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Le Ragazze di Rai 3

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La domenica sera su Rai 3 c’è un bel programma, o meglio un programma racconto che attraverso una serie di interviste a donne famose e a donne comuni ci narra la storia del nostro paese.

Le Ragazze è un programma realizzato dalla casa di produzione Pesci Combattenti, nasce come spin off del programma Le Ragazze del 46 e Le Ragazze del 68, il primo nato per omaggiare il 70° anniversario del suffragio femminile, il secondo per ricordare il movimento studentesco italiano.

Le Ragazze attraverso interviste e testimonianze a donne di diversa provenienza, estrazione sociale e istruzione ripercorre episodi salienti della storia italiana del secondo novecento. Ogni intervista è doppia e riguarda due donne che sono state ventenni in un determinato decennio, di norma una delle due è un volto famoso, la seconda è una donna comune.

Ogni episodio è così strutturato: vi è l’intervista ad una ragazza degli anni 40, una ragazza che nel bene o nel male ha dovuto affrontare il dramma della guerra, poi si passa all’intervista delle ragazze degli anni 60 o 70 nel primo blocco e le ragazze degli anni 80 o 90 nel secondo, chiude la puntata l’intervista ad una ragazza di vent’anni di oggi che rappresenta le ragazze del nuovo millennio.

Da questi racconti e dai ricordi delle protagoniste, ricordi per lo più in bianco e nero, emerge la storia di un paese straordinario, una storia fatta soprattutto di donne che hanno lottato per la propria libertà e per i propri diritti.

È il racconto dell’Italia del secondo dopo guerra, è l’Italia delle proteste, della lotta per il referendum per il divorzio e per l’aborto, è l’Italia degli anni 80, dei paninari e della Milano da bere, e l’Italia delle stragi del 1992.

Protagoniste e testimoni di tutto ciò nomi noti come quello di Sultan Razon Veronesi, Tina Montinari, Antonia Dell’Atte, Lidia Ravera, Simonetta Agnello Hornby, Luciana Castellina, Piera degli Esposti, Angela Buttiglione, Eleonora Brown, Elena Cattaneo, Suor Paola e insieme a loro donne comuni, che potrebbero essere le nostre nonne o le nostre madri, insegnanti, contadine, femministe, avvocati o medici, ma tutte testimoni di decenni che hanno segnato nel bene o nel male il nostro paese.

Mi hanno profondamente colpito le testimonianze delle ragazze degli anni 60 e 70 ragazze che hanno dovuto lottare faticosamente anche solo per essere riconosciute come individui con diritti e doveri. A loro si collegano le ragazze degli anni 90, che sarebbero potute essere più spensierate delle loro mamme, ma queste ragazze saranno fortemente colpite dalle stragi siciliane del 1992, fatti che le condurranno anche nel loro piccolo a fare scelte che stravolgeranno la loro vita anche per il bene della collettività.

Certo è che le ragazze del nuovo millennio hanno qualche difficoltà a tenere testa a chi le ha precedute, ma sicuramente anche loro saranno un giorno testimoni del loro decennio.

Il tutto è sapientemente introdotto e condotto da Gloria Guida. Che a modo suo è stata una ragazza del suo decennio e icona immortale del cinema italiano.

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Pirandello, un evergreen

Lo scorso fine settimana si è aperta ufficialmente la nuova stagione al Teatro Vittorio Emanuele di Messina.

Apertura che ha visto in scena la commedia di Luigi Pirandello Pensaci Giacomino con il bravissimo Leo Gullotta e la lettura drammaturgica di Fabio Grossi. Diretta da Matteo Pappalardo per la sezione musica e Simona Celi Zanetti per la prosa.

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La storia ha come protagonista il professore di storia naturale Agostino Toti, interpretato da Leo Gullotta, che ormai stanco e invecchiato teme di morire di solitudine. Decide allora di fare un atto di bene e di aiutare Lillina la figlia dei bidelli della scuola dove insegna. La ragazza, infatti è incinta di un giovane, Giacomino Delisi, il ragazzo senza arte e ne parte non sa come provvedere alla giovane e al bambino, motivo per il quale è osteggiato dai genitori di lei. Il buon professor Toti decide di prendere in moglie la ragazza, rendendola così unica erede dei suoi beni quando lui non ci sarà più, inoltre riesce a trovare un lavoro in banca a Giacomino, al quale inoltre dà il permesso di recarsi a trovare Lillina e il bambino in casa loro. La cosa scatena il putiferio in paese. Le famiglie dei giovani non accettano che la gente sparli di questa situazione e continuano a fare pressione sullo stanco professore affinché cambi atteggiamento. Pressioni che saranno rappresentate da un inquietante parroco, il reverendo Landolina.

Ma Agostino Toti se ne infischia di quello che dice la gente e fa di tutto affinché il suo gesto caritatevole nei confronti di Giacomino non sia vano.

L’intera narrazione si basa sul gioco delle maschere, molto caro a Pirandello, ognuno di noi vive indossando una maschera per compiacere gli altri ed essere accettato dalla società e dalle sue regole, questo conduce gli individui a vivere una commedia giornaliera reale dai tratti drammatici che spesso si conclude con la sconfitta dell’individuo.

In questo caso abbiamo a che fare con la maschera dell’ipocrisia indossata dai genitori di Lillina, dalla sorella di Giacomino e dal reverendo Landolina, ai quali importa solo quello che pensa la gente. Agostino Toti rappresenta colui che cerca di rompere un sistema fatto di pettegolezzi, invidie e invadenza da parte della gente comune, tutte cose queste magistralmente rappresentate nella scenografia di Angela Gallaro Goracci.

Bravo come sempre Leo Gullotta e ottima la scelta di Pirandello le cui opere sono sempre attuali. In Pensaci Giacomino oltre all’idea di rompere i dettami di ipocrisia della società, viene messa in luce l’immagine dell’insegnate che cerca di aiutare i giovani, ruolo che in realtà viene deriso e considerato inutile dalla società, un po’ quello che avviene oggi nella scuola italiana.

A voi piace Pirandello? Avete un’opera preferita di questo straordinario scrittore siciliano premio Nobel per la letteratura?

Scrivetemelo nei commenti.

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Questa foto ritrae il soffitto del Teatro Vittorio Emanuele di Messina. Dipinto realizzato da Renato Guttuso e rappresenta la leggenda di Colapesce.

P.S.

Le foto di questo post le ho fatte io, Lucia.

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STREET FOOD- CAPITOLO SECONDO

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Per noi siciliani il cibo è il collante delle relazioni affettive. È nostra abitudine scambiarci opinioni o semplicemente raccontarci le nostre vite quasi sempre attorno ad una tavola imbandita. Se un parente o un amico è ammalato siamo soliti andare a fargli visita portando in dono del cibo, la stessa cosa avviene durante i lutti, abbiamo l’impressione che l’abbondanza di cibo possa colmare la perdita della persona cara. Le delusioni d’amore si curano con succulenti pietanze ipercaloriche e se hai un problema occorre mangiarci sopra per trovare una soluzione. Per non parlare poi del pranzo della domenica meglio ancora se dalla nonna una vera e propria istituzione perché è l’unico momento della settimana in cui tutta la famiglia si riunisce e quando dico tutta la famiglia sono compresi anche i cugini di terzo grado e solitamente iniziamo già dal martedì a pensare cosa cucinare la domenica, insomma se c’è una cosa che a noi siciliani riesce alla grande è mangiare e i messinesi non fanno eccezione. Se poi questo cibo è il cibo di strada meglio ancora.

In questi giorni a Messina sta avendo luogo la seconda edizione del festival dello Street Food, dove le nostre tradizioni enogastronomiche sono le protagoniste in un palcoscenico che vede Messina e la sua piazza Cairoli tornare indietro nel tempo, a quando la nostra città era il centro economico dello Stretto.

Città che ha risposto, anche quest’anno, con entusiasmo all’iniziativa comunale curata da Confconmercio. Nei quaranta stand dislocati lungo la piazza è possibile visitare attraverso l’olfatto, la vista e soprattutto il gusto tutto ciò che di buono c’è in terra di trinacria. Arancini, pidoni, focacce, il cuoppo di pesce fritto, stighiole, taiuni, le braciolettine di carne e di pesce, il pane cunsato e il panino con la salsiccia, tutto rigorosamente made in Messina.

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Misto fritto di pesce

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E dalla provincia sono arrivate l’eccellenze slow food dal parco dei Nebrodi. Andando fuori dai confini messinesi c’erano i palermitani con il loro panino con la meusa e i catanesi e il loro pistacchio di Bronte e uno straordinario panino con polpo arrostito sulla pietra lavica dell’Etna. Quest’anno erano presenti anche altre regioni d’ Italia quali l’Abruzzo con i suoi arrosticini, la Campania con la pizza fritta, la Toscana con il Lampredotto e la Puglia con le sue bombette.

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Panino con porchette di suino nero dei Nebrodi e cipolla caramellata
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Bombette Pugliesi
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Panino con il Lambredotto

Per non farci mancare niente, l’invito è stato esteso anche agli stranieri, presente il cibo di strada giapponese e messicano. Altra novità, molto fortunata, è che gli stand sono aperti anche a pranzo.

Tanti, anche quest’anno, gli show cooking, il cui ricavato andrà in beneficenza ad onlus cittadine che si occupano di ricerca scientifica.

Un viaggio attraverso i sapori del nostro paese, un viaggio che attraverso il cibo ti fa conoscere usi, costumi e territori diversi, ma che ti aiuta anche a conoscere quelle che sono le tradizioni della tua terra.

Una festa per le famiglie che è divenuta una festa per un’intera città, una città che si è ritrovata attorno ad un buon bicchiere di birra e ai profumi che fanno parte della sua storia e dei suoi ricordi, che sanno di pranzi della domenica, di Natale, di giochi di bambini sul sagrato della cattedrale normanna, di fiere campionarie, di feste da ballo sulla spiaggia di Mortelle e di processioni di Madonne, in una cartolina in bianco e nero che ci ricorda com’era Messina e come potrebbe ancora essere.

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Le foto di questo post sono state realizzate da Lucia Cacciola.
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PRIMA CHE LA NOTTE

LO SPIRITO DEL GIORNALISMO LIBERO

Ieri sera la RAI per ricordare la giornata della legalità e la strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti di scorta ha mandato in onda il film PRIMA CHE LA NOTTE, diretto da Daniele Vicari e prodotto da RAI FICTION insieme a Fulvio e Paola Lucisano.

La pellicola racconta la vita del giornalista, scrittore drammaturgo e sceneggiatore, Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984.

Fava ritorna nella sua città natale nel 1980 dopo una lunga permanenza romana dove si è fatto notare soprattutto come sceneggiatore. Rientra nel capoluogo etneo con l’obiettivo di dar vita ad una nuova testata giornalistica che potesse davvero raccontare la vera Catania. Ma il suo ritorno è anche un motivo per ricucire il legame con i figli Claudio ed Elena ormai adulti. Alla redazione del Giornale del Mezzogiorno, Fava, mette insieme un gruppo di giovani giornalisti ai quali si unirà suo figlio Claudio. A questi ragazzi insegna l’amore verso questo straordinario mestiere e il divertimento. Sosteneva che un bravo giornalista deve innanzitutto divertirsi. Divertirsi nello scovare le notizie, divertirsi nello scrivere, divertirsi nel fare domande scomode. E di articoli scomodi Pippo Fava ne farà abbastanza, diretti soprattutto al clan dei Santapaola. Cosa che indurrà il suo editore a licenziarlo.

Fava era un sostenitore della libertà di stampa in un editoriale scrisse “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

Dopo il licenziamento fonda una rivista indipendente I SICILIANI, dalle cui pagine partiranno importanti inchieste che sveleranno i legami occulti fra politica siciliana e Cosa Nostra, inchieste che saranno la sua condanna a morte.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo scritto da Claudio Fava e Michele Gambino (che hai tempi fu uno di quei giovani cronisti della redazione di Fava). Alla stesura della sceneggiatura si sono aggiunti Monica Zapelli che insieme a Claudio scrisse la sceneggiatura dei CENTO PASSI e il regista Daniele Vicari. Quest’ultimo famoso per aver diretto il film DIAZ-NON LAVATE QUESTO SANGUE, sui tristi fatti del G8 di Genova.

Regista cinematografico che si è prestato alla tv per raccontare in maniera diretta la storia di un giornalista che si è sempre battuto per la libertà di stampa e per la libertà intellettuale. Per Giuseppe Fava senza libertà non poteva esserci dignità per l’individuo.

Bravissimo Roberto Gifuni che con un quasi perfetto accento catanese, si è calato nei panni di questo giornalista con giacca di pelle e Ray Ban in maniera magistrale. Al suo fianco Dario Aita nei panni di Claudio e Lorenza Indovina in quelli della ex moglie Lina. La storia di Giuseppe Fava però no né solo la storia di un giornalista che non ha avuto paura della verità, è anche la storia di un padre e di un figlio che si sono ritrovati. Di un figlio che ha fatto di tutto per tenere vivo il ricordo del padre.

La vicenda di Pippo Fava, la sua lotta per la libertà di stampa e le sue inchieste contro la mafia ci rimandano ad alcuni giornalisti di oggi, Paolo Borrometi e Federica Angeli fra tutti, che con coraggio hanno sfidato la criminalità organizzata con quello stesso strumento così caro a Pippo, la scrittura.

Un bel film, che se non avete visto, merita davvero.

 

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LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE CAPITOLO 2

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Ieri sera la famiglia Giammarresi è tornata a farci compagnia, con il suo carico di amore, coraggio, ironia e lotta alla legalità. In questa seconda stagione il piccolo Salvatore e i suoi genitori sono determinati a realizzare quel sogno di avere una vita normale nella loro Palermo. Sogno che era stato quasi distrutto alla fine della prima serie quando i Giammarresi avevano deciso di fuggire dalla Sicilia per paura della ritorsione mafiosa in seguito alla testimonianza resa da Lorenzo sull’omicidio del capo della squadra mobile Boris Giuliano. Sarà il piccolo Salvatore con il suo coraggio a convincere la famiglia a tornare indietro e cercare di costruire nelle loro Palermo qualcosa di bello, affinché Palermo non sia solo un palcoscenico di morte e paura.

Arriviamo così a ieri sera, settembre 1979, i Giammarresi vanno avanti con la loro vita. Salvatore inizia le scuole medie sempre più innamorato di Alice, Pia ottiene la tanto agognata cattedra, Angela si gode il suo Marco, Massimo cerca in tutti i modi di abbracciare una vita onesta e Lorenzo che fatica a non pensare alla ritorsione mafiosa, riesce a vedere il suo futuro e quello della sua famiglia in un’ottica positiva grazie anche all’incontro con il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella.

Ma il settembre del 1979 è il mese in cui inizia la più spietata guerra di mafia, guerra che vedrà contrapposti da un lato i palermitani e da un lato i corleonesi di Totò Riina. Guerra che toccherà tutti, soprattutto gli uomini delle istituzioni come il presidente Mattarella.

Nel cast ritroviamo Claudio Gioè nel ruolo di Lorenzo, Anna Foglietta in quello di Pia, Massimo ha il volto di Francesco Scianna, il piccolo Salvatore è Edoardo Buscetta, Angela è Angela Curi e Nino Frassica nel ruolo di Fra Giacinto.

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Voce narrante, come già nella prima serie, la voce di Pif, che racconta gli avvenimenti della famiglia Giammarresi e della città di Palermo attraverso gli occhi del piccolo Salvatore. Tecnica di racconto narrativo che Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ha già utilizzato nell’omonimo film da cui è tratta la serie televisiva. Ma se nel film la sceneggiatura e regia erano state guidate dal giovane regista siciliano ex iena e testimone, qui la scrittura è affidata a Michele Astori, Stefano Bises e Michele Pellegrini, la direzione è di Luca Ribuoli e la produzione di Rai Fiction-Wildside.

Ciò che accomuna i due lavori è l’ironia e la maniera dissacrante in cui viene raccontata la mafia.

Una mafia che viene ridicolizzata, dove Totò Riina balbetta e non riesce a parlare in lingua italiana o dove Buscetta viene descritto come una sorta di dandy molto rustico, avvezzo solo a estetisti e stilisti.

Un’ironia che ti fa morire da ridere, ma che allo allo stesso tempo ti fa riflettere e pensare su quella che è stata una delle pagine più sanguinaria della storia italiana recente.

È il racconto vero e sincero di uomini e di donne che hanno fatto il loro dovere così bene fino a morirne. Ma è anche il racconto di siciliani comuni, di siciliani onesti che hanno fatto di tutto per non essere risucchiati da un sistema mafioso e corrotto.

Pif ha dichiarato: “Questa serie è quell’esame di coscienza che non ci siamo mai fatti. La famiglia Giammarresi siamo noi, non solo palermitani, ma noi italiani, con tutti i nostri difetti, compromessi, ambizioni, contraddizioni.”

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NATALE IN RIVA ALLO STRETTO

Metti lo Ionio che incontra il Tirreno, metti il vento di tramontana che dal porto vecchio risale lungo la via I Settembre e arriva a piazza Duomo per poi perdersi lungo il corso Cavour e via XIV maggio. Metti quella gelida ma ringenerante brezza marina che caratterizza solitamente quasi sempre gli ultimi giorni di dicembre donando a Messina quella tipica atmosfera natalizia.

Metti la piazza principale della città addobbata come non mai con un grande albero colorato, una ruota panoramica e una pista di pattinaggio sul ghiaccio per i più piccini. Stelle di natale, candele e lanterne, il suono delle zampogne (versione siciliana della cornamusa) che intonano i tradizionali canti natalizi, il tutto per ricreare quella magica atmosfera che ogni anno il Natale porta con sé. Atmosfera che ha il potere di rasserenare ognuno di noi, riesce a cacciare lo stress e i brutti pensieri regalandoci la voglia di stare insieme attorno ad una tavola imbandita condividendo il tutto con chi ci è più caro.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da me Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv  per le vie di Messina.

Metti la via dello shopping gremita di gente per l’acquisto degli ultimi regali, metti i preparativi per il cenone del 24 e il pranzo del 25 e la passeggiata lungo il lungomare per smaltire tutto quello che si è mangiato e metti il porto con le navi traghetto, il faro con la Madonnina, le luci della costa calabrese e quel senso di pace che solo il suggestivo panorama dello stretto sa dare. DSC05262

Il giorno della vigilia la tradizione messinese vuole l’astinenza dalle carni, la ghiotta di pesce stocco e le focacce la fanno da padrona durante il cenone. In ogni parrocchia gli altari sono arricchiti con la tradizionale Cona, (si colloca Gesù Bambino sotto l’altare circondandolo dei frutti della terra o con altri doni che i fedeli vogliono donare), per accogliere la nascita di nostro signore. DSC05278

Dopo la messa di mezzanotte tutti a casa a scartare i regali e poi a letto. Il giorno dopo ti svegli con il profumo del ragù di maiale e la pasta fresca appena stesa da tua madre lasciata ad asciugare sul tavolo della cucina. La legna che brucia dentro il camino e i tuoi parenti che iniziano ad arrivare per il tradizionale pranzo, quei parenti che si sono un po’ rompiscatole e impiccioni, ma fanno pur parte della tua famiglia, senza la quale saresti persa. Cibo e brindisi, panettoni e frutta fresca, cannoli e passito, chiacchiere e risate. Infondo Natale è l’unico periodo dell’anno in cui si sta veramente insieme, in cui forte è il senso della famiglia e degli affetti, senza dimenticare che si festeggia la venuta al mondo di un bambino che noi tutti dovremmo accogliere nel nostro cuore sforzandoci di essere nel nostro piccolo persone migliori. DSC05273

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CHE COSA TI HANNO PORTATO I MORTICINI?

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Questa foto l’ho scattata io presso il Cimitero Monumentale di Messina.

Da diversi anni ormai la festa di OGNI SANTI è stata sostituita dalla consumistica, americana e io aggiungerei odiosa festa di Halloween.

Festa di origine pagana che trova la sua genesi nella festa in onore dei defunti presso gli antichi romani o nei festeggiamenti del capodanno celtico. In molte comunità pagane il 31 ottobre era l’ultimo dell’anno che coincideva con feste dove si celebrava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Nel’840 papa Gregorio IV decise di cancellare definitivamente questo rito pagano sostituendolo con la festa di OGNI SANTI e con LA COMMEMORAZIONE DEI CARI DEFUNTI, cadenti rispettivamente il 1 e 2 novembre. Ma gli Irlandesi si sa sono teste dure e fregandosene di Santa Romana Chiesa hanno continuato il loro Halloween. Festa che nella seconda metà dell’ottocento hanno portato con loro negli Stati Uniti.

La parola Halloween deriva dall’antico inglese ALL HALLOWS’EVE che tradotto significa NOTTE DI TUTTI GLI SPIRITI SACRI, per alcuni studiosi invece le origini del nome sono da rintracciare nella leggenda di Jack O’Lantern che fu condannato dal diavolo a vagare per il mondo di notte alla sola luce di una zucca scavata contenente una candela, poiché in inglese scavare si dice TO HOLLOW da qui il nome Halloween. E sempre da qui il manifestarsi già a metà di ottobre di inquietanti zucche intagliate che cercano di nobilitare un ortaggio che nobile non è, come dice mio padre “falla come vuoi sempre cucuzza è”. Altra cosa fastidiosa di questa festa è il rito dei bambini mascherati da zombi che bussano di porta in porta chiedendo DOLCETTO O SCHERZETTO?

Da italiana e da siciliana ritengo che dovremmo riappropriarci di quella che è la nostra storia, la nostra cultura. Nella mia Sicilia la festa di OGNI SANTI è una ricorrenza molto sentita fatta di vecchi riti e antichi sapori. La tradizione vuole che nella notte fra il 1 e 2 novembre gli spiriti dei cari defunti visitino le loro famiglie lasciando doni ai bambini. Un tempo questi doni altro non erano che cestini ricolmi di frutta candita, frutta martorana, di particolari biscotti di mandorla chiamati le ossa dei morti e i pupi di zucchero. Dolciumi ancora presenti nelle case dei siciliani in questo periodo.

Col tempo, grazie anche al benessere economico, i regali portati dai defunti hanno assunto le sembianze di giocattoli o capi d’abbigliamento. Ricordo ancora il mio entusiasmo di bambina quando mi svegliavo la mattina del 2 novembre e ai piedi del mio lettino trovavo quel gioco tanto desiderato o un grazioso maglioncino, segno che mi ero comportata bene e i miei nonni che non ho mai conosciuto avevano esaudito i miei desideri. Tutta la famiglia poi si recava al cimitero per ringraziare quelli che in dialetto sono chiamati I MOTTICEDDI. E il giorno dopo a scuola la domanda più frequente fra i bambini era “Che cosa ti hanno portato i morticini?” comparando così i vari regali un po’ come si fa con Babbo Natale o la Befana.

Se Halloween è una festa basata sulla paura della morte, la festa di OGNI SANTI in Sicilia è il contrario, è un momento in cui si spiega ai bambini che non occorre avere paura dei morti, persone care che nel giorno della loro commemorazione ritornano al nostro cuore per ricordarci che la vita è un bellissimo dono che non va sprecato. Per non parlare dei bellissimi colori che la stagione autunnale regala all’isola. Dimenticatevi di zucche, di spaventapasseri e immaginatevi il profumo delle caldarroste e le bellissime gradazioni d’arancio che caratterizzano le foglie della vite, la buccia dei cachi e dei fichi d’india, in un tripudio di colori e gioia che contraddistingue le feste religiose siciliane dalle altre manifestazioni folkloristiche italiane.

Ma che cos’è una festa religiosa in Sicilia?  A questa domanda una volta Leonardo Sciascia rispose “Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa. È innanzitutto un’esplosione esistenziale……. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.”

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Anche questa foto l’ho scattata io.
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MuMe

LA RINASCITA DI UNA CITTA’

E’ noto ormai a tutti che noi siciliani ce la prendiamo comoda per svolgere qualsiasi tipo di attività, non fanno eccezione i messinesi che hanno impiegato 33 anni per aprire il nuovo polo museale.

Il nuovo Museo Regionale di Messina ribattezzato il MuMe (nome un tantino di ispirazione newyorkese) è stato inaugurato sabato 17 giugno alla presenza del ministro degli esteri Angelino Alfano, del governatore della Sicilia Crocetta, del presidente dell’ARS Ardizzone e del sindaco Renato Accorinti. Per l’occasione si è deciso di concedere l’ingresso gratuito ai cittadini dalle 20 alle 22.30. Cittadini che hanno risposto con entusiasmo all’iniziativa e in un’atmosfera degna da una notte al museo, i messinesi si sono riappropriati del loro passato.

Il MuMe infatti custodisce ben 27 secoli di storia di Messina, storia di cui per troppo tempo i messinesi sono stati privati. La struttura architettonica iniziata nel 1984, che sorge nell’area dell’ex monastero di S. Salvatore dei Greci, venne consegnata nel 1995, ma a causa di un cavillo burocratico la sua inaugurazione venne sempre rimandata. Negli ultimi anni molto è stato fatto dalla direttrice Caterina Di Giacomo, che lavorando con sinergia col nuovo assessore ai beni culturali della regione, il messinese Carlo Vermiglio, è riuscita a restituire il museo alla città. I 750 capolavori salvati dal terremoto del 28 dicembre 1908 sono distribuiti su una superficie di 4700 metri quadrati suddivisa in due piani, nell’area verde esterna troviamo invece i reperti architettonici recuperati dalle macerie e nel seminterrato la biblioteca per un totale di 17.000 metri quadrati che fanno del MuMe uno dei musei più grandi del sud d’Italia.

Il percorso storico-artistico va dal  medioevo moderno fino ai primi anni del 900, l’allestimento è bellissimo e valorizza le opere in tutta la loro bellezza. Si inizia con le iscrizioni arabo normanne che avviano il percorso per poi passare ai capitelli del Duomo e ai mosaici trecenteschi.

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IGNOTO BIZANTINO, MADONNA IN TRONO CON BAMBINO

 

 

Da qui si passa alla grande sala Alibrandesca che dà l’accesso alla sezione dedicata ai fiamminghi, qui una delle tre punte di diamante del museo Il Polittico di San Gregorio di ANTONELLO DA MESSINA.

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Nella stessa sala troviamo anche LA CONCA DI GANDOLFO del 1135 e la bellissima MADONNA DEGLI STORPI. Da qui si passa ad una galleria più piccola che dà su un ampio salone dove al centro della scena c’è lui IL NETTUNO del MONTORSOLI.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv

Vi racconto una curiosità su questa statua che fa parte di uno dei monumenti simbolo della città. La splendida fontana del Nettuno che oggi è possibile visitare lungo il viale della libertà è solo una copia del bellissimo monumento realizzato dal Montorsoli, prima del devastante evento il monumento era collocato lungo la cortina del porto e il Nettuno dava le spalle al mare e con la mano protesa in avanti dava l’impressione di incitare le acque ad invadere la città. La cosa purtroppo accadde veramente in quanto dopo la scossa di magnitudo 7.8 della scala Richter si scatenò un terribile tsunami che provocò un’onda alta 12 metri che investì la città. Nel 1935 anno cruciale della ricostruzione si pensò di collocare di nuovo la fontana del Nettuno, ma con questi che dava le spalle alla città e con quel gesto della mano questa volta a fermare le acque quasi a protezione di Messina.

Si arriva poi agli splendidi capolavori di CARAVAGGIO, L’ADORAZIONE DEI PASTORI e LA RESUREZZIONE DI LAZZARO

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L’ADORAZIONE DEI PASTORI

 

 

Da qui si passa alla sala della CARROZZA SENATORIA per finire al sorprendente 800 di Aloysio Juvara nipote di Filippo ed agli ultimi dipinti a ridosso del terremoto.

L’apertura di questo nuovo polo museale è stata vista da molti come la volontà di un’intera cittadinanza a rinascere. Volontà di scrollarsi di dosso anni di grigiume per proiettarsi in una nuova fase dove i cittadini possano diventare gli artefici del proprio destino. Una comunità che fa i conti con il proprio passato è una comunità destinata a vivere un ottimo presente e uno splendido futuro.

 

 

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L’ORA LEGALE

Che cos’è la legalità? O meglio che cos’è la legalità per noi Italiani? Su questa domanda è costruito il nuovo film di FICARRA e PICONE, L’ORA LEGALE.

Siamo in una ridente cittadina siciliana afflitta, purtroppo, da tutta una serie di problemi di natura amministrativa quali lo smaltimento dei rifiuti, assenteismo del personale del pubblico impiego, buche sul manto stradale, grossi problemi alla circolazione ecc. Stanchi di questa situazione i cittadini decidono che sia ora di cambiare, per tanto sfruttano le elezioni comunali per eleggere un nuovo sindaco, Pierpaolo Natoli, che fin dal primo momento si dimostra totalmente diverso dal suo predecessore, Gaetano Patanè, alta espressione della mala politica. A questo punto entrano in gioco Salvo e Valentino, cognati del nuovo sindaco, di cui ne garantiscono la più totale integrità morale. Infatti il sindaco Natoli, per prima cosa invia ad ogni singolo abitante la tassa dei rifiuti aggiornata e corretta, in quanto accortosi che buona parte dei cittadini aveva dichiarato di avere immobili con metri quadri inferiori rispetto alla realtà proprio per evadere il fisco. Rientrano in pieno regime lavorativo anche il corpo dei vigili urbani, fino a quel momento latitanti, il cui compito sarà quello di multare tutti coloro che non rispettano le regole. Stessa sorte al corpo forestale. Ciliegina sulla torta l’introduzione della raccolta differenziata.

In pochissimo tempo Natoli realizza quel cambiamento che i cittadini da anni aspettavano. Ma siamo sicuri che i cittadini erano predisposti a questo cambiamento? Siamo sicuri che i cittadini vogliano davvero persone oneste che li amministrino?

In città scoppia la rivolta, nessuno vuole più Natoli come sindaco. Salvo e Valentino si ritrovano così a combattere contro un’intera comunità, capitanata dal parroco Don Raffaele (interpretato magistralmente da Leo Gullotta) che li considera i diretti responsabili dell’elezione di Natoli.

Ben presto però anche Salvo e Valentino dovranno dar ragione a Don Raffaele e agli altri nel momento in cui il sindaco/cognato chiuderà il loro chiosco bar perché ritenuto abusivo e metterà i sigilli all’industria petrolchimica presente in città lasciando buona parte dei cittadini senza lavoro. Salvo e Valentino a questo punto da capro espiatorio diventano i paladini della situazione. Alla fine Natoli si dimette, ritorna Patanè e tutto torna come prima.

Con la loro disarmante ironia, Ficarra e Picone, realizzano un quadro divertente ma molto realistico della società italiana, prendendo a modello la Sicilia, i cui abitanti sono i primi a lamentarsi del sistema Italia e i primi a urlare al cambiamento. Ma questo cambiamento comporta delle rinunce, siamo disposti a rinunciare ai nostri privilegi e al nostro mal costume per migliorare la nostra società? Siamo disposti a diventare cittadini onesti per favorire il bene comune a discapito del nostro bene individuale? Siamo disposti a cambiare prima noi stessi per poi cambiare questo paese?

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