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DALLA RUSSIA CON AMORE

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Buona sera a tutti. Per prima cosa voglio scusarmi per il mio silenzio, negli ultimi due mesi sono stata molto impegnata. Ho iniziato a frequentare un master in marketing e comunicazione che mi ha preso totalmente, master grazie al quale forse la mia vita professionale potrà avere una svolta. Spero di poter continuare a curare questo spazio, ma far conciliare lavoro, studio, famiglia e blog è davvero molto difficile.

Gli impegni però non mi hanno impedito di guardare la tv (solo dopo cena) e la stagione estiva di quest’anno, stranamente, mi ha lasciato felicemente sorpresa.

La prima serie estiva che mi ha conquistato fin dalle prime battute è THE AMERICANS, che va in onda tutti i giovedì sera alle 21.20 su RAI 4. Serie che è stata trasmessa con successo negli Stati Uniti a partire dal 2013 e lì siamo ormai alla sesta stagione, in Italia è stata mandata in onda su Fox dove è arrivata alla quinta stagione, mentre in Rai siamo ancora alla seconda, ma le prime quattro stagioni sono tutte disponibili su Netflix. Protagonista una normale famiglia americana che vive a Washington DC., siamo nel 1981, da poco è iniziata l’era Reagan e i coniugi Philip ed Elizabeth Jennings non hanno nulla di cui lamentarsi, gestiscono con successo un’agenzia di viaggi, hanno due figli Paige di 13 anni e Henry di 8, vivono in una villetta a due piani e sono la perfetta famiglia americana, la famiglia che tutti vorremo avere come vicini.

In realtà Philip ed Elizabeth si chiamano Mikhail e Nadezhda e sono due spie del KGB. Fanno parte di una cellula silenziosa creata dai servizi segreti sovietici chiamati “illegali” il cui compito era quello di mimetizzarsi nella società americana per poter spiare gli organi di potere dal loro interno. Diretti e coordinati dalla misteriosa Claudia i due, diventati una coppia e poi una famiglia per volere del regime sovietico, devono far convivere la loro doppia vita. Elizabeth fra i due è quella più devota alla causa, Philip nel tempo ha iniziato a vedere le cose sotto una prospettiva diversa. A l’uomo non dispiace il modello di vita americano e inizia a dubitare del regime, Elizabeth invece si farebbe ammazzare per la grande madre Russia, ma si farebbe ammazzare anche per i suoi figli, ignari della doppia vita dei genitori, figli che sono cittadini americani a tutti gli effetti. Cosa accadrebbe ai ragazzi se Philip ed Elizabeth verrebbero scoperti?

A indagare su questa cellula silenziosa c’è una squadra speciale dell’FBI capitanata da Stan Beerman, Stan che è dirimpettaio dei coniugi Jennings non che miglior amico di Philip, Stan che non immagina minimamente che il nemico a cui dà la caccia è il suo vicino di casa, Stan che trovando come amante una funzionaria dell’ambasciata russa si ritroverà in grossi guai.

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Tutta la narrazione e l’introspezione dei personaggi si gioca su questa dualità che vede i protagonisti divisi fra America e Russia, fra l’essere genitori e essere spie. A proposito di spionaggio la suspence, i delitti, gli intrighi, i travestimenti e i colpi di scene vi terranno incollati allo schermo. Uno straordinario spy story nato dalla penna di Joe Weisberg, ex agente della CIA, e ispirato ad una storia vera. Philip ed Elizabeth sono interpretati da due attori straordinari, che grazie a questa interpretazione si sono tolti di dosso l’aria di bravi ragazzi a cui le interpretazioni precedenti li avevano legati. Sto parlando di Matthews Rhys (noto per aver interpretato Kevin Walker in Brother e Sisters) e Keri Russell (famosa per essere stata Felicity Porter). A proposito di Keri tutto il mondo la ricorda come Felicity, che detto fra noi non era proprio tutta sta furbizia, in THE AMERICANS è tutto l’opposto: fredda, calcolatrice e spezza ossi del collo con la stessa tranquillità con cui mia nonna fa la parmigiana di melanzane.

Molto importante è anche il contesto storico in cui si inserisce la serie, gli anni 80, gli anni di Reagan, il decennio più sanguinoso della guerra fredda, decennio in cui saranno gettate le basi per l’abbattimento del muro di Berlino e la fine dell’unione sovietica. Gli anni di Madonna e Michael Jackson, dei capelli cotonati, delle spalline e di uno stile di vita che ha fatto storia.

Una serie molto attuale, dato l’importante ruolo che ancora oggi la Russia gioca su piano internazionale, il cui presidente è stato l’ultimo capo del KGB. Una serie che ti racconta la guerra fredda da un altro punto vista, quello russo.

L’appuntamento è per sta sera su RAI 4.

 

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L’ALIENISTA

ALL’ORIGINE DELLA CRIMINOLOGIA

New York 1896, in una gelida notte di febbraio, viene ritrovato il cadavere di un ragazzino. La vittima si chiama Giorgio Santorelli ed è poco più di un bambino, indossa abiti femminili perché costretto con molta probabilità a prostituirsi, il suo corpo è stato brutalmente seviziato, ma ciò che preoccupa di più la polizia è che questo non è un caso isolato. Altri due cadaveri con le stesse mutilazioni sono stati ritrovati nei mesi precedenti, in entrambi i casi le vittime erano dei bambini. Bambini di sesso maschile, figli d’immigrati che si prostituivano per racimolare qualche soldo per poter sopravvivere.

Per capire chi è l’autore di questi efferrati omicidi, il dipartimento di polizia di New York capitanato dal giovane comandante Theodore Roosevelt (si tratta del futuro 26° presidente degli Stati Uniti) chiede aiuto al dottor. Laszlo Kreizler.

Il dottor. Kreizler è in realtà un’alienista, una sorta di precursore del moderno psichiatra. Come ci dice l’intro di ogni episodio “nel diciannovesimo secolo si credeva che le persone affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro vera natura. Gli esperti che le studiavano erano pertanto chiamati alienisti”. Kreizler (interpretato da Daniel Bruhl) aveva capito che molti assassini avevano commesso i loro reati perché vittime loro stessi di violenze. Aveva capito che tanti comportamenti malati in età adulta derivavano da infanzie difficili, infanzie dove vi erano state violenze e abusi.

Ad affiancarlo nella delicata indagine sul serial killer di bambini c’è l’amico John Moore (Luke Evans) che lavora per il New York Times. A dar man forte ai due arriva la coppia di agenti detective composta da due gemelli di origini ebraiche Lucius e Marcus Isaacson.

Agenti detective che mettano appunto tutta una serie di analisi che oggi hanno portato alla scientifica e all’uso del DNA. E poi c’è Sarah Howard (Dakota Fanning), segretaria personale del comandante Roosevelt e prima donna a lavorare presso il dipartimento di polizia. Donna dal grande coraggio e con un forte intuito investigativo, sarà determinante al fine delle indagini.

Questa squadra di investigatori si ritroverà ben presto a muoversi nei bassi fondi di una New York dall’aspetto gotico e ancestrale. Dove il perbenismo della classe borghese non vuole accettare l’idea che nella loro società ci sia qualcosa di malato, dove una polizia corrotta non vuole che si scopra la verità, dove gli ultimi resteranno sempre gli ultimi.

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Investigatori che dovranno vedersela con una complessa mente criminale, che mieterà vittime sotto il loro naso, al quale sembreranno rimanere impotenti.

Ben presto capiremo che anche i nostri protagonisti hanno degli scheletri nell’armadio. Sia John che Sarah non hanno rielaborato il lutto di alcune morti di cui in parte si sentono responsabili e anche l’affascinante dottor. Kreizler nasconde qualcosa che si cela con molta probabilità dietro il suo braccio destro affetto da una forte malformazione. Per non parlare dello strano rapporto che lo lega alla sua giovane governante, Mary, ragazza indiana affetta da mutismo.

La serie prodotta e ideata da Netflix si basa sull’omonimo romanzo di Caleb Carr. Composta da dieci episodi ci introduce in un racconto narrativo dallo stile incalzante. Ci proietta in quella che è la parte più oscura della mente umana. L’atmosfera noir la fa da padrona aiutata dall’eccezionale scenografia e fotografia. Il cast proveniente da Hollywood rappresenta un valore aggiunto ad una delle miglior serie che Netflix abbia mai prodotto. Una crime fiction storica che ti tiene incollata al teleschermo dall’inizio alla fine.

Serie che analizza anche tematiche molto importanti. Prima fra tutto lo studio della psicanalisi nelle indagini investigative. Il personaggio di Sarah ci introduce alla nuova consapevolezza della donna del ventesimo secolo, una donna che chiede un ruolo attivo nella società, una donna che chiede il diritto al voto. Ma si parla anche di immigrazione e integrazione, due tematiche molto attuali.

Insomma è una serie che va vista assolutamente.

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LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE CAPITOLO 2

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Ieri sera la famiglia Giammarresi è tornata a farci compagnia, con il suo carico di amore, coraggio, ironia e lotta alla legalità. In questa seconda stagione il piccolo Salvatore e i suoi genitori sono determinati a realizzare quel sogno di avere una vita normale nella loro Palermo. Sogno che era stato quasi distrutto alla fine della prima serie quando i Giammarresi avevano deciso di fuggire dalla Sicilia per paura della ritorsione mafiosa in seguito alla testimonianza resa da Lorenzo sull’omicidio del capo della squadra mobile Boris Giuliano. Sarà il piccolo Salvatore con il suo coraggio a convincere la famiglia a tornare indietro e cercare di costruire nelle loro Palermo qualcosa di bello, affinché Palermo non sia solo un palcoscenico di morte e paura.

Arriviamo così a ieri sera, settembre 1979, i Giammarresi vanno avanti con la loro vita. Salvatore inizia le scuole medie sempre più innamorato di Alice, Pia ottiene la tanto agognata cattedra, Angela si gode il suo Marco, Massimo cerca in tutti i modi di abbracciare una vita onesta e Lorenzo che fatica a non pensare alla ritorsione mafiosa, riesce a vedere il suo futuro e quello della sua famiglia in un’ottica positiva grazie anche all’incontro con il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella.

Ma il settembre del 1979 è il mese in cui inizia la più spietata guerra di mafia, guerra che vedrà contrapposti da un lato i palermitani e da un lato i corleonesi di Totò Riina. Guerra che toccherà tutti, soprattutto gli uomini delle istituzioni come il presidente Mattarella.

Nel cast ritroviamo Claudio Gioè nel ruolo di Lorenzo, Anna Foglietta in quello di Pia, Massimo ha il volto di Francesco Scianna, il piccolo Salvatore è Edoardo Buscetta, Angela è Angela Curi e Nino Frassica nel ruolo di Fra Giacinto.

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Voce narrante, come già nella prima serie, la voce di Pif, che racconta gli avvenimenti della famiglia Giammarresi e della città di Palermo attraverso gli occhi del piccolo Salvatore. Tecnica di racconto narrativo che Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ha già utilizzato nell’omonimo film da cui è tratta la serie televisiva. Ma se nel film la sceneggiatura e regia erano state guidate dal giovane regista siciliano ex iena e testimone, qui la scrittura è affidata a Michele Astori, Stefano Bises e Michele Pellegrini, la direzione è di Luca Ribuoli e la produzione di Rai Fiction-Wildside.

Ciò che accomuna i due lavori è l’ironia e la maniera dissacrante in cui viene raccontata la mafia.

Una mafia che viene ridicolizzata, dove Totò Riina balbetta e non riesce a parlare in lingua italiana o dove Buscetta viene descritto come una sorta di dandy molto rustico, avvezzo solo a estetisti e stilisti.

Un’ironia che ti fa morire da ridere, ma che allo allo stesso tempo ti fa riflettere e pensare su quella che è stata una delle pagine più sanguinaria della storia italiana recente.

È il racconto vero e sincero di uomini e di donne che hanno fatto il loro dovere così bene fino a morirne. Ma è anche il racconto di siciliani comuni, di siciliani onesti che hanno fatto di tutto per non essere risucchiati da un sistema mafioso e corrotto.

Pif ha dichiarato: “Questa serie è quell’esame di coscienza che non ci siamo mai fatti. La famiglia Giammarresi siamo noi, non solo palermitani, ma noi italiani, con tutti i nostri difetti, compromessi, ambizioni, contraddizioni.”

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VIKINGS

Saccheggi, guerre fratricide, lotte di religione, tradimenti, vendette, congiure per assicurarsi il potere e il trono. Una violenza inaudita. L’istinto di sopravvivenza, la voglia di conoscere cosa c’è al di là dei fiordi, il desiderio di scoprire nuove terre per realizzare una vita migliore, il desiderio di conquistare il mondo. Tutto questo è VIKINGS, serie televisiva canadese arrivata ormai alla quinta stagione. Serie a carattere storico ideata e interamente scritta da Michael Hirst.

Nelle prime tre stagioni abbiamo conosciuto Ragnar Lodbrok (interpretato dall’attore australiano Travis Fimmel), un contadino, che senza volerlo grazie alla sua astuzia e alle sue doti di guerriero diventa re di Kattegat, regno vichingo. Ragnar diventa subito una leggenda anche perché si considera erede di Odino, padre degli dei. Ragnar ha un fratello Rollo (interpretato dall’attore inglese Clive Standen), che vive una sorta di sindrome di inferiorità nei confronti del fratello. Lo scontro fra i due sarà inevitabile. Ragnar, oltre ad essere uno straordinario guerriero, è anche un bravissimo marinaio con una forte curiosità. Curiosità e brama di ricchezze che lo condurranno a saccheggiare le coste dell’Inghilterra. In una di queste scorribande, con al fianco il fratello Rollo e l’amico d’infanzia Floki (interpretato dall’attore svedese Gustaf Skarsgard) abile costruttore di navi, Ragnar incontra un monaco cristiano Athelstan, uomo di cui il vichingo resta affascinato in quanto si incuriosisce su questa strana religione che venera un solo Dio il cui il figlio è morto crocifisso. Successivamente, a causa della morte della figlia, Ragnar attraverserà una profonda crisi esistenziale e mistica. Molto importanti nella sua vita saranno anche le donne, la prima moglie Lagherta (interpretata dall’attrice canadese Katheryn Winnick), una guerriera che dà a Ragnar due figli Bjorn e Gyda, e la seconda moglie la principessa Aslaug (interpretata dall’attrice australiana Alyssa Sutherland) che darà alla luce quattro figli maschi Hvitserk, Ubbe, Sigurd e Ivar. Quest’ultimo nasce con gli arti inferiori deformi. L’Inghilterra sarà sempre un chiodo fisso per Ragnar e farà di tutto per conquistarla, qui però deve fare i conti con l’astuto re Ecbert e ben presto anche la città di Parigi entrerà a far parte delle mire espansionistiche degli uomini del nord o normanni, nome datogli proprio dai parigini. Nella quarta stagione, i cinque figli di Ragnar cercano di portare avanti l’eredità paterna. Bjorn la corazza (interpretato dall’attore canadese Alexander Ludwing) si spinge fino al Mediterraneo facendo la conoscenza di un’altra civiltà monoteista, gli Arabi. Ivar detto il senza ossa (interpretato dall’attore danese Alex Hogh Andersen), insieme agli altri tre fratelli, prova a vendicare il padre e a riconquistare l’Inghilterra. Ben presto però i dissidi fra i quattro porteranno allo scontro. Questo è in sintesi quello che succede, è impossibile raccontare tutti gli avvenimenti e i personaggi che si susseguono, per questo, vi suggerisco, se non l’avete ancora fatto di guardare tutte le puntate precedenti su Netflix o RAIPLAY.

Andiamo alla quinta stagione in onda tutti i lunedì su RAI 4, Ivar non sodisfatto del saccheggio di York, decide di riconquistare Kattegat, in mano da tempo a Lagertha, la cosa però non trova d’accordo i suoi fratelli. Una terribile guerra fratricida ci aspetta. Chi dei figli di Ragnar avrà la meglio sull’altro? New entry della quinta stagione è l’attore irlandese Jonathan Rhys Meyers che non ha bisogno di presentazioni. Meyers veste i panni del vescovo Heahmund, un vescovo che ha una visione tutta sua del cristianesimo.

Devo fare i complimenti allo sceneggiatore, in quanto ha fatto un buon lavoro di ricerca storica, infatti buona parte di quello che viene raccontato corrisponde a realtà. Certo la storia reale in alcuni casi è stata unita al racconto mitologico. Ad esempio non sappiamo se Ragnar sia realmente esistito, le sue gesta si trovano in quello che gli studiosi hanno definito come ciclo vichingo, ciclo in cui si parla anche di Odino, di Thor e del regno di Asgard. Cosa diversa invece per personaggi come Rollo, che nella realtà si chiamava Rollone e fu il primo duca di Normandia e nonno di Guglielmo il Conquistatore e Ruggero d’Altavilla. Anche Ivar senza ossa è realmente esistito, fu il capo della spedizione vichinga proveniente dalla Danimarca che saccheggiò e distrusse la città di York. Lo stesso vale per Floki che nella realtà fu colui che scoprì e colonizzò l’Islanda. Altra cosa molto importante che sottolinea la serie è il ruolo che le donne occupavano presso la società vichinga. Erano donne che in molte occasioni erano considerate al pari di un uomo. Donne a cui ero concesso di impugnare la spada e di combattere.

Una serie che racconta abilmente la storia vera e mitologica di quello che è stato il popolo più violento d’Europa. Un popolo che, soprattutto in Inghilterra ha gettato le basi per quello che sarebbe stato uno dei regni più importanti della storia, per non parlare poi della lingua. Quasi il 70% delle parole inglesi deriva dalla lingua parlata dagli antichi vichinghi. E poi da loro discendono i Normanni le cui traccia sono ancora visibili nell’Italia meridionale. Insomma un popolo che ha determinata la storia di una buona parte d’Europa.

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QUESTO NOSTRO AMORE 80

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Li avevamo lasciati a Natale del 1970. Ognuno con una scelta importante da fare. Alla fine Teresa ha trovato il coraggio di portare avanti la sua quarta gravidanza. Benedetta ha capito che il grande amore della sua vita è Bernardo. Quest’ultimo ha accettato un figlio non suo solo per amore di Benedetta. E poi ci sono Anna e Vittorio, torneranno insieme oppure no. Lo scopriremo nel terzo capitolo della fortunata serie di RAI 1, QUESTO NOSTRO AMORE 80, di cui ieri sera è andata in onda la seconda puntata (la prima è andata in onda domenica 1 aprile)

Ritroviamo le famiglie Costa/Ferraris e Strano a distanza di 10 anni, nel 1981, 10 anni in cui quasi tutto è cambiato. Cambiamento dovuto soprattutto al nuovo contesto storico in cui ci troviamo. Si sono conclusi gli anni di piombo e l’intero paese ha una voglia matta di rinascere, di iniziare una nuova vita, piena di speranze e di prospettive nuove. Gli anni 80 saranno per il nostro paese, un periodo in cui gli italiani avranno l’illusione di un secondo boom economico, anni in cui forte sarà la rivoluzione nei costumi, nella musica e nella società in generale. Anni in cui soprattutto le donne prenderanno piena coscienza del loro potenziale ed entreranno a pieno diretto nella vita politica, economica e sociale del paese. Sono gli anni della televisione privata, sono gli anni di un Italia ormai lontana anni luce.

Tutto questo influenzerà le vite dei componenti delle famiglie Costa/Ferraris e Strano. Benedetta (Aurora Ruffino) e Bernardo (Dario Aita) sono riusciti a realizzare il progetto del ragazzo ossia avviare un’azienda agricola, un piccolo paradiso in cui la giovane coppia è riuscita a creare una famiglia fuori dai ritmi e dai rumori della grande città. Benedetta così intraprendente e combattiva per la propria indipendenza e libertà sembra essersi adatta al semplice ruolo di moglie e madre, ma l’incontro con un famoso fotografo riaccende in lei la passione per la fotografia. Le sue sorelle sono diventate due piccole donne, Marina (Elena Ferrantini) si è laureata in Archeologia e Clara (Neva Leoni) sta finendo il liceo. Anche i fratelli Strano sono cresciuti, Fortunato (Daniele Vita) si è laureato e adesso insegna all’università, Domenico (Umberto Vita) fa l’animatore sulle navi da crociera e Ciccio (Vittorio Magazzù) va ancora a scuola, ultima la sorella Rosa (India Dassie) nata nel 1971 è affetta da sindrome di Down. Salvatore (Nicola Rignanese) è in pensione, ma mal si adatta a questa nuova situazione, anche perché sua moglie Teresa (Manuela Ventura) è sempre più una donna in carriera. Anna (Anna Valle) e Vittorio (Neri Marcorè) si sono definitivamente lasciati. La rottura è stata provocata dalla gravidanza di Emanuela (Diane Fleri) donna con cui Vittorio aveva avuto una relazione. L’uomo per dimenticare Anna decide di trasferirsi in Inghilterra, ma l’amore verso la donna è così forte che decide di far ritorno in Italia per ricomporre la sua famiglia. Anna nel frattempo si è rifatta una vita e non accetta più la presenza di Vittorio. Come andrà a finire lo scopriremo soltanto ogni martedì su RAI 1 alle 21.25.

Questo Nostro Amore 80 è la perfetta fiction da servizio pubblico. Una serie scritta bene, recitata bene, senza troppo fronzoli, che ti racconta la storia di due famiglie nelle quali molte famiglie di oggi possono ritrovarsi. La nuova regista Isabella Leoni, che ha sostituito Luca Ribuoli, direttore delle prime due serie, ha dato particolare importanza ai personaggi femminili, ponendoli a traino di tutta la narrazione.

Notevole, come già nelle serie precedenti, la colonna sonora. Oltre alle canzoni del tempo, abbiamo due inediti: DUE SOLITUDINI, scritto da Pacifico e cantata da Neri Marcorè e TIME di L’Aura.

Voi cosa ne pensata, avete visto la fiction?

 

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STRANGER THINGS

Devo essere sincera, ho iniziato a guardare Stranger Things con un po’ di scetticismo, pensavo che fosse la solita serie stupida per ragazzini, invece mi sono dovuta ricredere e non vedo l’ora di vedere la terza stagione.

A dire la verità nessuno aveva scommesso sulla serie scritta e diretta da Matt e Ross Duffer. I due accreditati come The Duffer Brother hanno faticato non poco per trovare qualcuno che distribuisse la loro serie, alla fine Netlix ha dato loro fiducia, incassando un successo clamoroso, successo che ha fatto di Stranger Things la serie più vista sulla piattaforma.

Stranger Things si compone di due stagioni e vede come protagonisti quattro ragazzini di dodici anni che devono affrontare un’entità aliena. Ma iniziamo con ordine. Siamo ad Hawkins, cittadina immaginaria dello stato dell’Indiana, anno domini 1983. Mike Wheelers (Finn Wolfhard) è un dodicenne con uno spiccato senso della fantasia, appassionato di materie scientifiche e fumetti, è solito trascorrere i pomeriggi con i suoi migliori amici, con i quali condivide giochi e interessi. Lucas Sinclar (Caleb Mclaughlin) è sicuramente il miglior amico di Mike, ragazzino molto coraggioso non si tira mai indietro quando c’è da aiutare un amico. Dustin Henderson (Gaten Materazzo) è il più simpatico del gruppo, un po’ sovrappeso e con la zeppola, è colui che funge da equilibrio quando le due forti personalità di Mike e Lucas si scontrano. E infine c’è Will Byers (Noah Schnapp) il più sensibile, dotato di una forte creatività che manifesta nell’arte del disegno. Una notte Will scompare, rapito da una forza aliena. Joyce Byers, madre di Will, interpretata da una straordinaria Winona Ryder, non si darà per vinta e farà di tutto per riportare Will a casa. In questo sarà aiutata dal capo della polizia Jim Hopper (David Harbour), uomo un po’ burbero ma con un forte senso della giustizia. Mike e i suoi amici saranno i primi a capire che Will è stato rapito da un mostro alieno da loro ribattezzato Demogorgone, mostro che detiene il ragazzo in un luogo che Dustin chiama il sottosopra, una realtà ultra parallele alla nostra. Durante le loro ricerche i tre ragazzini si imbattono in una strana bambina con i capelli rasati di nome Undici.

Undici (Millie Bobby Brown) è scappata da un misterioso laboratorio di ricerca, dove si praticavano strani esperimenti. Undici, infatti è dotata di poteri telecinetici, ed è legata in qualche modo anche al Demogorgone. Insieme a Will è stata rapita anche Barbara Holland, la migliore amica di Nancy Wheeler (Natalia Dyer), sorella maggiore di Mike. Nancy si unirà alle ricerche insieme al suo fidanzato Steve Harrington (Joe Keery) e a Jonathan Byers (Charlie Heston) fratello di Will. Come andrà a finire?

Non ve lo dico perché vi consiglio di vedere la serie, vi dico però che nella seconda stagione il Demogorgone ritorna per vendicarsi, inoltre scopriremo la vera identità di Undici e faremo luce sul suo passato. Ci saranno anche due nuovi personaggi Max Mayfield, una ragazzina dai capelli rossi imbattibile ai videogiochi e il suo fratellastro Billy Hargrove, ragazzo dalla personalità un po’ disturbata. E Joyce sarà più scatenata che mai nel difendere la sua prole.

Perché mi è piaciuta, innanzitutto perché è scritta bene, la sceneggiatura è ben fatta e ti tiene letteralmente incollata al teleschermo. È ambientata nei favolosi anni ottanta: capelli cotonati, spalline extra large e musicassette la fanno da padrone, per non parlare della colonna sonora che spazia dai Clash a David Bowie, dai Police a Cyndi Lauper.

È una serie che vuole omaggiare film cult degli anni ottanta come ET, ALIAS e STAND BY ME, ma soprattutto ti racconta di un mondo senza internet e cellulari, dove i ragazzini erano soliti trascorrere i pomeriggi all’aria aperta, inventando giochi e immaginando fantastiche avventure. Un mondo dove contavano gli amici veri e non quelli virtuali.

L’amicizia è la chiave di lettura di tutta la serie, l’amicizia quella vera quella di quando sei ragazzino e che da adulto non avrai più. Ma Strange Things può essere anche una metafora di come combattere le nostre paure o i nostri demoni interiori.

Chi di voi l’ha vista? Vi è piaciuta oppure no. Scrivetemelo nei commenti. Buon lunedì.

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STORIE DI DONNE

Oggi festa della donna vorrei riproporre sul blog uno dei miei primi post dove ho recensito una serie televisiva, che a mio avviso, onora la donna in qualità di lavoratrice, madre, amica, moglie, sorella e membro della società i cui diritti dovrebbero essere pari ai suoi doveri. In un periodo in cui forte è l’odio verso noi donne, basti pensare al terribile episodio di Cisterna di Latina della settimana scorsa, occorre riflettere sull’idea che la donna non è il mostro della società moderna, ma bensì il baluardo, il pilastro su cui si regge ogni singola società ricca o povera che sia. Personalmente trovo ipocrita l’atteggiamento dei nostri tempi che osanna la donna l’8 marzo ma che poi la deride, la umilia e la massacra per tutto il resto dell’anno.

CALL THE MIDWIFE- L’AMORE E LA VITA, è una serie prodotta e realizzata dalla BBC e racconta la vita di un gruppo di levatrici nella Londra di fine anni 50. In Italia le prime due serie sono andate in onda su rete quattro, le altre tre sono disponibili su Netflix.

Protagonista delle prime tre serie è la giovane Jenny Lee, che appena diplomata alla scuola per infermiere, viene assegnata alla Nonnatus House in qualità di levatrice. La Nonnatus House si trovava nel quartiere di Pop Lar che insieme ai Docklands rappresentava gli East End di Londra.

Gli East End, alla fine degli anni 50 erano la zona più povera e degradata della capitale inglese, zona che venne poi demolita per far posto alla City.

La Nonnatus House era una sorta di progenitore degli odierni consultori ginecologici ma era anche un convento, infatti le infermiere laiche erano affiancate da un gruppo di suore cattoliche nella difficile ma emozionante attività d’ostetricia.

Jenny è una ragazza introversa e assai particolare, proveniente dal ceto medio, avrà qualche problema ad adattarsi ai ritmi e al degrado di Pop Lar. Sarà aiutata dalle sue colleghe Beatrix e Cynthia. La prima appare frivola e molto volitiva, ma col trascorrere delle serie maturerà diventando un punto di riferimento per tutte le donne del quartiere. Cynthia attraverserà una profonda crisi esistenziale che la condurrà a diventare suor Mary Cynthia. Al trio si aggiungerà la giunonica Camilla, appartenente ad una famiglia molto benestante che non accetta la sua scelta lavorativa, porterà una ventata di divertimento nella religiosa Nonnatus House.

Il gruppo delle suore che popola la Nonnatus è quanto mai variegato. Suor Julienne è la madre superiora, guida spirituale del convento e dell’attività d’ostetricia. Suor Evangelina, ex membro della resistenza britannica durante la guerra, è energica e autoritaria, difficilmente accetta le novità dettate dalle nuove scoperte mediche, come ad esempio il latte in polvere. Suor Bernadette è fra le levatrici una delle migliori, ma come Cynthia attraverserà una profonda crisi che la condurrà ad una drastica decisione. Al gruppo si aggiungerà Suor Winifred e per ultima ma non meno importante Suor Monica Joan che con i suoi 90 anni è la più svampita ed eccentrica di tutto il convento.

Pedalando su e giù per le vie del quartiere Jenny e le altre non dovranno fare i conti solo col degrado e la miseria, ma anche con tutta una serie di situazioni che vedono come protagoniste le donne.

Molte di queste donne vengono sfruttate, violentate o semplicemente emarginate dalla società solo perché DONNE!

Dietro tanto degrado ed emarginazione si manifesta lo spettacolo più bello di cui solo le donne sono le indiscusse protagoniste: la nascita di una nuova vita. La maternità però non è l’unico tema trattato, si parla di aborto, di bio testamento, di vaccinazioni e di parità di diritti fra uomini e donne. Tutti temi fortemente attuali. Ma la vera chiave di lettura della fiction è la solidarietà femminile, è la storia dell’amicizia fra un gruppo di donne che fanno squadra per il bene della collettività.

Ben presto al gruppo di giovani levatrici se ne aggiungono delle altre, Barbara Gilbert, figlia di un pastore protestante si contenderà con Trixi il bel padre Tom; Patsy Mouth, sopravvissuta da ragazzina ai campi di concentramento giapponesi, deve vivere nell’ombra per poter nascondere la sua omosessualità; infine Phyllis Crane, donna matura, diventerà un punto di riferimento per le giovani colleghe sia nel lavoro che nella vita. Da non dimenticare il dott. Turner, medico della mutua, è il pilatro portante di tutto il quartiere, vedovo e con un figlio adolescente incrocerà il suo destino con quello di Suor Bernadette.

La serie è tratta dalle memorie di Jennifer Worth ed è scritta così bene da farti emozionare ad ogni singola puntata. Buona parte di ciò che è raccontato corrisponde ad episodi realmente accaduti. Ti racconta di un mondo che non c’è più, di una figura, quella della levatrice che ha lasciato il passo alle moderne ostetriche, una figura che in un mondo che sapeva ancora di guerra e di miseria ti rassicurava e ti aiutava in uno dei momenti più difficili ma allo stesso tempo straordinari nella vita di una donna, quello di mettere al mondo tuo figlio.

 

P.S.

Sempre sul blog potete trovare la recensione di un’ altra serie che onora l’8 marzo, il titolo del post è QUANDO LE DONNE DIVENTANO PROTAGONISTE DELLA STORIA.

 

 

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PRINCIPE LIBERO

Ieri sera è andata in onda la prima puntata della mini fiction che racconta la vita del grande Fabrizio De Andrè. Gli ascolti sono stati altissimi, sbaragliando la concorrenza di canale cinque, la fiction sul cantautore genovese, si posiziona terza per auditel dopo Montalbano e Don Matteo.

Conoscevo le sue canzoni perché la mia professoressa di letteratura italiana del liceo le aveva inserite come programma didattico, ma poco conoscevo della sua vita perché crescendo mi ero interessata ad altri artisti.

La definizione di principe libero gli calza alla perfezione in quanto ha vissuto in piena libertà tutta la sua vita, a cominciare da quando poco più che ventenne capì che la musica era la sua strada, andando contro il volere dei suoi genitori che lo volevano avvocato. Ma la sua è stata una sorta di rivolta personale a quelli che erano i dettami della società, rivolta che ha trasformato in musica creando un qualcosa che mancava nel panorama artistico di quegli anni, anzi nel panorama artistico italiano perché un altro artista come lui non si è più visto. Dori Ghezzi, sua moglie, all’anteprima ha detto: Attraverso la libertà si riesce a dare importanza alla parola, che è più forte di qualunque arma. E in effetti le parole di De Andrè sono un inno alla libertà.

Fabrizio De Andrè è stato un poeta moderno e un cantautore di rara bravura. Attraverso i suoi versi è riuscito a cantare la quotidianità della vita, dando voce agli ultimi. I protagonisti della sua canzoni erano prostitute e operai, gente umile e poveri diavoli che a causa di una sorte avversa andavano a finire sulle pagine della cronaca nera. Ma come molti artisti, Fabrizio era anche una persona molto fragile e insicura, insicurezza che spesso lo faceva rifugiare dietro ad una bottiglia di whisky.

L’interpretazione di Luca Marinelli che veste i panni di De Andrè è stata eccezionale. Hai la sensazione di vedere di nuovo il cantautore genovese. Una trasformazione che ha interessato soprattutto la voce. È Marinelli a cantare e la somiglianza con l’originale è fortissima. L’attore romano, classe 1984, si era fatto conoscere al grande pubblico come Mattia ne LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI, ha lavorato poi con Paolo Virzì e nel 2015 ha vinto il David di Donatello come miglior attore non protagonista per JEEG ROBOT.

Nel cast troviamo fra gli altri Ennio Fantastichini nel ruolo del padre di Fabrizio, Valentina Bellè è Dori Ghezzy, seconda moglie di De Andrè e suo grande amore e Elena Radonicich che interpreta Puny Rignon la prima moglie e mamma di Cristiano. Tutti diretti dal regista Luca Facchini.

Questa sera alle 21.25 andrà in onda la seconda e ultima parte. Se fra di voi c’è qualcuno che non conosce De Andrè, ma ho qualche dubbio, consiglio la fiction, ma soprattutto andate su youtube e ascoltate tutta la sua produzione.

La mia canzone preferita è il Pescatore, la vostra qual è?

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LIBERI PENSATORI

LE IDEE NON SI SPEZZANO MAI.

Emanuela era una ragazza come tante, piena di vita e di sogni da realizzare. Nata in un paesino vicino Cagliari, dopo il diploma magistrale accompagna la sorella per un concorso in Polizia ma viene scelta lei. Arruolatasi all’età di 20 anni, compie il suo percorso alla scuola allievi di Trieste e poi viene trasferita direttamente a Palermo.

Ad Emanuela piace quel mestiere che le è caduto addosso quasi per caso, le piace Palermo che gira in lungo e largo sulla sua vecchia Fiat Panda rossa targata Cagliari, giri nei quali spesso e volentieri è accompagnata dai colleghi con i quali ha costruito profondi legami d’amicizia. Primo fra tutti Antonio Montinaro, capo scorta del giudice Giovanni Falcone. Ed è proprio dopo la strage di Capaci dove perdono la vita il giudice e Antonio, che Emanuela sarà trasferita alla sezione scorte. Trasferimento che la ragazza accetta volentieri perché in qualche modo vuole onorare la morte di Montinaro e degli altri colleghi morti a Capaci. Emanuela verrà assegnata alla scorta del giudice Paolo Borsellino e nel soleggiato pomeriggio del 19 luglio 1992 verrà uccisa da un auto bomba insieme al giudice e ai quattro colleghi della scorta: Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Limuli e Claudio Traina. Emanuela aveva soltanto 24 anni ed è stata il primo poliziotto donna a morire in servizio.

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Le foto di questo post sono state scaricate dal sito Tvzap. 

Questa la storia narrata dal film LA SCORTA DI BORSELLINO- EMANUELA LOI andato in onda ieri sera su Canale Cinque. Un film che ci ha regalato uno splendido ritratto di questa giovane donna che con coraggio non si è sottratta al suo dovere. Nei panni di Emanuela c’era la bravissima Greta Scarao, Riccardo Scamarcio ha prestato il volto ad Antonio Montinaro e Ivana Lotito vestiva i panni di Claudia Loi, sorella di Emanuela.

LA SCORTA DI BORSELLINO- EMANUELA LOI è il terzo film della serie LIBERI SOGNATORI, prodotta da Taodue per Mediaset. Serie che racconta quattro grandi storie italiane di impegno civile. Storie di uomini e donne, cittadini, giornalisti e forze dell’ordine che grazie alle loro battaglie hanno reso il nostro paese migliore, pagando con la vita i loro ideali di verità e giustizia. Quattro sceneggiature molto fedeli alla realtà, in quanto la produzione ha voluto che fossero i parenti di questi piccoli grandi eroi a scriverle a quattro mani con gli sceneggiatori. Le storie raccontano i ricordi di Pina Grassi, Giulio Francese, Claudia Loi e Viviana Matrangola.

La serie LIBERI SOGNATORI è iniziata domenica 12 gennaio con il film LIBERO GRASSI- A TESTA ALTA. Libero Grassi (Giorgio Tirabassi) fu il primo imprenditore palermitano a rifiutarsi di pagare il pizzo. La sua fu una campagna contro la mafia ma anche contro l’omertosa società civile siciliana che lo isolò. La mafia decise di ucciderlo nel 1991 come monito a chi osava sfidare il loro potere. Se da un lato la società lo lasciò da solo, la sua famiglia nelle persone di sua moglie Pina (nel film interpretata da Michela Cescon) e sua figlia Alice (Diane Fleri) si è battuta per il varo della legge anti-racket 172 e all’istituzione di un fondo di solidarietà per le vittime di estorsione. Inoltre a Palermo sull’esempio di Libero Grassi nacque l’associazione ADDIO PIZZO.

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Il secondo film DELITTO DI MAFIA- MARIO FRANCESE, ci porta nella Palermo degli anni 70 dove con coraggio, un giovane giornalista del Giornale di Sicilia Mario Francese (Claudio Gioè nel film) denuncia le operazioni dei corleonesi per impossessarsi degli appalti pubblici siciliani. L’omicidio di Francese sarà dimenticato per più di 20 anni, sarà poi grazie a suo figlio Giuseppe (Marco Bocci nel film) che il caso verrà riaperto e i colpevoli condannati. Francese aveva raccontato in una lunga e lucidissima inchiesta giornalistica, l’avidità dei corleonesi, gli appalti di Riina e Provenzano per la diga Garcia e i traffici criminali, il reticolato di amicizie e di compiacenze politiche. Anche Francese come Libero Grassi e Giovanni Falcone venne isolato e in qualche modo tradito dalla redazione in cui lavorava, i cui editori si scoprirono collusi con Cosa Nostra.

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Domenica prossima andrà in onda il quarto film RENATA FONTE- UNA DONNA CONTRO TUTTI. Storia di un assessore che sfidò la mafia e l’abusivismo edilizio.

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GALLINA VECCHIA FA BUON BRODO

Questa sera andrà in onda su RAI 1 la terza puntata della nuova stagione di Don Matteo, serie che dopo 11 anni riesce ancora a superare il 32% di share di ascolti.

Numerosi critici si chiedono il perché il pubblico non si sia ancora stancato delle avventure del parroco in bicicletta, che con il suo fiuto per le indagini aiuta i Carabinieri ad assicurare gli assassini alla giustizia.

Questo successo è dato, a mio parere, dal fatto che la serie presenta una combinazione di elementi che la rendono vincente di fronte al grande pubblico: primo fra tutti la presenza di Terence Hill (Don Matteo), attore che ormai fa parte della storia cinematografica del nostro paese e che rappresenta una garanzia. Altra presenza importante è quella di Nino Frassica (Maresciallo Cecchini), che nella prima serie è stata una vera scoperta, oggi è il perno su cui si basa buona parte della sceneggiatura e degli sketch comici nei quali trova come spalla Nathalie Guetta (Natalina la perpetua) e Francesco Scali (Pippo il sacrestano), presenti fin dalla prima stagione. Accanto ai casi di omicidio che Carabinieri e parroco vanno a risolvere c’è anche l’elemento commedia dato dagli equivoci creati il più delle volte dal maresciallo Cecchini e la storia d’amore che vede come protagonista il capitano dei Carabinieri di turno.

Naturalmente in ogni serie c’è stata una novità, rappresentata il più delle volte dal’arrivo di un nuovo personaggio, quest’anno è toccato a Maria Chiara Giannetta che interpreta il nuovo capitano dei Carabinieri Anna Olivieri, il cui cuore sarà diviso fra due uomini, ma dovrà fare i conti anche con Cecchini che diffida di un capitano donna. Negli anni la produzione è stata molto arguta nel scegliere come interpreti attori idoli degli adolescenti. Il primo caso è stato quello di Andrès Gil che interpretava Tomàs Martinez, un ragazzo affidato a Don Matteo dal tribunale dei minori, Gil all’epoca era famoso perché protagonista di una serie argentina molto amata dai ragazzini IL MONDO DI PATTY ed era reduce dalla vittoria dell’ottava edizione di BALLANDO CON LE STELLE. La stessa cosa è stata fatta quest’anno con Federico Russo ingaggiato per interpretare Sebastiano, un ragazzo che entrerà a far parte del gruppo della canonica. Russo è famoso per essere stato il piccolo Mimmo dei CESARONI e uno dei protagonisti della serie Disney ALEX&CO, molto amata dagli adolescenti.

Ma la cosa che da 11 anni rimane uguale e che forse è alla base del successo della serie è la struttura narrativa di ogni singolo episodio. Si inizia con un fatto misterioso che avviene in paese, il giorno dopo i Carabinieri ritrovano sempre un cadavere o una  persona in fin di vita. Le persone coinvolte nella vicenda sono sempre amiche di Don Matteo. I Carabinieri arrestano un colpevole, ma Don Matteo non crede alla sua colpevolezza, allora il parroco dà delle dritte al Maresciallo Cecchini per trovare il vero colpevole. Mentre a Don Matteo viene in mente un particolare, i Carabinieri trovano la prova che incastra il vero colpevole. Quest’ultimo confessa tutto a Don Matteo, dopo di che arrivano i Carabinieri e lo arrestano. Schema narrativo che nella sua semplicità ha reso Don Matteo una delle fiction più amate dal pubblico italiano.

Montiamo in bicicletta, anzi montate, perché io non sono capace, e pedalate su e giù per l’Umbria con colui che un tempo era chiamato Trinità.

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