Peppino Impastato ha scritto “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”.

Il nuovo programma di Alberto Angela ha come obbiettivo quello di educare gli italiani alla bellezza.

“Si tratta di un viaggio che ci rende orgogliosi di quello che siamo, perché la meraviglia è nel nostro DNA e ci lasciamo cullare dalla sintonia della cultura. Il patrimonio artistico del nostro paese non solo è quello più ricco, ma è anche distribuito in ogni regione e abbraccia tutti i periodi storici. Il merito di tanta bellezza è tutto nostro, dei nostri padri.” Con queste parole è lo stesso Angela a presentare ai giornalisti la sua ultima fatica, Meraviglie- La penisola dei tesori.

Quattro prime serate dove colui che è considerato il nuovo sex-symbol della televisione italiana ci condurrà alla scoperta dei più importanti siti dell’UNESCO che si trovano nel nostro paese. Ogni puntata è suddivisa in tre tappe una al nord, una al centro e una al sud. Ogni tappa si arricchisce della presenza di un personaggio famoso che è nato e cresciuto nelle vicinanze del sito in esame che racconta i suoi ricordi e le sue sensazioni legate al sito preso in considerazione. Inoltre in ogni puntata ci sarà una sorta di mini fiction interpretata da noti attori del panorama televisivo italiano che ci aiuterà a capire meglio il contesto storico di cui si parla.

Nelle prime due puntate già andate in onda abbiamo scoperto la bellissima città di Siena insieme alla rock star Gianna Nannini, abbiamo attraversato la valle dei templi di Agrigento attraverso i ricordi di un ragazzino di nome Andrea Camilleri, siamo rimasti affascinati dalla reggia di Caserta e dalle impressioni di Toni Servillo, abbiamo sorriso dei ricordi di Monica Bellucci ad Assisi e sorseggiato un calice di Dolcetto d’Alba insieme a Paolo Conte. Ma ciò che ha segnato il successo strepitoso di questa trasmissione è la bravura di Alberto Angela che dal padre ha ereditato quello stesso modo di raccontare e di spiegare in maniera così semplice ed eloquente tanto da farsi capire perfino da un bambino.

Lasciamoci conquistare dalla bellezza, perdiamoci proprio come fa Alice, nel Nostro Paese delle Meraviglie, siamo orgogliosi delle bellezze del nostro paese, della storia e di tutto quello che abbiamo. Valorizziamolo e facciamo in modo che questa bellezza sia fonte della nostra rinascita. Lasciamoci cullare dalla RAI che per una volta fa davvero servizio pubblico, fa davvero un servizio di qualità, e allora prepariamoci al viaggio di questa sera, quali meraviglie ci farà conoscere Alberto?

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La foto è stata realizzata dalla sottoscritta.

Scusate l’assenza di post nelle ultime settimane, ma sono stata vittima di una grave influenza che mi ha costretta a letto per più di 10 giorni.

Vediamo cosa c’è stato di nuovo in tv. La RAI ha inaugurato il nuovo anno con una fiction d’autore e un grande ritorno quello di Don Matteo 11 di cui vi parlerò prossimamente. La grande novità è rappresentata dal family drama scritto e diretto da Francesca Archibugi e che porta il titolo di ROMANZO FAMIGLIARE, titolo che vuole essere un omaggio a LESSICO FAMIGLIARE, il capolavoro di Natalia Ginzburg.

La storia ha per protagonista Emma Liegi (interpretata da Vittoria Puccini) trentaduenne sbadata, disordinata, in casinista che proprio non riesce a essere una brava moglie e una brava mamma. All’età di 16 anni, infatti, Emma rimane incinta di una bambina Micol che crescendo si dimostra molto più matura della madre. Colonna portante nella vita delle due ragazze è Agostino (Guido Caprino) marito di Emma e papà di Micol.

Le cose si complicano quando Agostino ufficiale di marina viene promosso al grado di capitano e trasferito da Roma a Livorno, il trasferimento per Emma è destabilizzante perché Livorno è la città da cui è scappata 16 anni prima, è la città dove risiede la sua famiglia e dove suo padre Gian Pietro (interpretato da Giancarlo Giannini) cerca di controllare tutto e tutti. Contemporaneamente Micol rimane incinta del suo insegnante di musica rivivendo l’esperienza della madre. Emma matura in un colpo iniziando a trasformarsi in una donna un po’ più sicura di sé che non vuole far mancare alla figlia tutto il suo affetto e il suo appoggio in un momento così delicato per la ragazza. Emma però non fa i conti con il padre che ha un ottimo ascendente su la giovane Micol, senza contare i fantasmi del passato che cercheranno di distruggere il rapporto fra Emma e Agostino.

La serie è composta da sei puntate di cui due già andate in onda, la terza puntata sarà trasmessa lunedì 15 gennaio alle 21.25 circa. Gli ascolti fin qui sono stati notevoli, ma personalmente trovo la narrazione un po’ lenta e deludente dato che parliamo di un lavoro che porta la firma di un’autrice importante come la Archibugi. Utilizzando la frase di un giornalista del Corriere della Sera sembra un vecchio sceneggiato RAI a cui sono stati inseriti temi moderni. Certo non mancano i colpi di scena e quel intreccio narrativo che porta l’insieme della fiction ad assomigliare ad una sorta di telenovela, a ciò va aggiunto un cast di attori di alta qualità che aiuta a colmare le carenze nella sceneggiatura. L’unica nota che ho apprezzato è la voce fuori campo che racconta la vicenda (voce dell’autista di casa Liegi) e le riprese della splendida Livorno.

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Dal’8 dicembre è disponibile su Netflix la seconda stagione di THE CROWN, la fortunatissima serie che racconta la vita della giovane regina Elisabetta II. In questa seconda stagione, sempre composta da 10 episodi, ripercorriamo gli avvenimenti che vanno dal 1956 al 1963.

Eravamo rimasti alle dimissioni di Churchill dalla carica di primo ministro, i suoi successori però non saranno alla sua altezza e trascineranno la Gran Bretagna in una profonda crisi economica interna e in una disastrosa posizione internazionale. La povera Elisabetta ce la mette tutta per essere un buon capo di Stato, ma non ci riesce sempre. I molti oppositori della corona le rinfacciano di essere troppo rigida, fredda ed eccessivamente distante dai suoi sudditi.

Il ruolo istituzionale non va mai quasi d’accordo con il ruolo privato, dove la sua “adorabile famiglia “sembra quasi divertirsi a complicarle la vita. Filippo si infila in uno scandalo dopo l’altro, Margareth è sempre più fuori controllo e assume degli atteggiamenti che in un certo senso anticipano Lady Diana. Il principe Carlo è un bambino fragile e timido che mal si adatta all’ambiente del rigido collegio scozzese dove viene iscritto per ultimare gli studi, giovane principe che non riesce a costruire un rapporto di affetto con entrambi i genitori. La regina madre ha trovato nello scotch whisky un valido alleato. L’unico che Elisabetta riesce a mettere fuori gioco è lo zio David, zio che a mio parere ha lanciato una sorta di maledizione sulla famiglia reale che sarà tormentata negli anni dallo spettro del divorzio.

Non sono da meno neanche i segretari personali di sua Maestà che non riescono a staccarsi dal rigido protocollo di corte ed aiutare la giovane regina ad assumere un immagine più moderna e più vicina alla gente comune. Per usare le parole di Jackie Kennedy dopo la sua visita a Buckingham Palace la regina Elisabetta appare come una donna di mezza età, priva d’interessi, poco intelligente e mediocre tanto da far apparire la nuova posizione della Gran Bretagna nel mondo come una posizione inferiore.

In mezzo a scandali, matrimoni, divorzi, dimissioni di ministri e attentati, Elisabetta sarà rallegrata dall’arrivo di due nuovi figli, i principi Andrea e Edoardo.

Dal racconto che gli autori fanno della famiglia reale si capisce che tutto è tranne che una famiglia. È più che altro un’istituzione che ha lottato nel corso degli ultimi decenni per la propria sopravvivenza. E se solo una parte di quello che è raccontato è vero è facile comprendere il perché Lady Diana abbia rappresentato una minaccia. Diana era umana, era una di noi, Elisabetta no.

Il mio pensiero va adesso alla povera Meghan Markle futura sposa del principe Harry, secondo voi riuscirà a resistere dentro quella gabbia di matti? Anzi mi correggo, riuscirà sopravvivere alla famiglia reale?

Metti lo Ionio che incontra il Tirreno, metti il vento di tramontana che dal porto vecchio risale lungo la via I Settembre e arriva a piazza Duomo per poi perdersi lungo il corso Cavour e via XIV maggio. Metti quella gelida ma ringenerante brezza marina che caratterizza solitamente quasi sempre gli ultimi giorni di dicembre donando a Messina quella tipica atmosfera natalizia.

Metti la piazza principale della città addobbata come non mai con un grande albero colorato, una ruota panoramica e una pista di pattinaggio sul ghiaccio per i più piccini. Stelle di natale, candele e lanterne, il suono delle zampogne (versione siciliana della cornamusa) che intonano i tradizionali canti natalizi, il tutto per ricreare quella magica atmosfera che ogni anno il Natale porta con sé. Atmosfera che ha il potere di rasserenare ognuno di noi, riesce a cacciare lo stress e i brutti pensieri regalandoci la voglia di stare insieme attorno ad una tavola imbandita condividendo il tutto con chi ci è più caro.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da me Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv  per le vie di Messina.

Metti la via dello shopping gremita di gente per l’acquisto degli ultimi regali, metti i preparativi per il cenone del 24 e il pranzo del 25 e la passeggiata lungo il lungomare per smaltire tutto quello che si è mangiato e metti il porto con le navi traghetto, il faro con la Madonnina, le luci della costa calabrese e quel senso di pace che solo il suggestivo panorama dello stretto sa dare. DSC05262

Il giorno della vigilia la tradizione messinese vuole l’astinenza dalle carni, la ghiotta di pesce stocco e le focacce la fanno da padrona durante il cenone. In ogni parrocchia gli altari sono arricchiti con la tradizionale Cona, (si colloca Gesù Bambino sotto l’altare circondandolo dei frutti della terra o con altri doni che i fedeli vogliono donare), per accogliere la nascita di nostro signore. DSC05278

Dopo la messa di mezzanotte tutti a casa a scartare i regali e poi a letto. Il giorno dopo ti svegli con il profumo del ragù di maiale e la pasta fresca appena stesa da tua madre lasciata ad asciugare sul tavolo della cucina. La legna che brucia dentro il camino e i tuoi parenti che iniziano ad arrivare per il tradizionale pranzo, quei parenti che si sono un po’ rompiscatole e impiccioni, ma fanno pur parte della tua famiglia, senza la quale saresti persa. Cibo e brindisi, panettoni e frutta fresca, cannoli e passito, chiacchiere e risate. Infondo Natale è l’unico periodo dell’anno in cui si sta veramente insieme, in cui forte è il senso della famiglia e degli affetti, senza dimenticare che si festeggia la venuta al mondo di un bambino che noi tutti dovremmo accogliere nel nostro cuore sforzandoci di essere nel nostro piccolo persone migliori. DSC05273

Dopo la discussa serie 13, Netflix ha deciso di trattare un altro tema altrettanto discutibile, quello dell’anoressia e lo fa attraverso il film FINO ALL’OSSO.

Il film è stato scritto e diretto da Marti Noxon, famoso per aver curato la regia di BUFFY L’AMMAZZA VAMPIRI serie cult degli anni 90. Interpretato da Lily Collins, figlia di Phil il cantante dei Genesis, conosciuta al grande pubblico per aver interpretato CLAY in SHADOWHUNTERS-CITTA’ DI OSSA e Biancaneve nella versione cinematografica della famosa favola. Accanto a lei troviamo Keanu Reeves che non ha bisogno di presentazioni.

La storia ha per protagonista Ellen (Lily Collins), una ventenne con grandi doti artistiche, che a causa di un forte senso di colpa, inizia ad avere un angosciante cura del suo corpo e la smania di dimagrire a tutti i costi. L’anoressia diventa ben presto il mezzo attraverso il quale Ellen si allontana dalla realtà, dai problemi e dalla sua famiglia. Quest’ultima non fa altro che peggiorare lo stato psichico di Ellen. Una famiglia dove una madre narcisista, lesbica e con tendenze depressive e un padre totalmente assente delegano ad una matrigna chiacchierona e invadente di trovare una soluzione al problema della figlia.

Soluzione al problema che porta il nome di dottor. Becam (Keanu Reeves). Questi gestisce una clinica/casa famiglia dove con metodi anti convenzionali e alternativi cerca di guarire i ragazzi affetti da disturbi alimentari. Qui Ellen incontra Luc, un ex ballerino, grazie all’affetto e all’amicizia del ragazzo Ellen inizia a capire che deve combattere questo oscuro male che la sta portando inesorabilmente alla morte. Ellen toccherà l’abisso più profondo ma riuscirà a trovare quel coraggio che la indurrà a credere in sé stessa e ad affrontare le cose brutte della vita e di conseguenza le cose belle.

Film molto interessante perché pone l’attenzione su un problema come quello dell’anoressia ma in particolare sui disturbi alimentari in generale di cui non si parla più. In realtà le cifre di ragazze e ragazzi che si ammalano di questi disturbi sono sempre più in aumento. Ragazzi deviati dall’idea che tutti dobbiamo essere magri, perché magro è sinonimo di felicità, ragazzi infelici che cercano di catturare l’attenzione rifiutando il cibo, ragazzi con poca fiducia in sé stessi che per non affrontare la vita si annullano nell’ossessivo calcolo delle calorie.

Il film è stato fortemente criticato dagli addetti ai lavori, molti psichiatri ritengono infatti che il tema dell’anoressia sia stato trattato in maniera glamour. Personalmente non sono d’accordo in quanto, utilizzando le parole della stessa Collins che ha sofferto di disturbi alimentari, il film ti dimostra che l’anoressia ti scava dentro e ti conduce all’autodistruzione. Ma come ogni malattia psichiatrica tutto dipende da te e se vuoi ne puoi uscirne.

 

Ha vinto Lorenzo Licitra, come siciliana sono contenta che l’undicesima edizione di   X FACTOR l’abbia vinta un mio conterraneo, ma detto fra noi, i miei preferiti erano i Maneskin. Se avessi immaginato un under vincitore il mio pensiero sarebbe andato ad Enrico Nigiotti. La vittoria di Lorenzo mi fa pensare a quanto questo paese sia proiettato al passato e non al futuro. Il ragazzo di Ragusa è bravo ma il suo background lirico lo fa sembrare un po’ troppo vecchio nel suo modo di cantare.

La band romana invece ieri sera ha letteralmente incendiato il forum di Assago e Damiano il front man del gruppo con indosso quelle ali nere mi ha ricordato Brandon Lee nel corvo, anche se la sera in cui si è esibito nelle pole dance con i tacchi resterà negli archivi di Sky. Certo il merito delle coreografie e dei quadri che fanno da cornice alle esibizioni va all’estro creativo di Luca Tommasini, ma anche le scelte dei giudici non sono state da meno. Manuel Agnelli con i gruppi si è proprio realizzato, Mara Maionchi ha vinto e credo sia stata la prima volta da quando è giudice, forse la stella di Fedez si è oscurata ma ci penserà la Ferragni a consolarlo, mi è dispiaciuto solo per Levante, mi piace molto come artista, ma con Rita ha preso una bella cantonata. Molto belle anche le esibizioni dei tre ospiti James Arthur, Tiziano Ferro e Ed Sheeran. Ho avuto l’impressione che quest’anno il talent abbia ritrovato la qualità nei concorrenti e nei giudici che nelle scorse edizioni era venuta meno. Lo share è stato altissimo tanto da essere l’edizione del talent più vista.

La ricerca di nuovi talenti musicali è ormai una costante della televisione italiana. La prima fu Santa Maria De Filippi che con Amici diete vita ad un fenomeno culturale e televisivo mai visto. Poi fu la volta di X FACTOR che fu così vincente come format da essere mandato in onda in quasi tutti i paesi, per non parlare del fatto che tutti gli altri talent creati in anni successivi si basano tutti sul programma creato da Simon Cowell. Poi è stata la volta di The Voice e programmi come Ti lascio una canzone e Io Canto dove dei bambini scimmiottavano gli adulti, ma da uno di questi programmi è venuto fuori il terzetto del Volo il cui successo è planetario. Tre ragazzi che cantano il vecchio repertorio della lirica e musica leggera italiana, e qui torna la mia teoria che l’Italia è troppo radicata nel suo passato anche nella musica.

E voi cosa ne pensate? Con in testa il ritornello della canzone dei Maneskin Follow me, Follow me now, vi auguro un buon fine settimana e un divertente shopping natalizio.

Quando la regina dei gialli Agatha Christie incontra uno dei migliori registi inglesi Kenneth Branagh viene fuori un film che non ti aspetti.

Credo che tutti conosciamo la storia dell’assassinio sull’oriente express, uno dei capolavori dell’autrice inglese che lo scrisse nella sua camera d’albergo durante un suo soggiorno a Istanbul nel lontano 1934. Non tutti però avrebbero dato alla vicenda la chiave di lettura che ne ha dato Branagh. A mio parere è riuscito a cogliere quelle sfumature sul concetto di vendetta e giustizia che la stessa Christie ha voluto evidenziare nel romanzo.

Protagonista della vicenda è Hercule Poirot (interpretato da Kenneth Branagh), bizzarro detective belga, che concluso un caso di furto a Gerusalemme programma una vacanza a Istanbul. A causa di un contrattempo il povero ispettore è costretto a rientrare prima del previsto a Londra, fortuna vuole che grazie ad una vecchia conoscenza riesca a trovare posto su una carrozza di prima classe dell’oriente express. Qui Poirot fa la conoscenza dei suoi compagni di viaggio: la missionaria Pilar Estravados (interpretata da Penelope Cruz), lo strano professore austriaco Gerhard Hardman (interpretato da William Dafoe), la principessa russa Natalia Dragomiroff (Judi Dench), il misterioso uomo d’affari americano Samuel Ratchett (Johnny Depp), Hector Macqueen assistente di Rachett, Mr Beddoes (Derek Jacobi) il maggiordomo di Rachett, il dottor Arbuthnot affascinante medico di colore, Caroline Hubbard (Michelle Pfeiffer) vedova intraprendente, l’istitutrice Mary Debenham (Daisy Ridley che ritroveremo nei panni di Rey nella nuova saga di Guerre Stellari), la contessa Helena Andrenyi col marito Rudolph, il venditore di automobili Beniamino Marques, Olivia Colman cameriera personale della principessa e Pierre Michel controllore a bordo dell’oriente express. Durante una notte Mr Ratchett viene assassinato con 12 pugnalate, contemporaneamente una valanga blocca la corsa dell’oriente express e Poirot ne approfitta per indagare e scoprire chi è l’assassino di Rachett. Quest’ultimo in realtà si chiamava John Cassetti e molti anni prima era stato coinvolto in un brutto caso di cronaca nera dove una bambina era stata uccisa. A poco a poco Poirot scoprirà che tutti i passeggeri della carrozza sono collegati alla morte della bambina.

Chi è l’assassino? Come ogni libro di Agatha Christie è la persona più improbabile. Film fatto bene, interpretato bene, scenografie e costumi perfetti. Film da vedere assolutamente se non conoscete la storia e poi era dei tempi di Harry Potter che non si vedeva una concentrazione di vecchie e nuove glorie del cinema tutte insieme.

L’altra sera su Netflix ho scovato un documentario che racconta la vita e le opere di Joan Didion. Molto si domanderanno chi è. Joan Didion è una delle più autorevoli firme del giornalismo americano non che una straordinaria scrittrice.

Nel docu-film prodotto da Netflix e diretto da Griffin Dune, nipote di Joan, dal titolo JOAN DIDION IL CENTRO NON REGGERA’, viene fatto un ritratto della donna che la consacra al pubblico dei suoi estimatori e spinge chi non la conosce a leggere almeno uno dei suoi romanzi.

Nata a Sacramento in California il 5 dicembre del 1934, dimostra fin da bambina un profondo interesse per la scrittura. Nel 1956 si laurea in lettere all’università di Berkeley, vince un concorso di saggistica sponsorizzato dalla rivista di moda Vogue che le offre un lavoro, si trasferisce così a New York. Il periodo newyorkese è molto intenso, in soli due anni viene promossa da copywriter a redattrice, scrive il suo primo romanzo e conosce l’uomo che diventerà suo marito, John Gregory Dunne, anche lui giornalista.

La loro unione durerà più di 40anni, unione che li vede vincenti soprattutto sul lavoro. L’uno correggeva l’articolo dell’altro, mai invidie o gelosie, la stessa Joan in un’intervista dice che poteva sposare solo uno scrittore perché soltanto un uomo che faceva il suo stesso mestiere avrebbe potuto capirla e sopportarla.

Ben presto però New York va stretta ad entrambi, così decidono di trasferirsi a Los Angeles. Qui adotteranno una bambina Quintana e qui Joan inizia la sua attività come freelance per importanti testate come LIFE, THE NEW YORKER e TIME. In questi articoli Joan dà una visione molto personale degli avvenimenti di cui è testimone. La sua tecnica narrativa rompe gli schemi con il giornalismo tradizionale tanto da farla diventare una degli esponenti di spicco del new journalism.

Per new journalism si intende un nuovo tipo di giornalismo che si afferma in America intorno agli anni 70, giornalismo che non si ferma al semplice racconto di cronaca ma si arricchisce del punto di vista del cronista. Assistiamo alla fusione fra la letteratura e il giornalismo, la cronaca diventa romanzo e in alcuni casi romanzo- reportage, basti pensare ai reportage di guerra di Oriana Fallaci o al bellissimo A sangue freddo di Truman Capote.

Per quanto riguarda Joan Didion siamo di fronte ai dei diari personali, ogni avvenimento quale la guerra in Vietnam, la contestazione giovanile, l’incontro con Jim Morrison ragazzo che definisce adorabile ma che le faceva venire un gran ma di testa, il movimento femminista, l’intervista a Georgia O’Keeffe o a George Manson e ai membri della sua setta o il caso Watergate sono trattati attraverso le sue sensazioni,  i suoi sentimenti e i suoi personalissimi ricordi dove sono soprattutto i piccoli dettagli della vita quotidiana a prendere il sopravvento. La scrittrice rifiuta il giornalismo convenzionale, preferisce avere un approccio soggettivo rispetto alla storia. Il suo stile si fa unico e inconfondibile. Questi saggi e articoli furono raccolti in due libri VERSO BETLEMME e THE WHITE ALBUM. In quest’ultimo scrive “Immaginavo che la mia vita fosse semplice e dolce, e a volte lo era, ma succedevano cose strane in giro per la città. C’erano voci. C’erano storie. Tutto era innominabile ma niente era immaginabile. Questo flirt mistico con l’idea del peccato- questa sensazione che fosse possibile spingersi troppo oltre e che molti lo stessero facendo- ci riguardava molto, nel 1968 e 1969 a Los Angeles.

Donna stilosissima è ricordata da tutti come la reporter che alle marce hippy portava sempre i foulard di Hermès e grandi occhiali scuri come Jackie Kennedy.

Nel 2005 muore suo marito e poco dopo morirà anche l’adorata Quintana. L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO, suo capolavoro, parla di questo lutto, parla della morte e di come si sopravvive a questa.

Morte e vita, due concetti presenti anche nelle ultime opere Blue Nights e Prendila Così, concetti che analizza sempre in contrapposizione al suo io.

Joan è un’icona del giornalismo e della letteratura americana va assolutamente letta per capire determinati processi sociali e culturali americani o semplicemente per guardare avvenimenti della storia recente attraverso gli occhi di una giornalista che inciampava quasi per caso nelle persone e negli scioperi degli operai e che tutte le mattine doveva fare colazione con noccioline e coca cola.

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Questa foto scattata dalla sottoscritta ritrae la panchina rossa posta davanti il tribunale di Messina

Che cosa vuol dire essere donna oggi? Perchè facciamo così paura? Che cosa c’è di sbagliato in noi? Perchè noi siamo l’errore, o almeno così te la pone la società in cui viviamo. Siamo noi che andiamo a cercarcela, siamo noi che non distinguiamo il bene dal male, siamo noi ad avere la superbia a voler cambiare uomini violenti, siamo noi ad essere arroganti nel chiedere pari trattamento sul posto di lavoro, siamo noi le sfacciate a pretendere il diritto di decidere del nostro corpo o semplicemente il diritto di essere trattate al pari di un cittadino di sesso maschile.

Mai nessuno a chiedersi che forse il problema è nella società in cui viviamo, una società apertamente misogina, che vuole la donna relegata in casa come 50 anni fa. Una società che ufficialmente critica i paesi mussulmani per il modo in cui sono trattate le donne, ma che sotto sotto ci metterebbe volentieri il burka.

Mai nessuno a chiedersi che il problema del femminicidio non sta nel fatto che le donne non denunciano in tempo i loro aguzzini, e quando lo fanno poi non cambia molto, il problema è negli uomini, uomini malati, uomini che non accettano la fine di una relazione, uomini che vedono nella donna non un essere umano con una propria facoltà intellettiva, ma semplicemente un oggetto.

Tutti questi pensieri li facevo ieri, 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Innumerevoli le iniziative, le prese di posizione e i bei discorsi. RAI 1 ha riproposto la fiction IO CI SONO che racconta la storia di Lucia Annibali, l’avvocato sfregiato con l’acido dal suo ex. Mentre su REAL TIME andava in onda SARA documentario che ricordava Sara Di Pietrantonio, strangolata e data alle fiamme a soli 22 anni dall’ex fidanzato. Ma una volta chiusi i riflettori, oggi il problema è stato risolto o solo dimenticato? Su questa riflessione, nasce l’anno scorso, l’iniziativa PANCHINA ROSSA, che consiste nel posizionare una panchina di colore rosso in un luogo significativo della città con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità al rispetto per le donne, rispetto che deve essere un impegno quotidiano che non deve fermarsi alle sole giornate commemorative.  La panchina vuole ricordare il posto che le donne uccise occupavano all’interno della società, in qualità di lavoratrici, madri o semplicemente come cittadine. Rosso è il colore del sangue che rimanda alla ferocia con cui queste donne sono state strappate dalla società.

In questo anno, tante sono state la panchine rosse collocate in diverse città italiane, a ricordare una mamma, una figlia, una sorella o semplicemente una di noi massacrata dall’uomo che diceva di amarla. Giovedì 17 novembre, davanti al tribunale della mia città, Messina, l’assessorato delle pari opportunità insieme ad alcune associazioni e centri anti violenza, ha posto la panchina rossa. Promotrici dell’iniziativa in Sicilia, Vera Squadrito, madre di Giordana Di Stefano, uccisa nell’ottobre del 2015 con 47 coltellate dall’ex, Luca Priolo. Priolo che 10 giorni fa è stato condannato a scontare 30 di carcere dal tribunale di Catania. Insieme a lei Giovanna Zizzo, il cui marito l’anno scorso per vendicarsi del fatto che la donna aveva posto fine al loro matrimonio uccide la loro figlia minore, Laura di soli 12 anni.

PANCHINA ROSSA si ispira alla campagna tutta messinese di POSTO OCCUPATO, ideata nel 2013 da Maria Andaloro. L’idea è quella di occupare per ogni donna uccisa un posto in un luogo pubblico o privato. Una sedia in un teatro, un posto sul tram, a scuola, in metropolitana o in consiglio comunale, per ricordare il ruolo che queste donne occupavano all’interno della società. L’obiettivo è quello di tenere alta l’attenzione sul problema della violenza sulle donne fino a quando non ci saranno più posti occupati.

Margareth Atwood è la donna del momento. Classe 1939, poetessa e scrittrice canadese, è stata un membro di spicco del movimento femminista degli anni 60. Nei suoi romanzi ha sempre analizzato il ruolo della donna all’interno della società, ha criticato con toni satirici i regimi totalitari senza risparmiare i sistemi politici occidentali. Ultimamente da due dei suoi romanzi sono state tratte due fortunate serie televisive che hanno fatto riscoprire al grande pubblico questa scrittrice dalle eccezionali doti narrative.

Dal 3 novembre è disponibile su Netflix la serie L’ALTRA GRACE, tratta dall’omonimo romanzo di Margareth Atwood pubblicato nel 1996. Il romanzo è ispirato ad un fatto di cronaca avvenuto in Canada nel 1843: un uomo benestante Thomas Kinnear e la sua governante Nancy Montgomery furono ferocemente assassinati, lo stalliere James Mcdermott e la domestica Grace Marks furono accusati dell’omicidio e per questo vennero condannati il primo alla pena di morte, la seconda a 30 anni di carcere. L’aspetto dell’omicidio e del processo raccontato nel romanzo e nella serie corrispondono alla realtà, ciò che aggiunge la Atwood è l’analisi introspettiva del personaggio di Grace Marks.

Nella serie in 6 episodi prodotta dalla televisione canadese e da Netflix per la regia di Mary Harron si cerca di analizzare come nel romanzo del resto la figura di Grace, doppiamente vittima del sistema sociale del suo tempo, in quanto donna è in quanto povera. Non tutti ritengono la giovane colpevole così dopo aver scontato quasi 10 anni di carcere di cui una buona parte in manicomio dove è stata sottoposta ad atroci violenze e abusi, Grace (interpretata da Sarah Gadon) è affidata all’analisi psichiatrica del dott. Simon Jordan che deve scoprire se la ragazza è davvero colpevole o innocente o affetta da qualche disturbo mentale che l’ha indotta a uccidere e poi dimenticare l’accaduto. Durante le sedute conosciamo la triste storia di Grace, una storia fatta di abusi e violenze. Con lei conosciamo anche la dolce Mary Whitney, amica di Grace e il venditore ambulante Jeremias (interpretato da Zachary Levi), che avranno un ruolo determinante in tutto il racconto. Ma conosceremo da vicino anche James Mcdermott e Nancy Montgomery (interpretata da Anna Paquin). Dagli incontri col dott. Jordan viene fuori una Grace enigmatica, una donna che ha saputo superare terribili esperienze senza farsi quasi condizionare da queste, una donna che racconta la sua storia come se fosse la storia di un’altra persona. È davvero colpevole di omicidio o solo una vittima accusata ingiustamente la cui unica colpa era quella di essere una ragazza molto bella e ingenua?

Molto diversa è la storia narrata nell’altra serie televisiva, IL RACCONTO DELL’ANCELLA. In Italia è trasmessa su TIM VISION, ma non avendo l’abbonamento a questo canale non ve ne posso parlare. So che ha vinto più di 16 Grammy e che vede fra gli attori nomi molto conosciuti e amati dal pubblico come Alexis Bledel (Rory di Gilmore Girls), Elisabeth Moss (Peggy di Mad Man), Joseph Fiennes (Shakespeare in Love) e Samira Denise Wiley (Poussey in Orange Is The New Black).

Ma posso parlarvi del romanzo che ho letto e apprezzato moltissimo. È stato pubblicato nel 1985 subendo la censura in molti paesi. Ciò che la Atwood immagina in questo libro è sconvolgente. Siamo in un ipotetico futuro dove il mondo è stato devastato dalle radiazioni nucleari e gli Stati Uniti d’America sono diventati una dittatura, denominata Repubblica di Gallad. Questa repubblica totalitaria si basa su un sistema oligarchico e misogino dove le donne non hanno più un ruolo sociale hanno solo un compito, quello di procreare e di garantire una discendenza all’élite dominatrice. Non tutte però possono generare un’altra vita a causa delle radiazioni, sono in poche quelle rimaste fertili e per questo sono chiamate ancelle e vestono con una veste rossa e sul capo portano una cuffia bianca. Difred, la protagonista, è una di loro.

Tutto il racconto è in chiave metaforica è vuole essere una denuncia alla condizione femminile. La Atwood quando lo scrisse pensò alla donna nei paesi medio-orientali, ma leggendolo oggi viene quasi spontaneo collegarlo alle donne di oggi che vivono in occidente. Nel racconto quando si insedia la dittatura il ruolo della donna viene lentamente ridimensionato iniziando col blocco dei conti correnti intestati alle donne e invitando quest’ultime a non recarsi più al lavoro ma di rimanere in casa a curare marito e prole. Altra cosa che il regima di Gallad fa è ridurre la presenza femminile nei luoghi di potere fino a farla scomparire del tutto, scompariranno le scuole, le università, verranno abolite leggi come l’aborto e la libertà di parola e innalzati muri e fili spinati. Vi ricorda qualcosa?

Ma Difred non ci sta, lei e altre ancelle decideranno di ribellarsi e di riconquistare la libertà perduta. Esempio che secondo Margareth Atwood dovremmo seguire tutte, dovremmo scendere in piazza proprio come fecero le nostre madri rivendicando salari pari agli uomini, ruoli nella politica e nei luoghi di potere, il diritto di decidere del nostro corpo e soprattutto il rispetto della nostra vita dato che almeno in Italia noi donne stiamo diventando carne da macello.