Unorthodox #iorestoacasa

Su Netflix c’è una mini serie che ha conquistato tutti compresa la sottoscritta, sto parlando di Unorthodox. Tratta dall’autobiografia di Deborah Feldman, Unorthodox: The Scandalous Rejection of my Hasidic Roots. La serie è diretta da Maria Schrader e scritta da Anna Winger, Alexa Karolinski e Daniel Hendler. Protagonista la storia di una emancipazione femminile, quella di Esther per tutti Esty.

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Esther Shapiro è una ragazza di diciotto anni nata e cresciuta a Williamsburg, caratteristico quartiere di New York, ma la sua non è una vita uguale a quella delle sue coetanee. Esty fa parte di una comunità ebraica ultraconservatrice, la comunità chassidica satmar, che impone ai suoi membri tutta una serie di regole e imposizioni che il più delle volte vanno in contrasto con la società occidentale. Le più penalizzate sono le donne che non ricevono un’educazione adeguata e hanno come unico compito quello di sposarsi e fare figli.

La giovane Esty averte immediatamente di essere diversa, ma fa di tutto per adattarsi a questo piccolo microcosmo al quale sente di non appartenere del tutto, pertanto si adegua e accetta di sposare il giovane Yanky. Dopo un anno di infelice matrimonio, Esty decide di scappare da Williamsburg e di raggiungere la madre a Berlino, che come lei anni prima si era sottratta a quell’ambiente fatto di rigide regole e soprusi.

A Berlino Esty prenderà coscienza di sé e conoscerà una nuova realtà, una nuova dimensione, un nuovo modo di vivere la vita. Ma il suo passato la raggiunge, il suo giovane consorte non si dà per vinto e insieme al cugino Moishe raggiunge la ragazza nella capitale tedesca per riportarla a casa.

Per tutti e tre questo viaggio rappresenta un punto di svolta. Per Esty è scoprire la propria identità, far emergere finalmente la sua personalità curiosa ed emotiva immergendosi finalmente nel modo senza restrizioni e divieti. Per l’ingenuo Yanky sarà la volta di accettare l’idea che esista un’altra realtà diversa da quella di Williamsburg e per Moishe sarà l’occasione di far pace con i propri demoni.

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Credo che siano due i punti di forza di questa serie, il primo è la storia della comunità ebrea chassidica che credo fosse sconosciuta alle masse. La novità sta nel modo in cui ci viene narrata, lo spettatore non viene spinto ad odiarli ma si incuriosisce di fronte a questi uomini con queste strane treccine ricciute, detentori della parola di Dio ma soprattutto fortemente convinti che la causa dell’Olocausto è da attribuire agli stessi ebrei divenuti troppo simili agli altri europei. L’unico modo di evitare un’altra catastrofe è quello di rimanere isolati dagli altri e seguire le regole della tradizione ebraica, mentre alle donne è affidato il compito di ripopolare la comunità. Comunità privata di sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento. La comunità di Williamsburg è composta per lo più da ebrei ungheresi sopravvissuti all’eccidio nazista e parlano l’yiddish, una lingua a metà strada fra tedesco e inglese. Sia gli autori che la regista sono stati bravissimi a descrivere il tutto in maniera oggettiva dando poi allo spettatore la possibilità di farsi una propria idea su questa realtà. Il secondo punto di forza è dato da storia di Esty, che può essere la storia di ognuno di noi. Ci racconta della ricerca del nostro posto nel mondo, dell’emancipazione dalla famiglia e soprattutto dal passato. Un passato che è indispensabile per difendere il presente e costruire il futuro.

Bravissima la giovane attrice israeliana Shira Haas che veste i panni di Esty e ottima la scelta dell’utilizzo dei flashback che a mio avviso enfatizzano la contrapposizione fra la realtà di Williamsburg e quella di Berlino. Due mondi così lontani che allo stesso tempo si incastrano sia grazie alla storia di Ester che a quella del popolo ebraico.

Credo di avervi detto abbastanza, un’ultima cosa, è da vedere assolutamente, perché davvero molto, ma molto bella.

 

 

 

The Crown #Iostoacasa

Rieccomi, scusata l’assenza, ma questa quarantena che avevo sperato sarebbe stata produttiva si è invece rilevata alquanto sconfortante e depressiva. Almeno sono riuscita a recuperare qualche serie e film.

Fra queste quella che occupa il primo posto è The Crown. Serie originale Netflix che racconta la vita della regina Elisabetta II dalla sua incoronazione fino ai giorni nostri. Sono andate in onda tre stagioni composte ognuna da 10 episodi e narrano le vicende della corona inglese negli anni 50, 60 e 70.

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PRIMA STAGIONE

La prima stagione ha inizio con le nozze reali fra Elisabetta e Filippo duca di Edimburgo, ben presto però le condizioni di salute di re Giorgio si aggravano tanto da portarlo alla morte e Elisabetta, interpretata da Claire Foy, si ritrova regina a soli venticinque anni. Siamo nel 1952 e l’Inghilterra è assai lontana da essere la potenza coloniale di un tempo. Dopo la seconda guerra mondiale l’assetto politico internazionale è cambiato e l’Inghilterra rischia di perdere terreno. Non meno problematica è la situazione interna dove le elezioni sono vinte dai conservatori e Winston Churchill, interpretato da John Lighgow, è nuovamente primo ministro. Uomo dalla forte personalità sarà una sorte di mentore per la giovane regina. Elisabetta è molto insicura, si sente inadeguata nel ruolo di capo di Stato per il quale si accorge ben presto di non essere stata preparata. Inizialmente pensa solo con la sua testa e cadrà negli stessi errori dello zio Edoardo, costretto ad abdicare per poter sposare una donna divorziata, zio che starà sul collo della nipote organizzando la sua vendetta.

A Buckingham Palace troviamo la sua “adorabile famiglia” pronta a sostenerla con caloroso affetto. Famiglia composta da una nonna, la regina Mary, che le fa innumerevoli pressioni, una madre la regina Elizabeth, che le ricorda puntualmente di non avere un’intelligenza brillante, una sorella la principessa Margaret che scalpita per sposare un divorziato e infine suo marito Filippo.

Al caro Filippo, interpretato da Matt Smith per intenderci l’undicesimo Doctor Who, il ruolo di principe consorte sta un po’ stretto, troverà difficile camminare due passi dietro alla moglie e di non poter trasmettere il cognome ai figli. Il personaggio avrà però una certa evoluzione distinguendosi per humor e iniziative. Facciamo la conoscenza anche dei primogeniti di Elisabetta, Carlo e Anna, il primo è un grazioso bambino con le orecchie a sventola timido e imbranato mentre Anna è una bimba sveglia e molto intraprendente.

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SECONDA STAGIONE

Nella seconda stagione ripercorriamo gli avvenimenti che vanno dal 1956 al 1963. Churchill si dimetta dalla carica di primo ministro, i suoi successori però non saranno alla sua altezza e trascineranno la Gran Bretagna in una profonda crisi economica interna e in una disastrosa posizione internazionale. La povera Elisabetta ce la metta tutta per essere un buon capo di Stato, ma non ci riesce sempre. I molti oppositori della corona le rinfacciano di essere troppo rigida, fredda ed eccessivamente distante dai suoi sudditi. Il confronto poi con la coppia Kennedy sarà quanto mai destabilizzante.

Il ruolo istituzionale non va mai quasi d’accordo con il ruolo privato, dove la sua “adorabile famiglia” sembra quasi divertirsi a complicarle la vita. Filippo si infila in uno scandalo dopo l’altro, Margareth è sempre più fuori controllo e assume degli atteggiamenti che in un certo senso anticipano Lady Diana, il principe Carlo è un bambino fragile e timido che mal si adatta all’ambiente del rigido collegio scozzese dove viene iscritto per ultimare gli studi, giovane principe che non riesce a costruire un rapporto di affetto con entrambi i genitori. La regina madre, nel frattempo, ha trovato nello scotch whisky un valido alleato. Nascono i principi Andrea e Edoardo. L’unico che Elisabetta riesce a mettere fuori gioco è lo zio David, ma su quest’ultimo e sua moglie la signora Wallis Simpson ho una mia teoria di cui vi parlerò più tardi.

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TERZA STAGIONE

Nella terza stagione ci ritroviamo catapultati negli anni settanta e pertanto assistiamo alla sostituzione del cast. A vestire i panni di sua maestà la regina è il premio oscar Olivia Colman. Vengono narrati tredici anni di regno nei quali ci saranno eventi chiave sia per la popolazione che per la corona. La morte di Winston Churchill e quella del duca di Windsor, lo sbarco dell’uomo sulla luna, la tragedia della miniera di Arbefan che rappresenterà da un lato l’inizio del malcontento popolare nei confronti della monarchia, tanto da far desiderare la repubblica, dall’altro l’inizio di una crisi economica interna mai conosciuta prima.

Se la regina e Filippo sono invecchiati, Anna e Carlo sono due vivaci ventenni, il giovane rampollo di casa Windsor verrà subito intercettato da Camilla Parker Bowles della quale si innamora perdutamente, a causa di ciò il giovane principe del Galles si accorge ben presto quanto sia “adorabile” la sua famiglia. Cosa di cui si è accorta da tempo anche la principessa Margareth, interpretata da una straordinaria Helena Bonham Carter, donna che scivolerà lentamente verso il baratro della depressione e dell’infelicità. Filippo invece, svilupperà nel tempo un sagace sarcasmo che lo renderà più simpatico agli occhi del pubblico, ma soprattutto riuscirà a sanare le ferite del passato recuperando il rapporto con sua madre e accettando l’idea di essere ormai un uomo di mezza età. La regina invece non riesce a staccarsi dal suo ruolo istituzionale, nel caso della tragedia di Arbefan non riesce a essere empatica con i parenti delle vittime, non riesce a piangere, non riesce ad esprimere le sue emozioni. Non riesce ad essere una madre affettuosa, non riesce a far convivere il concetto di famiglia con l’istituzione della corona, ma del resto la sua non è una famiglia normale e mai lo sarà.

Emozioni che invece saranno l’elemento predominante nella vita di Lady Diana Spenser, l’unica che farà tremare davvero Buckinghan Palace attraverso i sentimenti, l’emozioni e la sua forte empatia che la renderanno agli occhi dei sudditi una di loro.

The Crown è un capolavoro del piccolo schermo, la serie scritta da Peter Morgan e diretta da Stephen Daldry   colpisce, stupisce e cattura. L’eccezionalità del cast, gli adattamenti e le ambientazioni così veritiere ne fanno una delle serie più belle di tutti i tempi.

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LO SPETTRO DELL’AMERICANA DIVORZIATA

L’abdicazione di re Edoardo VIII, zio di Elisabetta, creò notevole scalpore all’epoca. L’idea che il re d’Inghilterra, non che capo della chiesa anglicana, sposasse la signora Wallis Simpson, una donna divorziata era inconcepibile, pertanto Edoardo scelse di sposare la donna che amava e di rinunciare alla corona. I due furono poi invitati a lasciare il paese e vissero sempre come due esiliati, inoltre ogni responsabilità che riguardasse problemi o malattie che colpirono la famiglia reale venne sempre addossata in maniera diretta o indiretta al povero Edoardo, per non parlare poi di Wallis che fu sempre trattata come se fosse il diavolo in persona. Da questo episodio in avanti però la corona britannica è stata a mio avviso perseguitata dall’istituzione del divorzio e dai divorziati. E come se il fato avesse in qualche modo vendicato il povero Edoardo e Wallis si sia trasformata in una sorta di spettro, materializzatosi poi in carne e ossa con Meghan Markle. Anche la bella Meghan come Wallis ha tentato di trasformare la più antica monarchia d’Europa, ma proprio come Wallis ha fallito. Se c’è una cosa che The Crown spiega molto bene è che la Corona ha la prevalenza sempre e comunque su ogni cosa e su chiunque. Non ci sono spazi per gli individualismi. “La Corona deve tenere conto solo di Dio e di nessun altro”.

Storia del nuovo cognome

Buona sera a tutti, chiedo scusa per il lungo periodo di latitanza, ma mi riesce un pò difficile gestire tutto. Mi sono ripromessa però di essere più presente in questo mio piccolo spazio virtuale.

Ricomincio a parlarvi di serie tv e lo faccio con una serie che si è conclusa da poco, ovvero, Storia del Nuovo Cognome, la seconda stagione de L’Amica geniale diretta da Saverio Costanzo e tratta dai best seller di Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice napoletana che ci ha fatto innamorare delle vicende di Lila e Lenù e con esse ci ha condotto nella Napoli degli anni cinquanta fino ai giorni nostri narrando quasi sessant’anni di storia italiana.

Lila e Lenù le bambine che conducevano una vita quasi in simbiosi, in questa seconda stagione si separano, le scelte che entrambe faranno per riscattarsi dal rione le condurranno a vivere due esistenze su due livelli nettamente contrapposti. Scelte che faranno innescare invidie e gelosie.

Una studia, l’altra lotta per la sopravvivenza, una diventa scrittrice, l’altra lavora carne di maiale in un salumificio, una teme di dire cose sbagliate e di non avere pensieri interessanti, l’altra cerca di non farsi ammazzare dal marito.

Il punto di rottura della loro amicizie e l’inizio del loro rapporto di amore/odio è alla festa della professoressa Galiani, qui Lila si accorge di tutto quello che si sta perdendo e della immensa fortuna che ha Elena, capisce di quanto sia stata scellerata la scelta di sposare Stefano Carracci che si è rivelato un uomo meschino, violento e avaro, capisce che la sua esistenza è destinata a svolgersi ai margini della società sotto le violenze del marito e i soprusi della sua famiglia d’origine. Decide di essere felice e lo fa innamorandosi di Nino, pur consapevole dei sentimenti che Elena prova per il ragazzo, ma del resto perché Elena deve avere tutto e lei no?

Elena invece studia e si impegna e comprende che lo studio può essere la sua unica arma di riscatto dal rione, da sua madre e da Lila. Si dà Lila. Non sopporta più l’eterno confronto con l’amica, amica che è sempre più coraggiosa di lei, più determinata, più bella. Lila riesce a catalizzare l’attenzione di tutti ed è soprattutto geniale.

Se nella scorsa stagione le due ragazzine si alternavano nel ruolo dell’amica geniale, in questa seconda stagione non ci sono dubbi era Lila quella, come dice la maestra Oliviero, destinata a grandi cose.

Trasferendosi a Pisa Elena pensa di poter finalmente spiccare il volo e invece no. Leggendo i diari che Lila le ha affidato capisce che lei è un Quasi. Pur riuscendo ad ottenere tutto quello che si era prefissata, Elena sente che le manca un pezzo. Invece Lila non sarà mai un Quasi, tutto quello che vuole se lo prende come con Nino.

Quanti di noi si sono sentiti almeno una volta nella vita un Quasi, quanti di noi si sono sentiti sopraffatti dalla paura che ci ha impedito di dare quella giusta svolta alla nostra vita, quanti di noi pur ottenendo ottimi risultati si sentono sempre insoddisfatti.

Ecco io credo che il successo de L’amica geniale sia proprio questo ossia il fatto che ognuno di noi sia stato almeno una volta nella vita un po’ come Lila e un po’ come Elena. La loro storia è la nostra storia.

La Rai ha già assicurato l’inizio delle riprese della terza stagione dal titolo, Storia di chi fugge e di chi resta, dovremmo però dire addio a Gaia Girace e Margherita Mazzucco le bravissime e giovanissime interpreti che hanno dato il volto a Lila e Elena. Per esigenze anagrafiche e di copione infatti le attrici e buona parte del cast sarà sostituito. È già partito il toto nomi per chi interpreterà le nuove Lila e Lenù, ma è probabile che anche in questo caso le attrici saranno due giovani donne emergenti.

Voi cosa ne pensate? Io ad esempio non ho letto i romanzi, c’è chi fra voi lo ha fatto?

Ci sono molte differenze fra i libri e la serie? Vi aspetto nei commenti.

 

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Le Ragazze del Centralino

 

 

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In questi giorni si parla molto di donne e di femminismo. Temi che sono al centro di una serie Netflix che seguo da un po’, ormai arrivata alla quarta stagione, Le Ragazze del Centralino.

L’obiettivo degli sceneggiatori era sicuramente quello di accendere i riflettori su le lotte per l’emancipazione delle donne spagnole dei primi anni 30 e forse strizzare l’occhio agli sceneggiati storici firmati BBC. In entrambi i casi però l’obiettivo non è stato centrato, ma alla fine la prima serie spagnola targata Netflix risulta abbastanza piacevole anche se alquanto leggera. Ma andiamo per ordine.

Siamo a Madrid, anno 1929 e quattro ragazze Lidia, Carlota, Angeles e Marga, sono assunte come centraliniste nella compagnia telefonica di proprietà della famiglia Cifuentes.

Quattro ragazze molto diverse tra loro che diventano subito amiche. Lidia è una donna misteriosa dal passato turbolento, Carlota è la figlia di un colonnello dell’esercito che la vorrebbe moglie e madre ma lei ha altri progetti per il suo futuro, Marga invece è una ragazza timida che da un paesino di campagna arriva a Madrid in cerca di un lavoro e poi c’è Angeles che già lavora alla compagnia. Donna riservata ma molto generosa deve fare i conti con un marito violento. A loro si aggiungerà Sara Milliàn capo delle centraliniste.

Nelle quattro stagioni si assisterà ad una crescita personale di tutte le protagoniste.

Lidia interpretata dalla bellissima Blanca Suàrez, da femme fatale egoista e pronta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi si rivelerà come una persona molto leale e grazie alla maternità cercherà di ricostruire quella vita che le è stata rubata.

Lidia è anche al centro di un triangolo amoroso che vede contrapporsi i due principali protagonisti maschili: Francisco e Carlos. Il primo, interpretato da Yon Gonzàles, è il primo grande amore di Lidia, un amore perduto che i due ritrovano in età adulta. Carlos, Martino Rivas, è il figlio di Don Cifuentes, ragazzo viziato che si innamora perdutamente di Lidia e lei cerca di ricambiare il sentimento con tutte le sue forze spinta soprattutto dal desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare una nuova vita.

Ad alterare questo triangolo la mamma di Carlos, donna Carmen, che odiando fortemente Lidia sarà la mente criminale che darà brio e azione a tutta la narrazione.

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Carlota, Ana Fernàndez, è colei che più di tutte si batte per i diritti delle donne in una società spagnola ancora molto misogina e patriarcale, nelle sue battaglie sarà affiancata da Sara che si tramuterà nella sua amica, compagna e amante.

La vera crescita personale, però, è quella di Marga, Nadia de Santiago e Angeles, Maggie Civantos, entrambe superano la loro timidezza e lottano per la loro autodeterminazione e per la loro indipendenza economica e personale.

Il problema delle Ragazze del Centralino è che quello che doveva essere il tema centrale ovvero il femminismo rimane in realtà ai margini o trattato con superficialità

Lacunosa anche la ricostruzione storica, Teresa Fernàndez- Valdès, ideatrice della serie ha perso un’occasione per narrare i fatti che portarono allo scoppio della guerra civile spagnola. Per non parlare poi della colonna sonora, non c’entra nulla con gli anni 30, è troppo moderna ed entra in conflitto con i costumi che invece sono spettacolari.

Se il tema del femminismo e delle lotte per la parità dei diritti non emergono, emerge invece il tema dell’amicizia, vera protagonista della storia. Ognuna delle ragazze si fa in quattro per aiutare le amiche e in ogni stagione è proprio la loro amicizia che innesca la ricerca dell’amore e il desiderio di emancipazione.

In conclusione Le Ragazze del Centralino ricorda quelle che sono le telenovele spagnole, ma la consiglio se vi va di rilassarvi con una serie un po’ più leggera.

La verità sul caso Harry Quebert

Giugno 1975, il promettente scrittore Harry Quebert decide di trascorrere le vacanze nella cittadina di Sommerdale nello stato del Maine, per trovare l’ispirazione e la giusta atmosfera per scrivere il suo nuovo romanzo. Qui Harry fa la conoscenza di Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, che ben presto diventa la sua musa ispiratrice. Il 30 agosto Nola scompare misteriosamente.

Trascorrono 30 anni. Harry è diventato uno scrittore di fama mondiale e un apprezzato docente universitario. La sua fortuna è derivata soprattutto dal romanzo Le Origini del Male, scritto nell’estate del 1975.

Fra i vari studenti che Harry conosce nella sua carriera, c’è n’è uno che cattura la sua attenzione Marcus Goldman, ragazzo a cui Harry decide di fare da mentore. Marcus come il suo maestro diventa un eccellente scrittore, ma ad un certo punto della sua carriera Marcus ha un blocco. Harry per aiutarlo lo invita a trascorrere l’estate a Sommerdale, di cui ormai è diventato cittadino onorario. Qui casualmente Marcus scopre che fra Harry e Nola vi era stata una relazione, contemporaneamente a causa di alcuni lavori di ristrutturazione, il corpo della ragazzina viene ritrovato nel giardino di casa di Harry, insieme a lei la bozza del manoscritto de Le Origini del Male con una dedica alla ragazza.

Harry viene arrestato e rischia l’ergastolo. Marcus crede alla sua innocenza e inizia a indagare insieme al sergente Gahalowood. Decide che questa indagini sarà alla base del suo nuovo romanzo.

Nelle sue ricerche Marcus si imbatterà nei segreti di una piccola città di provincia americana, dovrà far luce su un amore proibito tra un uomo adulto e una ragazzina, un inquietante autista dal volto sfigurato, un misterioso mecenate, segreti agghiaccianti e la genesi misteriosa di un capolavoro letterario.

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Questa è la trama de La Verità sul caso Harry Quebert, lo sceneggiato trasmesso su canale cinque e tratto dall’omonomo best seller di Joel Dicker.

La regia è del premio oscar Jean- Jacques Annaud, molto bravo a mio avviso, in quanto è riuscito a trasmettere allo spettatore, la stessa adrenalina che Dicker ha regalato al suo lettore.

Il ritmo della storia è incalzante, è un mosaico scomposto che lo spettatore ricompone insieme a Marcus, man mano che le indagini del ragazzo procedono.

Un crime psicologico che ha in sé tutte le caratteristiche del romanzo giallo tradizionale, infatti, come vedrete questa sera nell’ultima puntata, l’assassino è la persona meno sospettabile, anche se il nostro Harry no né del tutto innocente e anche Nola la vittima non era quella che voleva apparire.

A dare il volto a Herry c’è Patrick Dempsey, il dottor stranamore di Grey’s Anatomy.

La serie televisiva è molto fedele al romanzo, e ve li consiglio entrambi. Se ve la siete persa, potete recuperarla su Mediaset Play e su Sky.

Aspetto i vostri commenti.

Perchè guardare The Resident

Tra le prime visioni offerte dalla tv generalista quest’estate mi ha colpito il nuovo medical drama The Resident.

Dimenticatevi di Grey’s Anatomy, Private Practise, Chicago Med e tutto quello che finora era stato narrato degli ospedali americani. In The Resident non abbiamo tormentate storie d’amore o interventi chirurgici fantascientifici, abbiamo, invece, un racconto veritiero che mette in risalto gli aspetti negativi del sistema sanitario americano.

Siamo ad Atlanta e al Chastain Park Memorial il dott. Conrad Hawkins, interpretato da Matt Czuchry, specializzando al terzo anno, si adopera insieme all’infermiera Nic, Emily Vancamp, a garantire a tutti i pazienti il diritto di essere assistiti, diritto che no né proprio la priorità dell’ospedale per il quale lavorano. Ad aiutarli arriva il dott. Devon Pravesix, specializzando del primo anno.

Al Chastain succedono cose insolite e i suoi corridoi sono percorsi da medici non sempre corretti, come ad esempio il dott. Randolph Bell, primario di chirurgia che non accetta il suo non essere più in grado di operare, con conseguenze gravissime in sala operatoria, conseguenze che gli hanno fatto guadagnare il soprannome di Dottor Morte. E poi c’è la dottoressa Lane Hunter, illuminante oncologa che ha messo a punto un protocollo eccezionale, un protocollo che guarisce i pazienti dal cancro.

Ben presto, però, si scoprirà di quanto la dottoressa Hunter sia cinica e spietata. Una donna che pur di incassare le assicurazioni sanitarie dei pazienti è pronta a tutto anche a diagnosticare il cancro a chi è sano come un pesce.

Accanto a loro troviamo un gruppo di giovani specializzandi che con devozione cercano di fare quello che ogni singolo medico è chiamato a fare in ogni parte del modo, ossia assistere e curare gli ammalati. E Conrad, Nic, Devon e la dottoressa Mina Okafor, chirurgo nigeriano dalle straordinarie capacità, cercano di fare ciò, in un sistema sanitario come quello americano che guarda più al profitto che alla salute dei pazienti.

Un sistema che tutela i medici e non i cittadini a cui non è garantito il diritto alla salute.

Ed è l’infermiera Nic ad affermare che gli errori medici sono la terza causa di morte negli Stati Uniti, dopo il cancro e le patologie cardiache, ma nessuno affronta l’argomento.

Se sei ricco ok puoi essere curato, ma se sei un senza tetto vieni rimbalzato da un pronto soccorso ad un altro fino a quando non trovi un’infermiera dall’animo umano che fa di tutto per curarti, altrimenti ti rispediscono sulla strada.

The Resident mostra il volto cinico e forse tremendamente realistico della sanità americana, dove la saluta no né un diritto, dove gli ospedali sono visti come delle aziende il cui scopo è solo quello di fatturare. Insomma una denuncia vera e propria che ha fatto guadagnare alla serie picchi di ascolto mai visti prima.

E voi l’avete vista? Se non lo avete fatto correte a recuperala sui Rai Play perché ne vale la pena.

 

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Stranger Things 3

Turn around, Look at what you see, in her face, The mirror of your dreamer…………

La canto da ieri sera, da quando ho finito la terza stagione di Stranger Things. Terza stagione che non ha deluso le aspettative.

Siamo tornati a Hawkins, cittadina dell’Indiana, estate 1985. I nostri piccoli nerd: Mike, Lucas, Dustin, Max e Will si divertono con Undici, ma iniziano a fare i conti con i problemi dell’adolescenza e le prime cotte. I loro fratelli maggiori, invece, hanno finito il liceo e cercano di farsi accettare nel mondo degli adulti. Nancy e Jonathan hanno iniziato a lavorare presso la redazione del giornale cittadino, Billy da sfoggio dei propri muscoli nella piscina comunale dove lavora come bagnino e Steve, il bello della scuola, fa il commesso presso la gelateria del nuovo centro commerciale, a fargli compagnia Robin, interpretata da Maya Hawke, figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman, apprezzata new entry.

Il capo Hopper cerca di abituarsi all’idea che Undici sta crescendo, ma mal sopporta che la ragazzina frequenti assiduamente Mike e chiede aiuto a Joyce che invece fa i conti con la solitudine. Insomma tutto sembra trascorrere normalmente fino a quando non si verifica una strana invasione di ratti particolarmente aggressivi che amano cibarsi di pesticidi, contemporaneamente, Billy il fratello di Max inizia a comportarsi in maniera strana e Dustin capta un messaggio russo in codice.

Will si accorge ben presto che il Mind Flayer è tornato o meglio non se né mai andato e i ratti e il comportamento di Billy sono da collegarsi alla spaventosa creatura aliena.

Creatura che è collegata anche al messaggio in codice russo captato da Dustin, messaggio che viene decodificato da Robin, scoprendo che sotto il centro commerciale si trova una base segreta sovietica. Base dove si cerca di riaprire il portale che collega il nostro mondo con quello del Mind Flayer.

Tutti i protagonisti, in un modo o nell’altro si adoperano “a salvare il mondo” come dice Dustin con la sua adorabile zeppola e non mancano i colpi di scena.

Per la terza volta i fratelli Duffer hanno fatto centro regalandoci otto episodi che sono un inno d’amore agli anni ottanta. Non manca nulla, le canzoni, i film cult di quegli anni, le gonne a campana, i capelli cotonati, i mega stereo e le musicassette e la guerra fredda, che vedeva contrapposti Americani contro Sovietici.

Ma soprattutto ci riporta indietro in un periodo in cui finita la scuola i ragazzini giocavano per strada, con bici e pattini a rotelle, quando per divertirsi occorreva usare la fantasia e l’immaginazione.

Dove il mostro alieno rappresenta le nostre paure, in particolar modo in questa terza stagione simboleggia la paura di crescere, di diventare grande, del cambiamento che è inevitabile e del soffrire. Ma come scrive Hopper a Undici, il dolore è inevitabile, crescere è inevitabile, fa parte della vita. Vita che può essere vissuta soltanto se impari dai tuoi errori, se hai fiducia nel futuro e credi in te stessa.

E voi cosa pensate di questa terza stagione?

 

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5 Motivi perchè non mi è piaciuto il reboot di Streghe

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Ieri sera su Rai 2 sono andati in onda i primi episodi del reboot di Streghe, la serie cult sulle sorelle Halliwell andata in onda dal 1998 al 2006. Come tutti i reboot degli ultimi anni anche questo è stato una delusione.

Le sorelle Halliwell sono state sostituite dalle sorelle Vera, tre ragazze di origini latino- americane che scoprono di essere streghe dopo la morte della madre Marisol. La donna aveva deciso di congelare i poteri delle figlie alla nascita per garantire loro una vita normale, inoltre aveva avuto una figlia in giovane età che aveva dato in adozione, figlia di cui non aveva mai parlato con le altre due figlie avute successivamente Mel e Maggie.

Così le due ragazze alla morte della madre scoprono di avere una sorella maggiore Macy e insieme costituiscono il trio di streghe più potenti mai conosciute, le streghe del potere del trio.

Cosa non mi è piaciuto:

1 Sicuramente il modo in cui è stata costruita la storia, caratterizzata da molti elementi che rimandano alla vecchia serie, elementi che non sono stati inseriti in maniera originale nell’impianto narrativo. Ad esempio il libro delle ombre era per le sorelle Halliwell lo strumento principale per capire come combattere la sorgente, qui è ridotto ad un semplice manuale di magia. Le sorelle Vera apprendono l’arte occulta dal loro angelo bianco Harry Greenwood, anni luce lontano dal caro Leo.

L’iniziale del nome delle sorelle è stata sostituita dalla P alla M e se il potere della telecinesi è affidato alla maggiore delle sorelle Macy e quello di bloccare il tempo a Mel, la piccola Maggie non ha il potere della premonizione, caratteristica di Phoebe nella serie originale, possiede, invece, la capacità di leggere il pensiero. Anche la personalità delle ragazze è molto lontana da quella di Prue, Piper e Phoebe. Macy la maggiore è una nerd, ingegnere genetico che risulta molto impacciata e insicura, lontana da Prue che incarnava la perfetta sorella maggiore, donna forte, responsabile e sicura di sé. Mel è una neolaureata, attivista femminista e dichiaratamente lesbica, è un vulcano, istintiva e impulsiva, l’opposto della romantica e mite Piper e poi c’è Maggie la minore, frivola, studentessa universitaria che ha un unico obiettivo entrare in una sorellanza. Phoebe era invece una ribelle, una combina guai che grazie alla magia trova il suo posto nel mondo.

Insomma sono stati frullati insieme elementi nuovi a elementi vecchi il cui risultato è stato quello di produrre una serie che è la brutta copia della serie originale.

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2 La scelta delle attrici. Le tre ragazze scelte per interpretare Macy, Mel e Maggie non reggono il confronto con Shannen Doherty, Holly Marie Combs e Alyssa Milano, mi sono sembrate sciatte e un po’ insignificanti.

3 A mio avviso la serie è troppo politicamente corretta e il troppo alla fine stanca. La serie del 98 è stata definita poco femminista, cosa non vera in quanto eravamo difronte a tre giovani donne forti e indipendenti che cercavano un equilibrio fra la loro vita da streghe e da ragazze comuni.

4 Manca quella ciliegina sulla torta quale la città di San Francisco. Il reboot è ambientato nella fittizia città universitaria di Hiltowne e tutto ruota all’interno del campus universitario. San Francisco rendeva la vicenda più reale, le sorelle Halliwell dovevano far coesistere reale con il paranormale e confrontarsi con la quotidianità di una grande città.

5 I reboot di serie cult sono una pessima idea. La creatrice del reboot Jennie Snyder Urman, mamma già di Jane The Virgin, avrebbe dovuto studiare meglio.

E voi cosa ne pensate?

What/If

C’era molta attesa per la serie What/If, serie creata e prodotta da Mike Kelley e distribuita sulla piattaforma di Netflix. Serie che vedeva fra i suoi protagonisti il premio oscar Renèe Zellweger.

Ma come spesso accade le aspettative sono state deluse.

What/If si presenta come una serie intrigante e misteriosa un vero e proprio thriller psicologico che manca però di quella suspense tipica di questo genere narrativo.

La vicenda ruota attorno ad una giovane coppia di sposi Sean e Lisa Donovan, quest’ultima fatica a far decollare la sua start up biomedica per mancanza di investitori. Una sera nel bar in cui lavora, Sean incontra una donna misteriosa e molto affascinate che vuole investire sulla start up di Lisa.

Questa donna è Anne Montgomery, regina dell’alta finanza californiana e fautrice di una sua filosofia di vita secondo la quale gli obiettivi che gli individui si pongono nella vita vanno perseguiti ad ogni costo. Non importa cosa bisogna fare l’importante è raggiungere il proprio scopo. Una moderna Machiavelli in una società dove comanda chi ha i soldi. I legami e i sentimenti sono solo delle debolezze, delle fragilità, che possono essere usate dai tuoi nemici per distruggerti.

Per Anne il legame che unisce Sean e Lisa è la debolezza di quest’ultima. A cosa sarà disposta Lisa pur di riuscire a salvare la sua società dalla bancarotta? Sarà disposta a concedere Sean per una notte a Anne?

Questa è l’unica cosa che Anne chiede alla ragazza in cambio dei soldi per salvare la start up, oltre che a diventare sua socia in affari.

Lisa accetta, ma per contratto non potrà conoscere nulla della notte che suo marito trascorre con l’altra donna. Tutto ciò condurrà i due giovani a mettere in discussione il loro rapporto inoltre, Sean è davvero l’uomo che Lisa conosce o nasconde segreti inconfessabili perfino alla moglie? E chi è Anne Montgomery? Cosa le è successo di così traumatico nel trasformarla nella donna gelida, spregiudicata e priva di sentimenti, ma potente che è oggi?  Lisa sarà disposta a sacrificare i propri affetti per realizzare il suo sogno? Chi avrà la meglio il denaro o i sentimenti?

Attorno ai tre protagonisti ruotano altri personaggi fra cui Marcus, fratello adottivo di Lisa e il suo compagno e Todd e Angela Archer, una coppia di amici di Sean, perseguitati per tutta la serie da uno psicopatico il dott. Ian Harris. E qui sta il problema di What/If. Il racconto delle vicende dei personaggi minori è totalmente slegato dal racconto dei tre protagonisti principali. E come se l’intera struttura narrativa sia costituita da due rette parallele che non si incontrano mai.

Sulla storia di Todd e Angela si poteva fare una serie a parte, in quanto non c’è alcun nesso con la storia di Sean e Lisa.

Per non parlare del finale che può essere scontato, ma allo stesso tempo è sbalorditivo.

La vera parte da leone la fa Renèe Zellweger nei panni di Anne Montgomery, Renèe che con questa interpretazione si è scrollata di dosso i panni della imbranata Bridget Jones.

Chi di voi ha visto What/If, cosa ne pensate?

 

Locandina Netflix

Andrea Camilleri e l’arte del racconto

Quando c’è lui non c’è share che tenga, che siano nuove puntate o repliche, Il Commissario Montalbano vince su tutto. Dopo la messa in onda delle nuove puntate, la RAI ha pensato bene di trasmettere 10 dei vecchi episodi giusto per far tremare un po’ il terreno sotto i piedi della concorrenza. E se c’è qualcuno che ancora non lo ha capito, gli italiani sono pazzi per il commissario di Vigata e per il suo papà, il maestro Andrea Camilleri.

Ho letto il primo romanzo di Andrea Camilleri a quindici anni, il suo nome appariva fra l’elenco delle letture estive a cui la mia prof di italiano sottoponeva me e la mia classe durante le vacanze. Il libro era Il Birraio di Preston, una commedia degli equivoci alla siciliana. Un libro che mi colpì molto non solo per la storia, divertentissima, ma anche per la lingua, era il primo libro che leggevo dove appariva un larghissimo uso del dialetto siciliano. Incuriosita e fregandomene della lista della prof andai in libreria e comprai Il Ladro di Merendine, fu amore assoluto.

Il successo della serie su Il Commissario Montalbano e dei romanzi da cui è tratta deriva dalla sapiente arte del racconto di Andrea Camilleri.

Andrea Camiller

Per racconto si intende, cito testualmente il dizionario della lingua italiana, l’esposizione orale o scritta di fatti veri o immaginari nel loro svolgimento temporale.

Ma con Camilleri si va al di là del racconto. Lo scrittore, sceneggiatore, regista e drammaturgo siciliano nato a Porto Empedocle il 6 settembre 1925 attraverso una scrittura schietta, sincera e ironica fa dell’arte del racconto una vera e propria rivoluzione. Camilleri riesce a catapultarti nella vicenda che narra, tanto che hai la sensazione di essere seduto sulla verandina della casa di Marinella a sorseggiare il caffè con il commissario. Quest’ultimo poi incarna tutto ciò che un eroe narrativo dovrebbe incarnare, ma allo stesso tempo è anche uno di noi e come noi ha le sue insicurezze e le sue fragilità e come noi sbaglia pagando le conseguenze dei suoi errori. Tutto ciò fa di Salvo Montalbano l’uomo che tutte noi donne vorremmo accanto, ma è anche l’uomo a cui tutti i maschi vorrebbero assomigliare.

Montalbano è una sorta di Maigret siculo, uno che grazie a uno spiccato senso dell’osservazione e intelletto risolve i casi, ma il vero successo delle sue doti investigative è dato dal rapporto che Montalbano ha con l’ambiente a lui circostante. Il commissario riesce a decifrare i misteriosi segni di quell’antichissima dimensione siciliana che coesiste felicemente con l’aspetto più moderno dell’isola. Quest’ambiente è rappresentato dalla cittadina fantastica e metaforica di Vigata.

il commissario montalbano

Fantastica perché nasce dalla fantasia di Camilleri, metaforica perché in realtà potrebbe essere qualsiasi paesino, cittadina o capoluogo siciliano.

Un altro elemento innovatore dell’arte di Camilleri è questa lingua da lui utilizzata, una lingua molto vicina al dialetto siciliano, dialetto che infondo è la versione più antica dell’italiano.

Camilleri ha dichiarato  “Per me l’italiano serve ad esprimere il concetto di una cosa, il dialetto ne descrive il sentimento.”

Ma la vera chiave di lettura dell’arte di Camilleri è l’ironia e questa forza comica fa del maestro Andrea l’innovatore del giallo siciliano.

L’appuntamento è per questa sera su RAI 1 alla 21.25 circa con la replica di un nuovo episodi del Commissario Montalbano.