Le Ragazze del Centralino

 

 

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In questi giorni si parla molto di donne e di femminismo. Temi che sono al centro di una serie Netflix che seguo da un po’, ormai arrivata alla quarta stagione, Le Ragazze del Centralino.

L’obiettivo degli sceneggiatori era sicuramente quello di accendere i riflettori su le lotte per l’emancipazione delle donne spagnole dei primi anni 30 e forse strizzare l’occhio agli sceneggiati storici firmati BBC. In entrambi i casi però l’obiettivo non è stato centrato, ma alla fine la prima serie spagnola targata Netflix risulta abbastanza piacevole anche se alquanto leggera. Ma andiamo per ordine.

Siamo a Madrid, anno 1929 e quattro ragazze Lidia, Carlota, Angeles e Marga, sono assunte come centraliniste nella compagnia telefonica di proprietà della famiglia Cifuentes.

Quattro ragazze molto diverse tra loro che diventano subito amiche. Lidia è una donna misteriosa dal passato turbolento, Carlota è la figlia di un colonnello dell’esercito che la vorrebbe moglie e madre ma lei ha altri progetti per il suo futuro, Marga invece è una ragazza timida che da un paesino di campagna arriva a Madrid in cerca di un lavoro e poi c’è Angeles che già lavora alla compagnia. Donna riservata ma molto generosa deve fare i conti con un marito violento. A loro si aggiungerà Sara Milliàn capo delle centraliniste.

Nelle quattro stagioni si assisterà ad una crescita personale di tutte le protagoniste.

Lidia interpretata dalla bellissima Blanca Suàrez, da femme fatale egoista e pronta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi si rivelerà come una persona molto leale e grazie alla maternità cercherà di ricostruire quella vita che le è stata rubata.

Lidia è anche al centro di un triangolo amoroso che vede contrapporsi i due principali protagonisti maschili: Francisco e Carlos. Il primo, interpretato da Yon Gonzàles, è il primo grande amore di Lidia, un amore perduto che i due ritrovano in età adulta. Carlos, Martino Rivas, è il figlio di Don Cifuentes, ragazzo viziato che si innamora perdutamente di Lidia e lei cerca di ricambiare il sentimento con tutte le sue forze spinta soprattutto dal desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare una nuova vita.

Ad alterare questo triangolo la mamma di Carlos, donna Carmen, che odiando fortemente Lidia sarà la mente criminale che darà brio e azione a tutta la narrazione.

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Carlota, Ana Fernàndez, è colei che più di tutte si batte per i diritti delle donne in una società spagnola ancora molto misogina e patriarcale, nelle sue battaglie sarà affiancata da Sara che si tramuterà nella sua amica, compagna e amante.

La vera crescita personale, però, è quella di Marga, Nadia de Santiago e Angeles, Maggie Civantos, entrambe superano la loro timidezza e lottano per la loro autodeterminazione e per la loro indipendenza economica e personale.

Il problema delle Ragazze del Centralino è che quello che doveva essere il tema centrale ovvero il femminismo rimane in realtà ai margini o trattato con superficialità

Lacunosa anche la ricostruzione storica, Teresa Fernàndez- Valdès, ideatrice della serie ha perso un’occasione per narrare i fatti che portarono allo scoppio della guerra civile spagnola. Per non parlare poi della colonna sonora, non c’entra nulla con gli anni 30, è troppo moderna ed entra in conflitto con i costumi che invece sono spettacolari.

Se il tema del femminismo e delle lotte per la parità dei diritti non emergono, emerge invece il tema dell’amicizia, vera protagonista della storia. Ognuna delle ragazze si fa in quattro per aiutare le amiche e in ogni stagione è proprio la loro amicizia che innesca la ricerca dell’amore e il desiderio di emancipazione.

In conclusione Le Ragazze del Centralino ricorda quelle che sono le telenovele spagnole, ma la consiglio se vi va di rilassarvi con una serie un po’ più leggera.

Stranger Things 3

Turn around, Look at what you see, in her face, The mirror of your dreamer…………

La canto da ieri sera, da quando ho finito la terza stagione di Stranger Things. Terza stagione che non ha deluso le aspettative.

Siamo tornati a Hawkins, cittadina dell’Indiana, estate 1985. I nostri piccoli nerd: Mike, Lucas, Dustin, Max e Will si divertono con Undici, ma iniziano a fare i conti con i problemi dell’adolescenza e le prime cotte. I loro fratelli maggiori, invece, hanno finito il liceo e cercano di farsi accettare nel mondo degli adulti. Nancy e Jonathan hanno iniziato a lavorare presso la redazione del giornale cittadino, Billy da sfoggio dei propri muscoli nella piscina comunale dove lavora come bagnino e Steve, il bello della scuola, fa il commesso presso la gelateria del nuovo centro commerciale, a fargli compagnia Robin, interpretata da Maya Hawke, figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman, apprezzata new entry.

Il capo Hopper cerca di abituarsi all’idea che Undici sta crescendo, ma mal sopporta che la ragazzina frequenti assiduamente Mike e chiede aiuto a Joyce che invece fa i conti con la solitudine. Insomma tutto sembra trascorrere normalmente fino a quando non si verifica una strana invasione di ratti particolarmente aggressivi che amano cibarsi di pesticidi, contemporaneamente, Billy il fratello di Max inizia a comportarsi in maniera strana e Dustin capta un messaggio russo in codice.

Will si accorge ben presto che il Mind Flayer è tornato o meglio non se né mai andato e i ratti e il comportamento di Billy sono da collegarsi alla spaventosa creatura aliena.

Creatura che è collegata anche al messaggio in codice russo captato da Dustin, messaggio che viene decodificato da Robin, scoprendo che sotto il centro commerciale si trova una base segreta sovietica. Base dove si cerca di riaprire il portale che collega il nostro mondo con quello del Mind Flayer.

Tutti i protagonisti, in un modo o nell’altro si adoperano “a salvare il mondo” come dice Dustin con la sua adorabile zeppola e non mancano i colpi di scena.

Per la terza volta i fratelli Duffer hanno fatto centro regalandoci otto episodi che sono un inno d’amore agli anni ottanta. Non manca nulla, le canzoni, i film cult di quegli anni, le gonne a campana, i capelli cotonati, i mega stereo e le musicassette e la guerra fredda, che vedeva contrapposti Americani contro Sovietici.

Ma soprattutto ci riporta indietro in un periodo in cui finita la scuola i ragazzini giocavano per strada, con bici e pattini a rotelle, quando per divertirsi occorreva usare la fantasia e l’immaginazione.

Dove il mostro alieno rappresenta le nostre paure, in particolar modo in questa terza stagione simboleggia la paura di crescere, di diventare grande, del cambiamento che è inevitabile e del soffrire. Ma come scrive Hopper a Undici, il dolore è inevitabile, crescere è inevitabile, fa parte della vita. Vita che può essere vissuta soltanto se impari dai tuoi errori, se hai fiducia nel futuro e credi in te stessa.

E voi cosa pensate di questa terza stagione?

 

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What/If

C’era molta attesa per la serie What/If, serie creata e prodotta da Mike Kelley e distribuita sulla piattaforma di Netflix. Serie che vedeva fra i suoi protagonisti il premio oscar Renèe Zellweger.

Ma come spesso accade le aspettative sono state deluse.

What/If si presenta come una serie intrigante e misteriosa un vero e proprio thriller psicologico che manca però di quella suspense tipica di questo genere narrativo.

La vicenda ruota attorno ad una giovane coppia di sposi Sean e Lisa Donovan, quest’ultima fatica a far decollare la sua start up biomedica per mancanza di investitori. Una sera nel bar in cui lavora, Sean incontra una donna misteriosa e molto affascinate che vuole investire sulla start up di Lisa.

Questa donna è Anne Montgomery, regina dell’alta finanza californiana e fautrice di una sua filosofia di vita secondo la quale gli obiettivi che gli individui si pongono nella vita vanno perseguiti ad ogni costo. Non importa cosa bisogna fare l’importante è raggiungere il proprio scopo. Una moderna Machiavelli in una società dove comanda chi ha i soldi. I legami e i sentimenti sono solo delle debolezze, delle fragilità, che possono essere usate dai tuoi nemici per distruggerti.

Per Anne il legame che unisce Sean e Lisa è la debolezza di quest’ultima. A cosa sarà disposta Lisa pur di riuscire a salvare la sua società dalla bancarotta? Sarà disposta a concedere Sean per una notte a Anne?

Questa è l’unica cosa che Anne chiede alla ragazza in cambio dei soldi per salvare la start up, oltre che a diventare sua socia in affari.

Lisa accetta, ma per contratto non potrà conoscere nulla della notte che suo marito trascorre con l’altra donna. Tutto ciò condurrà i due giovani a mettere in discussione il loro rapporto inoltre, Sean è davvero l’uomo che Lisa conosce o nasconde segreti inconfessabili perfino alla moglie? E chi è Anne Montgomery? Cosa le è successo di così traumatico nel trasformarla nella donna gelida, spregiudicata e priva di sentimenti, ma potente che è oggi?  Lisa sarà disposta a sacrificare i propri affetti per realizzare il suo sogno? Chi avrà la meglio il denaro o i sentimenti?

Attorno ai tre protagonisti ruotano altri personaggi fra cui Marcus, fratello adottivo di Lisa e il suo compagno e Todd e Angela Archer, una coppia di amici di Sean, perseguitati per tutta la serie da uno psicopatico il dott. Ian Harris. E qui sta il problema di What/If. Il racconto delle vicende dei personaggi minori è totalmente slegato dal racconto dei tre protagonisti principali. E come se l’intera struttura narrativa sia costituita da due rette parallele che non si incontrano mai.

Sulla storia di Todd e Angela si poteva fare una serie a parte, in quanto non c’è alcun nesso con la storia di Sean e Lisa.

Per non parlare del finale che può essere scontato, ma allo stesso tempo è sbalorditivo.

La vera parte da leone la fa Renèe Zellweger nei panni di Anne Montgomery, Renèe che con questa interpretazione si è scrollata di dosso i panni della imbranata Bridget Jones.

Chi di voi ha visto What/If, cosa ne pensate?

 

Locandina Netflix

Perchè guardare il Racconto dell’Ancella

Fra le serie di successo che dovevo recuperare c’era il Racconto dell’Ancella, tratta dall’omonimo romanzo distopico della scrittrice canadese Margaret Atwood.

Andata in onda su TimVision vede fra le interpreti volti già noti agli spettatori: Elizabeth Moss di Mad Man, Samira Wiley direttamente da Orange is New Black e la Gilmore Girl Alexis Bledel.

Quello che mi ha più colpito, avendo letto anche il romanzo, è lo stretto legame che intercorre fra le vicende narrate e i tantissimi casi di cronaca e politica a cui stiamo assistendo. E come se la Atwood avesse profetizzato nel 1985, anno di pubblicazione del romanzo, quello che sarebbe accaduto oggi.

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TRAMA

Gli Stati Uniti d’America sono stati trasformati in un regime oligarchico denominato repubblica di Gilead. Tutto era iniziato con un colpo di Stato ad opera di un gruppo armato che rivendicava una società primitiva, una società che avesse a cuore l’ambiente e dove le donne tornassero a rivestire il ruolo per il quale erano stata create da Dio: essere madri. Questi ribelli accusavano il governo di aver distrutto il pianeta con l’inquinamento. Quest’ultimo ritenuto anche causa dell’abbassamento della natalità. Bassa natalità che da alcuni era da ricondurre anche al desiderio delle donne di lavorare, fare carriera e occupare posti di rilievo all’interno della società. Dal colpo di Stato scaturisce una terribile guerra civile dove i ribelli hanno la meglio. La giovane repubblica di Gilead con la Bibbia alla mano riscrive le regole governative: istituisce il reato di genere, abolisce la pratica dell’utero in affitto, perseguita chi si è macchiato del reato di aborto, ristabilisce il ruolo delle donne suddivise adesso in Mogli, Marte, Ancelle e Schiave e fa della procreazione di nuove vite la base su cui si fonda tutto il suo sistema. A controllare che tutto fili liscio ci sono gli Occhi feroce braccio armato del regime.

Le donne sono divise in quattro categorie, ci sono le Mogli, vestite di azzurro, fedeli compagne dei Comandanti che compongono l’élite governativa, donne sterili il cui unico compito è quello di gestire la loro famiglia e la casa. In quest’ultima attività sono aiutate dalle Marte, donne in età avanzata che hanno dimostrato di essere timorate di Dio e per questo graziate dal regime a ruolo di domestiche.

Tutte le altre donne che invece, prima di Gilead si sono macchiate di crimini contro l’umanità come ad esempio aver praticato aborti, essere omosessuali o semplicemente aver rivendicato i propri diritti e la propria libertà sono state destinate come schiave nelle colonie, luoghi dove è altissima la concentrazione di radiazioni nucleari. Infine ci sono le Ancelle, donne fertili che sono chiamate a dare dei figli all’élite governativa di Gilead. Fra di loro c’è June Osborne, anche se il suo nuovo nome è Difred.

LE ANCELLE.

Le ancelle vestono di rosso e portano sul capo una cuffia bianca con grandi alette in maniera tale da non vedere nulla e non essere viste da nessuno, una sorta di burqa moderno. Il loro compito è solo quello di rimanere incinte e per questo sono costrette a sottoporsi al rituale, un vero e proprio stupro, al quale partecipa anche la moglie del comandante.

Alle ancelle è stato assegnato un nuovo nome, vengono chiamate col nome dell’uomo che le possiede, così June è Difred e la sua amica Emily diventa Diglen, poi c’è Diwarren, Dithomas, Distiven e così via.

L’intento di Gilead è di annullare queste donne come esseri umani e di ridurle a semplici schiave sessuali il cui compito è solo quello di procreare, ma June non ci sta e fa di tutto per tenere vivo il ricordo della sua vita passata, il ricordo di sua figlia e di suo marito. A un certo punto June e le altre si ribellano.

A dar volto a Difred/June ritroviamo la bravissima Elizabeth Moss già protagonista in un’altra serie di successo Mad Man, col suo sguardo di ghiaccio ci regala un personaggio unico nel suo genere, un personaggio nel quale vivono due donne, da un lato Difred, dall’altro June.

Nei panni del subdolo Comandante Fred Waterford troviamo il premio oscar Joseph Fiennes, sua moglie Serena Joy è interpretata da Yvonne Strahouski.

Fra le altre ancelle Moira e Emily, la prima è interpretata da Samira Wiley già nota per essere stata una delle detenute di Orange is New Black e poi c’è Alexis Bledel che con Emily è riuscita a scrollarsi di dosso la Rory di Gilmore Girl.

Infine c’è Nick, interpretato da Max Minghella, misterioso ragazzo, è un Occhio o è un membro della resistenza?

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DAL ROMANZO ALLA SERIE

La serie composta da due stagioni e diretta da Bruce Miller è la perfetta trasposizione del romanzo di Margaret Atwood, anzi la serie riesce a rispondere a tutti quei quesiti che in un certo senso restano aperti nel romanzo.

Romanzo e serie televisiva sono una lucida analisi sul ruolo fragile e subordinato della donna nella società moderna.

Condizione femminile che è il tema centrale di tutto la produzione letterale della Atwood, tema di cui vi ho già parlato nel post IL FEMMINISMO DI MARGARETH ATWOOD

scritto quando Netflix propose un’altra serie tratta da un altro romanzo della Atwood, L’Altra Grace.

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PERCHE’ GUARDARE IL RACCONTO DELL’ANCELLA

Consiglio vivamente sia la serie televisiva che il romanzo scritto nel 1985, in quanto in qualche modo Margaret Atwood è riuscita a profetizzare quanto sta succedendo in Occidente. L’avanzare di politiche di estrema destra, i movimenti che negano l’aborto e i diritti degli omosessuali e dei transgender, uomini delle istituzioni che hanno esternazioni contro le donne che a loro avviso dovrebbero restare a casa a fare le mogli e le madri, altrimenti sono inutili. Lo sconcertante atteggiamento dei governi difronte ai problemi ambientali, l’odio verso gli stranieri, l’odio verso tutto quello che è diverso da noi. Per non parlare poi di quando viene descritto l’attacco alla Casa Bianca e al Pentagono e non puoi non pensare al 11 settembre del 2001.

Il Racconto dell’Ancella ti proietta in una realtà che non è così lontana, una realtà che possiamo cambiare, soprattutto noi donne, lottando per i nostri diritti.

Un’opera che ti porta a chiederti che cos’è il femminismo, un movimento di rivalsa che ha cavalcato l’onda delle grandi manifestazioni di piazza o è qualcosa di più?

Un qualcosa che non vuole che le donne si sostituiscano agli uomini, ma semplicemente che le donne possano essere libere di essere sé stesse.

Lo so questa volta mi sono divulgata un po’ troppo ma questa serie mi ha preso davvero tanto. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione in proposito.

5 Motivi Per Cui Guardare Orange Is New Black

Fra i miei buoni propositi per il 2019, c’è quello di recuperare tutte le serie cult degli ultimi tempi che per un motivo o un altro non ho visto. Poiché su le pagine di questo blog scrivo di serie tv era ora che mi mettessi in pari.

La prima della mia lista è Orange is New Black. La serie è composta da sei stagioni ed io sono arrivata solo a metà, ma mi sta piacendo tantissimo e vi consiglio vivamente di vederla, se non lo avete già fatto, per cinque motivi:

1 Per la prima volta la vita in carcere viene raccontata dal punto di vista delle donne. Piper Chapman, la protagonista, è una ragazza di 30 anni che deve scontare un anno di reclusione per un reato commesso dieci anni prima e per il quale ha patteggiato. Nel momento in cui Piper varca la soglia del penitenziario femminile di Litchfield la sua vita cambierà drasticamente. Si accorgerà ben presto che il carcere è assai lontano dal racconto che ne fanno libri e tv, è sicuramente molto peggio.

Ci vorrà del tempo e non sarà per nulla facile, ma alla fine Piper si adatterà alla sua nuova vita da detenuta.

2 Orange is New Black non è solo il racconto dell’esperienza di Piper, è un racconto corale, è il racconto di un gruppo di donne che per sopravvivere alla realtà e alle difficoltà che spesso la vita ti impone sono state costrette a violare le regole. Violazione che tutte sono costrette a pagare. Ciò che emerge è un’analisi dei diversi aspetti dell’animo femminile. Fragilità, delusione, solitudine sono spesso nascosti dietro la maschera dell’arroganza e della violenza.

Ognuna di loro rappresenta un racconto dentro il racconto ed ognuna di loro cerca di occupare uno spazio nella nuova realtà del carcere. Quest’ultimo diventa il palcoscenico di nuovi incontri, amicizie e alleanze, ma farà da scenario anche a conflitti e lotte per il potere.

3 È una serie di denuncia che evidenzia un sistema penitenziario fatiscente e corrotto che specula sulla vita delle detenute. La serie, infatti, è ispirata alle memorie di Piper Kerman, basata su fatti reali.

4 Nel mondo delle serie tv rappresenta una novità non solo per i contenuti e il linguaggio, ma anche per la tecnica narrativa caratterizzata principalmente dall’utilizzo del flashback, col quale scopriamo la vita di ogni singola detenuta prima del suo arrivo in carcere e dei motivi che l’hanno condotta alla detenzione.

5 È stata la prima serie trasmessa on-demand e prodotta da Netflix consacrando quest’ultima come piattaforma streaming.

Aggressiva, volgare, irriverente, maleducata ma anche divertente, Orange is New Black ti racconta le donne sotto un’altra veste e prospettiva. Donne che possiamo paragonare a dei fiori d’acciaio che momentaneamente sono stati chiusi in una serra in attesa di esplodere alla vista del sole non appena saranno rimessi in libertà.

Chi di voi l’ha vista?

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