I Moschettieri del re

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L’ultimo film scritto e diretto da Giovanni Veronesi, I Moschettieri del Re- La penultima missione, è un modo piacevole per trascorrere due ore in pieno divertimento.

Si ride dall’inizio alla fine e ti dimentichi del lavoro, della famiglia e di ogni sorta di problema.

Siamo in una fantasiosa Francia del 1650 o suppergiù, la regina Anna usurpata nel suo ruolo di comando dal terribile cardinale Mazzarino, va alla ricerca dei famosi moschettieri per assegnare loro una difficile e segreta missione. Ma le speciali guardie reali le cui gesta erano diventate leggenda si presentano al cospetto della regina con un aspetto assai invecchiato e trasandato: D’Artagnan fa il maialaro e si esprime con uno strano linguaggio, Athos è affetto da diversi disturbi fisici causati da eccessi e dallo scorrere del tempo, Aramìs ha abbracciato la vita religiosa e non si ricorda neanche come si impugna un’arma e poi c’è Porthos che triste e infelice si è dato alla depressione più profonda.

La convocazione della regina sprona i quattro e rivivere le glorie e i divertimenti di gioventù e seppur vecchi e rincoglioniti accettano di buon grado di aiutare la sovrana.

La loro missione sarà costellata da equivoci ed errori comico/esilaranti, ma a dispetto dei pronostici i nostri quattro moschettieri riusciranno nel loro intento.

Quattro moschettieri che hanno il volto di quattro bravi attori italiani molto apprezzati dal pubblico. D’Artagnan ha il volto di Pierfrancesco Favino, Athos di Rocco Papaleo, Aramìs è Sergio Rubini, mentre Porthos è Valerio Mastrandrea.

Attori che hanno molto personalizzato i personaggi che interpretano senza la cui bravura il film sarebbe risultato la solita sempliciotta commedia all’italiana.

Basti pensare che Papaleo, Rubini e Mastrandrea recitano con i loro dialetti e Favino si esprime in una sorta di francese italianizzato sgrammaticato.

Ma anche il resto del cast non è da meno: la regina Anna è interpretata da Margherita Buy, il cardinale Mazzarino da Alessandro Haber, Valeria Solarino nei panni di una giovane rivoluzionaria e poi c’è Matilde Gioli che interpreta la dama di compagnia della regina che insieme a nostri attempati moschettieri ne combina di tutti i colori.

La storia è liberamente ispirata al romanzo Vent’anni Dopo di Alexander Dumas. L’intento di Genovese era quello di creare una metafora con i tempi odierni e lo fa utilizzando la fantasia disarmante che solo un bambino può avere. Intento che è un po’ fallito in quanto la parte conclusiva del film è un po’ slegata dal resto della narrazione.

Ripeto, il film è riuscito soprattutto grazie al gruppo di attori, che bene o male rappresentano il meglio che il cinema italiano ha da offrire.

Un Piccolo Favore

Stephanie Ward è una giovane mamma single che fa di tutto per essere una buona madre, ha un blog di cucina e la sua vita trascorre in maniera lenta e anonima, fino a quando non fa la conoscenza di Emily.

Emily Nelson è la madre di un compagno di scuola del figlio di Stephanie, i bambini vanno molto d’accordo, così le due donne decidono di prendere un Martini insieme.

Per Stephanie è l’inizio di una nuova amicizia, la donna è totalmente affascinata da Emily così diversa da lei. Emily è sicura di sé, fa le PR per un famoso stilista, abita in una casa favolosa ed ha un guardaroba da far invidia a Chiara Ferragni. Stephanie è tutto l’opposto, timida, impacciata, vive con i soldi dell’assicurazione lasciategli dal suo defunto marito e veste come una ragazzina della terza media.

Le due così diverse diventano amiche per la pelle e quando un giorno Emily chiede a Stephanie un piccolo favore, ovvero di andare a prendere suo figlio a scuola perché lei è oberata dal lavoro, nulla sembra far presagire qualcosa di grave.

Invece Emily scompare misteriosamente e Stephanie inizia le ricerche dell’amica insieme al marito di lei Sean Townsend, scrittore fallito.

In poco tempo Stephanie si ritrova in un intrigo che la condurrà ad essere la protagonista di un vero e proprio mistero. Che fine ha fatto Emily? È suo il cadavere trovato in un lago a chilometri di distanza dal suo ufficio?

Emily non era chi diceva di essere, ma anche la cara e dolce Stephanie ha degli scheletri nell’armadio che sarebbe meglio che restassero tali e poi c’è Sean, marito devoto o assassino?

Questo è quanto posso dirvi di Un piccolo favore, per il resto vi consiglio di andare al cinema, perché è un thriller davvero molto bello. Un thriller che fino alla fine ti tiene col fiato sospeso, anzi ad un certo punto non ho capito più niente, cosa difficile per me che scopro l’assassino quasi sempre a metà narrazione.

Un piccolo favore è tratto dall’omonimo romanzo di Darcy Bell, scritto da Jessica Sharzer e diretto da Paul Feig, vede fra le protagoniste la bellissima Blake Lively nei panni di Emily e Anna Kendrick in quelli di Stephanie.

Il film mette in luce gli aspetti più subdoli dell’animo umano e gioca molto sul concetto che ognuno di noi ha dei segreti e che spesso intrecciamo rapporti d’amicizia solo ed esclusivamente per un nostro tornaconto personale.

Stephanie nella sua ingenuità e dolcezza si rivela una vera e propria detective tanto da decidere di condividere le sue perle investigative nel suo blog fra una ricetta e l’altra, blog per il quale spesso veniva derisa dalle altre mamme ma che in realtà le salverà la vita in tutti i sensi.

L’unica cosa che non mi è piaciuta è la colonna sonora, troppo francese, non c’entra nulla con la storia, ma credo che sia stato desiderio di una delle case produttrici di nazionalità francese. A proposito di case produttrici c’è anche la nostra Rai Cinema.

 

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Dedicato a tutte le ragazze single

In uno ozioso fine settimana pre natalizio, infastidita dall’idea di affrontare la confusione di chi si aggira frettolosamente per le vie della città a caccia di regali, mi sono concessa un po’ di relax casalingo. Decidendo di occupare il mio tempo a fare ordine e sbarazzarmi di tutto quello che non mi serve più o semplicemente legato a ricordi o situazioni che voglio dimenticare. Nel pieno mantra Anno nuovo vita nuova, mi imbatto in una scatola di scarpe che contiene i dvd delle sei stagione di Sex and the City più i due film, non resisto alla tentazione, pertanto i miei buoni propositi vanno a farsi benedire e trascorro il week end a rivedere tutta la serie cult della HBO, con protagonista Sarah Jessica Parker, nei panni dell’indimenticabile Carrie Bradshaw.

Serie prodotta da HBO che lo scorso 6 giugno ha compiuto vent’anni. Serie che ci ha regalato un ritratto assolutamente inedito del mondo femminile. Personalmente vidi la prima serie a 12 anni, questo perché condividevo la stanza con due sorelle maggiori rispettivamente di 26 e 20 anni, naturalmente non ci capii niente. Col tempo diventando più adulta cominciai ad apprezzare le avventure di questa quattro ragazze di New York. Le cui vicende sono tratte dal libro omonimo scritto da Candance Bushnell, libro che ho letto perché innamorata della seria tv ma che mi ha deluso enormemente.

Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte ci hanno introdotto in un mondo sfavillante quello della New York degli anni Novanta fatto di feste, party, Cosmopolitan e Manolo Blanik, ma soprattutto hanno sdoganato alcuni tabù, come l’idea che le donne possano parlare di sesso come gli uomini.

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Ci hanno fatto capire che essere single non vuol dire essere sfigate, ma essere selettive, sexy e divertenti. Carrie ci ha insegnato che la prima relazione importante è con noi stessa. Dobbiamo innanzitutto imparare ad amarci, ad accettarci, dobbiamo fare ciò che ci piace, dobbiamo realizzarci, stare bene e se hai delle amiche strepitose tutto questo è ancora più facile. Ci hanno spiegato che insieme all’amore, l’amicizia è uno di quei valori che ognuno di noi deve coltivare.

Oggi a vent’anni dalla messa in onda di Sex and the City molti lo hanno criticato, definendolo politicamente scorretto, molto materialista e irreale.

Politicamente scorretto perché le protagoniste sono tutte di razza bianca e tutte etero, a mio avviso invece le quattro interpreti incarnavano alla perfezione la donna dell’upper inside di Manhattan degli anni Novanta.

Materialista perché Carrie e le sue amiche erano circondate da oggetti di lusso, ma credetemi nella realtà chi può permettersi determinate cose si comporta allo stesso modo.

Irreale perché è impossibile che una giornalista che cura un’unica rubrica su una rivista riesca a mantenersi come fa Carrie, forse quest’ultima accusa è vera ma non è detto che i giornalisti in America fanno la fame coma in Italia.

Ditemi la verità quante di voi almeno una volta non hanno sognato di essere come Carrie?

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Sex and the City ha segnato un’epoca facendosi portavoce di un nuovo tipo di femminismo, ha presentato alla società occidentale una nuova immagine della donna più indipendente e consapevole.

Indipendenza e consapevolezza che forse oggi abbiamo messo in discussione, autoescludendoci dalla società e lasciando spazio ad un misoginismo estremo.

 

SULLA NOSTRA PELLE

Quella di Stefano Cucchi è una di quelle storie che ti lasciano l’amaro in bocca semplicemente leggendole sui giornali. Se poi da quella cronaca ne viene fuori un film, e che film, inizi a riflettere su tante cose.

Sulla mia Pelle è il film diretto da Alessio Cremonini e racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. La pellicola è stata presentata durante l’ultima edizione del festival del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Prodotto e distribuito dalla piattaforma Netflix e proiettato in tutte le sale cinematografiche, Sulla mia Pelle, è la lettura di un episodio di cronaca fatta per immagini.

Il regista ha raccontato la vicenda in maniera così obiettiva che spetta allo spettatore trarre le proprie riflessioni. Manca la scena del pestaggio, ma il regista c’è la lascia immaginare dietro la porta della stanza n 0063 della caserma dei carabinieri. L’intero ritmo della narrazione è scandito dal rumore delle chiavi che aprano le varie celle di sicurezza.

A mio avviso Cremonini con questo film fa quello che Truman Capote ha fatto con A Sangue Freddo.

Tutti avevamo la convinzione di conoscere la storia di Stefano, in realtà ignoravamo la sua lenta agonia, il suo dolore, la sua immensa solitudine. Senso di smarrimento e disperazione che il ragazzo manifesta nel momento in cui decide di non chiedere aiuto e di rifiutare le cure mediche.

Stefano non è stato ucciso soltanto dalle botte di chi ha abusato della divisa che indossava, è stato ucciso dall’indifferenza di un sistema che invece di aiutarlo si è girato dall’altra parte.

Inizi a capire che la prima causa dell’arretratezza italiana è la burocrazia. Un sistema il cui unico scopo è quello di attanagliare il cittadino in una morsa. Burocrazia che fa da collante ad un sistema giudiziario e penitenziario allucinante.

Bravissimi gli attori, primo fra tutti Alessandro Borghi, che si è spogliato dei suoi panni per rivestirsi completamente con quelli di Stefano, imitandone la voce e perdendo 10 chili. Bravi anche Jasmine Trinca e Max Tortora, rispettivamente Ilaria e Giovanni Cucchi, sorella e padre di Stefano. Bravi ad interpretare con delicatezza la storia di una famiglia che ha lottato con tutte le sue forze per la verità. La sceneggiatura è stata realizzata attraverso i verbali giudiziari.

Il film non è la santificazione di Stefano è il racconto di un fallimento da parte dello Stato. E dobbiamo ricordare bene che lo Stato siamo noi, quindi credo che dovremmo riflettere che quello che è successo è una nostra responsabilità.

Dovremmo immaginare sulla nostra pelle quello che è successo a Stefano, perché in fondo era un ragazzo come tanti, che aveva smarrito la via e forse aveva solo bisogno che qualcuno gli tendesse una mano.

È un film che consiglio vivamente a tutti.

 

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A CASA TUTTI BENE

“Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

Lev Tolstoj

L’incipit di Anna Karenina mi è venuto in mente ieri sera dopo aver visto il nuovo film di Gabriele Muccino, A CASA TUTTI BENE. Il regista romano con questo film torna a quello che è il suo tema preferito, ossia il dramma della sua generazione: uomini adulti che non accettano l’idea di crescere, di assumersi delle responsabilità, alla ricerca disperata di un equilibrio e di quel qualcosa chiamato felicità.

Al centro della vicenda troviamo la famiglia Ristuccia. Alba (Stefania Sandrelli) e Pietro (Ivano Marescotti) sono una coppia di pensionati che ha deciso di trasferirsi su un’isola. In occasione delle nozze d’oro, organizzano un pranzo al quale partecipano figli e nipoti. La coppia ha tre figli: Carlo (Pierfrancesco Favino), Sara (Sabrina Impacciatore) e Paolo (Stefano Accorsi). I primi due gestiscono brillantemente il ristorante di famiglia, la stessa cosa però non si può dire delle loro rispettive famiglie.

Carlo si divide fra due famiglie. Se da un lato la prima moglie Elettra (Valeria Solarino) appare comprensiva e amichevole, la seconda moglie Ginevra (Carolina Crescentini), donna insicura e paranoica, è fonte di guai. Anche Sara, la perfettina della famiglia fa finta di non vedere i continui tradimenti del marito Diego (Giampaolo Morelli). E poi c’è Paolo, l’eterno Peter Pan o l’artista di famiglia dipende da quale prospettiva lo si guardi, che a 42 anni deve ancora capire cosa fare della sua vita.

A loro si aggiungono altri parenti: zia Maria (Sandra Milo) e i suoi due figli Sandro (Massimo Ghini) con la moglie Beatrice (Claudia Gerini) e Riccardo (Gianmarco Tognazzi) con la compagna Luana (Giulia Michelini), su questi personaggi non vi dico niente perché sono le interpretazioni più belle e solo per questo vi consiglio di andare a vedere il film.

Dicevamo che tutti si ritrovano per festeggiare le nozze d’oro di Alba e Pietro. A causa del maltempo però, nessuno può lasciare l’isola e la convivenza forzata porta inevitabilmente al confronto tra i vari membri della famiglia, a volte allegri, a volte drammatici, riaccendendo invidie e gelosie, facendo riemergere paure e questioni mai risolte.

Il film non è né bello e né brutto, Muccino ci ha voluto dare la sua personale visione della famiglia moderna, la trama è un po’ scontata e come sempre accade ormai da un po’ di tempo con i film di Muccino quello che fa la differenza è il cast.

Un cast di primordine che va con la personalizzazione dei personaggi a riempire gli spazzi vuoti di una sceneggiatura non proprio brillante. Come sempre maggiore attenzione è stata riservata ai personaggi maschili, mentre per la prima volta le donne non sono state inserite sotto quella dimensione misogina tipica di Muccino. Sono donne vere, donne forti, donne con insicurezze e fragilità, donne del nostro tempo.

Se L’ULTIMO BACIO raccontava la paura dei trentenni di diventare adulti, A CASA TUTTI BENE parla della paura dei cinquantenni ad avere sprecato la propria esistenza non avendo vissuto realmente la vita. Una generazione che si sente fallita paragonandosi ai propri genitori che sono riusciti a realizzare i propri sogni o semplicemente qualcosa di bello come una famiglia, un qualcosa da cui si scappa sempre ma che alla fine ti risucchia come una calamita.

A casa tutti bene

QUANDO LA LIBERTA’ DI STAMPA E’ DAVVERO LIBERTA’ DI STAMPA

La stampa dev’essere al servizio dei governati, non dei governanti. Con queste parole la corte suprema degli Stati Uniti d’America sancì nel 1971 il diritto alla libertà di stampa e permise la pubblicazione dei Pentagon Papers.

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La locandina è stata scaricata dal sito di Mymovie.it

THE POST, il nuovo film di Steven Spielberg, racconta come l’editrice del WASHINGTON POST Katharine Graham (Meryl Streep) e il suo direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) sfidarono il governo americano e decisero di pubblicare i Pentagon Papers, un’inchiesta che svelava un gigantesco insabbiamento sul Vietnam in cui era coinvolto il governo, il quale fu sempre consapevole che la guerra non sarebbe mai stata vinta.

La pellicola è fantastica, è un thriller giornalistico, è il racconto di una redazione pronta a sfidare il governo pur di rispettare il primo dovere che un giornalista ha: quello di raccontare la verità. È un film che ci proietta nel vecchio mondo dell’editoria prima che arrivasse il computer e il digitale. È una dichiarazione d’amore che Spielberg fa al mondo del giornalismo.

Ma è anche la storia di una donna, che non solo sfida il governo, ma va oltre le convenzioni sociali dell’epoca. Katharine era stata educata a stare al suo posto, il padre aveva lasciato a suo marito la guida dell’azienda di famiglia, perché era impensabile che una donna potesse gestire degli affari finanziari. Ma una volta morto il marito Katherine decide di diventare presidente della casa editrice. È molto insicura, non riesce mai ad esprimere le proprie opinioni nei consigli di amministrazione, c’è sempre un uomo che riesce a sopraffarla. Ma a poco a poco riesce ad acquisire una forte sicurezza in sé stessa e basandosi del proprio intuito femminile dà l’ordine di pubblicare i Pentagon Papers contro il volere di tutto il consiglio d’amministrazione. Magistrale l’interpretazione di Meryl Streep che fa sua la crescita interiore di questo personaggio, una donna che all’inizio è insicura e impacciata ma che alla fine è padrona della situazione e in grado di scegliere per sé e per gli altri.

Tom Hanks veste i panni di un giornalista ossessionato dalla concorrenza, pronto a tutto pur di far diventare il Post un quotidiano d’importanza nazionale è un uomo che capisce quando fare un passo indietro, un uomo che con un’indagine certosina fa in modo che un suo redattore riesca a scovare Daniel Eilsber, l’uomo che lavorava al ministero della difesa e che aveva fotocopiato il documento top-secret del Pentagono.

Il film si inserisce in un contesto attuale, perché mai come adesso la libertà di stampa in occidente è minacciata, da un lato da governi molto autoritari e dall’altro dal web dove sempre più spesso si rincorrono le fake news che destabilizzano la credibilità della stampa. Un film che va visto assolutamente, e voi lo avete visto? Cosa ne pensate?

L’ORA PIU’ BUIA

immWinston Churchill è stato senza ombra di dubbio uno dei migliori politici che la Gran Bretagna possa vantare, soprattutto perché si è ritrovato ad affrontare la minaccia nazista.

Nel nuovo film di Joe Wright, già regista di Espiazione e Anna Karenina, dal titolo L’ORA PIU’ BUIA si racconta come in seguito alle dimissioni di Neville Chamberlain, Churchill abbia avuto dal re Giorgio VI l’incarico di costituire un nuovo governo.

L’incarico non sarà dei più semplici in quanto l’armata nazista di Hitler ha ormai invaso buona parte dell’Europa e l’Inghilterra non ha i mezzi per contrastare l’esercito tedesco, esercito che minaccia l’invasione dell’isola. Le truppe inglesi sono bloccate sulla costa francese precisamente a Dunkirk e bisogna trovare un modo per riportarle a casa sane e salve (questo episodio ha ispirato anche l’ultimo film di Christopher Nolan che vi consiglio di vedere). A Churchill l’ingrata decisione di o intavolare dei trattati di pace alle condizioni del nemico o resistere e combattere in nome della libertà inglese. Una scelta difficile dovuta anche alla mancanza di fiducia che il parlamento e il re hanno nei confronti del primo ministro, per non parlare dell’opposizione del partito dei conservatori di cui lo stesso Churchill faceva parte, guidata da Chamberlain e il Visconte Halifax.

Nella sua ora più buia Winston Churchill dovrà decidere se vivere o morire, se arrendersi o combattere. E in questo sarà aiutato da sua moglie Clementine, dalla sua giovane assistente Elizabeth Layton e dal re. Quest’ultimo suggerisce a Churchill di chiedere consiglio al popolo, così in una piovosa mattina di fine maggio Churchill prenderà per la prima volta nella sua vita la metropolitana e qui capirà cosa fare.

Devo essere onesta, sono stata un po’ delusa. Dal trailer mi ero immaginata un film d’azione che raccontava la resistenza inglese durante la seconda guerra mondiale, invece mi sono ritrovata difronte ad un film politico che racconta tutti i problemi attraversati da Churchill prima di ottenere la fiducia del parlamento. Un film con pochissima azione e tantissimi dialoghi. Eccezionale l’interpretazione di Gary Oldman nei panni di primo ministro, interpretazione che gli è valsa già la statuetta dei Golden Globes come miglior attore protagonista, interpretazione che profuma anche di Oscar. A suo fianco Kristin Scott Thomas nei panni di Clementine e Lily James (volto noto di Downton Abbey e di Cenerentola) in quelli di Elizabeth, mentre sua maestà re Giorgio VI ha il volto di Ben Mendelsohn.

Il film comunque racconta una pagina importante della storia del 900 e forse ci regala un Churchill più umano, un Churchill pieno di dubbi e paure. Ottimo film per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori o per chi deve affrontare l’esame di storia contemporanea all’università.