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SULLA NOSTRA PELLE

Quella di Stefano Cucchi è una di quelle storie che ti lasciano l’amaro in bocca semplicemente leggendole sui giornali. Se poi da quella cronaca ne viene fuori un film, e che film, inizi a riflettere su tante cose.

Sulla mia Pelle è il film diretto da Alessio Cremonini e racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. La pellicola è stata presentata durante l’ultima edizione del festival del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Prodotto e distribuito dalla piattaforma Netflix e proiettato in tutte le sale cinematografiche, Sulla mia Pelle, è la lettura di un episodio di cronaca fatta per immagini.

Il regista ha raccontato la vicenda in maniera così obiettiva che spetta allo spettatore trarre le proprie riflessioni. Manca la scena del pestaggio, ma il regista c’è la lascia immaginare dietro la porta della stanza n 0063 della caserma dei carabinieri. L’intero ritmo della narrazione è scandito dal rumore delle chiavi che aprano le varie celle di sicurezza.

A mio avviso Cremonini con questo film fa quello che Truman Capote ha fatto con A Sangue Freddo.

Tutti avevamo la convinzione di conoscere la storia di Stefano, in realtà ignoravamo la sua lenta agonia, il suo dolore, la sua immensa solitudine. Senso di smarrimento e disperazione che il ragazzo manifesta nel momento in cui decide di non chiedere aiuto e di rifiutare le cure mediche.

Stefano non è stato ucciso soltanto dalle botte di chi ha abusato della divisa che indossava, è stato ucciso dall’indifferenza di un sistema che invece di aiutarlo si è girato dall’altra parte.

Inizi a capire che la prima causa dell’arretratezza italiana è la burocrazia. Un sistema il cui unico scopo è quello di attanagliare il cittadino in una morsa. Burocrazia che fa da collante ad un sistema giudiziario e penitenziario allucinante.

Bravissimi gli attori, primo fra tutti Alessandro Borghi, che si è spogliato dei suoi panni per rivestirsi completamente con quelli di Stefano, imitandone la voce e perdendo 10 chili. Bravi anche Jasmine Trinca e Max Tortora, rispettivamente Ilaria e Giovanni Cucchi, sorella e padre di Stefano. Bravi ad interpretare con delicatezza la storia di una famiglia che ha lottato con tutte le sue forze per la verità. La sceneggiatura è stata realizzata attraverso i verbali giudiziari.

Il film non è la santificazione di Stefano è il racconto di un fallimento da parte dello Stato. E dobbiamo ricordare bene che lo Stato siamo noi, quindi credo che dovremmo riflettere che quello che è successo è una nostra responsabilità.

Dovremmo immaginare sulla nostra pelle quello che è successo a Stefano, perché in fondo era un ragazzo come tanti, che aveva smarrito la via e forse aveva solo bisogno che qualcuno gli tendesse una mano.

È un film che consiglio vivamente a tutti.

 

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QUANDO I LIBRI TI SALVANO LA VITA

Ieri sera mi sono imbattuta in un film davvero molto gradevole. Il titolo è tutto un programma, è proprio per questo motivo mi ha incuriosito.

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey è uno dei nuovi arrivati nella grande famiglia di Netflix. Ambientato nella Londra del 1946, racconta le vicende di Juliet Ashton, nota scrittrice di saggi umoristici.

La donna è alle prese con la stesura di un articolo per il Times, ma le manca l’ispirazione. Un giorno le arriva la lettera di uno sconosciuto un certo Dawsey Adams dall’isola di Guernsey, che le dice di essere impossesso di un suo libro.

Libro che Juliet aveva venduto quando era in tristi condizioni economiche. Fra i due inizia un rapporto epistolare e quando Juliet scopre che Dawsey fa parte di un club del libro chiamato Club del libro e dalla torta di bucce di patate e di come questo club sia nato, decide di partire per l’isola di Guernsey convinta che troverà l’ispirazione per il suo articolo.

Sull’isola conoscerà gli altri membri del club e per la prima volta dopo molto tempo avrà la sensazione di appartenere a qualcosa, avrà la sensazione di essere a casa. Ma Juliet si imbatterà anche in un mistero, che fine ha fatto Elizabeth Mckenna, la fondatrice del club del libro?

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey è sì una storia d’amore ma è soprattutto un omaggio alla letteratura e a tutti coloro che amano i libri.

Un libro fa conoscere i protagonisti della storia, la fondazione di un club del libro salva gli abitanti di Guernsey da una rappresaglia nazista e sempre i libri aiutano i membri del club a non pensare agli orrori della guerra.

Dawsey dice a Juliet: “Il potere dei libri è ciò che ci unisce nella diversità delle nostre vite.” Libri come collante delle relazioni umane, libri come ancora di salvezza.

Ben costruiti anche i personaggi femminili di Juliet ed Elisabeth. La prima incarna la donna moderna, una donna libera ed emancipata che cerca il suo posto nel mondo. La seconda rappresenta il coraggio e la determinazione di chi vuole cambiare il mondo.

Molto belle sia la scenografia che la fotografia. I personaggi principali hanno tutti volti noti che abbiamo avuto modo di apprezzare in serie come Dowton Abbey, mentre Lily

James veste i panni di Juliet. Tutti diretti da Mike Newell. La storia è tratta dal romanzo epistolare scritto da Ann Shaffer e Annie Barrows.

Per i più curiosi l’isola di Guernsey esiste davvero e si trova nel canale della Manica. Fu davvero invasa dalle truppe naziste durante la guerra e in quel periodo gli abitanti diedero vita alla torta di bucce di patate. Nata in un contesto di grande carestia la torta è ancora oggi uno dei cavalli di battaglia della cucina locale.

torta di papate

 

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IL FULGORE DI DONY

L’adolescenza è un periodo particolare della vita. Un periodo in cui si fanno le prime esperienze importanti, si commettono i primi errori, si inizia a prendere coscienza di sé e a capire che tipo di persona si vuole diventare nell’età adulta.

Ieri sera Pupi Avati nel film per la tv, IL FULGORE DI DONY, andato in onda su RAI 1, ci ha regalato il quadro di un adolescente fuori dagli schemi e dagli stereotipi.

Donata Chesi detta Dony (interpretata da Greta Zuccheri Montanari) è una ragazzina di quindici anni come tante. Un giorno nel cortile del suo palazzo conosce Marco Ghira (interpretato da Saul Nanni), un ragazzino della sua età, e se ne innamora perdutamente, anzi si innamora del modo in cui il ragazzo la guarda. Da quel momento Dony fa di tutto per conoscere di più su quel ragazzino che l’ha stregata. Il caso vuole che durante le vacanze di Natale il fratellino di Dony abbia un incidente sugli sci, in ospedale su una barella Dony rivede Marco che come suo fratello ha preso una brutta caduta. I due ragazzini chiacchierano e ridono e per Dony quello è il momento più bello della sua vita. Una volta tornati in città però Marco sembra sparito nel nulla. Dony si fa coraggio e si mette in contatto con il padre del ragazzo (interpretato da Andrea Roncato), l’uomo le dice che l’incidente che Marco ha avuto con gli sci ha provocato danni irreparabili al sistema cognitivo e motorio del ragazzo. Dony decide di andarlo a trovare a casa, qui conosce la mamma di Marco (una brava Lunetta Savino) e conosce anche il nuovo Marco. Il ragazzo brillante e divertente non esiste più, al suo posto c’è un bambino piccolo con un grave deficit cognitivo.

Dony viene risucchiata da una spirale di dolore e sofferenza, spirale dalla quale riesce a liberarsi in un modo così adulto e responsabile che non ti aspetti da una ragazzina di quindici anni. Ragazzina che mette in discussione tutto, una ragazzina incompresa dai genitori (interpretatati da Giulio Scarpati e Ambra Angiolini), una ragazzina che trova conforto solo dallo psichiatra del tribunale minorile (Alessandro Haber). Una ragazzina che supere il pregiudizio, la diffidenza e la paura di ciò che è diverso.

Con questo film Pupi Avati cambia registro, raccontandoci una storia fuori dai suoi schemi. Se negli ultimi anni ci aveva abituati ai racconti della provincia emiliana, narrandoci con ironia e semplicità tutto quello che accadeva fuori dalla finestra della sua casa di Bologna, ieri sera ci ha accompagnati nei meandri della psichiatria. E se da un lato ritroviamo il racconto in terza persona, tratto ormai distintivo del regista bolognese, non ritroviamo Bologna come protagonista principale. Il capoluogo emiliano occupa nel film di ieri sera un ruolo marginale.

Non so dirvi se il film mi è piaciuto o no. L’ho trovato strano e a tratti inverosimile. Io adoro Pupi Avati, ho adorato i film IL CUORE ALTROVE, MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE, GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA, IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE e la serie televisiva UN MATRIMONIO e quando sono stata a Bologna ho guardato questa splendida città con occhi diversi e come Dony sono stata colpita da un colpo di fulmine. Però non riesco a giudicare il film di ieri sera. Un film alquanto insolito.

Chi di voi l’ha visto? Cosa ne pensate?

dony

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PRIMA CHE LA NOTTE

LO SPIRITO DEL GIORNALISMO LIBERO

Ieri sera la RAI per ricordare la giornata della legalità e la strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti di scorta ha mandato in onda il film PRIMA CHE LA NOTTE, diretto da Daniele Vicari e prodotto da RAI FICTION insieme a Fulvio e Paola Lucisano.

La pellicola racconta la vita del giornalista, scrittore drammaturgo e sceneggiatore, Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984.

Fava ritorna nella sua città natale nel 1980 dopo una lunga permanenza romana dove si è fatto notare soprattutto come sceneggiatore. Rientra nel capoluogo etneo con l’obiettivo di dar vita ad una nuova testata giornalistica che potesse davvero raccontare la vera Catania. Ma il suo ritorno è anche un motivo per ricucire il legame con i figli Claudio ed Elena ormai adulti. Alla redazione del Giornale del Mezzogiorno, Fava, mette insieme un gruppo di giovani giornalisti ai quali si unirà suo figlio Claudio. A questi ragazzi insegna l’amore verso questo straordinario mestiere e il divertimento. Sosteneva che un bravo giornalista deve innanzitutto divertirsi. Divertirsi nello scovare le notizie, divertirsi nello scrivere, divertirsi nel fare domande scomode. E di articoli scomodi Pippo Fava ne farà abbastanza, diretti soprattutto al clan dei Santapaola. Cosa che indurrà il suo editore a licenziarlo.

Fava era un sostenitore della libertà di stampa in un editoriale scrisse “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

Dopo il licenziamento fonda una rivista indipendente I SICILIANI, dalle cui pagine partiranno importanti inchieste che sveleranno i legami occulti fra politica siciliana e Cosa Nostra, inchieste che saranno la sua condanna a morte.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo scritto da Claudio Fava e Michele Gambino (che hai tempi fu uno di quei giovani cronisti della redazione di Fava). Alla stesura della sceneggiatura si sono aggiunti Monica Zapelli che insieme a Claudio scrisse la sceneggiatura dei CENTO PASSI e il regista Daniele Vicari. Quest’ultimo famoso per aver diretto il film DIAZ-NON LAVATE QUESTO SANGUE, sui tristi fatti del G8 di Genova.

Regista cinematografico che si è prestato alla tv per raccontare in maniera diretta la storia di un giornalista che si è sempre battuto per la libertà di stampa e per la libertà intellettuale. Per Giuseppe Fava senza libertà non poteva esserci dignità per l’individuo.

Bravissimo Roberto Gifuni che con un quasi perfetto accento catanese, si è calato nei panni di questo giornalista con giacca di pelle e Ray Ban in maniera magistrale. Al suo fianco Dario Aita nei panni di Claudio e Lorenza Indovina in quelli della ex moglie Lina. La storia di Giuseppe Fava però no né solo la storia di un giornalista che non ha avuto paura della verità, è anche la storia di un padre e di un figlio che si sono ritrovati. Di un figlio che ha fatto di tutto per tenere vivo il ricordo del padre.

La vicenda di Pippo Fava, la sua lotta per la libertà di stampa e le sue inchieste contro la mafia ci rimandano ad alcuni giornalisti di oggi, Paolo Borrometi e Federica Angeli fra tutti, che con coraggio hanno sfidato la criminalità organizzata con quello stesso strumento così caro a Pippo, la scrittura.

Un bel film, che se non avete visto, merita davvero.

 

prima che la notte

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ANNIENTAMENTO

QUANDO L’ANIMA INCONTRA LA SCIENZA. Non amo i film di fantascienza, ma ho scelto di vedere ANNIENTAMENTO perché Natalie Portman è una delle mie attrici preferite e volevo capire come l’attrice americana di origine israeliana si sarebbe confrontata con un genere del tutto nuovo per lei.

ANNIENTAMENTO è un film scritto e diretto da Alex Garland, tratto dall’omonimo romanzo di Jeff Vandermeer. Oltre alla Portman nel cast troviamo Oscar Isaac, Jennifer Jason Leigh, Gina Rodriguez, Tessa Thompson e Tuva Novotny. Distribuzione Netflix.

Protagonista Lena (Natalie Portman) biologa di una certa fama, ha perso da un anno il marito Kane (Oscar Isaac), tenente dell’esercito. Il lutto l’ha annientata, schiacciata dai sensi di colpa per quel matrimonio in crisi da tempo e finito nei peggiori dei modi, smarrita dalla perdita di quella quotidianità che scandiva la sua esistenza.

Improvvisamente il suo amato Kane, ritenuto morto, torna a casa. Ma il tenente non sta bene e durante il trasporto in ospedale i due coniugi vengono rapiti da forze governative. Lena scopre così cosa è successo al marito ma cosa più importante scopre l’esistenza dell’AREA X. Zona misteriosa, in continua espansione e dotata di inquietanti misteri. A capo del gruppo di forze governative che deve sciogliere il mistero su questo strano caso c’è la dottoressa Ventress (Jennifer Jason Leight) psicologa. La donna ha inviato diverse squadre di militari per capire cosa accadesse dentro l’AREA X, ma nessuno di loro è tornato indietro fatta eccezione di Kane, adesso però l’uomo è gravemente malato di una malattia sconosciuta. La Ventress sta preparando una nuova squadra, sta volta formata da scienziate e propone a Lena di farne parte. La donna accetta perché vuole a tutti i costi salvare la vita del marito.

Insieme a Lena si introducono nell’AREA X Anya Thorensen (Gina Rodriguez) paramedico, Cass Sheppard (Tuva Novotny) geologa e Josie Radek (Tessa Thompson) fisico, a capo della spedizione la dottoressa Ventress. Il viaggio che le cinque donne intraprendono è terrificante. Lena scopre ben presto che la missione è una missione suicida e che le sue compagne, tutte volontarie, sono donne che come lei sono state annientate da qualcosa, chi da un lutto, chi da un trauma, chi da un cancro. La forza oscura che domina l’AREA X ha il potere di alterare il DNA di ogni cosa e in alcuni casi altera lo stato d’animo delle protagoniste che riescono a dar pace ai loro tormenti interiori. Anche Lena alla fine dovrà fare i conti con sé stessa, dovrà mettere a nudo le proprie paure per poter trovare un nuovo equilibrio.

La scienza o meglio una nuova lettura della legge di Darwin sta alla base di tutta la narrazione. Si parla della materia di cui siamo fatti, di cellule, di DNA, di tutte le trasformazioni possibili e impossibili. Ma soprattutto si parla di come tutto quello che ci circonda può cambiare, può adattarsi ed evolversi per non essere sopraffatto.

Ma questi mutamenti fisici sono in realtà una metafora per descrivere i mutamenti psicologici. Lena è una donna annientata, ma riesce ad adattarsi al cambiamento. Lei e Kane rappresentano la possibilità di rigenerarsi in qualcosa di nuovo, fuggendo dalla tendenza del genere umano ad autodistruggersi.

Morire per poi rinascere, toccare il fondo per poi capire che occorre non farsi annientare da tutte le prove a cui la vita ti sottopone.

È un film, forte, potente e molto particolare, rivolto forse ad un pubblico di nicchia e agli amanti del genere fantasy. L’interpretazione della Portman è eccezionale. Le scenografie molto belle tanto che a tratti hai la sensazione di essere all’interno di uno di quei vetrini che si mettono al telescopio. Geniale poi l’idea di utilizzare i mutamenti genetici come parabola dei mutamenti dell’animo umani. Come avete potuto capire mi sono dovuta ricredere sui film di fantascienza e voi? Cosa ne pensate?

annientamento

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A CASA TUTTI BENE

“Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”.

Lev Tolstoj

L’incipit di Anna Karenina mi è venuto in mente ieri sera dopo aver visto il nuovo film di Gabriele Muccino, A CASA TUTTI BENE. Il regista romano con questo film torna a quello che è il suo tema preferito, ossia il dramma della sua generazione: uomini adulti che non accettano l’idea di crescere, di assumersi delle responsabilità, alla ricerca disperata di un equilibrio e di quel qualcosa chiamato felicità.

Al centro della vicenda troviamo la famiglia Ristuccia. Alba (Stefania Sandrelli) e Pietro (Ivano Marescotti) sono una coppia di pensionati che ha deciso di trasferirsi su un’isola. In occasione delle nozze d’oro, organizzano un pranzo al quale partecipano figli e nipoti. La coppia ha tre figli: Carlo (Pierfrancesco Favino), Sara (Sabrina Impacciatore) e Paolo (Stefano Accorsi). I primi due gestiscono brillantemente il ristorante di famiglia, la stessa cosa però non si può dire delle loro rispettive famiglie.

Carlo si divide fra due famiglie. Se da un lato la prima moglie Elettra (Valeria Solarino) appare comprensiva e amichevole, la seconda moglie Ginevra (Carolina Crescentini), donna insicura e paranoica, è fonte di guai. Anche Sara, la perfettina della famiglia fa finta di non vedere i continui tradimenti del marito Diego (Giampaolo Morelli). E poi c’è Paolo, l’eterno Peter Pan o l’artista di famiglia dipende da quale prospettiva lo si guardi, che a 42 anni deve ancora capire cosa fare della sua vita.

A loro si aggiungono altri parenti: zia Maria (Sandra Milo) e i suoi due figli Sandro (Massimo Ghini) con la moglie Beatrice (Claudia Gerini) e Riccardo (Gianmarco Tognazzi) con la compagna Luana (Giulia Michelini), su questi personaggi non vi dico niente perché sono le interpretazioni più belle e solo per questo vi consiglio di andare a vedere il film.

Dicevamo che tutti si ritrovano per festeggiare le nozze d’oro di Alba e Pietro. A causa del maltempo però, nessuno può lasciare l’isola e la convivenza forzata porta inevitabilmente al confronto tra i vari membri della famiglia, a volte allegri, a volte drammatici, riaccendendo invidie e gelosie, facendo riemergere paure e questioni mai risolte.

Il film non è né bello e né brutto, Muccino ci ha voluto dare la sua personale visione della famiglia moderna, la trama è un po’ scontata e come sempre accade ormai da un po’ di tempo con i film di Muccino quello che fa la differenza è il cast.

Un cast di primordine che va con la personalizzazione dei personaggi a riempire gli spazzi vuoti di una sceneggiatura non proprio brillante. Come sempre maggiore attenzione è stata riservata ai personaggi maschili, mentre per la prima volta le donne non sono state inserite sotto quella dimensione misogina tipica di Muccino. Sono donne vere, donne forti, donne con insicurezze e fragilità, donne del nostro tempo.

Se L’ULTIMO BACIO raccontava la paura dei trentenni di diventare adulti, A CASA TUTTI BENE parla della paura dei cinquantenni ad avere sprecato la propria esistenza non avendo vissuto realmente la vita. Una generazione che si sente fallita paragonandosi ai propri genitori che sono riusciti a realizzare i propri sogni o semplicemente qualcosa di bello come una famiglia, un qualcosa da cui si scappa sempre ma che alla fine ti risucchia come una calamita.

A casa tutti bene

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QUANDO LA LIBERTA’ DI STAMPA E’ DAVVERO LIBERTA’ DI STAMPA

La stampa dev’essere al servizio dei governati, non dei governanti. Con queste parole la corte suprema degli Stati Uniti d’America sancì nel 1971 il diritto alla libertà di stampa e permise la pubblicazione dei Pentagon Papers.

locandina
La locandina è stata scaricata dal sito di Mymovie.it

THE POST, il nuovo film di Steven Spielberg, racconta come l’editrice del WASHINGTON POST Katharine Graham (Meryl Streep) e il suo direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) sfidarono il governo americano e decisero di pubblicare i Pentagon Papers, un’inchiesta che svelava un gigantesco insabbiamento sul Vietnam in cui era coinvolto il governo, il quale fu sempre consapevole che la guerra non sarebbe mai stata vinta.

La pellicola è fantastica, è un thriller giornalistico, è il racconto di una redazione pronta a sfidare il governo pur di rispettare il primo dovere che un giornalista ha: quello di raccontare la verità. È un film che ci proietta nel vecchio mondo dell’editoria prima che arrivasse il computer e il digitale. È una dichiarazione d’amore che Spielberg fa al mondo del giornalismo.

Ma è anche la storia di una donna, che non solo sfida il governo, ma va oltre le convenzioni sociali dell’epoca. Katharine era stata educata a stare al suo posto, il padre aveva lasciato a suo marito la guida dell’azienda di famiglia, perché era impensabile che una donna potesse gestire degli affari finanziari. Ma una volta morto il marito Katherine decide di diventare presidente della casa editrice. È molto insicura, non riesce mai ad esprimere le proprie opinioni nei consigli di amministrazione, c’è sempre un uomo che riesce a sopraffarla. Ma a poco a poco riesce ad acquisire una forte sicurezza in sé stessa e basandosi del proprio intuito femminile dà l’ordine di pubblicare i Pentagon Papers contro il volere di tutto il consiglio d’amministrazione. Magistrale l’interpretazione di Meryl Streep che fa sua la crescita interiore di questo personaggio, una donna che all’inizio è insicura e impacciata ma che alla fine è padrona della situazione e in grado di scegliere per sé e per gli altri.

Tom Hanks veste i panni di un giornalista ossessionato dalla concorrenza, pronto a tutto pur di far diventare il Post un quotidiano d’importanza nazionale è un uomo che capisce quando fare un passo indietro, un uomo che con un’indagine certosina fa in modo che un suo redattore riesca a scovare Daniel Eilsber, l’uomo che lavorava al ministero della difesa e che aveva fotocopiato il documento top-secret del Pentagono.

Il film si inserisce in un contesto attuale, perché mai come adesso la libertà di stampa in occidente è minacciata, da un lato da governi molto autoritari e dall’altro dal web dove sempre più spesso si rincorrono le fake news che destabilizzano la credibilità della stampa. Un film che va visto assolutamente, e voi lo avete visto? Cosa ne pensate?

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E’ COSI’ LIEVE IL TUO BACIO SULLA FRONTE

Era il 29 luglio 1983 quando un’autobomba veniva fatta esplodere in via Federico Pipitone, uccidendo il giudice Rocco Chinnici, la sua scorta e il portiere del palazzo in cui abitava.

Questo l’antecedente di quello che sarà raccontato questa sera su RAI 1 nel film per la tv E’COSI’ LIEVE IL TUO BACIO SULLA FRONTE, tratto dall’omonimo libro scritto da Caterina Chinnici, figlia del giudice ucciso 34 anni fa da Cosa Nostra. Il film prodotto da Luca Barbareschi per la regia di Michele Soavi racconta, attraverso i ricordi della figlia Caterina, la vita del giudice Chinnici dal 1952 fino all’attentato in cui trovò la morte. Chinnici fu l’ideatore del “pool antimafia” e per primo capì la collusione che c’era fra Cosa Nostra e alcuni rappresentanti delle istituzioni, mise inoltre in cantiere le indagini dei più importanti processi per mafia degli anni 80: primo fra tutti il processo dei 162, da cui ebbe vita il maxi-processo del 1986 a cui lavorarono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, amici e colleghi di Chinnici.

Caterina Chinnici ha detto “Mio padre ha cambiato la cultura giudiziaria e l’attività delle indagini inventando il lavoro di gruppo, allora i magistrati per formazione lavoravano da soli. A lui si deve la legge sul sequestro e la confisca dei beni per attività illecite e il controllo dei movimenti sospetti nelle banche. Solo per questo il suo sacrificio non è stato vano. E la cosa più importante è che andava nelle scuole per formare nuove coscienze.

Rocco Chinnici avrà il volto di Sergio Castellitto, mentre Caterina è interpretata da Cristiana Dell’Anna (famosa al pubblico per aver vestito i panni di Patrizia di Gomorra), Manuela Ventura è Tina moglie del giudice, mentre la figlia minore Elvira è interpretata dalla messinese Virginia Latella.

Il film, oltre all’immagine pubblica del giudice Chinnici, ci racconta anche il suo io più privato, rappresentato da una figura paterna attenta e presente. Un padre che si confrontava con la figlia che come lui aveva deciso di diventare un magistrato e di operare in una Palermo schiacciata dal potere di Cosa Nostra.

Luca Barbareschi ha detto “È Così Lieve Il Tuo Bacio Sulla Fronte parla anche del rapporto tra un padre e una figlia che insieme conducono una doppia battaglia, quella professionale in nome della giustizia, e quella privata, in cui entrambi cercano di mantenere la normalità di fronte a un pericolo incombente.”

Film assolutamente da vedere perché anche se racconta una triste pagina della storia siciliana, ci fa anche conoscere la vita di un uomo che non definirei un eroe, ma semplicemente un uomo che con coraggio ha svolto fino alla fine il suo dovere come rappresentante della magistratura di questo paese.

L’appuntamento è quindi per questa sera su RAI 1 alle 21.20 circa.

 

film rocco chinnici
La foto è stata scaricata dal sito di IO DONNA del Corriere della Sera

 

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L’ORA PIU’ BUIA

immWinston Churchill è stato senza ombra di dubbio uno dei migliori politici che la Gran Bretagna possa vantare, soprattutto perché si è ritrovato ad affrontare la minaccia nazista.

Nel nuovo film di Joe Wright, già regista di Espiazione e Anna Karenina, dal titolo L’ORA PIU’ BUIA si racconta come in seguito alle dimissioni di Neville Chamberlain, Churchill abbia avuto dal re Giorgio VI l’incarico di costituire un nuovo governo.

L’incarico non sarà dei più semplici in quanto l’armata nazista di Hitler ha ormai invaso buona parte dell’Europa e l’Inghilterra non ha i mezzi per contrastare l’esercito tedesco, esercito che minaccia l’invasione dell’isola. Le truppe inglesi sono bloccate sulla costa francese precisamente a Dunkirk e bisogna trovare un modo per riportarle a casa sane e salve (questo episodio ha ispirato anche l’ultimo film di Christopher Nolan che vi consiglio di vedere). A Churchill l’ingrata decisione di o intavolare dei trattati di pace alle condizioni del nemico o resistere e combattere in nome della libertà inglese. Una scelta difficile dovuta anche alla mancanza di fiducia che il parlamento e il re hanno nei confronti del primo ministro, per non parlare dell’opposizione del partito dei conservatori di cui lo stesso Churchill faceva parte, guidata da Chamberlain e il Visconte Halifax.

Nella sua ora più buia Winston Churchill dovrà decidere se vivere o morire, se arrendersi o combattere. E in questo sarà aiutato da sua moglie Clementine, dalla sua giovane assistente Elizabeth Layton e dal re. Quest’ultimo suggerisce a Churchill di chiedere consiglio al popolo, così in una piovosa mattina di fine maggio Churchill prenderà per la prima volta nella sua vita la metropolitana e qui capirà cosa fare.

Devo essere onesta, sono stata un po’ delusa. Dal trailer mi ero immaginata un film d’azione che raccontava la resistenza inglese durante la seconda guerra mondiale, invece mi sono ritrovata difronte ad un film politico che racconta tutti i problemi attraversati da Churchill prima di ottenere la fiducia del parlamento. Un film con pochissima azione e tantissimi dialoghi. Eccezionale l’interpretazione di Gary Oldman nei panni di primo ministro, interpretazione che gli è valsa già la statuetta dei Golden Globes come miglior attore protagonista, interpretazione che profuma anche di Oscar. A suo fianco Kristin Scott Thomas nei panni di Clementine e Lily James (volto noto di Downton Abbey e di Cenerentola) in quelli di Elizabeth, mentre sua maestà re Giorgio VI ha il volto di Ben Mendelsohn.

Il film comunque racconta una pagina importante della storia del 900 e forse ci regala un Churchill più umano, un Churchill pieno di dubbi e paure. Ottimo film per gli studenti dell’ultimo anno delle superiori o per chi deve affrontare l’esame di storia contemporanea all’università.

 

 

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FINO ALL’OSSO

Dopo la discussa serie 13, Netflix ha deciso di trattare un altro tema altrettanto discutibile, quello dell’anoressia e lo fa attraverso il film FINO ALL’OSSO.

Il film è stato scritto e diretto da Marti Noxon, famoso per aver curato la regia di BUFFY L’AMMAZZA VAMPIRI serie cult degli anni 90. Interpretato da Lily Collins, figlia di Phil il cantante dei Genesis, conosciuta al grande pubblico per aver interpretato CLAY in SHADOWHUNTERS-CITTA’ DI OSSA e Biancaneve nella versione cinematografica della famosa favola. Accanto a lei troviamo Keanu Reeves che non ha bisogno di presentazioni.

La storia ha per protagonista Ellen (Lily Collins), una ventenne con grandi doti artistiche, che a causa di un forte senso di colpa, inizia ad avere un angosciante cura del suo corpo e la smania di dimagrire a tutti i costi. L’anoressia diventa ben presto il mezzo attraverso il quale Ellen si allontana dalla realtà, dai problemi e dalla sua famiglia. Quest’ultima non fa altro che peggiorare lo stato psichico di Ellen. Una famiglia dove una madre narcisista, lesbica e con tendenze depressive e un padre totalmente assente delegano ad una matrigna chiacchierona e invadente di trovare una soluzione al problema della figlia.

Soluzione al problema che porta il nome di dottor. Becam (Keanu Reeves). Questi gestisce una clinica/casa famiglia dove con metodi anti convenzionali e alternativi cerca di guarire i ragazzi affetti da disturbi alimentari. Qui Ellen incontra Luc, un ex ballerino, grazie all’affetto e all’amicizia del ragazzo Ellen inizia a capire che deve combattere questo oscuro male che la sta portando inesorabilmente alla morte. Ellen toccherà l’abisso più profondo ma riuscirà a trovare quel coraggio che la indurrà a credere in sé stessa e ad affrontare le cose brutte della vita e di conseguenza le cose belle.

Film molto interessante perché pone l’attenzione su un problema come quello dell’anoressia ma in particolare sui disturbi alimentari in generale di cui non si parla più. In realtà le cifre di ragazze e ragazzi che si ammalano di questi disturbi sono sempre più in aumento. Ragazzi deviati dall’idea che tutti dobbiamo essere magri, perché magro è sinonimo di felicità, ragazzi infelici che cercano di catturare l’attenzione rifiutando il cibo, ragazzi con poca fiducia in sé stessi che per non affrontare la vita si annullano nell’ossessivo calcolo delle calorie.

Il film è stato fortemente criticato dagli addetti ai lavori, molti psichiatri ritengono infatti che il tema dell’anoressia sia stato trattato in maniera glamour. Personalmente non sono d’accordo in quanto, utilizzando le parole della stessa Collins che ha sofferto di disturbi alimentari, il film ti dimostra che l’anoressia ti scava dentro e ti conduce all’autodistruzione. Ma come ogni malattia psichiatrica tutto dipende da te e se vuoi ne puoi uscirne.

fino all'osso