MuMe

LA RINASCITA DI UNA CITTA’

E’ noto ormai a tutti che noi siciliani ce la prendiamo comoda per svolgere qualsiasi tipo di attività, non fanno eccezione i messinesi che hanno impiegato 33 anni per aprire il nuovo polo museale.

Il nuovo Museo Regionale di Messina ribattezzato il MuMe (nome un tantino di ispirazione newyorkese) è stato inaugurato sabato 17 giugno alla presenza del ministro degli esteri Angelino Alfano, del governatore della Sicilia Crocetta, del presidente dell’ARS Ardizzone e del sindaco Renato Accorinti. Per l’occasione si è deciso di concedere l’ingresso gratuito ai cittadini dalle 20 alle 22.30. Cittadini che hanno risposto con entusiasmo all’iniziativa e in un’atmosfera degna da una notte al museo, i messinesi si sono riappropriati del loro passato.

Il MuMe infatti custodisce ben 27 secoli di storia di Messina, storia di cui per troppo tempo i messinesi sono stati privati. La struttura architettonica iniziata nel 1984, che sorge nell’area dell’ex monastero di S. Salvatore dei Greci, venne consegnata nel 1995, ma a causa di un cavillo burocratico la sua inaugurazione venne sempre rimandata. Negli ultimi anni molto è stato fatto dalla direttrice Caterina Di Giacomo, che lavorando con sinergia col nuovo assessore ai beni culturali della regione, il messinese Carlo Vermiglio, è riuscita a restituire il museo alla città. I 750 capolavori salvati dal terremoto del 28 dicembre 1908 sono distribuiti su una superficie di 4700 metri quadrati suddivisa in due piani, nell’area verde esterna troviamo invece i reperti architettonici recuperati dalle macerie e nel seminterrato la biblioteca per un totale di 17.000 metri quadrati che fanno del MuMe uno dei musei più grandi del sud d’Italia.

Il percorso storico-artistico va dal  medioevo moderno fino ai primi anni del 900, l’allestimento è bellissimo e valorizza le opere in tutta la loro bellezza. Si inizia con le iscrizioni arabo normanne che avviano il percorso per poi passare ai capitelli del Duomo e ai mosaici trecenteschi.

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IGNOTO BIZANTINO, MADONNA IN TRONO CON BAMBINO

 

 

Da qui si passa alla grande sala Alibrandesca che dà l’accesso alla sezione dedicata ai fiamminghi, qui una delle tre punte di diamante del museo Il Polittico di San Gregorio di ANTONELLO DA MESSINA.

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Nella stessa sala troviamo anche LA CONCA DI GANDOLFO del 1135 e la bellissima MADONNA DEGLI STORPI. Da qui si passa ad una galleria più piccola che dà su un ampio salone dove al centro della scena c’è lui IL NETTUNO del MONTORSOLI.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv

Vi racconto una curiosità su questa statua che fa parte di uno dei monumenti simbolo della città. La splendida fontana del Nettuno che oggi è possibile visitare lungo il viale della libertà è solo una copia del bellissimo monumento realizzato dal Montorsoli, prima del devastante evento il monumento era collocato lungo la cortina del porto e il Nettuno dava le spalle al mare e con la mano protesa in avanti dava l’impressione di incitare le acque ad invadere la città. La cosa purtroppo accadde veramente in quanto dopo la scossa di magnitudo 7.8 della scala Richter si scatenò un terribile tsunami che provocò un’onda alta 12 metri che investì la città. Nel 1935 anno cruciale della ricostruzione si pensò di collocare di nuovo la fontana del Nettuno, ma con questi che dava le spalle alla città e con quel gesto della mano questa volta a fermare le acque quasi a protezione di Messina.

Si arriva poi agli splendidi capolavori di CARAVAGGIO, L’ADORAZIONE DEI PASTORI e LA RESUREZZIONE DI LAZZARO

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L’ADORAZIONE DEI PASTORI

 

 

Da qui si passa alla sala della CARROZZA SENATORIA per finire al sorprendente 800 di Aloysio Juvara nipote di Filippo ed agli ultimi dipinti a ridosso del terremoto.

L’apertura di questo nuovo polo museale è stata vista da molti come la volontà di un’intera cittadinanza a rinascere. Volontà di scrollarsi di dosso anni di grigiume per proiettarsi in una nuova fase dove i cittadini possano diventare gli artefici del proprio destino. Una comunità che fa i conti con il proprio passato è una comunità destinata a vivere un ottimo presente e uno splendido futuro.

 

 

LA BELLA E LA BESTIA

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Quando ho visto LA BELLA E LA BESTIA, ultima adattazione cinematografica da un cartone della Disney, ho fatto un tuffo nel passato. Mentre scorrevano le immagini sul grande schermo, mi sono rivista bambina, in una sera di dicembre del 1992 scortata dalle mie due sorelle maggiori che facevo per la prima volta ingresso in un cinema.

E proprio come 25 anni fa ho ritrovato un principe viziato ed egoista che viene trasformato da una strega in un’orribile bestia, condizione che dovrà vivere fino a quando non riuscirà a farsi amare per quello che è, al di là del suo aspetto. E ho ritrovato anche Belle, dolce e strana creatura, riesce a vedere l’anima della bestia, riesce ad andare oltre il suo mostruoso aspetto e a spezzare l’incantesimo.

Il tema della fiaba è quanto mai attuale, in una società dove il diverso è visto come un pericolo, perché come la Bestia ha fattezze diverse dalle nostre e quando parlo di fattezze mi riferisco al colore della pelle, alla lingua e alla religione, è necessario seguire l’esempio di Belle per andare oltre le apparenze e costruire un piccolo tassello per un mosaico molto più grande che si chiama integrazione.

Questa volta l’adattazione cinematografica è fedele al cartone animato, nulla è stato cambiato, perfino la colonna sonora e le canzoni sono quelle del 1992. Lo stesso vale per i costumi. Lo splendido abito da sera giallo oro di Belle ha preso finalmente vita, mentre su quello della Bestia c’è da stendere un velo pietoso, il più brutto abito da principe azzurro della storia.

A proposito della storia, nel film è presente un back story molto interessante che manca nelle versione animata, un back story che fa luce sull’infanzia e sulle famiglie sia di Belle che della Bestia.

Il cast è da primi della classe, come del resto vuole la tradizione della Disney. Emma Watson è Belle, Dan Stevens è la Bestia, Luke Evans è Gaston, Josh Gad è Le Tont, Kevin Kline è Maurice il padre di Belle, Ewan Mccregor è Lumière, Emma Thompson è Mrs Bric e Ian Mckellen è Tockins. A proposito di Le Tont, spalla fedele di Gaston, a differenza del 92 questa volta è presentato come un personaggio dichiaratamente gay. Facendo segnare un nuovo traguardo alla Disney sulla trattazione dei diritti civili.

Quello che a mio avviso è stato il più bel cartone animato della Disney è diventato un bellissimo film che vale la pena vedere per ritornare un po’ bambini.

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Tredici sono i motivi che inducono Hanna Baker al suicidio. Questo e molto altro è al centro delle vicende raccontate nella serie più discussa degli ultimi mesi e mandata in onda su Netflix.

Il Drama è tratto dall’omonimo romanzo di Jay Asher ed è stato prodotto dalla popstar Selena Gomez. Oltre al suicidio, TREDICI MOTIVI PER, tratta il tema del bullismo e della violenza sessuale in una maniera molto cruda e diretta, ma allo stesso tempo è la parabola discendente di una giovane vita che non riesce a chiedere aiuto.

L’intento dei produttori della serie è stato quello di essere una sorta di monito per gli adolescenti di oggi sempre più oggetto di bullismo o cyber bullismo.

Hanna è una ragazza di diciassette anni che cerca di ambientarsi in una nuova città e scuola. E’ fragile e insicura, cerca l’approvazione del prossimo e soprattutto cerca di far parte del gruppo, fondamentale è quello che gli altri pensano di lei e quando tutto questo crolla entra in una spirale di depressione che la conduce al gesto estremo. Ma prima di questo decide di incidere su ogni lato di sette audio cassette i tredici motivi che l’hanno indotta ad uccidersi, chiude le cassette in una scatola e fa in modo che dopo la sua morte le cassette arrivino ai responsabili del suo gesto, perché ogni motivo corrisponde in realtà ad una persona che con il suo comportamento ha ferito Hanna. Tra questi c’è anche Clay Jensen, miglior amico di Hanna, che non riesce a capire perché anche lui sia responsabile della tragedia. L’ascolto delle cassette è qualcosa di devastante, capisce che la sua unica colpa è stata quella di essersi innamorato di Hanna e di non aver avuto il coraggio di dirglielo, ma non ha avuto neanche il coraggio di ascoltare il grido d’aiuto della ragazza. Colpa questa di cui si macchia anche Mr. Porter, psicologo della scuola e unico adulto a cui Hanna accredita delle responsabilità e tredicesimo motivo.

Ascoltando i nastri insieme a Clay conosciamo anche gli altri protagonisti della storia, quelli che Hanna considera i responsabili della sua fine. Iniziamo da Jessica e Alex, in un primo momento ottimi amici di Hanna, poi iniziano ad isolarla, la prima perché pensa che Hanna abbia messo in giro falsità sul suo conto, il secondo perché ha la felice idea di fare una lista su le più belle ragazze della scuola definendo Hanna il più bel culo. La cosa manda Hanna in totale paranoia. Poi c’è Justin, il primo ha innescare la serie di sfortunati eventi che porteranno Hanna alla tragica decisione, posta sui social una foto un po’ osè di Hanna mentre scende da uno scivolo mettendo in giro la voce che sia una facile. Ma Justin fa anche parte di quel branco di bulli che spadroneggia a scuola e di cui Hanna resta vittima: Marcus, apparentemente un bravo ragazzo, presidente del comitato studentesco, ridicolizza Hanna in maniera violenta. Zac, si fa gioco di Hanna prima facendo il carino, poi boicottandola in un progetto scolastico e distruggendo la sua autostima. Ma il peggiore di tutti è Bryce, capo del branco è il tipico ragazzo viziato di buona famiglia che come passatempo ha quello di violentare le ragazze.

Fra gli “aguzzini” di Hanna anche Tyler e Ryan. Il primo fotografo dilettante è ossessionato da Hanna e rende pubbliche alcune sue foto private, il secondo è il direttore del giornalino scolastico e pubblica una poesia molto intima scritta da Hanna a sua insaputa. E poi ci sono le ragazze Courtney e Shary. Entrambe incarnano lo stereotipo della ragazza perfetta, solo che la prima è gay, l’altra è corresponsabile di un incidente stradale che ha portato alla morte di un ragazzo. Hanna ha la sfortuna di rendersi conto attraverso un gioco dell’omosessualità di Courtney, pagando a caro prezzo la cosa. Inoltre sarà in macchina con Shary al momento dell’incidente e la cosa creerà in lei un senso di colpa devastante.

E poi c’è Tony, il primo a ricevere le cassette, è l’unico a cui Hanna non dà colpe, ma anzi deve onorare la sua memoria custodendo i suoi segreti. Alla fine però in accordo con Clay decide di consegnare le tredici tracce audio ai genitori di Hanna.

E’ quasi impossibile provare empatia per Hanna, lei colpevolizza gli altri senza considerare che la prima vittima di sé stessa è proprio lei. E’ una Drama queen, come dice lo stesso Tony, non riesce a fregarsene di quello che la gente dice di lei, di ogni piccola cosa ne fa un dramma, in fondo fa di tutto per essere al centro dell’attenzione, e forse anche il gesto del suicidio e l’invio delle cassette va inserito in quest’ottica. Ma l’altra grande colpa di Hanna è il non denunciare i fatti gravi di cui è testimone, suo malgrado, e poi vittima. E’ vero che è invisibile, tutti la ignorano, ma lei non chiede neanche aiuto, soprattutto ai suoi genitori.

Molti critici hanno bocciato la serie, definendola troppo forte per i contenuti trattati e debole da un punto di vista narrativo perché troppo lenta. Tutti difetti che condivido, ma che non dovrebbero impedire di vederla, soprattutto agli under 30 come me.

13 MOTIVI PER potrebbe aiutare a colmare la differenza generazionale che c’è tra i miei coetanei e gli adolescenti di oggi. Quando io frequentavo il liceo i social non c’erano e internet era cosa di pochi adepti dell’informatica, le prese in giro, gli insulti restavano all’interno delle mura scolastiche. Oggi grazie ai social le vittime di bullismo sono perseguitate 24 ore su 24, la cosa spesso provoca nella loro mente reazioni devastanti, reazioni che noi trentenni difficilmente riusciamo a capire in una società dove alle ragazze è richiesto di essere carine e perfette sempre, e ai ragazzi è concesso di prendere tutto senza alcun rispetto per il prossimo.

 

FACCIAMO CHE IO ERO……

Facciamo che io ero una bambina molto timida, cresciuta in un luna park zona EURO a Roma, facciamo che questa bambina avesse anche i nonni circensi e da loro avesse ereditato la vena artistica. Facciamo che quella bambina oggi sia Virginia Raffaele che con il suo ONE WOMAN SHOW, in onda in prima serata ogni mercoledì su RAI DUE, dal titolo FACCIAMO CHE IO ERO, ha dimostrato ancora una volta il suo grande talento.

Il programma ci riporta indietro ai grandi varietà di una volta, dove c’erano il balletto, l’ospite musicale, la spalla, le imitazioni e soprattutto grandi donne dello spettacolo. Ecco Virginia dimostra di essere al pari di una Goggi o di una Carrà. Scopriamo con sorpresa che è una bravissima ballerina e cantante. Tanti gli ospiti musicali fra cui Giorgia, Francesco Gabbani, Michele Bravi e tanti altri, con un’attenzione agli ospiti stranieri che rimandano alla tradizione circense molto cara a Virginia.

Certo non mancano i tempi morti o gli sketch poco riusciti, in parte dovuti ad ospiti non proprio bravi a farle da spalla, come Gabriel Garko o come Lillo e Greg, che personalmente non mi sono piaciuti, più esilaranti Ale e Franz della seconda puntata.

Fortunatamente a farle compagnia sul palco c’è Fabio De Luigi, che è invece un’ottima spalla, soprattutto quando Virginia imita Marina Abramovic, che fa parte di un nuovo gruppo di imitazioni dove Virginia ha eseguito un lavoro certosino e quasi maniacale per assomigliare perfettamente all’originale. Vengono fuori una Bianca Berlinguer e una Fiorella Mannoia perfette, mentre la mia preferita è la scrittrice Michela Murgia che cattivissima critica letteraria smonta addirittura i pilastri della letteratura italiana come la Divina Commedia o i Promessi Sposi. Accanto alle novità non mancano le imitazioni storiche come Sabrina Ferilli, Donatella Versace e il cavallo di battaglia Belen Rodríguez. Ferilli che come ospite della seconda serata non si è sottratta ad essere “vittima” della padrona di casa.

Ma per lunghi tratti della trasmissione, in scena c’è solo Virginia, senza trucco o maschera risulta più efficacie di qualsiasi imitazione. E nei suoi panni si cimenta in monologhi come quello su l’omofobia o sul cambiamento o il mancato cambiamento del paese Italia. Istrionica, divertente ormai amatissima dal grande pubblico, Virginia si dimostra un’artista molto intelligente a porre l’attenzione su alcuni temi sociali utilizzando la maschera dell’ironia e della comicità.

Ma fino a questo momento la miglior esibizione è quella della prima puntata, dove si è esibita con Roberto Bolle sulla coreografia di DIRTY DANCING, e come disse Virginia al festival di Sanremo dell’anno scorso CHE BELLO BOLLE CHE BALLA.

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UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

Le città siciliane sono famose per l’efficienza dei loro mezzi pubblici. Non fa eccezione Messina che oltre ad avere un eccellente rete di autobus che collega ogni zona della città al suo centro; c’è anche una linea tranviaria che non può essere descritta, dovete venire a Messina, per provare sulla vostra pelle che cosa vuol dire prima di tutto aspettare venti minuti buoni al capolinea della zona sud della città chiamato ZIR. Dopo che aspetti e finalmente lo vedi arrivare ti accorgi che l’autista ti fa degli strani gesti con i quali ti vuol comunicare che deve andare al deposito e tu insieme ad una marea di persone che devono andare a lavorare, a scuola o chi sa dove a vivere la loro vita, aspetti altri venti muniti il tram successivo. Finalmente arriva, riesci a salire, ma ben presto provi la stessa sensazione delle sardine in scatola, perché dopo quaranta minuti di attesa per tutti, ad ogni singola fermata c’è la ressa del black Friday ai centri commerciali di New York. Se poi tutto questo avviene nel mese di agosto con quaranta gradi, ma cinquanta percepiti dentro le carrozze, maledici il momento che hai deciso di prendere i mezzi pubblici.

Altra particolarità del tram messinese è la sua lentezza. A causa del suo percorso fatto da curve e curvette (chi ha progettato la linea tramviaria è a mio avviso un genio del male) e ai grandi gesti di civiltà dei messinesi che hanno il buon senso di parcheggiare sui binari, le carrozze procedono alla velocità di un bradipo. Se per esempio dal capolinea della zona sud occorre raggiungere la sede del municipio ci stai quasi un’ora, lo stesso tempo che ci impiegheresti con l’auto all’ora di punta.

Per non parlare di quando poi gli si bloccano le porte e tutti ad urlare perché colpiti da claustrofobia o quando procede lungo le curve e i freni iniziano a fischiare così forte che sembra stia per deragliare  da un momento all’altro. Ma la cosa più piacevole avviene quando piove. I binari sono sprovvisti di pendenza per l’acqua piovana quindi si trasformano in una piscina dove si può fare sci d’acqua. Conseguenza interruzione del servizio e bus sostitutivi che però fanno anche un percorso alternativo al tram e tu non sai dove stai andando.

L’unica cosa piacevole del tram sono i suoi passeggeri, perché come ogni mezzo pubblico ti offre una carrellata di personaggi che sono meglio dei concorrenti del grande fratello. C’è la casalinga che si lamenta dell’aumento dei prezzi al mercato, la liceale che racconta all’amica del ragazzo che le piace, l’alto borghese che schifato pulisce il posto prima di sedersi, l’extra comunitario con il suo borsone pieno di fazzolettini e accendini, il pensionato di classe che chiacchiera e si lamenta dell’amministrazione locale, il pensionato con le scarpe bucate che in silenzio si siede e guarda con lo sguardo perso fuori dal finestrino, universitari che ridono e scherzano, impiegati che si recano al posto di lavoro e quello svampito che quando sale ti chiede ma chistu a unni arriva.

p.s.

Questo post è stato scritto nell’estate del 2015 dopo un giorno di ordinaria follia per le strade di Messina con i mezzi pubblici. Oggi la situazione è molto cambiata. La giunta comunale capitanata dal sindaco Renato Accorinti è riuscita a dare alla città un servizio di mezzi pubblici degno di questo nome, servizio molto efficiente da far quasi invidia alle città del nord.

COME ERAVAMO

Con l’ultima fiction RAI DI PADRE IN FIGLIA facciamo un tuffo nel passato. Dopo Trieste e Matera, è Bassano del Grappa in provincia di Padova a far da cornice alle vicende della famiglia Franza.

Siamo fine anni cinquanta, Giovanni Franza (Alessio Boni) è un uomo burbero e dispotico, dopo essere emigrato con i genitori in Brasile ritorna a Bassano del Grappa col sogno di aprire una distilleria tutta sua. Sposa Franca (Stefania Rocca) dalla quale ha due figlie Maria Teresa e Elena, ma l’uomo desidera ardentemente un figlio maschio. Questo figlio di nome Antonio arriva nel 1958 insieme ad una sorella gemella Sofia. Giovanni, però non si cura molto della sua progenie femminile, anche perché nella sua mente e in quella della società dell’epoca le donne rivestivano il solo e unico ruolo di mogli e madri.

Giovanni diventa ben presto un padre padrone al quale la moglie Franca non riesce a contrapporsi. L’unica che riesce a tenergli testa è la primogenita Maria Teresa (Cristiana Capotondi). Siamo nel 1968, anno della contestazione giovanile, Maria Teresa ottenuto il diploma decide di iscriversi all’università per frequentare il corso di studi in chimica, col sogno di poter affiancare il padre nella gestione della distilleria. Ma Giovanni è di un altro parere, l’unico erede della distilleria è il figlio Antonio e non accetta la decisione della figlia. Maria Teresa decide di andare per la sua strada, lascia Bassano per trasferirsi a Padova e frequenta l’università.

Elena (Matilde Gioli) a soli 17 anni si ritrova incinta ed è costretta a sposare il papà del suo bambino, lasciando la scuola e abbandonando i suoi sogni. Antonio e Sofia, come tutti i gemelli sono molto uniti, Antonio timido e fragile si sostiene alla sorella in tutto e per tutto.

Nel 1973 Maria Teresa si laurea in Chimica col massimo dei voti, in questi ultimi anni, oltre agli studi, la ragazza si è appassionate a temi come la legge sul divorzio, l’aborto, la libertà sessuale e a suo malgrado diventa protagonista di quell’emancipazione femminile che ha visto le donne italiane lottare per i propri diritti nella seconda metà degli anni settanta. Con la sua bella laurea in tasca, Maria Teresa ritorna dal padre che le offre un misero impiego da segretaria, Maria Teresa rifiuta e stanca della mancanza di fiducia che il padre ha nei suoi confronti solo perché è donna, decide di andare a lavorare per la concorrenza. Qui rivede Riccardo, il figlio dell’ex socio in affari del padre, ragazzo di cui Maria Teresa è sempre stata segretamente innamorata. Giovanni decide di introdurre nell’azienda di famiglia il figlio Antonio, e lo separa violentemente dalla sorella gemella Sofia, che verrà chiusa in collegio. Elena aspetta il secondo figlio e si rende conto che il ruolo di moglie e di madre la va stretto. Anche Franca in questi anni cerca di farsi spazio e di ottenere il suo pezzetto di felicità grazie ad un dolce ricordo che viene dal passato.

Passano gli anni, siamo nel 1978, Maria Teresa è un chimico affermato e nella sua vita riappare Giuseppe, un operaio pugliese, conosciuto negli anni universitari con il quale aveva avuto una breve relazione. Contemporaneamente anche Riccardo si accorge di lei e le dichiara il suo amore. Elena esasperata dal rapporto con il marito che non ama più e soffocata dal ruolo di madre perfetta, decide di prendere in mano la sua vita e di scappare il più lontano possibile alla ricerca della felicità. In perenne fuga è anche Sofia, che vive come una punk randagia, cerca nelle droghe quell’affetto che la sua famiglia le ha sempre negato e poi c’è Antonio che fragile e disperato, pur di far breccia nel cuore del padre, manda in banca rotta la distilleria di famiglia.

Antonio porrà fine ai suoi problemi con un gesto estremo. Gesto che in qualche modo riunirà le sue sorelle e farà capire a Giovanni tutti gli errori commessi con i figli. L’insegna GIOVANNI FRANZA E FIGLIO sopra il portone della distilleria verrà sostituita con quella di SORELLE FRANZA, comportando una piccola ma grande rivoluzione che condurrà tre donne alla guida di un’azienda.

Filo conduttore della fiction è l’emancipazione femminile. A me è piaciuta molto e non solo perché il soggetto e la sceneggiatura portano la firma di Cristina Comencini, il cast è composto da un gruppo di attori eccellenti, diretti da un altro altrettanto bravo Riccardo Milani. Mi è piaciuta perché è un piccolo romanzo storico, un piccolo romanzo che ti racconta com’era l’Italia degli anni 70 e in particolar modo com’erano le nostre nonne e le nostre madri, perché senza di loro forse non saremo libere. Perché dietro la storia della famiglia Franza, può esserci la storia della nostra famiglia e poi c’è una colonna sonora incredibile che va da Caterina Caselli a Vasco Rossi passando per Patty Bravo, Venditti e Guccini.

 

 

LA LEGGENDA DI MATA E GRIFONE

Temi come Immigrazione e Integrazione fanno parte ormai della nostra quotidianità. Temi che spesso sono utilizzati dalla classe politica come mezzo per allontanare l’interesse pubblico da altri problemi quali la crisi economica o la disoccupazione. Capisco che i numerosi sbarchi sulle coste siciliane ad oggi siano diventati un problema e comprendo anche la paura del diverso che tanti Italiani manifestano. Trovare un punto d’incontro fra civiltà così diverse è davvero difficile.

La storia della mia città, Messina, è una storia di integrazione ed ha del sorprendente se si pensa che tutto è accaduto intorno all’anno 1000 d.c.

Protagonisti due giovani, lei una bellissima principessa cristiana, lui uno spietato pirata saraceno di religione islamica (situazione molto attuale, se pensiamo ai continui sbarchi sul canale di Sicilia, o agli attentati di matrice islamica ai danni della società occidentale e quindi cristiana).

Lei è Marta, figlia di re Cosimo di Camaro piccolo regno che si affacciava su quello che sarebbe diventato lo stretto di Messina, lui è Hassan Ibn Hammar ed è a capo di un gruppo di pirati saraceni, i più violenti che avessero solcato il mar Mediterraneo. Criminali che non hanno alcuna difficoltà ad invadere lo stretto, saccheggiarlo e trasformarlo nella loro roccaforte. Durante uno di questi saccheggi, Hassan incontra lei, Marta, e rimane affascinato non solo dalla bellezza della ragazza ma anche dai suoi modi gentili e dal coraggio che dimostra nell’aiutare la popolazione di Camaro assediata dai saraceni. Per Hassan è un vero colpo di fulmine, tanto da chiederla in sposa a re Cosimo. Quest’ultimo rifiuta energicamente e rifiuta anche Marta appena apprende le intenzioni del saraceno. Per Hassan il rifiuto è peggio di una pugnalata in pieno petto e accende in lui una violenza inaudita che riversa sui poveri abitanti dello stretto. Marta è terrorizzata ma decide lo stesso di incontrarlo e di spiegargli il perché del suo rifiuto.DSC04257DSC04256

In queste foto vediamo Mata e Grifone cosi come li ha concepiti l’artista Manuela Caruso nell’ambito del progetto Streetart.

 

Rifiuto che è dettato dai suoi precetti cristiani che mal si sposano con i gesti violenti del saraceno. Hassan, l’ha ascolta in silenzio e alla fine, come pegno del suo amore, decide di cambiare vita e di convertirsi al cristianesimo. Marta commossa da questo gesto decide di dargli un’opportunità e a poco a poco si innamora del giovane moro decidendo di sposarlo.

Hassan cambia poi il nome in Grifo, che sarà poi modificato dalla popolazione in Grifone per la sua possente statura, insieme a Marta, Mata in dialetto messinese (e a quanto dice la leggenda neanche lei scherzava a statura) daranno vita ad una progenie con una discendenza così numerosa da essere considerati i mitici fondatori della città di Messina. La loro statura gli ha regalato, nei secoli, l’appellativo di U GIGANTE E A GIGANTISSA nel dialetto messinese.

Un’altra leggenda vuole la dimora di Hassan sulla collina dove oggi sorge il santuario di Dinnammare (luogo di culto molto amato dai messinesi), che prenderebbe il nome proprio dal pirata saraceno, pirata che decise di trasformare la sua roccaforte in una chiesa e donarla a Mata come segno del suo amore.

Il mito di Mata e Grifone rivive ogni anno per le vie della città, il 14 agosto, con la tradizionale passeggiata dei Giganti, così infatti sono denominate da secoli le due enormi statue lignee raffiguranti i due fondatori. Lei in groppa a un cavallo bianco lui su uno nero.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate dalla sottoscritta