Isn’t it Romantic?

Che cos’è romantico? Il corteggiamento da parte di un uomo? Che l’uomo dei tuoi sogni si innamori pazzamente di te? Che la vita di ognuno di noi abbia quel happy ending tipico delle commedie romantiche?

Su questi quesiti si interroga il nuovo film di Todd Strauss- Schulson con Rebel Wilson e Liam Hemsworth dal titolo Isn’t it Romantic?

Io l’ho visto su Netflix e lo consiglio se volete trascorrere un’ora e mezza piacevole.

Isn’t Romantic è una satira su tutti i clichè che dominano le commedie romantiche americane. Protagonista è Natalie, una ragazza che di professione fa l’architetto, vive da sola a New York in compagnia del suo cane. Natalie è una ragazza con una bassa autostima, conduce una vita molto tranquilla anzi una vita anonima e odia le commedie romantiche. Un giorno in metropolitana è vittima di uno scippo a causa del quale subisce un forte trauma cranico. Ma nel momento in cui si risveglia in ospedale si rende conto che qualcosa non va, infatti Natalie è finita all’interno di una commedia romantica. Da qui inizia la satira a quella che per anni è stata la fonte più redditizia dell’industria hollywoodiana. Si va dall’incontro e innamoramento con il miliardario strafigo, all’amico gay esperto di moda alle scene con il ralenty.

Naturalmente Natalie è dentro ad un sogno, un sogno che le fa capire che la prima relazione importante è con noi stesse. Occorre innamorarci prima di noi e poi il resto verrà da sé.

Accettarci così come siamo pregi e difetti, essere noi stesse, credere nelle nostre capacità e sorridere senza essere rancorose. Cercare quello che ci fa stare bene, vivere il momento ma andare anche incontro al nostro futuro.

Questa è la chiave di lettura del film il cui messaggio è che la vita non è una commedia romantica, ma viverla bene e con una buona dose di autostima ci aiuta a essere i protagonisti assoluti della nostra sceneggiatura.

A proposito di sceneggiatura quella di Isn’t it Romantic è costruita su una scrittura molto semplice partita dall’idea di tre donne, l’attrice Erin Carillo, Dana Fox la sceneggiatrice storica di commedie romantiche e Katie Silberman.

Il risultato è un prodotto ben riuscito e piacevole, arricchito da un cast di attori molto bravi.

Un film che ironizza sulle commedie ma che in realtà è una commedia esso stesso, una commedia che ci riporta nel mondo reale.

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LE TERRIFICANTI AVVENTURE DI SABRINA

Per festeggiare la notte di Halloween, ieri sera mi sono concessa la visione di Le Terrificanti Avventure di Sabrina, nuovo arrivato in casa Netflix e rifacimento della serie andata in onda negli anni 90, Sabrina Vita da Strega. La mia scelta è stata dettata da un sentimento di nostalgia in quanto credevo che Netflix mi avrebbe riportato in dietro nel tempo, a quel lontano 1997, al periodo delle scuole medie, a quando non si iniziavano i compiti se non dopo la visione di Sabrina.

Purtroppo, però, la nuova serie prodotta da Netflix e ideata e diretta da Roberto Aguirre-Sacasa ha poco a che vedere con la serie degli anni 90. Credo che il titolo Terrificanti Avventure sia stato super azzeccato in quanto siamo davanti ad una vera propria serie horror. Forse alcuni troveranno esagerata questa mia definizione, ma personalmente, quando sento parlare di Satana, Chiesa della notte e crocifissi capovolti, per me è horror. In Sabrina vita da Strega, invece si moriva dalle risate.

Protagonista della vicenda è Sabrina Spellman, interpretata da Kierman Shipka, ragazzina metà strega e metà umana, che nel giorno del suo sedicesimo compleanno dovrà decidere se percorrere la via della luce o la via del buio. Compleanno che cade proprio nel giorno di Halloween, giorno perfetto per organizzare l’Oscuro Battesimo della ragazza, battesimo che le permetterà di entrare nella congrega della chiesa della notte e servire l’oscuro signore. Le care zie Hilda e Zelda hanno preparato tutto e anche il sommo sacerdote, preside dell’accademia delle arti oscure non vede l’ora di avere Sabrina fra le sue allieve.

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Ma c’è un particolare che non hanno considerato, il legame che Sabrina ha con il suo fidanzato, le sue amiche e in generale con la sua vita. Amore che vince su tutto e porterà la ragazza a ribellarsi al suo destino da strega.

Sabrina, in questa serie, non si batte solo per la propria libertà, ma è rappresentata come una piccola femminista che lotta per i diritti delle donne. La vicenda, infatti è ambientata a Riverdale, piccola cittadina di provincia, puritana e misogina. L’intento degli autori, era, pertanto quello di realizzare una sorta di denuncia della odierna società, dove si ha l’impressione che la donna stia perdendo tutti i diritti acquisiti in passato per ritornare a rivestire il semplice ruolo di moglie e madre. Intento che a mio avviso è stato fallito, facendo risultare la serie come un prodotto rivolto soprattutto alla nuova generazione di teen-ager, molto amanti del genere horror.

La serie altro non è che un grande calderone dove sono stati mescolati un sacco di ingredienti, spesso provenienti da altri soggetti: le teorie dell’occulto, la caccia alle streghe, il femminismo, l’immagine di Sabrina che si inoltra nel bosco con indosso sempre un cappotto rosso che rimanda alla fiaba di cappuccetto e nomi come oscuro signore e accademia di magia che rimandano a Harry Potter.

Sbagliato, a mio avviso il capovolgimento di un personaggio come Salem, il gatto nero, che nella serie Sabrina vita da Strega, era uno stregone fidanzato di zia Hilda che tradendola fu punito dalla donna che lo tramutò in gatto. Animale che rappresentava la coscienza di Sabrina e alle volte una sorta di guida per la ragazza. Nella nuova serie, invece è ridotto a ruolo di “familio” una specie di schiavo sotto forma di animale.

Personalmente non riesco a trovare in questa serie nulla che mi piaccia, e voi cosa ne pensate?

SULLA NOSTRA PELLE

Quella di Stefano Cucchi è una di quelle storie che ti lasciano l’amaro in bocca semplicemente leggendole sui giornali. Se poi da quella cronaca ne viene fuori un film, e che film, inizi a riflettere su tante cose.

Sulla mia Pelle è il film diretto da Alessio Cremonini e racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. La pellicola è stata presentata durante l’ultima edizione del festival del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Prodotto e distribuito dalla piattaforma Netflix e proiettato in tutte le sale cinematografiche, Sulla mia Pelle, è la lettura di un episodio di cronaca fatta per immagini.

Il regista ha raccontato la vicenda in maniera così obiettiva che spetta allo spettatore trarre le proprie riflessioni. Manca la scena del pestaggio, ma il regista c’è la lascia immaginare dietro la porta della stanza n 0063 della caserma dei carabinieri. L’intero ritmo della narrazione è scandito dal rumore delle chiavi che aprano le varie celle di sicurezza.

A mio avviso Cremonini con questo film fa quello che Truman Capote ha fatto con A Sangue Freddo.

Tutti avevamo la convinzione di conoscere la storia di Stefano, in realtà ignoravamo la sua lenta agonia, il suo dolore, la sua immensa solitudine. Senso di smarrimento e disperazione che il ragazzo manifesta nel momento in cui decide di non chiedere aiuto e di rifiutare le cure mediche.

Stefano non è stato ucciso soltanto dalle botte di chi ha abusato della divisa che indossava, è stato ucciso dall’indifferenza di un sistema che invece di aiutarlo si è girato dall’altra parte.

Inizi a capire che la prima causa dell’arretratezza italiana è la burocrazia. Un sistema il cui unico scopo è quello di attanagliare il cittadino in una morsa. Burocrazia che fa da collante ad un sistema giudiziario e penitenziario allucinante.

Bravissimi gli attori, primo fra tutti Alessandro Borghi, che si è spogliato dei suoi panni per rivestirsi completamente con quelli di Stefano, imitandone la voce e perdendo 10 chili. Bravi anche Jasmine Trinca e Max Tortora, rispettivamente Ilaria e Giovanni Cucchi, sorella e padre di Stefano. Bravi ad interpretare con delicatezza la storia di una famiglia che ha lottato con tutte le sue forze per la verità. La sceneggiatura è stata realizzata attraverso i verbali giudiziari.

Il film non è la santificazione di Stefano è il racconto di un fallimento da parte dello Stato. E dobbiamo ricordare bene che lo Stato siamo noi, quindi credo che dovremmo riflettere che quello che è successo è una nostra responsabilità.

Dovremmo immaginare sulla nostra pelle quello che è successo a Stefano, perché in fondo era un ragazzo come tanti, che aveva smarrito la via e forse aveva solo bisogno che qualcuno gli tendesse una mano.

È un film che consiglio vivamente a tutti.

 

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QUANDO I LIBRI TI SALVANO LA VITA

Ieri sera mi sono imbattuta in un film davvero molto gradevole. Il titolo è tutto un programma, è proprio per questo motivo mi ha incuriosito.

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey è uno dei nuovi arrivati nella grande famiglia di Netflix. Ambientato nella Londra del 1946, racconta le vicende di Juliet Ashton, nota scrittrice di saggi umoristici.

La donna è alle prese con la stesura di un articolo per il Times, ma le manca l’ispirazione. Un giorno le arriva la lettera di uno sconosciuto un certo Dawsey Adams dall’isola di Guernsey, che le dice di essere impossesso di un suo libro.

Libro che Juliet aveva venduto quando era in tristi condizioni economiche. Fra i due inizia un rapporto epistolare e quando Juliet scopre che Dawsey fa parte di un club del libro chiamato Club del libro e dalla torta di bucce di patate e di come questo club sia nato, decide di partire per l’isola di Guernsey convinta che troverà l’ispirazione per il suo articolo.

Sull’isola conoscerà gli altri membri del club e per la prima volta dopo molto tempo avrà la sensazione di appartenere a qualcosa, avrà la sensazione di essere a casa. Ma Juliet si imbatterà anche in un mistero, che fine ha fatto Elizabeth Mckenna, la fondatrice del club del libro?

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey è sì una storia d’amore ma è soprattutto un omaggio alla letteratura e a tutti coloro che amano i libri.

Un libro fa conoscere i protagonisti della storia, la fondazione di un club del libro salva gli abitanti di Guernsey da una rappresaglia nazista e sempre i libri aiutano i membri del club a non pensare agli orrori della guerra.

Dawsey dice a Juliet: “Il potere dei libri è ciò che ci unisce nella diversità delle nostre vite.” Libri come collante delle relazioni umane, libri come ancora di salvezza.

Ben costruiti anche i personaggi femminili di Juliet ed Elisabeth. La prima incarna la donna moderna, una donna libera ed emancipata che cerca il suo posto nel mondo. La seconda rappresenta il coraggio e la determinazione di chi vuole cambiare il mondo.

Molto belle sia la scenografia che la fotografia. I personaggi principali hanno tutti volti noti che abbiamo avuto modo di apprezzare in serie come Dowton Abbey, mentre Lily

James veste i panni di Juliet. Tutti diretti da Mike Newell. La storia è tratta dal romanzo epistolare scritto da Ann Shaffer e Annie Barrows.

Per i più curiosi l’isola di Guernsey esiste davvero e si trova nel canale della Manica. Fu davvero invasa dalle truppe naziste durante la guerra e in quel periodo gli abitanti diedero vita alla torta di bucce di patate. Nata in un contesto di grande carestia la torta è ancora oggi uno dei cavalli di battaglia della cucina locale.

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L’ALIENISTA

ALL’ORIGINE DELLA CRIMINOLOGIA

New York 1896, in una gelida notte di febbraio, viene ritrovato il cadavere di un ragazzino. La vittima si chiama Giorgio Santorelli ed è poco più di un bambino, indossa abiti femminili perché costretto con molta probabilità a prostituirsi, il suo corpo è stato brutalmente seviziato, ma ciò che preoccupa di più la polizia è che questo non è un caso isolato. Altri due cadaveri con le stesse mutilazioni sono stati ritrovati nei mesi precedenti, in entrambi i casi le vittime erano dei bambini. Bambini di sesso maschile, figli d’immigrati che si prostituivano per racimolare qualche soldo per poter sopravvivere.

Per capire chi è l’autore di questi efferrati omicidi, il dipartimento di polizia di New York capitanato dal giovane comandante Theodore Roosevelt (si tratta del futuro 26° presidente degli Stati Uniti) chiede aiuto al dottor. Laszlo Kreizler.

Il dottor. Kreizler è in realtà un’alienista, una sorta di precursore del moderno psichiatra. Come ci dice l’intro di ogni episodio “nel diciannovesimo secolo si credeva che le persone affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro vera natura. Gli esperti che le studiavano erano pertanto chiamati alienisti”. Kreizler (interpretato da Daniel Bruhl) aveva capito che molti assassini avevano commesso i loro reati perché vittime loro stessi di violenze. Aveva capito che tanti comportamenti malati in età adulta derivavano da infanzie difficili, infanzie dove vi erano state violenze e abusi.

Ad affiancarlo nella delicata indagine sul serial killer di bambini c’è l’amico John Moore (Luke Evans) che lavora per il New York Times. A dar man forte ai due arriva la coppia di agenti detective composta da due gemelli di origini ebraiche Lucius e Marcus Isaacson.

Agenti detective che mettano appunto tutta una serie di analisi che oggi hanno portato alla scientifica e all’uso del DNA. E poi c’è Sarah Howard (Dakota Fanning), segretaria personale del comandante Roosevelt e prima donna a lavorare presso il dipartimento di polizia. Donna dal grande coraggio e con un forte intuito investigativo, sarà determinante al fine delle indagini.

Questa squadra di investigatori si ritroverà ben presto a muoversi nei bassi fondi di una New York dall’aspetto gotico e ancestrale. Dove il perbenismo della classe borghese non vuole accettare l’idea che nella loro società ci sia qualcosa di malato, dove una polizia corrotta non vuole che si scopra la verità, dove gli ultimi resteranno sempre gli ultimi.

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Investigatori che dovranno vedersela con una complessa mente criminale, che mieterà vittime sotto il loro naso, al quale sembreranno rimanere impotenti.

Ben presto capiremo che anche i nostri protagonisti hanno degli scheletri nell’armadio. Sia John che Sarah non hanno rielaborato il lutto di alcune morti di cui in parte si sentono responsabili e anche l’affascinante dottor. Kreizler nasconde qualcosa che si cela con molta probabilità dietro il suo braccio destro affetto da una forte malformazione. Per non parlare dello strano rapporto che lo lega alla sua giovane governante, Mary, ragazza indiana affetta da mutismo.

La serie prodotta e ideata da Netflix si basa sull’omonimo romanzo di Caleb Carr. Composta da dieci episodi ci introduce in un racconto narrativo dallo stile incalzante. Ci proietta in quella che è la parte più oscura della mente umana. L’atmosfera noir la fa da padrona aiutata dall’eccezionale scenografia e fotografia. Il cast proveniente da Hollywood rappresenta un valore aggiunto ad una delle miglior serie che Netflix abbia mai prodotto. Una crime fiction storica che ti tiene incollata al teleschermo dall’inizio alla fine.

Serie che analizza anche tematiche molto importanti. Prima fra tutto lo studio della psicanalisi nelle indagini investigative. Il personaggio di Sarah ci introduce alla nuova consapevolezza della donna del ventesimo secolo, una donna che chiede un ruolo attivo nella società, una donna che chiede il diritto al voto. Ma si parla anche di immigrazione e integrazione, due tematiche molto attuali.

Insomma è una serie che va vista assolutamente.

L'alienista

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AVICII: TRUE STORIES

QUANDO IL MALE E’ PIU’ FORTE DELL’AMORE

Sono davanti alla tv e le immagini e la musica del concertone del primo maggio invadono la mia stanza. A guardare la gente che si diverte, ma soprattutto ad ascoltare gli artisti che si esibiscono in un’atmosfera di gioia e spensieratezza non posso non pensare ad Avicii, il dj svedese morto lo scorso 20 aprile.

Colpita dalla notizia della sua morte, sono andata su Netflix a visionare il documentario sulla vita del musicista svedese prodotto dalla BBC e inserito sulla piattaforma qualche mese fa. Credevo che dietro la sua morte ci fosse il solito e triste abuso di droghe e invece no, c’è qualcosa di peggio.

Tim Bergling, in arte Avicii, nasce a Stoccolma 28 anni fa, la sua è un’infanzia e un’adolescenza normale. Ma il ragazzo ha una grande passione: la musica. All’età di 19 anni con un semplice programma musicale al computer inizia a copiare il sound degli altri, poi comincia a creare i propri accordi. Inizia a proporre i suoi demo agli addetti ai lavori, fino a quando un giovane produttore di origini persiane, Ash, decide di investire su di lui. Arrivano i primi remix che catturano l’attenzione del re dell’elettronica europea David Guetta, che considera questo ragazzino svedese un vero genio. Ash a questo punto decide che è il momento di lanciare un pezzo scritto ed ideato dal solo Tim, nasce così LEVELS, canzone che diventa un successo mondiale.

Iniziano le collaborazioni importanti, primo fra tutti il duetto con Madonna, ma soprattutto inizia il tour.

Tim è considerato da tutti un genio, è un ragazzo genuino, umile e molto educato, ma è anche molto timido e la timidezza gli procura una strana sensazione di ansia prima di salire sul palco. Chi gli sta vicino gli dice che è normale, fa parte dell’adrenalina che si genera prima di ogni concerto, e lo spronano a bere qualche bicchiere prima dell’esibizione giusto per sciogliersi un po’. Tim segue il consiglio ma si accorge ben presto che quella non è la giusta soluzione per il suo problema. Il bere non fa per lui. Estate 2013 viene pubblicato un nuovo singolo WAKE ME UP. A mio avviso il suo capolavoro. Inizia il successo planetario.

Le esibizioni e i concerti si susseguono a ritmo sfrenato. Tim lavora senza fermarsi un secondo, non dorme, non mangia, e a un certo punto qualcosa inizia a prendere il sopravvento. Quel qualcosa è un demone che nasce dalla tua mente, è una morsa che ti attanaglia lo stomaco, è una voce che ti dice che non ce la puoi fare, è il panico, è l’angoscia, è l’ansia.

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Tim ha un crollo, viene ricoverato d’urgenza in ospedale, è stato colpito da una grave forma di pancreatite e deve essere operato di cistifellea. Molte date del tour sono cancellate, ma gli affari sono gli affari e non appena Tim si rimette in piedi lo show riprende. Ma i dolori e quella morsa allo stomaco non si placano, il dj svedese inizia una sorta di dipendenza dagli antidolorifici fino a quando la sua appendice non si perfora. A questo punto è sottoposto ad una seconda operazione, è il momento di fermarsi, di riprendersi da anni di stress.

Ma la musica è la sua più grande passione. È nel momento in cui si siede e inizia a comporre che Tim trova la felicità, decide di iniziare a lavorare al nuovo album. Progetto che da un lato lo gratifica, ma da un altro lato risveglia il demone che dorme dentro di lui, l’ansia. La realizzazione del nuovo disco è il colpo di grazia. L’amore verso la musica non è sufficiente a sconfiggere i suoi demoni interiori. A 26 anni prende la difficile decisione di ritirarsi. Decisione presa a causa della sua forte infelicità, capisce che non è adatto allo stress e alla pressione provocata dal business, non tollera più quella vita, non tollera più quella morsa nel quale è braccato, morsa che non lo fa vivere, non lo fa respirare, morsa che lo ha spinto al gesto più estremo.

Questo il comunicato che la famiglia ha rilasciato il 26 aprile in merito alla morte di Tim “una fragile anima artistica in cerca di risposte esistenziali, un perfezionista estremo che lavorava e viaggiava ad un ritmo talmente alto da avere uno stress enorme. Quando ha smesso di fare tour voleva trovare un equilibrio per essere felice e fare la cosa che più amava: la musica. Lottava con i suoi pensieri sul significato della vita, della felicità. Non ce la faceva più. Voleva trovare pace. Tim non era fatto per la macchina del business in cui si è ritrovato, era un ragazzo sensibile che amava i suoi fan ma schivava la luce dei riflettori. Tim sarai amato per sempre e ci mancherai. La persona che eri e la tua musica terranno viva la tua memoria. Tim ti vogliamo bene. La tua famiglia.”

VIKINGS

Saccheggi, guerre fratricide, lotte di religione, tradimenti, vendette, congiure per assicurarsi il potere e il trono. Una violenza inaudita. L’istinto di sopravvivenza, la voglia di conoscere cosa c’è al di là dei fiordi, il desiderio di scoprire nuove terre per realizzare una vita migliore, il desiderio di conquistare il mondo. Tutto questo è VIKINGS, serie televisiva canadese arrivata ormai alla quinta stagione. Serie a carattere storico ideata e interamente scritta da Michael Hirst.

Nelle prime tre stagioni abbiamo conosciuto Ragnar Lodbrok (interpretato dall’attore australiano Travis Fimmel), un contadino, che senza volerlo grazie alla sua astuzia e alle sue doti di guerriero diventa re di Kattegat, regno vichingo. Ragnar diventa subito una leggenda anche perché si considera erede di Odino, padre degli dei. Ragnar ha un fratello Rollo (interpretato dall’attore inglese Clive Standen), che vive una sorta di sindrome di inferiorità nei confronti del fratello. Lo scontro fra i due sarà inevitabile. Ragnar, oltre ad essere uno straordinario guerriero, è anche un bravissimo marinaio con una forte curiosità. Curiosità e brama di ricchezze che lo condurranno a saccheggiare le coste dell’Inghilterra. In una di queste scorribande, con al fianco il fratello Rollo e l’amico d’infanzia Floki (interpretato dall’attore svedese Gustaf Skarsgard) abile costruttore di navi, Ragnar incontra un monaco cristiano Athelstan, uomo di cui il vichingo resta affascinato in quanto si incuriosisce su questa strana religione che venera un solo Dio il cui il figlio è morto crocifisso. Successivamente, a causa della morte della figlia, Ragnar attraverserà una profonda crisi esistenziale e mistica. Molto importanti nella sua vita saranno anche le donne, la prima moglie Lagherta (interpretata dall’attrice canadese Katheryn Winnick), una guerriera che dà a Ragnar due figli Bjorn e Gyda, e la seconda moglie la principessa Aslaug (interpretata dall’attrice australiana Alyssa Sutherland) che darà alla luce quattro figli maschi Hvitserk, Ubbe, Sigurd e Ivar. Quest’ultimo nasce con gli arti inferiori deformi. L’Inghilterra sarà sempre un chiodo fisso per Ragnar e farà di tutto per conquistarla, qui però deve fare i conti con l’astuto re Ecbert e ben presto anche la città di Parigi entrerà a far parte delle mire espansionistiche degli uomini del nord o normanni, nome datogli proprio dai parigini. Nella quarta stagione, i cinque figli di Ragnar cercano di portare avanti l’eredità paterna. Bjorn la corazza (interpretato dall’attore canadese Alexander Ludwing) si spinge fino al Mediterraneo facendo la conoscenza di un’altra civiltà monoteista, gli Arabi. Ivar detto il senza ossa (interpretato dall’attore danese Alex Hogh Andersen), insieme agli altri tre fratelli, prova a vendicare il padre e a riconquistare l’Inghilterra. Ben presto però i dissidi fra i quattro porteranno allo scontro. Questo è in sintesi quello che succede, è impossibile raccontare tutti gli avvenimenti e i personaggi che si susseguono, per questo, vi suggerisco, se non l’avete ancora fatto di guardare tutte le puntate precedenti su Netflix o RAIPLAY.

Andiamo alla quinta stagione in onda tutti i lunedì su RAI 4, Ivar non sodisfatto del saccheggio di York, decide di riconquistare Kattegat, in mano da tempo a Lagertha, la cosa però non trova d’accordo i suoi fratelli. Una terribile guerra fratricida ci aspetta. Chi dei figli di Ragnar avrà la meglio sull’altro? New entry della quinta stagione è l’attore irlandese Jonathan Rhys Meyers che non ha bisogno di presentazioni. Meyers veste i panni del vescovo Heahmund, un vescovo che ha una visione tutta sua del cristianesimo.

Devo fare i complimenti allo sceneggiatore, in quanto ha fatto un buon lavoro di ricerca storica, infatti buona parte di quello che viene raccontato corrisponde a realtà. Certo la storia reale in alcuni casi è stata unita al racconto mitologico. Ad esempio non sappiamo se Ragnar sia realmente esistito, le sue gesta si trovano in quello che gli studiosi hanno definito come ciclo vichingo, ciclo in cui si parla anche di Odino, di Thor e del regno di Asgard. Cosa diversa invece per personaggi come Rollo, che nella realtà si chiamava Rollone e fu il primo duca di Normandia e nonno di Guglielmo il Conquistatore e Ruggero d’Altavilla. Anche Ivar senza ossa è realmente esistito, fu il capo della spedizione vichinga proveniente dalla Danimarca che saccheggiò e distrusse la città di York. Lo stesso vale per Floki che nella realtà fu colui che scoprì e colonizzò l’Islanda. Altra cosa molto importante che sottolinea la serie è il ruolo che le donne occupavano presso la società vichinga. Erano donne che in molte occasioni erano considerate al pari di un uomo. Donne a cui ero concesso di impugnare la spada e di combattere.

Una serie che racconta abilmente la storia vera e mitologica di quello che è stato il popolo più violento d’Europa. Un popolo che, soprattutto in Inghilterra ha gettato le basi per quello che sarebbe stato uno dei regni più importanti della storia, per non parlare poi della lingua. Quasi il 70% delle parole inglesi deriva dalla lingua parlata dagli antichi vichinghi. E poi da loro discendono i Normanni le cui traccia sono ancora visibili nell’Italia meridionale. Insomma un popolo che ha determinata la storia di una buona parte d’Europa.

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