. Ma andiamo per ordine.

Siamo a Madrid, anno 1929 e quattro ragazze Lidia, Carlota, Angeles e Marga, sono assunte come centraliniste nella compagnia telefonica di proprietà della famiglia Cifuentes.

Quattro ragazze molto diverse tra loro che diventano subito amiche. Lidia è una donna misteriosa dal passato turbolento, Carlota è la figlia di un colonnello dell’esercito che la vorrebbe moglie e madre ma lei ha altri progetti per il suo futuro, Marga invece è una ragazza timida che da un paesino di campagna arriva a Madrid in cerca di un lavoro e poi c’è Angeles che già lavora alla compagnia. Donna riservata ma molto generosa deve fare i conti con un marito violento. A loro si aggiungerà Sara Milliàn capo delle centraliniste.

Nelle quattro stagioni si assisterà ad una crescita personale di tutte le protagoniste.

Lidia interpretata dalla bellissima Blanca Suàrez, da femme fatale egoista e pronta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi si rivelerà come una persona molto leale e grazie alla maternità cercherà di ricostruire quella vita che le è stata rubata.

Lidia è anche al centro di un triangolo amoroso che vede contrapporsi i due principali protagonisti maschili: Francisco e Carlos. Il primo, interpretato da Yon Gonzàles, è il primo grande amore di Lidia, un amore perduto che i due ritrovano in età adulta. Carlos, Martino Rivas, è il figlio di Don Cifuentes, ragazzo viziato che si innamora perdutamente di Lidia e lei cerca di ricambiare il sentimento con tutte le sue forze spinta soprattutto dal desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare una nuova vita.

Ad alterare questo triangolo la mamma di Carlos, donna Carmen, che odiando fortemente Lidia sarà la mente criminale che darà brio e azione a tutta la narrazione.

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Carlota, Ana Fernàndez, è colei che più di tutte si batte per i diritti delle donne in una società spagnola ancora molto misogina e patriarcale, nelle sue battaglie sarà affiancata da Sara che si tramuterà nella sua amica, compagna e amante.

La vera crescita personale, però, è quella di Marga, Nadia de Santiago e Angeles, Maggie Civantos, entrambe superano la loro timidezza e lottano per la loro autodeterminazione e per la loro indipendenza economica e personale.

Il problema delle Ragazze del Centralino è che quello che doveva essere il tema centrale ovvero il femminismo rimane in realtà ai margini o trattato con superficialità

Lacunosa anche la ricostruzione storica, Teresa Fernàndez- Valdès, ideatrice della serie ha perso un’occasione per narrare i fatti che portarono allo scoppio della guerra civile spagnola. Per non parlare poi della colonna sonora, non c’entra nulla con gli anni 30, è troppo moderna ed entra in conflitto con i costumi che invece sono spettacolari.

Se il tema del femminismo e delle lotte per la parità dei diritti non emergono, emerge invece il tema dell’amicizia, vera protagonista della storia. Ognuna delle ragazze si fa in quattro per aiutare le amiche e in ogni stagione è proprio la loro amicizia che innesca la ricerca dell’amore e il desiderio di emancipazione.

In conclusione Le Ragazze del Centralino ricorda quelle che sono le telenovele spagnole, ma la consiglio se vi va di rilassarvi con una serie un po’ più leggera.

Stranger Things 3

Turn around, Look at what you see, in her face, The mirror of your dreamer…………

La canto da ieri sera, da quando ho finito la terza stagione di Stranger Things. Terza stagione che non ha deluso le aspettative.

Siamo tornati a Hawkins, cittadina dell’Indiana, estate 1985. I nostri piccoli nerd: Mike, Lucas, Dustin, Max e Will si divertono con Undici, ma iniziano a fare i conti con i problemi dell’adolescenza e le prime cotte. I loro fratelli maggiori, invece, hanno finito il liceo e cercano di farsi accettare nel mondo degli adulti. Nancy e Jonathan hanno iniziato a lavorare presso la redazione del giornale cittadino, Billy da sfoggio dei propri muscoli nella piscina comunale dove lavora come bagnino e Steve, il bello della scuola, fa il commesso presso la gelateria del nuovo centro commerciale, a fargli compagnia Robin, interpretata da Maya Hawke, figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman, apprezzata new entry.

Il capo Hopper cerca di abituarsi all’idea che Undici sta crescendo, ma mal sopporta che la ragazzina frequenti assiduamente Mike e chiede aiuto a Joyce che invece fa i conti con la solitudine. Insomma tutto sembra trascorrere normalmente fino a quando non si verifica una strana invasione di ratti particolarmente aggressivi che amano cibarsi di pesticidi, contemporaneamente, Billy il fratello di Max inizia a comportarsi in maniera strana e Dustin capta un messaggio russo in codice.

Will si accorge ben presto che il Mind Flayer è tornato o meglio non se né mai andato e i ratti e il comportamento di Billy sono da collegarsi alla spaventosa creatura aliena.

Creatura che è collegata anche al messaggio in codice russo captato da Dustin, messaggio che viene decodificato da Robin, scoprendo che sotto il centro commerciale si trova una base segreta sovietica. Base dove si cerca di riaprire il portale che collega il nostro mondo con quello del Mind Flayer.

Tutti i protagonisti, in un modo o nell’altro si adoperano “a salvare il mondo” come dice Dustin con la sua adorabile zeppola e non mancano i colpi di scena.

Per la terza volta i fratelli Duffer hanno fatto centro regalandoci otto episodi che sono un inno d’amore agli anni ottanta. Non manca nulla, le canzoni, i film cult di quegli anni, le gonne a campana, i capelli cotonati, i mega stereo e le musicassette e la guerra fredda, che vedeva contrapposti Americani contro Sovietici.

Ma soprattutto ci riporta indietro in un periodo in cui finita la scuola i ragazzini giocavano per strada, con bici e pattini a rotelle, quando per divertirsi occorreva usare la fantasia e l’immaginazione.

Dove il mostro alieno rappresenta le nostre paure, in particolar modo in questa terza stagione simboleggia la paura di crescere, di diventare grande, del cambiamento che è inevitabile e del soffrire. Ma come scrive Hopper a Undici, il dolore è inevitabile, crescere è inevitabile, fa parte della vita. Vita che può essere vissuta soltanto se impari dai tuoi errori, se hai fiducia nel futuro e credi in te stessa.

E voi cosa pensate di questa terza stagione?

 

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What/If

C’era molta attesa per la serie What/If, serie creata e prodotta da Mike Kelley e distribuita sulla piattaforma di Netflix. Serie che vedeva fra i suoi protagonisti il premio oscar Renèe Zellweger.

Ma come spesso accade le aspettative sono state deluse.

What/If si presenta come una serie intrigante e misteriosa un vero e proprio thriller psicologico che manca però di quella suspense tipica di questo genere narrativo.

La vicenda ruota attorno ad una giovane coppia di sposi Sean e Lisa Donovan, quest’ultima fatica a far decollare la sua start up biomedica per mancanza di investitori. Una sera nel bar in cui lavora, Sean incontra una donna misteriosa e molto affascinate che vuole investire sulla start up di Lisa.

Questa donna è Anne Montgomery, regina dell’alta finanza californiana e fautrice di una sua filosofia di vita secondo la quale gli obiettivi che gli individui si pongono nella vita vanno perseguiti ad ogni costo. Non importa cosa bisogna fare l’importante è raggiungere il proprio scopo. Una moderna Machiavelli in una società dove comanda chi ha i soldi. I legami e i sentimenti sono solo delle debolezze, delle fragilità, che possono essere usate dai tuoi nemici per distruggerti.

Per Anne il legame che unisce Sean e Lisa è la debolezza di quest’ultima. A cosa sarà disposta Lisa pur di riuscire a salvare la sua società dalla bancarotta? Sarà disposta a concedere Sean per una notte a Anne?

Questa è l’unica cosa che Anne chiede alla ragazza in cambio dei soldi per salvare la start up, oltre che a diventare sua socia in affari.

Lisa accetta, ma per contratto non potrà conoscere nulla della notte che suo marito trascorre con l’altra donna. Tutto ciò condurrà i due giovani a mettere in discussione il loro rapporto inoltre, Sean è davvero l’uomo che Lisa conosce o nasconde segreti inconfessabili perfino alla moglie? E chi è Anne Montgomery? Cosa le è successo di così traumatico nel trasformarla nella donna gelida, spregiudicata e priva di sentimenti, ma potente che è oggi?  Lisa sarà disposta a sacrificare i propri affetti per realizzare il suo sogno? Chi avrà la meglio il denaro o i sentimenti?

Attorno ai tre protagonisti ruotano altri personaggi fra cui Marcus, fratello adottivo di Lisa e il suo compagno e Todd e Angela Archer, una coppia di amici di Sean, perseguitati per tutta la serie da uno psicopatico il dott. Ian Harris. E qui sta il problema di What/If. Il racconto delle vicende dei personaggi minori è totalmente slegato dal racconto dei tre protagonisti principali. E come se l’intera struttura narrativa sia costituita da due rette parallele che non si incontrano mai.

Sulla storia di Todd e Angela si poteva fare una serie a parte, in quanto non c’è alcun nesso con la storia di Sean e Lisa.

Per non parlare del finale che può essere scontato, ma allo stesso tempo è sbalorditivo.

La vera parte da leone la fa Renèe Zellweger nei panni di Anne Montgomery, Renèe che con questa interpretazione si è scrollata di dosso i panni della imbranata Bridget Jones.

Chi di voi ha visto What/If, cosa ne pensate?

 

Locandina Netflix

Perchè guardare il Racconto dell’Ancella

Fra le serie di successo che dovevo recuperare c’era il Racconto dell’Ancella, tratta dall’omonimo romanzo distopico della scrittrice canadese Margaret Atwood.

Andata in onda su TimVision vede fra le interpreti volti già noti agli spettatori: Elizabeth Moss di Mad Man, Samira Wiley direttamente da Orange is New Black e la Gilmore Girl Alexis Bledel.

Quello che mi ha più colpito, avendo letto anche il romanzo, è lo stretto legame che intercorre fra le vicende narrate e i tantissimi casi di cronaca e politica a cui stiamo assistendo. E come se la Atwood avesse profetizzato nel 1985, anno di pubblicazione del romanzo, quello che sarebbe accaduto oggi.

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TRAMA

Gli Stati Uniti d’America sono stati trasformati in un regime oligarchico denominato repubblica di Gilead. Tutto era iniziato con un colpo di Stato ad opera di un gruppo armato che rivendicava una società primitiva, una società che avesse a cuore l’ambiente e dove le donne tornassero a rivestire il ruolo per il quale erano stata create da Dio: essere madri. Questi ribelli accusavano il governo di aver distrutto il pianeta con l’inquinamento. Quest’ultimo ritenuto anche causa dell’abbassamento della natalità. Bassa natalità che da alcuni era da ricondurre anche al desiderio delle donne di lavorare, fare carriera e occupare posti di rilievo all’interno della società. Dal colpo di Stato scaturisce una terribile guerra civile dove i ribelli hanno la meglio. La giovane repubblica di Gilead con la Bibbia alla mano riscrive le regole governative: istituisce il reato di genere, abolisce la pratica dell’utero in affitto, perseguita chi si è macchiato del reato di aborto, ristabilisce il ruolo delle donne suddivise adesso in Mogli, Marte, Ancelle e Schiave e fa della procreazione di nuove vite la base su cui si fonda tutto il suo sistema. A controllare che tutto fili liscio ci sono gli Occhi feroce braccio armato del regime.

Le donne sono divise in quattro categorie, ci sono le Mogli, vestite di azzurro, fedeli compagne dei Comandanti che compongono l’élite governativa, donne sterili il cui unico compito è quello di gestire la loro famiglia e la casa. In quest’ultima attività sono aiutate dalle Marte, donne in età avanzata che hanno dimostrato di essere timorate di Dio e per questo graziate dal regime a ruolo di domestiche.

Tutte le altre donne che invece, prima di Gilead si sono macchiate di crimini contro l’umanità come ad esempio aver praticato aborti, essere omosessuali o semplicemente aver rivendicato i propri diritti e la propria libertà sono state destinate come schiave nelle colonie, luoghi dove è altissima la concentrazione di radiazioni nucleari. Infine ci sono le Ancelle, donne fertili che sono chiamate a dare dei figli all’élite governativa di Gilead. Fra di loro c’è June Osborne, anche se il suo nuovo nome è Difred.

LE ANCELLE.

Le ancelle vestono di rosso e portano sul capo una cuffia bianca con grandi alette in maniera tale da non vedere nulla e non essere viste da nessuno, una sorta di burqa moderno. Il loro compito è solo quello di rimanere incinte e per questo sono costrette a sottoporsi al rituale, un vero e proprio stupro, al quale partecipa anche la moglie del comandante.

Alle ancelle è stato assegnato un nuovo nome, vengono chiamate col nome dell’uomo che le possiede, così June è Difred e la sua amica Emily diventa Diglen, poi c’è Diwarren, Dithomas, Distiven e così via.

L’intento di Gilead è di annullare queste donne come esseri umani e di ridurle a semplici schiave sessuali il cui compito è solo quello di procreare, ma June non ci sta e fa di tutto per tenere vivo il ricordo della sua vita passata, il ricordo di sua figlia e di suo marito. A un certo punto June e le altre si ribellano.

A dar volto a Difred/June ritroviamo la bravissima Elizabeth Moss già protagonista in un’altra serie di successo Mad Man, col suo sguardo di ghiaccio ci regala un personaggio unico nel suo genere, un personaggio nel quale vivono due donne, da un lato Difred, dall’altro June.

Nei panni del subdolo Comandante Fred Waterford troviamo il premio oscar Joseph Fiennes, sua moglie Serena Joy è interpretata da Yvonne Strahouski.

Fra le altre ancelle Moira e Emily, la prima è interpretata da Samira Wiley già nota per essere stata una delle detenute di Orange is New Black e poi c’è Alexis Bledel che con Emily è riuscita a scrollarsi di dosso la Rory di Gilmore Girl.

Infine c’è Nick, interpretato da Max Minghella, misterioso ragazzo, è un Occhio o è un membro della resistenza?

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DAL ROMANZO ALLA SERIE

La serie composta da due stagioni e diretta da Bruce Miller è la perfetta trasposizione del romanzo di Margaret Atwood, anzi la serie riesce a rispondere a tutti quei quesiti che in un certo senso restano aperti nel romanzo.

Romanzo e serie televisiva sono una lucida analisi sul ruolo fragile e subordinato della donna nella società moderna.

Condizione femminile che è il tema centrale di tutto la produzione letterale della Atwood, tema di cui vi ho già parlato nel post IL FEMMINISMO DI MARGARETH ATWOOD

scritto quando Netflix propose un’altra serie tratta da un altro romanzo della Atwood, L’Altra Grace.

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PERCHE’ GUARDARE IL RACCONTO DELL’ANCELLA

Consiglio vivamente sia la serie televisiva che il romanzo scritto nel 1985, in quanto in qualche modo Margaret Atwood è riuscita a profetizzare quanto sta succedendo in Occidente. L’avanzare di politiche di estrema destra, i movimenti che negano l’aborto e i diritti degli omosessuali e dei transgender, uomini delle istituzioni che hanno esternazioni contro le donne che a loro avviso dovrebbero restare a casa a fare le mogli e le madri, altrimenti sono inutili. Lo sconcertante atteggiamento dei governi difronte ai problemi ambientali, l’odio verso gli stranieri, l’odio verso tutto quello che è diverso da noi. Per non parlare poi di quando viene descritto l’attacco alla Casa Bianca e al Pentagono e non puoi non pensare al 11 settembre del 2001.

Il Racconto dell’Ancella ti proietta in una realtà che non è così lontana, una realtà che possiamo cambiare, soprattutto noi donne, lottando per i nostri diritti.

Un’opera che ti porta a chiederti che cos’è il femminismo, un movimento di rivalsa che ha cavalcato l’onda delle grandi manifestazioni di piazza o è qualcosa di più?

Un qualcosa che non vuole che le donne si sostituiscano agli uomini, ma semplicemente che le donne possano essere libere di essere sé stesse.

Lo so questa volta mi sono divulgata un po’ troppo ma questa serie mi ha preso davvero tanto. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione in proposito.

5 Motivi Per Cui Guardare Orange Is New Black

Fra i miei buoni propositi per il 2019, c’è quello di recuperare tutte le serie cult degli ultimi tempi che per un motivo o un altro non ho visto. Poiché su le pagine di questo blog scrivo di serie tv era ora che mi mettessi in pari.

La prima della mia lista è Orange is New Black. La serie è composta da sei stagioni ed io sono arrivata solo a metà, ma mi sta piacendo tantissimo e vi consiglio vivamente di vederla, se non lo avete già fatto, per cinque motivi:

1 Per la prima volta la vita in carcere viene raccontata dal punto di vista delle donne. Piper Chapman, la protagonista, è una ragazza di 30 anni che deve scontare un anno di reclusione per un reato commesso dieci anni prima e per il quale ha patteggiato. Nel momento in cui Piper varca la soglia del penitenziario femminile di Litchfield la sua vita cambierà drasticamente. Si accorgerà ben presto che il carcere è assai lontano dal racconto che ne fanno libri e tv, è sicuramente molto peggio.

Ci vorrà del tempo e non sarà per nulla facile, ma alla fine Piper si adatterà alla sua nuova vita da detenuta.

2 Orange is New Black non è solo il racconto dell’esperienza di Piper, è un racconto corale, è il racconto di un gruppo di donne che per sopravvivere alla realtà e alle difficoltà che spesso la vita ti impone sono state costrette a violare le regole. Violazione che tutte sono costrette a pagare. Ciò che emerge è un’analisi dei diversi aspetti dell’animo femminile. Fragilità, delusione, solitudine sono spesso nascosti dietro la maschera dell’arroganza e della violenza.

Ognuna di loro rappresenta un racconto dentro il racconto ed ognuna di loro cerca di occupare uno spazio nella nuova realtà del carcere. Quest’ultimo diventa il palcoscenico di nuovi incontri, amicizie e alleanze, ma farà da scenario anche a conflitti e lotte per il potere.

3 È una serie di denuncia che evidenzia un sistema penitenziario fatiscente e corrotto che specula sulla vita delle detenute. La serie, infatti, è ispirata alle memorie di Piper Kerman, basata su fatti reali.

4 Nel mondo delle serie tv rappresenta una novità non solo per i contenuti e il linguaggio, ma anche per la tecnica narrativa caratterizzata principalmente dall’utilizzo del flashback, col quale scopriamo la vita di ogni singola detenuta prima del suo arrivo in carcere e dei motivi che l’hanno condotta alla detenzione.

5 È stata la prima serie trasmessa on-demand e prodotta da Netflix consacrando quest’ultima come piattaforma streaming.

Aggressiva, volgare, irriverente, maleducata ma anche divertente, Orange is New Black ti racconta le donne sotto un’altra veste e prospettiva. Donne che possiamo paragonare a dei fiori d’acciaio che momentaneamente sono stati chiusi in una serra in attesa di esplodere alla vista del sole non appena saranno rimessi in libertà.

Chi di voi l’ha vista?

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