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Io Sono Mia

Ieri sera è andato in onda su Rai 1 il film che racconta la vita della straordinaria, ma sfortunata Mia Martini.

Io Sono Mia, ha celebrato la carriera e la vita della cantante calabrese, è stato un biglietto di scuse arrivato forse un po’ tardi.

Nella vicenda narrata ieri sera, siamo al Sanremo del 1989, anno della rinascita artistica di Mia, anno in cui l’artista ritorna sul palco dell’Ariston dopo una assenza dalle scene durata quasi sei anni. Assenza avvenuta a causa delle maldicenze messe in giro su Mia, ovvero che portasse sfortuna. Qualche giorno prima dell’esibizione, Mia si lascia intervistare da una giornalista e con questo pretesto e utilizzando la tecnica del flashback, il film ripercorre la vita della cantante.

Domenica, Rita, Adriana Bertè, da tutti chiamata Mimì, capisce fin da bambina cosa farà da adulta, la cantante. Il sogno si realizza nel 1972 quando con il nome d’arte di Mia Martini, pubblica il suo primo CD. Mimì lascia subito il segno, grazie alla sua voce graffiante, cupa, penetrante e alle sue straordinarie doti da interprete che riescono a dare vita ai versi che la ragazza canta. Questi sono gli anni di Minuetto, Piccolo Uomo e tanti altri successi che consacrano Mia come una delle nuove promesse della musica italiana.

Anche la sua vita privata va a gonfie vele, è innamorata ricambiata da un giovane fotografo di nome Andrea, ed ha l’affetto e la stima di amici e colleghi fra tutti la sua adorabile ma un po’ esuberante sorella minore Loredana.

Ma all’improvviso qualcosa si inceppa, iniziano a girare delle strane voci sul conto di Mia, voci terribili che la indicano come una iettatrice e porta sfortuna. Iniziano a cessare le partecipazioni a concorsi e trasmissioni, viene a poco a poco annullata come artista e le viene impedito di fare quello che più amava, cantare.

Mia Martini era una donna dalla grande sensibilità e come tutti gli artisti dotati di questa virtù soffrirà terribilmente da questa situazione.

Il Sanremo del 1989, che la vede in gara con il brano Almeno tu nell’universo, sarà il suo riscatto, ma non sarà sufficiente ad aiutarla e allontanare da sé le maldicenze.

Nei panni di Mia Martini c’è stata una Serena Rossi davvero brava, che ha saputo interpretate Mia soprattutto nella sfera della sua fragilità e sensibilità, è riuscita a farla sua regalando al pubblico il ritratto di un’artista straordinaria quale è stata nella realtà. Un artista la cui bravura ha fatto tremare qualcuno che ha deciso che una donna di così talento non andava bene.

L’unico rammarico che ho, è che a mio avviso la vicenda è stata narrata un po’ troppo in sintesi. La cosa forse è stata dovuta dal fatto che due persone come Ivano Fossati e Renato Zero non abbiano voluto farsi coinvolgere dall’opera cinematografica e hanno chiesto di non essere menzionati nella narrazione. Entrambi però sono stati fondamentali nella vita di Mimì. Fossati perché è stato il suo grande amore, infatti il personaggio di Andrea è una figura ispirata al noto cantautore. Renato Zero è stato invece uno dei migliori amici della Martini e non sono chiare le motivazioni della sua scelta.

Mia Martini ha partecipato a tanti festival di Sanremo nei quali ha sempre vinto il premio per la critica, premio che oggi porta il suo nome.

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Pubblicato in: documentario

AVICII: TRUE STORIES

QUANDO IL MALE E’ PIU’ FORTE DELL’AMORE

Sono davanti alla tv e le immagini e la musica del concertone del primo maggio invadono la mia stanza. A guardare la gente che si diverte, ma soprattutto ad ascoltare gli artisti che si esibiscono in un’atmosfera di gioia e spensieratezza non posso non pensare ad Avicii, il dj svedese morto lo scorso 20 aprile.

Colpita dalla notizia della sua morte, sono andata su Netflix a visionare il documentario sulla vita del musicista svedese prodotto dalla BBC e inserito sulla piattaforma qualche mese fa. Credevo che dietro la sua morte ci fosse il solito e triste abuso di droghe e invece no, c’è qualcosa di peggio.

Tim Bergling, in arte Avicii, nasce a Stoccolma 28 anni fa, la sua è un’infanzia e un’adolescenza normale. Ma il ragazzo ha una grande passione: la musica. All’età di 19 anni con un semplice programma musicale al computer inizia a copiare il sound degli altri, poi comincia a creare i propri accordi. Inizia a proporre i suoi demo agli addetti ai lavori, fino a quando un giovane produttore di origini persiane, Ash, decide di investire su di lui. Arrivano i primi remix che catturano l’attenzione del re dell’elettronica europea David Guetta, che considera questo ragazzino svedese un vero genio. Ash a questo punto decide che è il momento di lanciare un pezzo scritto ed ideato dal solo Tim, nasce così LEVELS, canzone che diventa un successo mondiale.

Iniziano le collaborazioni importanti, primo fra tutti il duetto con Madonna, ma soprattutto inizia il tour.

Tim è considerato da tutti un genio, è un ragazzo genuino, umile e molto educato, ma è anche molto timido e la timidezza gli procura una strana sensazione di ansia prima di salire sul palco. Chi gli sta vicino gli dice che è normale, fa parte dell’adrenalina che si genera prima di ogni concerto, e lo spronano a bere qualche bicchiere prima dell’esibizione giusto per sciogliersi un po’. Tim segue il consiglio ma si accorge ben presto che quella non è la giusta soluzione per il suo problema. Il bere non fa per lui. Estate 2013 viene pubblicato un nuovo singolo WAKE ME UP. A mio avviso il suo capolavoro. Inizia il successo planetario.

Le esibizioni e i concerti si susseguono a ritmo sfrenato. Tim lavora senza fermarsi un secondo, non dorme, non mangia, e a un certo punto qualcosa inizia a prendere il sopravvento. Quel qualcosa è un demone che nasce dalla tua mente, è una morsa che ti attanaglia lo stomaco, è una voce che ti dice che non ce la puoi fare, è il panico, è l’angoscia, è l’ansia.

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Tim ha un crollo, viene ricoverato d’urgenza in ospedale, è stato colpito da una grave forma di pancreatite e deve essere operato di cistifellea. Molte date del tour sono cancellate, ma gli affari sono gli affari e non appena Tim si rimette in piedi lo show riprende. Ma i dolori e quella morsa allo stomaco non si placano, il dj svedese inizia una sorta di dipendenza dagli antidolorifici fino a quando la sua appendice non si perfora. A questo punto è sottoposto ad una seconda operazione, è il momento di fermarsi, di riprendersi da anni di stress.

Ma la musica è la sua più grande passione. È nel momento in cui si siede e inizia a comporre che Tim trova la felicità, decide di iniziare a lavorare al nuovo album. Progetto che da un lato lo gratifica, ma da un altro lato risveglia il demone che dorme dentro di lui, l’ansia. La realizzazione del nuovo disco è il colpo di grazia. L’amore verso la musica non è sufficiente a sconfiggere i suoi demoni interiori. A 26 anni prende la difficile decisione di ritirarsi. Decisione presa a causa della sua forte infelicità, capisce che non è adatto allo stress e alla pressione provocata dal business, non tollera più quella vita, non tollera più quella morsa nel quale è braccato, morsa che non lo fa vivere, non lo fa respirare, morsa che lo ha spinto al gesto più estremo.

Questo il comunicato che la famiglia ha rilasciato il 26 aprile in merito alla morte di Tim “una fragile anima artistica in cerca di risposte esistenziali, un perfezionista estremo che lavorava e viaggiava ad un ritmo talmente alto da avere uno stress enorme. Quando ha smesso di fare tour voleva trovare un equilibrio per essere felice e fare la cosa che più amava: la musica. Lottava con i suoi pensieri sul significato della vita, della felicità. Non ce la faceva più. Voleva trovare pace. Tim non era fatto per la macchina del business in cui si è ritrovato, era un ragazzo sensibile che amava i suoi fan ma schivava la luce dei riflettori. Tim sarai amato per sempre e ci mancherai. La persona che eri e la tua musica terranno viva la tua memoria. Tim ti vogliamo bene. La tua famiglia.”

Pubblicato in: serie tv

PRINCIPE LIBERO

Ieri sera è andata in onda la prima puntata della mini fiction che racconta la vita del grande Fabrizio De Andrè. Gli ascolti sono stati altissimi, sbaragliando la concorrenza di canale cinque, la fiction sul cantautore genovese, si posiziona terza per auditel dopo Montalbano e Don Matteo.

Conoscevo le sue canzoni perché la mia professoressa di letteratura italiana del liceo le aveva inserite come programma didattico, ma poco conoscevo della sua vita perché crescendo mi ero interessata ad altri artisti.

La definizione di principe libero gli calza alla perfezione in quanto ha vissuto in piena libertà tutta la sua vita, a cominciare da quando poco più che ventenne capì che la musica era la sua strada, andando contro il volere dei suoi genitori che lo volevano avvocato. Ma la sua è stata una sorta di rivolta personale a quelli che erano i dettami della società, rivolta che ha trasformato in musica creando un qualcosa che mancava nel panorama artistico di quegli anni, anzi nel panorama artistico italiano perché un altro artista come lui non si è più visto. Dori Ghezzi, sua moglie, all’anteprima ha detto: Attraverso la libertà si riesce a dare importanza alla parola, che è più forte di qualunque arma. E in effetti le parole di De Andrè sono un inno alla libertà.

Fabrizio De Andrè è stato un poeta moderno e un cantautore di rara bravura. Attraverso i suoi versi è riuscito a cantare la quotidianità della vita, dando voce agli ultimi. I protagonisti della sua canzoni erano prostitute e operai, gente umile e poveri diavoli che a causa di una sorte avversa andavano a finire sulle pagine della cronaca nera. Ma come molti artisti, Fabrizio era anche una persona molto fragile e insicura, insicurezza che spesso lo faceva rifugiare dietro ad una bottiglia di whisky.

L’interpretazione di Luca Marinelli che veste i panni di De Andrè è stata eccezionale. Hai la sensazione di vedere di nuovo il cantautore genovese. Una trasformazione che ha interessato soprattutto la voce. È Marinelli a cantare e la somiglianza con l’originale è fortissima. L’attore romano, classe 1984, si era fatto conoscere al grande pubblico come Mattia ne LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI, ha lavorato poi con Paolo Virzì e nel 2015 ha vinto il David di Donatello come miglior attore non protagonista per JEEG ROBOT.

Nel cast troviamo fra gli altri Ennio Fantastichini nel ruolo del padre di Fabrizio, Valentina Bellè è Dori Ghezzy, seconda moglie di De Andrè e suo grande amore e Elena Radonicich che interpreta Puny Rignon la prima moglie e mamma di Cristiano. Tutti diretti dal regista Luca Facchini.

Questa sera alle 21.25 andrà in onda la seconda e ultima parte. Se fra di voi c’è qualcuno che non conosce De Andrè, ma ho qualche dubbio, consiglio la fiction, ma soprattutto andate su youtube e ascoltate tutta la sua produzione.

La mia canzone preferita è il Pescatore, la vostra qual è?

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