C’era una volta a…… Hollywood

Questa recensione contiene spoiler.

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C’era una volta la città degli angeli, Los Angeles, per alcuni la città dove i sogni diventano realtà, c’era una volta sulle colline di Bell-Air, Cielo Drive dove, sempre una volta, vivevano Rick Dalton e la sua vicina, la bellissima Sharon Tate.

Rick è una vecchia gloria della cara Hollywood, diventato famoso grazie ad una serie televisiva western degli anni 50, fatica dopo 15 anni a ritagliarsi nuovi ruoli, è in profonda crisi e non sa se accettare o meno la proposta di un produttore di trasferirsi in Italia per prendere parte ai famosi spaghetti western. Al suo fianco troviamo Cliff Booth. Cliff è la controfigura di Rick sul set e nella vita reale. I due vivono quasi in simbiosi, uniti da una profonda e sincera amicizia. Anche Cliff si trova in difficoltà, fatica a trovare nuovi incarichi a causa di strane voci che lo accusano di aver ucciso la moglie.

Sharon è la vicina di casa di Rick, ha sposato Roman Polanski, stella nascente della nuova Hollywood, Sharon e Roman rappresentano tutto quello che Rick vorrebbe essere ma non è. Sharon e Rick vivono due vite parallele, due vite che ad un certo punto si incontreranno.

Questa la storia alla base di C’era una volta a Hollywood, il nuovo e nono film di Quentin Tarantino. Presentato durante l’ultima mostra del cinema di Venezia.

Sottolineo nono, in quanto, in una vecchia intervista il regista italo americano aveva dichiarato di voler girare solo dieci film, pertanto il prossimo dovrebbero essere l’ultimo, ma si spera che abbia cambiato idea.

In C’era una volta a Hollywood, Tarantino ci riporta indietro nel tempo, nella Los Angeles del 1969. Città che proprio in quella estate farà da scenario ad uno degli omicidi più cruenti che gli Stati Uniti abbiano conosciuto. L’omicidio dell’attrice, moglie del regista Roman Polanski, Sharon Tate, che al nono mese di gravidanza venne massacrata insieme a tre amici nella sua villa a Cielo Drive per mano di alcuni adepti della setta di Charles Manson.

Questo tragico episodio di cronaca viene ripreso da Tarantino e ricostruito come il finale di una fiaba. Perché questo è C’era una volta a Hollywood una fiaba. Dove una bella principessa rischia di morire per mano di un orribile mostro, ma grazie ad un coraggioso vicino di casa armato di lanciafiamme tutto andrà per il meglio e tutti vivranno felici e contenti.

Lo so ho spoilerato, ma credo che ormai tutti o quasi lo abbiano visto.

Devo essere sincera, ho faticato in questo film a ritrovare il caro e vecchio Tarantino.

La storia è poco incalzante, la struttura narrativa alquanto deboluccia e il finale ti spiazza.

Tutto il racconto è caratterizzato dallo sguardo malinconico del regista verso quella che si può definire la fine di un’epoca. Pochissime le scene di violenza, fatta eccezione per la parte finale del film. Numerose invece le scene che in qualche modo vogliono essere un omaggio ai grandi registi di Hollywood. Noisette le scene western.

Il cast è un grande cast. Leonardo Di Caprio è Rick Dalton, Brad Pitt è Cliff Both. Molto bravi entrambi, ma avevano già dato prova di essere all’altezza di Tarantino in Django Unchaimed il primo e Bastardi senza Gloria il secondo. Margot Robbie veste i panni di Sharon Tate e poi troviamo Al Pacino, Dakota Fanning, Kurt Russel, Luke Perry nella sua ultima interpretazione, Michael Madsen, Lena Dunham e tanti altri.

E un film che vale la pena di vedere perché è una dichiarazione d’amore che Tarantino fa al cinema e poi perché Leonardo e Brad sono adorabili.

Chi di voi lo ha visto?

2488029 - ONCE UPON A TIME IN HOLLYWOOD

 

 

L’Amica Geniale

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C’era una volta un povero rione della Napoli degli anni 50 e c’erano due bambine Lila e Lenù che pur vivendo in famiglie umili con molte ristrettezze cercano con tutte le loro forze di riscattarsi.

Lila e Lenù sono le protagoniste della serie L’Amica Geniale andata in onda ieri sera su RAI 1 e tratta dal best seller omonimo scritto dalla misteriosa Elena Ferrante.

La serie coprodotta da Rai Cinema, Hbo, TimVision e Fandango era stata presentata all’ultima mostra del cinema di Venezia dove era stata molto apprezzata dalla giuria.

Le numerose aspettative createsi intorno a questa produzione diretta dal regista Saverio Costanzo hanno creato un vero e proprio conto alla rovescia fino a ieri sera.

Con tutta onestà ero un po’ scettica, in quanto ogni qual volta si generano questi fenomeni televisivi le aspettative sono sempre deluse, inoltre qualche hanno fa mi ero imbattuta nella lettura di un libro della Ferrante, L’Amore Molesto, e sinceramente non mi era piaciuto.

Di conseguenza in questi anni non ho neanche letto la quadrilogia di L’Amica Geniale, ma dopo ieri sera me ne sono pentita.

Quello che è visto ieri sera è un racconto così vero e viscerale che mi ha lasciato senza parole. Vero perché alcuni episodi narrati fanno parte di racconti che spesso ho ascoltato dalla voce delle mie nonne. Viscerale perché le emozioni di queste due bambine ti arrivano in maniera empatica.

Bimbe che devono lottare contro genitori che l’estrema misera porta a gesti irrazionali, genitori che vorrebbero dare di più ai loro figli ma non possono, genitori che cresciuti senza amore non riescono a darlo ai loro bambini.

Bimbe che a loro modo non ci stanno ad essere considerate inferiori solo perché femmine. Bimbe che lotteranno per la propria indipendenza.

L’Amica Geniale è una sorta di manifesto dell’emancipazione femminile, ma è anche la storia di un’amicizia.

Un’ amicizia quella fra Lila e Lenù fatta di grande complicità, ma anche rivalità. La ragazzina che agli occhi di tutti sembra essere la più forte e la più determinata, Lila è in realtà la più fragile. Mentre Elena, per tutti Lenù, così calma e mansueta sarà quella che colpirà tutti con il suo coraggio.

La vicenda delle due giovani protagoniste è inserita in una Napoli caratterizzata da un carosello di personaggi che rimanda alla storia della città e in un certo senso alla storia dell’intero paese.

Non avendo letto il libro non posso fare il confronto, ma devo dire che sia l’interpretazione delle due piccole protagoniste sia la scenografia, i costumi e la sceneggiatura sono davvero straordinari.

E voi cosa ne pensate. Avete visto la serie ieri sera. Chi di voi ha letto libro e mi può dire la sua sul confronto? Aspetto i vostri commenti.

 

SULLA NOSTRA PELLE

Quella di Stefano Cucchi è una di quelle storie che ti lasciano l’amaro in bocca semplicemente leggendole sui giornali. Se poi da quella cronaca ne viene fuori un film, e che film, inizi a riflettere su tante cose.

Sulla mia Pelle è il film diretto da Alessio Cremonini e racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. La pellicola è stata presentata durante l’ultima edizione del festival del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Prodotto e distribuito dalla piattaforma Netflix e proiettato in tutte le sale cinematografiche, Sulla mia Pelle, è la lettura di un episodio di cronaca fatta per immagini.

Il regista ha raccontato la vicenda in maniera così obiettiva che spetta allo spettatore trarre le proprie riflessioni. Manca la scena del pestaggio, ma il regista c’è la lascia immaginare dietro la porta della stanza n 0063 della caserma dei carabinieri. L’intero ritmo della narrazione è scandito dal rumore delle chiavi che aprano le varie celle di sicurezza.

A mio avviso Cremonini con questo film fa quello che Truman Capote ha fatto con A Sangue Freddo.

Tutti avevamo la convinzione di conoscere la storia di Stefano, in realtà ignoravamo la sua lenta agonia, il suo dolore, la sua immensa solitudine. Senso di smarrimento e disperazione che il ragazzo manifesta nel momento in cui decide di non chiedere aiuto e di rifiutare le cure mediche.

Stefano non è stato ucciso soltanto dalle botte di chi ha abusato della divisa che indossava, è stato ucciso dall’indifferenza di un sistema che invece di aiutarlo si è girato dall’altra parte.

Inizi a capire che la prima causa dell’arretratezza italiana è la burocrazia. Un sistema il cui unico scopo è quello di attanagliare il cittadino in una morsa. Burocrazia che fa da collante ad un sistema giudiziario e penitenziario allucinante.

Bravissimi gli attori, primo fra tutti Alessandro Borghi, che si è spogliato dei suoi panni per rivestirsi completamente con quelli di Stefano, imitandone la voce e perdendo 10 chili. Bravi anche Jasmine Trinca e Max Tortora, rispettivamente Ilaria e Giovanni Cucchi, sorella e padre di Stefano. Bravi ad interpretare con delicatezza la storia di una famiglia che ha lottato con tutte le sue forze per la verità. La sceneggiatura è stata realizzata attraverso i verbali giudiziari.

Il film non è la santificazione di Stefano è il racconto di un fallimento da parte dello Stato. E dobbiamo ricordare bene che lo Stato siamo noi, quindi credo che dovremmo riflettere che quello che è successo è una nostra responsabilità.

Dovremmo immaginare sulla nostra pelle quello che è successo a Stefano, perché in fondo era un ragazzo come tanti, che aveva smarrito la via e forse aveva solo bisogno che qualcuno gli tendesse una mano.

È un film che consiglio vivamente a tutti.

 

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