Venerdì sera su RAI 3 è andato in onda in prima visione il film di Paolo Virzì LA PAZZA GIOIA.

Devo premettere che Virzì è forse il mio regista italiano preferito, amo il modo in cui mette a nudo la società italiana e l’eterna contrapposizione fra classe ricco-borghese e classe operaia. Amo il lavoro di introspezione che fa su ogni singolo protagonista e amo il suo modo di raccontare. Amore che scoppiò quando durante il secondo ginnasio andammo al cinema con la scuola e vedemmo OVOSODO. Da allora non me ne sono persa uno: FERIE D’AGOSTO, CATERINA VA IN CITTA’, TUTTA LA VITA DAVANTI, LA PRIMA COSA BELLA, TUTTI I SANTI GIORNI e IL CAPITALE UMANO.

LA PAZZA GIOIA parla della fragilità dell’animo femminile, ma anche di un’amicizia fra due donne Beatrice e Donatella che cercano di aiutarsi l’un l’altra.

Beatrice (interpretata da Valeria Bruni Tedeschi) è una mitomane con gravi disturbi psichici, è ricoverata da tempo a VILLA BIONDI, una comunità per donne affette da disturbi mentali, qui arriva Donatella (Micaela Ramazzotti) affetta da una profonda depressione e con alle spalle un tentato suicidio e omicidio del suo bambino. Fra le due scatta qualcosa, inizia un legame che fa bene ad entrambe, fino a quando non decidono di scappare dalla struttura che le ospita. Inizia quella che Beatrice chiama “la pazza gioia”, un viaggio che le porterà su e giù per la Toscana  e dove scopriremo la triste storia di entrambe.

Il film si distacca un po’ dal resto della produzione di Virzì in quanto il regista toscano ha deciso di affidare la stesura della sceneggiatura ad un altro grande nome del cinema italiano Francesca Archibugi. Sceneggiatura esaltata dalla straordinaria interpretazione delle due attrici protagoniste, soprattutto Valeria Bruni Tedeschi, David di Donatello come miglior attrice davvero meritato. L’idea del film è nata a Paolo Virzì sul set del CAPITALE UMANO, osservando la moglie Micaela Ramazzotti incinta della loro secondogenita, venuta a trovarlo per il suo compleanno, camminare insicura nel fango e nella neve per mano di Valeria Bruni Tedeschi. Altre fonti d’ispirazione sono stati QUALCUNO VOLO’ SUL NIDO DEL CUCULO di Milòs Forman e UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO di Tennessee Williams. Oltre al David a Valeria Bruni Tedeschi, il film si è aggiudicato quello come miglior film e miglior regia. Il Nastro D’Argento e il Globo D’Oro come miglior sceneggiatura. Se ve lo siete persi, lo trovate disponibile su RAI PLAY.

All’ultima mostra del festival del cinema di Venezia, Virzì ha presentato il suo primo film in lingua inglese dal titolo ELLA E JOHN e interpretato da due mostri del cinema internazionale Donald Sutterland e Ellen Mirren.

La-pazza-gioia-di-Paolo-Virzì

GGG

sejaneaustenavesseavutolatv

Avendo dei nipoti, quest’anno mi è capitato di vedere numerosi film per bambini e ragazzi. Fra tutti quello che mi è piaciuto di più è GGG, IL GRANDE GIGANTE GENTILE. Il film è diretto e prodotto da Steven Spielberg ed erede, a mio avviso di ET.

Distribuito dalla Disney, il film è tratto dall’omonimo romanzo di Roald Dahl pubblicato nel 1982, e autore fra l’altro anche de LA FABBRICA DI CIOCCOLATO.

La storia ha per protagonista un’orfanella, la piccola Sophie (interpretata da Ruby Barn Hill) che durante una notte viene rapita dal suo orfanotrofio di Londra da un mostro altissimo, o almeno così le appare, che la conduce con sé nella terra dei giganti.

In realtà il suo rapitore è il Grande Gigante Gentile (interpretato da Mark Rylance), un gigante anomalo se lo si paragona ai suoi simili in quanto è alto solo sette metri e mezzo, due volte più piccolo rispetto agli altri giganti quali Trita Bimbo, Ciccia Budella, Scotta Dito, il Crocchia Ossa e il Vomitoso, ed è vegetariano. Tutti gli altri si cibano di carne umana preferibilmente carne di bambino, lui no, lui no né un “ingoiatore canniballo”, lui preferisce mangiare degli strani e puzzolenti Cetrionzoli e bere Sciroppio. Ha delle enormi orecchie e un acuto senso dell’olfatto, è affettuoso, dolce e un po’ ingenuo. Altra sua caratteristica è quella di esprimersi in una maniera assai buffa, ma ciò che cattura l’entusiasmo di Sophie è il mestiere di GGG, lui infatti fabbrica sogni e li distribuisce al genere umano.

La presenza di Sophie attira le attenzioni degli altri giganti che faranno di tutto per rapirla. La bambina però pensa ad un piano per sbarazzarsi di loro una volta per tutte. Un piano che coinvolgerà la regina d’Inghilterra Elisabetta II. Che qui è intrepretata da Penelope Wilton, meglio conosciuta come Isabel Crawley di Downton Abbey.

Proprio come in ET, questo film racconta la storia di un’amicizia fra un bambino e una strana creatura. Un’amicizia che va a colmare un grande senso di solitudine da parte di entrambi i protagonisti. GGG infatti può sentire il battere del cuore solitario di Sophie, ragazzina priva dell’amore di una famiglia, mentre lui vive in disparte e isolato da tutti. Ma nel GRANDE GIGANTE GENTILE c’è anche l’idea di quanto sia bello sognare e di quanto sia altrettanto emozionante rincorrere e realizzare i propri sogni.

Belli anche gli effetti speciali, ma del resto quelli non possono mancare quando si parla di Steven Spielberg.

GGG

Questo post avrei dovuto pubblicarlo nei primi giorni di luglio, quando la seconda stagione di NON UCCIDERE veniva mandata in onda su RAI 2.

Ma in estate il mio mondo si colora di sorelle che vanno e vengono dalle diverse parti d’Italia e del mondo e di nipoti che se non stai attenta ti trasformano casa in un loft di artisti newyorkesi. Conseguenza ho avuto poco tempo da dedicare al blog e questa recensione è rimasta nelle bozze per più di due mesi.

NON UCCIDERE è una serie televisiva targata RAI che racconta la vita e le indagini dell’ispettore della squadra mobile di Torino, Valeria Ferro. La serie può essere definita come un noir innovativo, molto simile ai noir dei paesi nordici.

Valeria ha il volto di Miriam Leone, l’ex miss Italia che per questo ruolo ha messo da parte gli abiti della ragazza dolce e carina della porta accanto e si è trasformata in una donna anticonvenzionale e lontana da ogni cliché. Valeria non si trucca, veste sempre in maniera molto anonima e si dedica anima e corpo al suo lavoro. Pur essendo molto giovane è un ispettore di polizia molto abile, ha un intuito fuori dal comune, un intuito che la stessa Leone ha definito da lupo e come un lupo si muove per cercare la sua preda, gli assassini colpevoli dei casi di omicidio di cui si occupa.

Questi traggono spunto da casi di cronaca nera realmente accaduti e vedono come protagonisti legami famigliari malati, relazioni pericolose, vendette, passioni malate. Tutti hanno come scenario Torino che per l’occasione è stata trasformata in uno spettrale palcoscenico dove l’ispettore Ferro si aggira in maniera ossessiva alla ricerca della verità.

Ossessione che risale alla sua infanzia quando la madre Lucia uccise il padre è per questo venne condannata a 20 anni di reclusione. Una volta libera la donna cercherà di recuperare il rapporto con la figlia, ma Valeria rifiuterà ogni contatto ponendosi continue domande sulla morte del padre, sulla quale Lucia sembra non aver detto tutto.

Lucia forse non è quella che dice di essere e il suo misterioso passato riappare nella seconda stagione nelle vesti di Giuseppe Menduri. I due condividono dei terribili segreti che porteranno Lucia alla morte. La cosa devasterà Valeria che non riuscirà a chiarirsi con la madre, inoltre scoprirà che il suo vero padre è in realtà Menduri che nel frattempo ha confessato di aver ucciso Lucia. La cosa non convince del tutto il commissario Giorgio Lombardi che decide di indagare per conto proprio.

Chi ha ucciso Lucia Ferro e suo marito? Alla fine Valeria grazie al sostegno e all’amore di Andrea Russo suo collega e compagno nelle vita riesce a riacquistare il suo equilibrio decidendo di creare una sorte di legame con Viola Menduri, la sua sorellastra.

Serie fatta veramente bene, da vedere assolutamente se ve la siete persa su RAI PLAY.

RAI che non smetterò di ripetere ma da un po’ di tempo sta realizzando fiction davvero belle. Vediamo cosa ci riserverà per la nuova stagione.

non-uccidere-2-740x343

 

Come oggi esattamente vent’anni fa moriva Diana Spencer, principessa del Galles o come amano definirla gli inglesi la principessa del popolo. Nelle ultime settimane sono stati numerosi i documentari e le docu-fiction andate in onda sulla vita e la tragica morte di Lady D., sia sulla TV inglese che su quella americana e perfino in Italia, canale 9 ha trasmesso il documentario DIANA, LA VERA STORIA; e sull’8 LADY D. LE VERITA’ NASCOSTE. Tutti si concentrano sulla tragica morte della principessa e sulle congetture nate intorno ad essa, ponendo l’accento soprattutto su i suoi amanti e su i suoi disturbi alimentari e psichici in generale.

Ma dopo vent’anni che cosa è rimasto di questa donna bellissima ma allo stesso tempo irrequieta e tormentata? Diana è stata una pioniera, ha anticipato con il suo stile, la sua eleganza e con la sua amicizia con i più famosi stilisti dell’epoca le fashion blogger e quell’esercito di modelle definite oggi it-girl o socialite. E’ stata la prima a battersi per cause umanitarie, come quella contro le mine antiuomo per esempio e poi gli incontri con MADRE TERESA e Nelson Mandela solo per citarne alcuni. Esempio oggi seguito da star come Angelina Jolie e Madonna che si battono per i diritti dell’infanzia nei paesi più poveri o Leonardo Di Caprio che lotta per la salvaguardia dell’ambiente e poi tutti in fila dietro la porte di San Pietro per farsi un selfi con PAPA FRANCESCO. E poi prima fra tutti ha capito il potere della stampa, il potere della comunicazione di massa. Era lei in parte a cercare i fotografi, soprattutto quando il suo matrimonio stava naufragando perché aveva capito che la famiglia reale non era in grado di gestire i media.

Stampa grazie alla quale è diventata LADY D., stampa che l’ha aiutata a vendere la propria immagine, proprio come oggi farebbe un social media manager. Ma col passare del tempo la cosa le è sfuggita dalle mani e la stampa è stata in buona parte la causa della sua morte.

Morte che ha travolto la famiglia reale, che ha dovuto cambiare prospettiva sul futuro e iniziare a diventare un po’ più umana. Se è vero solo in minima parte ciò che viene raccontato, la povera Diana si è ritrovata giovanissima a gestire un gruppo di persone che più che una famiglia erano una sorta di mostro medievale e la buon Diana come ogni cavaliere che si rispetti armata di armatura e fendente ha sfidato quel mostro e lo ha sconfitto anche se a discapito della propria vita. Senza Diana forse oggi una comune ragazza dell’alta borghesia inglese non avrebbe mai sposato l’erede al trono aspirando a diventare un giorno la regina d’Inghilterra.IMG_0954[1]

LE RAGAZZE DEL CENTRALLINO è la prima serie  spagnola targata Netflix, serie che, a mio parere, risulta un po’ deludente. Credo che l’intento degli autori fosse quello di realizzare una serie a tema storico sul modello della BBC, ponendo l’attenzione sul tema dell’emancipazione femminile. Intento fallito nel momento in cui il sentimentalismo tipico delle telenovela spagnola la fa da padrone.

Comunque la trama è questa: siamo nelle Madrid del 1928, la compagnia telefonica di proprietà della famiglia Cifuentes, fa nuove assunzioni come centralinista in seguito all’aumento dei propri abbonati, così Lidia, Carlota e Maria Inmaculada detta Marga si aggiungono ad un folto numero di giovani donne capitanate da Angeles e Sara Millian.

Lidia in realtà si chiama Alba e di professione fa la ladra, si trova alla compagnia per commettere un furto ordinatole dall’ispettore Beltràn, poliziotto che la ricatta. Il passato della ragazza è quanto mai misterioso, passato che riappare violentemente nella sua vita quando Lidia\Alba scopre che il direttore generale della compagnia è Francisco Gomez suo grande amore adolescenziale.

Carlota è la più ribelle del gruppo, non accetta l’idea che i suoi genitori decidano della sua vita, così sceglie di andare via di casa e trovare un lavoro, è fortemente convinta che le donne debbano avere pari diritti degli uomini, fra cui il diritto a votare. Riesce a convertire alla sua causa la timida e ingenua Marga che a poco a poco riesce a trovare la propria indipendenza e anche un fidanzato, mentre Carlota proverà le esperienze più estreme appoggiata da Sara Millian, il capo delle centraliniste.

Angeles è l’impiegata con maggior esperienza e istruisce le nuove arrivate, è una donna molto dolce e disponibile ma con un marito violento dal quale decide di separarsi, ma il divorzio nella Spagna dell’epoca non era ancora legale per tanto Angeles dovrà patire non poco per aver riconosciuti i propri diritti.

Diritti che nelle struttura narrativa da protagonisti diventano cornice. Al centro di tutto c’è il dramma d’amore, il dramma di Lidia\Alba che non sa scegliere tra Francisco e Carlos, quest’ultimo è il figlio di Don Cifuentes che innamoratosi di Lidia le offre l’opportunità di una nuova vita. Il dramma di Carlota divisa fra l’amore di un uomo e di una donna, il dramma di Marga che va in paranoia quando scopre che il suo Pablo è già promesso sposo ad un altra. Il tema dell’emancipazione femminile si ferma, in poche parole, al personaggio di Angeles e Sara, quest’ultima infatti, non si batte solo per il diritto al voto, ma essendo omosessuale, la sua lotta riguarda anche un altro tipo di indipendenza. Anche il contesto storico è stato curato male, si è persa l’occasione per spiegare cosa portò alla guerra civile e alla dittatura di Franco. Altra nota dolente è la colonna sonora, troppo moderna per 1928.

Va visto solo se siete amanti del SEGRETO e di altri prodotti simili e per i costumi e le scenografie che a dispetto di tutto il resto sono ben curati.

le ragazze del cantrallino

Come si fa a commettere un omicidio e a farla franca? Ce lo spiega ANNALISE KEATING, avvocato e docente di diritto penale nella prestigiosa università di FILADELFIA, la MIDDLETON UNIVERSITY. In ogni sua lezione, analizzando ogni singolo caso giudiziario di cui si occupa, la prof KEATING spiega come vincere una causa anche quando il proprio cliente è colpevole. Fra tutti i suoi studenti la professoressa ne ha scelti cinque che la assisteranno nei suoi casi giudiziari.

Gli “sfortunati” sono WESS GIBBINS, vincitore di borsa di studio, ha alle spalle un infanzia difficile, buono e generoso si dimostrerà il più fedele fra gli allievi della professoressa. LAUREL CASTILLO è la tipica ragazza di buona famiglia che sogna di cambiare il mondo e di aiutare gli emarginati della società. MICHAELA PRATT è la reginetta dell’upper inside che cerca di far conciliare i preparativi del suo matrimonio con gli studi in legge, ma con scarsi risultati. CONNOR WALSH è narcisista e spietato, sarebbe pronto a tutto pur di ottenere quello che vuole e infine ASHER MILLSTONE, figlio di un noto giudice, gioca il ruolo dello scemo del villaggio. Ad affiancarli i due associati dello studio KEATING, BONNIE e FRANK. La prima è un’impiegata fedele, pronta a strisciare ai piedi del suo capo pur di non essere sgridata. Il secondo è uno “sbriga faccende” dal torbido passato.

Una serie di sfortunati eventi condurranno i cinque ragazzi ad uccidere SAM KEATING, marito della professoressa. L’uomo è a sua volta coinvolto in un altro delitto, quello della studentessa Lila Stangard, di cui era l’amante. Elemento di collegamento dei due delitti è REBECCA, una giovane spacciatrice fidanzata di WESS e migliore amica di LILA.

Toccherà alla professoressa KEATING sciogliere il noto della matassa e salvare i suoi cinque studenti dall’ergastolo, applicando quelle che lei stessa in una lezione aveva definito le regole per il delitto perfetto.

Suspence, adrenalina, colpi di scena e una forte empatia con i protagonisti sono la miscela perfetta per questa serie della ABC, prodotta da SHONDA RHIMES, già produttrice di GREY’S ANATOMY e SCANDAL. Visibile su Netflix che su Raiplay è consigliabile a tutti i coloro che amano il noir e il triller. Ma anche a tutti i coloro che non sanno cosa fare durante un temporale di fine estate.

P.S.

Su RAI 4 tutte le domeniche alle 22.30 va in onda la seconda serie in prima visione.

le-regole-del-delitto-perfetto_R439

THE CROWN

sejaneaustenavesseavutolatv

Fra le serie originali prodotte da Netflix, THE CROWN è sicuramente una delle più belle.

Scritta da Peter Morgan (sceneggiatore di The Queen) e diretta da Stephen Daldry. La serie narra attraverso un’ottima sceneggiatura e un altrettanto ottimo cast la vita della regina Elisabetta II, dal giorno del suo matrimonio con Filippo fino ai giorni nostri. Ogni stagione composta da 10 episodi racconta dieci anni di regno.

La prima stagione ha inizio con le nozze reali fra Elisabetta e Filippo duca di Edimburgo, ben presto però le condizioni di salute di re Giorgio si aggravano tanto da portarlo alla morte e Elisabetta (interpretata da Claire Foy) si ritrova regina a solo venticinque anni. Siamo nel 1952 e per la monarchia inglese non è una novità avere una donna come monarca, sia Elisabetta I che Vittoria erano divenute regine in età molto giovane e sono state le due sovrane sotto i cui regni la Gran Bretagna è diventata il grande impero coloniale del XIX secolo.

Il confronto per la giovane Elisabetta sarà arduo anche perché dopo la seconda guerra mondiale l’assetto politico internazionale è cambiato e l’Inghilterra rischia di perdere terreno. Non meno problematica è la situazione interna dove le elezioni sono vinte dai conservatori e Winston Churchill (interpretato da John Lithgow) è nuovamente primo ministro. Uomo dalla forte personalità sarà una sorta di mentore per la giovane regina. Elisabetta è molto insicura, si sente inadeguata nel ruolo di capo di Stato per il quale si accorge ben presto di non essere stata preparata. Inizialmente pensa solo con la sua testa e cadrà negli stessi errori dello zio Edoardo, costretto ad abdicare per poter sposare una donna divorziata, zio che starà col fiato sul collo della nipote organizzando la sua vendetta.

A Buckingham Palace troviamo la sua “adorabile famiglia” pronta a sostenerla con caloroso affetto. Famiglia composta da una nonna, la regina Mary (Eileen Atkins) che le fa innumerevoli pressioni, una madre la regina madre (interpretata da Victoria Hamilton) che le ricorda puntualmente di non avere un’intelligenza brillante ( non ha ancora iniziato a bere), una sorella la principessa Margaret (Vanessa Kirby) che scalpita per sposare un divorziato e poi c’è Filippo.

Al caro Filippo (interpretato da Matt Smith per intenderci l’undicesimo Doctor Who) il ruolo di principe consorte sta un pò stretto, troverà difficile camminare due passi dietro alla moglie e di non poter trasmettere il cognome ai figli.

Ma la storia ci insegna che Elisabetta supererà questa e altre tempeste durante i suoi 64 anni di regno, ultimo questo Natale in cui ci ha fatto preoccupare pensando al peggio. Carlo faceva già le prove per l’incoronazione, ma la nostra cara Elisabetta è ancora fra noi.

A proposito di Carlo nella serie è un grazioso bambino con le orecchie a sventola timido e  imbranato tanto che Filippo non si capacita di come sia figlio suo e di sua madre.

DSC04418