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Io Sono Mia

Ieri sera è andato in onda su Rai 1 il film che racconta la vita della straordinaria, ma sfortunata Mia Martini.

Io Sono Mia, ha celebrato la carriera e la vita della cantante calabrese, è stato un biglietto di scuse arrivato forse un po’ tardi.

Nella vicenda narrata ieri sera, siamo al Sanremo del 1989, anno della rinascita artistica di Mia, anno in cui l’artista ritorna sul palco dell’Ariston dopo una assenza dalle scene durata quasi sei anni. Assenza avvenuta a causa delle maldicenze messe in giro su Mia, ovvero che portasse sfortuna. Qualche giorno prima dell’esibizione, Mia si lascia intervistare da una giornalista e con questo pretesto e utilizzando la tecnica del flashback, il film ripercorre la vita della cantante.

Domenica, Rita, Adriana Bertè, da tutti chiamata Mimì, capisce fin da bambina cosa farà da adulta, la cantante. Il sogno si realizza nel 1972 quando con il nome d’arte di Mia Martini, pubblica il suo primo CD. Mimì lascia subito il segno, grazie alla sua voce graffiante, cupa, penetrante e alle sue straordinarie doti da interprete che riescono a dare vita ai versi che la ragazza canta. Questi sono gli anni di Minuetto, Piccolo Uomo e tanti altri successi che consacrano Mia come una delle nuove promesse della musica italiana.

Anche la sua vita privata va a gonfie vele, è innamorata ricambiata da un giovane fotografo di nome Andrea, ed ha l’affetto e la stima di amici e colleghi fra tutti la sua adorabile ma un po’ esuberante sorella minore Loredana.

Ma all’improvviso qualcosa si inceppa, iniziano a girare delle strane voci sul conto di Mia, voci terribili che la indicano come una iettatrice e porta sfortuna. Iniziano a cessare le partecipazioni a concorsi e trasmissioni, viene a poco a poco annullata come artista e le viene impedito di fare quello che più amava, cantare.

Mia Martini era una donna dalla grande sensibilità e come tutti gli artisti dotati di questa virtù soffrirà terribilmente da questa situazione.

Il Sanremo del 1989, che la vede in gara con il brano Almeno tu nell’universo, sarà il suo riscatto, ma non sarà sufficiente ad aiutarla e allontanare da sé le maldicenze.

Nei panni di Mia Martini c’è stata una Serena Rossi davvero brava, che ha saputo interpretate Mia soprattutto nella sfera della sua fragilità e sensibilità, è riuscita a farla sua regalando al pubblico il ritratto di un’artista straordinaria quale è stata nella realtà. Un artista la cui bravura ha fatto tremare qualcuno che ha deciso che una donna di così talento non andava bene.

L’unico rammarico che ho, è che a mio avviso la vicenda è stata narrata un po’ troppo in sintesi. La cosa forse è stata dovuta dal fatto che due persone come Ivano Fossati e Renato Zero non abbiano voluto farsi coinvolgere dall’opera cinematografica e hanno chiesto di non essere menzionati nella narrazione. Entrambi però sono stati fondamentali nella vita di Mimì. Fossati perché è stato il suo grande amore, infatti il personaggio di Andrea è una figura ispirata al noto cantautore. Renato Zero è stato invece uno dei migliori amici della Martini e non sono chiare le motivazioni della sua scelta.

Mia Martini ha partecipato a tanti festival di Sanremo nei quali ha sempre vinto il premio per la critica, premio che oggi porta il suo nome.

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Non è mai troppo tardi

Non è mai troppo tardi per essere ciò che avresti potuto essere.

Questa frase di George Eliot sembra fatta apposta per il nuovo film con la mitica JLO.

Ricomincio da Me è la storia di una quarantenne Maya, Jennifer Lopez, che dopo 15 anni di duro lavoro come vice direttore in un supermercato spera che sia arrivata la volta buona per una promozione e migliorare la sua vita. Invece la direzione della sua azienda le preferisce il solito laureato con tanto di master.

Stufa e amareggiata, Maya, aiutata da i suoi più cari amici, si inventa un curriculum e una vita strepitosa sui social network e riesce a farsi assumere come consulente di marketing da una grande aziende che produce cosmetici.

Per Maya non sarà facile assecondare le bugie che ha costruito, bugie che l’ha obbligheranno a fare i conti col suo triste passato e con la paura del presente.

Quando aveva sedici anni rimase incinta e fu costretta a dare la bambina in adozione. Questa dura decisione conduce Maya a considerarsi non idonea ad avere una famiglia, così quando Tray, il suo compagno, le chiede di sposarlo Maya rifiuta e decide di gettarsi a capo fitto nel nuovo lavoro.

La donna, comunque, riesce a mettersi in gioco e a costruirsi una seconda chance nella vita.

Ricomincio da Me è la tipica commedia americana, una commedia degli equivoci con un finale quasi scontato. Film leggero e piacevole, che consiglio vivamente.

Anche perché, personalmente mi sono un po’ ritrovata nella storia di Maya. Anch’io come lei ero infelice della mia vita. A causa di scelte sbagliate ero costretta a fare un lavoro che non mi piaceva e mi sentivo frustrata e inadeguata. Come Maya ho avuto il coraggio di mollare tutto e di ricominciare.

Come dice Maya, alla fine del film, e come dice George Eliot, ognuno di noi può essere quello che vuole, l’unica cosa che ci blocca siamo noi stessi, con le nostre paure e i nostri pensieri negativi.

Altra tematica toccata dal film è quella della doppia vita che ognuno di noi si è costruito, la vita virtuale e quella reale che il più delle volte è anni luce lontana dalla prima. Vita virtuale dove tutti dobbiamo apparire belli, felici e appagati, dove spesso ci costruiamo un’immagine che non ci appartiene.

Il film sancisce il ritorno di JLO sul grande schermo. Jennifer, è bellissima, ormai lontana dai tempi di Jennifer from the Block, sfoggia un corpo tonico e scultorio come a dire io non ho cinquant’anni.

Il film prodotto dalla stessa Lopez, è diretto da Peter Segal, fra gli altri interpreti troviamo Vanessa Hudgens, Treat Williams e Milo Ventimiglia.

Chi di voi l’ha visto?

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6 Film sulla Shoah che vi consiglio

Il 27 gennaio di settantaquattro anni fa le truppe sovietiche liberavano il campo di concentramento di Auschwitz, il lager di sterminio dove per anni i nazisti trucidarono migliaia di ebrei. Per questo motivo il 27 gennaio è stato scelto come giornata della memoria per ricordare le vittime della Shoah, ovvero l’olocausto perpetrato dalle autorità naziste sugli ebrei d’Europa.

Filmografia e bibliografia su questo argomento sono assai vasti, io vi consiglio sei film che in modo diverso trattano l’argomento, sei film che mi hanno colpita non tanto per i loro contenuti ma come questi sono stati raccontati.

1 Schinder’s List. Film del 1993 diretto da Steven Spielberg e pluripremiato alla notte degli oscar. Interpretato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes. Il film racconta la vera storia di Oscar Schinder, un imprenditore tedesco che riuscì a salvare la vita di centinaia di ebrei della città di Cracovia in Polonia. La narrazione si concentra sulle atrocità a cui furono sottoposti gli ebrei primo fra tutti il rastrellamento del ghetto della città. Il tutto è maggiormente evidenziato dall’utilizzo del bianco e nero, fatta eccezione di due scene, dove la protagonista è una bambina che indossa un capottino rosso, rosso che a mio avviso rappresenta il sangue del popolo ebraico.

È il primo della mia lista perché credo che sia il film che meglio racconti cosa sia stata davvero la Shoah e come alcuni uomini non siano rimasti indifferenti e hanno avuto il coraggio di salvare delle vite umane.  schindlers-list-teaser-one-sheet-27x40

2 La chiave di Sara. Film del 2010, diretto da Gilles Paquet e interpretato da Kristin Scott Thomas. Tratto dall’omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay, narra la storia di una giornalista americana Julia, sposata ad un cittadino francese. La donna si trasferisce a Parigi e va a vivere nella casa dei suoceri. Scopre che quest’ultima era appartenuta ad una famiglia di ebrei deportati nei lager, incuriosita inizia delle ricerche e scopre che la figlia della coppia è ancora in vita. Julia si mette sulle tracce di questa bambina, Sara, che nel giorno in cui gli ebrei di Parigi vengono rastrellati, nasconde il fratellino chiudendolo a chiave dentro l’armadio della camera da letto e porta la chiave con sé sicura di riuscire a tornare a casa velocemente, invece lei e tutti gli ebrei della città saranno rinchiusi per settimane senza cibo e acqua nel Velodromo d’inverno fino a quando non saranno deportati nei lager. Sara riesce a scappare iniziando un rocambolesco viaggio per poter tornare a casa da suo fratello.

Il film è molto forte, la storia è carica d’angoscia, l’angoscia di Sara che non riesce a tornare a casa. Angoscia che viene vissuta in prima persona dallo spettatore. È il dramma dell’olocausto visto dagli occhi di una bambina.

Ma il film parla anche di un episodio fino a poco tempo fa negato dalle autorità francesi, ossia il rastrellamento del velodromo d’inverno che venne eseguito dalla gendarmeria francese.

3 Jona che visse nella Balena. Film del 1993 diretto da Roberto Faenza ha anch’esso come protagonista un bambino ebreo Jona, che a soli 4 anni viene deportato da Amsterdam nel lager. Il film narra la vita di Jona dentro il campo di concentramento, vita per nulla facile dove un bimbo di quell’età vive sulla sua pelle violenze terribili, spesso vittima anche di altri ragazzini ebrei. Jona, una volta adulto rimuove tutto di quella terribile esperienza, che ricorderà soltanto grazie alla tecnica dell’ipnosi.

Il film è molto bello e racconta la Shoah dei bambini, vittime innocenti di una mente criminale.

4 Storia di una Ladra di Libri. Film del 2013 e tratto dall’acclamato e omonimo best seller, libro che personalmente ho adorato, ma anche il film merita. Voce narrante della vicenda, la Morte. Vicenda che ha come protagonista la piccola Liesel, figlia di esponenti del partito comunista costretti a scappare, viene adotta da una famiglia di Monaco di Baviera. La coppia nasconderà nella loro cantina un ragazzo ebreo sopravvissuto alla notte dei Cristalli. Ragazzo che stringerà con Liesel un profondo legame d’amicizia, complice la passione che entrambi avevano per la lettura.

Qui ci viene narrata la storia di tedeschi che non erano d’accordo con i nazisti e che per le loro scelte e il loro coraggio saranno alloro volta vittime della furia omicida della guerra.    201408270939_storia di una ladra di libri

 

5 Black Book. Film 2006, racconta la storia di Rachel Stein, una ragazza ebrea olandese, unica sopravvissuta della sua famiglia che diventa membro della resistenza. La giovane viene addestrata a diventare una spia nelle file dell’esercito tedesco. Qui la Shoah viene raccontata attraverso le vicende di una ragazza che non ha più nulla da perdere e si adopera per vendicare la sua gente. Azione, adrenalina, suspense e intrighi la fanno da padrone.

6 La vita è Bella. Lasciato per ultimo perché a mio avviso è un capolavoro. Benigni è riuscito a trattare il tema della Shoah con una delicatezza unica, fa sembrare la vita nel lager un gioco dove ci si diverte. Naturalmente non potete non averlo visto.

Film, libri e testimonianze sulla Shoah hanno un unico obiettivo ed è quello che non dobbiamo dimenticare, dobbiamo imparare dalla storia e impegnarci affinché questo non accada mai più.

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I Moschettieri del re

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L’ultimo film scritto e diretto da Giovanni Veronesi, I Moschettieri del Re- La penultima missione, è un modo piacevole per trascorrere due ore in pieno divertimento.

Si ride dall’inizio alla fine e ti dimentichi del lavoro, della famiglia e di ogni sorta di problema.

Siamo in una fantasiosa Francia del 1650 o suppergiù, la regina Anna usurpata nel suo ruolo di comando dal terribile cardinale Mazzarino, va alla ricerca dei famosi moschettieri per assegnare loro una difficile e segreta missione. Ma le speciali guardie reali le cui gesta erano diventate leggenda si presentano al cospetto della regina con un aspetto assai invecchiato e trasandato: D’Artagnan fa il maialaro e si esprime con uno strano linguaggio, Athos è affetto da diversi disturbi fisici causati da eccessi e dallo scorrere del tempo, Aramìs ha abbracciato la vita religiosa e non si ricorda neanche come si impugna un’arma e poi c’è Porthos che triste e infelice si è dato alla depressione più profonda.

La convocazione della regina sprona i quattro e rivivere le glorie e i divertimenti di gioventù e seppur vecchi e rincoglioniti accettano di buon grado di aiutare la sovrana.

La loro missione sarà costellata da equivoci ed errori comico/esilaranti, ma a dispetto dei pronostici i nostri quattro moschettieri riusciranno nel loro intento.

Quattro moschettieri che hanno il volto di quattro bravi attori italiani molto apprezzati dal pubblico. D’Artagnan ha il volto di Pierfrancesco Favino, Athos di Rocco Papaleo, Aramìs è Sergio Rubini, mentre Porthos è Valerio Mastrandrea.

Attori che hanno molto personalizzato i personaggi che interpretano senza la cui bravura il film sarebbe risultato la solita sempliciotta commedia all’italiana.

Basti pensare che Papaleo, Rubini e Mastrandrea recitano con i loro dialetti e Favino si esprime in una sorta di francese italianizzato sgrammaticato.

Ma anche il resto del cast non è da meno: la regina Anna è interpretata da Margherita Buy, il cardinale Mazzarino da Alessandro Haber, Valeria Solarino nei panni di una giovane rivoluzionaria e poi c’è Matilde Gioli che interpreta la dama di compagnia della regina che insieme a nostri attempati moschettieri ne combina di tutti i colori.

La storia è liberamente ispirata al romanzo Vent’anni Dopo di Alexander Dumas. L’intento di Genovese era quello di creare una metafora con i tempi odierni e lo fa utilizzando la fantasia disarmante che solo un bambino può avere. Intento che è un po’ fallito in quanto la parte conclusiva del film è un po’ slegata dal resto della narrazione.

Ripeto, il film è riuscito soprattutto grazie al gruppo di attori, che bene o male rappresentano il meglio che il cinema italiano ha da offrire.

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Un Piccolo Favore

Stephanie Ward è una giovane mamma single che fa di tutto per essere una buona madre, ha un blog di cucina e la sua vita trascorre in maniera lenta e anonima, fino a quando non fa la conoscenza di Emily.

Emily Nelson è la madre di un compagno di scuola del figlio di Stephanie, i bambini vanno molto d’accordo, così le due donne decidono di prendere un Martini insieme.

Per Stephanie è l’inizio di una nuova amicizia, la donna è totalmente affascinata da Emily così diversa da lei. Emily è sicura di sé, fa le PR per un famoso stilista, abita in una casa favolosa ed ha un guardaroba da far invidia a Chiara Ferragni. Stephanie è tutto l’opposto, timida, impacciata, vive con i soldi dell’assicurazione lasciategli dal suo defunto marito e veste come una ragazzina della terza media.

Le due così diverse diventano amiche per la pelle e quando un giorno Emily chiede a Stephanie un piccolo favore, ovvero di andare a prendere suo figlio a scuola perché lei è oberata dal lavoro, nulla sembra far presagire qualcosa di grave.

Invece Emily scompare misteriosamente e Stephanie inizia le ricerche dell’amica insieme al marito di lei Sean Townsend, scrittore fallito.

In poco tempo Stephanie si ritrova in un intrigo che la condurrà ad essere la protagonista di un vero e proprio mistero. Che fine ha fatto Emily? È suo il cadavere trovato in un lago a chilometri di distanza dal suo ufficio?

Emily non era chi diceva di essere, ma anche la cara e dolce Stephanie ha degli scheletri nell’armadio che sarebbe meglio che restassero tali e poi c’è Sean, marito devoto o assassino?

Questo è quanto posso dirvi di Un piccolo favore, per il resto vi consiglio di andare al cinema, perché è un thriller davvero molto bello. Un thriller che fino alla fine ti tiene col fiato sospeso, anzi ad un certo punto non ho capito più niente, cosa difficile per me che scopro l’assassino quasi sempre a metà narrazione.

Un piccolo favore è tratto dall’omonimo romanzo di Darcy Bell, scritto da Jessica Sharzer e diretto da Paul Feig, vede fra le protagoniste la bellissima Blake Lively nei panni di Emily e Anna Kendrick in quelli di Stephanie.

Il film mette in luce gli aspetti più subdoli dell’animo umano e gioca molto sul concetto che ognuno di noi ha dei segreti e che spesso intrecciamo rapporti d’amicizia solo ed esclusivamente per un nostro tornaconto personale.

Stephanie nella sua ingenuità e dolcezza si rivela una vera e propria detective tanto da decidere di condividere le sue perle investigative nel suo blog fra una ricetta e l’altra, blog per il quale spesso veniva derisa dalle altre mamme ma che in realtà le salverà la vita in tutti i sensi.

L’unica cosa che non mi è piaciuta è la colonna sonora, troppo francese, non c’entra nulla con la storia, ma credo che sia stato desiderio di una delle case produttrici di nazionalità francese. A proposito di case produttrici c’è anche la nostra Rai Cinema.

 

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SULLA NOSTRA PELLE

Quella di Stefano Cucchi è una di quelle storie che ti lasciano l’amaro in bocca semplicemente leggendole sui giornali. Se poi da quella cronaca ne viene fuori un film, e che film, inizi a riflettere su tante cose.

Sulla mia Pelle è il film diretto da Alessio Cremonini e racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. La pellicola è stata presentata durante l’ultima edizione del festival del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Prodotto e distribuito dalla piattaforma Netflix e proiettato in tutte le sale cinematografiche, Sulla mia Pelle, è la lettura di un episodio di cronaca fatta per immagini.

Il regista ha raccontato la vicenda in maniera così obiettiva che spetta allo spettatore trarre le proprie riflessioni. Manca la scena del pestaggio, ma il regista c’è la lascia immaginare dietro la porta della stanza n 0063 della caserma dei carabinieri. L’intero ritmo della narrazione è scandito dal rumore delle chiavi che aprano le varie celle di sicurezza.

A mio avviso Cremonini con questo film fa quello che Truman Capote ha fatto con A Sangue Freddo.

Tutti avevamo la convinzione di conoscere la storia di Stefano, in realtà ignoravamo la sua lenta agonia, il suo dolore, la sua immensa solitudine. Senso di smarrimento e disperazione che il ragazzo manifesta nel momento in cui decide di non chiedere aiuto e di rifiutare le cure mediche.

Stefano non è stato ucciso soltanto dalle botte di chi ha abusato della divisa che indossava, è stato ucciso dall’indifferenza di un sistema che invece di aiutarlo si è girato dall’altra parte.

Inizi a capire che la prima causa dell’arretratezza italiana è la burocrazia. Un sistema il cui unico scopo è quello di attanagliare il cittadino in una morsa. Burocrazia che fa da collante ad un sistema giudiziario e penitenziario allucinante.

Bravissimi gli attori, primo fra tutti Alessandro Borghi, che si è spogliato dei suoi panni per rivestirsi completamente con quelli di Stefano, imitandone la voce e perdendo 10 chili. Bravi anche Jasmine Trinca e Max Tortora, rispettivamente Ilaria e Giovanni Cucchi, sorella e padre di Stefano. Bravi ad interpretare con delicatezza la storia di una famiglia che ha lottato con tutte le sue forze per la verità. La sceneggiatura è stata realizzata attraverso i verbali giudiziari.

Il film non è la santificazione di Stefano è il racconto di un fallimento da parte dello Stato. E dobbiamo ricordare bene che lo Stato siamo noi, quindi credo che dovremmo riflettere che quello che è successo è una nostra responsabilità.

Dovremmo immaginare sulla nostra pelle quello che è successo a Stefano, perché in fondo era un ragazzo come tanti, che aveva smarrito la via e forse aveva solo bisogno che qualcuno gli tendesse una mano.

È un film che consiglio vivamente a tutti.

 

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QUANDO I LIBRI TI SALVANO LA VITA

Ieri sera mi sono imbattuta in un film davvero molto gradevole. Il titolo è tutto un programma, è proprio per questo motivo mi ha incuriosito.

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey è uno dei nuovi arrivati nella grande famiglia di Netflix. Ambientato nella Londra del 1946, racconta le vicende di Juliet Ashton, nota scrittrice di saggi umoristici.

La donna è alle prese con la stesura di un articolo per il Times, ma le manca l’ispirazione. Un giorno le arriva la lettera di uno sconosciuto un certo Dawsey Adams dall’isola di Guernsey, che le dice di essere impossesso di un suo libro.

Libro che Juliet aveva venduto quando era in tristi condizioni economiche. Fra i due inizia un rapporto epistolare e quando Juliet scopre che Dawsey fa parte di un club del libro chiamato Club del libro e dalla torta di bucce di patate e di come questo club sia nato, decide di partire per l’isola di Guernsey convinta che troverà l’ispirazione per il suo articolo.

Sull’isola conoscerà gli altri membri del club e per la prima volta dopo molto tempo avrà la sensazione di appartenere a qualcosa, avrà la sensazione di essere a casa. Ma Juliet si imbatterà anche in un mistero, che fine ha fatto Elizabeth Mckenna, la fondatrice del club del libro?

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey è sì una storia d’amore ma è soprattutto un omaggio alla letteratura e a tutti coloro che amano i libri.

Un libro fa conoscere i protagonisti della storia, la fondazione di un club del libro salva gli abitanti di Guernsey da una rappresaglia nazista e sempre i libri aiutano i membri del club a non pensare agli orrori della guerra.

Dawsey dice a Juliet: “Il potere dei libri è ciò che ci unisce nella diversità delle nostre vite.” Libri come collante delle relazioni umane, libri come ancora di salvezza.

Ben costruiti anche i personaggi femminili di Juliet ed Elisabeth. La prima incarna la donna moderna, una donna libera ed emancipata che cerca il suo posto nel mondo. La seconda rappresenta il coraggio e la determinazione di chi vuole cambiare il mondo.

Molto belle sia la scenografia che la fotografia. I personaggi principali hanno tutti volti noti che abbiamo avuto modo di apprezzare in serie come Dowton Abbey, mentre Lily

James veste i panni di Juliet. Tutti diretti da Mike Newell. La storia è tratta dal romanzo epistolare scritto da Ann Shaffer e Annie Barrows.

Per i più curiosi l’isola di Guernsey esiste davvero e si trova nel canale della Manica. Fu davvero invasa dalle truppe naziste durante la guerra e in quel periodo gli abitanti diedero vita alla torta di bucce di patate. Nata in un contesto di grande carestia la torta è ancora oggi uno dei cavalli di battaglia della cucina locale.

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IL FULGORE DI DONY

L’adolescenza è un periodo particolare della vita. Un periodo in cui si fanno le prime esperienze importanti, si commettono i primi errori, si inizia a prendere coscienza di sé e a capire che tipo di persona si vuole diventare nell’età adulta.

Ieri sera Pupi Avati nel film per la tv, IL FULGORE DI DONY, andato in onda su RAI 1, ci ha regalato il quadro di un adolescente fuori dagli schemi e dagli stereotipi.

Donata Chesi detta Dony (interpretata da Greta Zuccheri Montanari) è una ragazzina di quindici anni come tante. Un giorno nel cortile del suo palazzo conosce Marco Ghira (interpretato da Saul Nanni), un ragazzino della sua età, e se ne innamora perdutamente, anzi si innamora del modo in cui il ragazzo la guarda. Da quel momento Dony fa di tutto per conoscere di più su quel ragazzino che l’ha stregata. Il caso vuole che durante le vacanze di Natale il fratellino di Dony abbia un incidente sugli sci, in ospedale su una barella Dony rivede Marco che come suo fratello ha preso una brutta caduta. I due ragazzini chiacchierano e ridono e per Dony quello è il momento più bello della sua vita. Una volta tornati in città però Marco sembra sparito nel nulla. Dony si fa coraggio e si mette in contatto con il padre del ragazzo (interpretato da Andrea Roncato), l’uomo le dice che l’incidente che Marco ha avuto con gli sci ha provocato danni irreparabili al sistema cognitivo e motorio del ragazzo. Dony decide di andarlo a trovare a casa, qui conosce la mamma di Marco (una brava Lunetta Savino) e conosce anche il nuovo Marco. Il ragazzo brillante e divertente non esiste più, al suo posto c’è un bambino piccolo con un grave deficit cognitivo.

Dony viene risucchiata da una spirale di dolore e sofferenza, spirale dalla quale riesce a liberarsi in un modo così adulto e responsabile che non ti aspetti da una ragazzina di quindici anni. Ragazzina che mette in discussione tutto, una ragazzina incompresa dai genitori (interpretatati da Giulio Scarpati e Ambra Angiolini), una ragazzina che trova conforto solo dallo psichiatra del tribunale minorile (Alessandro Haber). Una ragazzina che supere il pregiudizio, la diffidenza e la paura di ciò che è diverso.

Con questo film Pupi Avati cambia registro, raccontandoci una storia fuori dai suoi schemi. Se negli ultimi anni ci aveva abituati ai racconti della provincia emiliana, narrandoci con ironia e semplicità tutto quello che accadeva fuori dalla finestra della sua casa di Bologna, ieri sera ci ha accompagnati nei meandri della psichiatria. E se da un lato ritroviamo il racconto in terza persona, tratto ormai distintivo del regista bolognese, non ritroviamo Bologna come protagonista principale. Il capoluogo emiliano occupa nel film di ieri sera un ruolo marginale.

Non so dirvi se il film mi è piaciuto o no. L’ho trovato strano e a tratti inverosimile. Io adoro Pupi Avati, ho adorato i film IL CUORE ALTROVE, MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE, GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA, IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE e la serie televisiva UN MATRIMONIO e quando sono stata a Bologna ho guardato questa splendida città con occhi diversi e come Dony sono stata colpita da un colpo di fulmine. Però non riesco a giudicare il film di ieri sera. Un film alquanto insolito.

Chi di voi l’ha visto? Cosa ne pensate?

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PRIMA CHE LA NOTTE

LO SPIRITO DEL GIORNALISMO LIBERO

Ieri sera la RAI per ricordare la giornata della legalità e la strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti di scorta ha mandato in onda il film PRIMA CHE LA NOTTE, diretto da Daniele Vicari e prodotto da RAI FICTION insieme a Fulvio e Paola Lucisano.

La pellicola racconta la vita del giornalista, scrittore drammaturgo e sceneggiatore, Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984.

Fava ritorna nella sua città natale nel 1980 dopo una lunga permanenza romana dove si è fatto notare soprattutto come sceneggiatore. Rientra nel capoluogo etneo con l’obiettivo di dar vita ad una nuova testata giornalistica che potesse davvero raccontare la vera Catania. Ma il suo ritorno è anche un motivo per ricucire il legame con i figli Claudio ed Elena ormai adulti. Alla redazione del Giornale del Mezzogiorno, Fava, mette insieme un gruppo di giovani giornalisti ai quali si unirà suo figlio Claudio. A questi ragazzi insegna l’amore verso questo straordinario mestiere e il divertimento. Sosteneva che un bravo giornalista deve innanzitutto divertirsi. Divertirsi nello scovare le notizie, divertirsi nello scrivere, divertirsi nel fare domande scomode. E di articoli scomodi Pippo Fava ne farà abbastanza, diretti soprattutto al clan dei Santapaola. Cosa che indurrà il suo editore a licenziarlo.

Fava era un sostenitore della libertà di stampa in un editoriale scrisse “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

Dopo il licenziamento fonda una rivista indipendente I SICILIANI, dalle cui pagine partiranno importanti inchieste che sveleranno i legami occulti fra politica siciliana e Cosa Nostra, inchieste che saranno la sua condanna a morte.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo scritto da Claudio Fava e Michele Gambino (che hai tempi fu uno di quei giovani cronisti della redazione di Fava). Alla stesura della sceneggiatura si sono aggiunti Monica Zapelli che insieme a Claudio scrisse la sceneggiatura dei CENTO PASSI e il regista Daniele Vicari. Quest’ultimo famoso per aver diretto il film DIAZ-NON LAVATE QUESTO SANGUE, sui tristi fatti del G8 di Genova.

Regista cinematografico che si è prestato alla tv per raccontare in maniera diretta la storia di un giornalista che si è sempre battuto per la libertà di stampa e per la libertà intellettuale. Per Giuseppe Fava senza libertà non poteva esserci dignità per l’individuo.

Bravissimo Roberto Gifuni che con un quasi perfetto accento catanese, si è calato nei panni di questo giornalista con giacca di pelle e Ray Ban in maniera magistrale. Al suo fianco Dario Aita nei panni di Claudio e Lorenza Indovina in quelli della ex moglie Lina. La storia di Giuseppe Fava però no né solo la storia di un giornalista che non ha avuto paura della verità, è anche la storia di un padre e di un figlio che si sono ritrovati. Di un figlio che ha fatto di tutto per tenere vivo il ricordo del padre.

La vicenda di Pippo Fava, la sua lotta per la libertà di stampa e le sue inchieste contro la mafia ci rimandano ad alcuni giornalisti di oggi, Paolo Borrometi e Federica Angeli fra tutti, che con coraggio hanno sfidato la criminalità organizzata con quello stesso strumento così caro a Pippo, la scrittura.

Un bel film, che se non avete visto, merita davvero.

 

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ANNIENTAMENTO

QUANDO L’ANIMA INCONTRA LA SCIENZA. Non amo i film di fantascienza, ma ho scelto di vedere ANNIENTAMENTO perché Natalie Portman è una delle mie attrici preferite e volevo capire come l’attrice americana di origine israeliana si sarebbe confrontata con un genere del tutto nuovo per lei.

ANNIENTAMENTO è un film scritto e diretto da Alex Garland, tratto dall’omonimo romanzo di Jeff Vandermeer. Oltre alla Portman nel cast troviamo Oscar Isaac, Jennifer Jason Leigh, Gina Rodriguez, Tessa Thompson e Tuva Novotny. Distribuzione Netflix.

Protagonista Lena (Natalie Portman) biologa di una certa fama, ha perso da un anno il marito Kane (Oscar Isaac), tenente dell’esercito. Il lutto l’ha annientata, schiacciata dai sensi di colpa per quel matrimonio in crisi da tempo e finito nei peggiori dei modi, smarrita dalla perdita di quella quotidianità che scandiva la sua esistenza.

Improvvisamente il suo amato Kane, ritenuto morto, torna a casa. Ma il tenente non sta bene e durante il trasporto in ospedale i due coniugi vengono rapiti da forze governative. Lena scopre così cosa è successo al marito ma cosa più importante scopre l’esistenza dell’AREA X. Zona misteriosa, in continua espansione e dotata di inquietanti misteri. A capo del gruppo di forze governative che deve sciogliere il mistero su questo strano caso c’è la dottoressa Ventress (Jennifer Jason Leight) psicologa. La donna ha inviato diverse squadre di militari per capire cosa accadesse dentro l’AREA X, ma nessuno di loro è tornato indietro fatta eccezione di Kane, adesso però l’uomo è gravemente malato di una malattia sconosciuta. La Ventress sta preparando una nuova squadra, sta volta formata da scienziate e propone a Lena di farne parte. La donna accetta perché vuole a tutti i costi salvare la vita del marito.

Insieme a Lena si introducono nell’AREA X Anya Thorensen (Gina Rodriguez) paramedico, Cass Sheppard (Tuva Novotny) geologa e Josie Radek (Tessa Thompson) fisico, a capo della spedizione la dottoressa Ventress. Il viaggio che le cinque donne intraprendono è terrificante. Lena scopre ben presto che la missione è una missione suicida e che le sue compagne, tutte volontarie, sono donne che come lei sono state annientate da qualcosa, chi da un lutto, chi da un trauma, chi da un cancro. La forza oscura che domina l’AREA X ha il potere di alterare il DNA di ogni cosa e in alcuni casi altera lo stato d’animo delle protagoniste che riescono a dar pace ai loro tormenti interiori. Anche Lena alla fine dovrà fare i conti con sé stessa, dovrà mettere a nudo le proprie paure per poter trovare un nuovo equilibrio.

La scienza o meglio una nuova lettura della legge di Darwin sta alla base di tutta la narrazione. Si parla della materia di cui siamo fatti, di cellule, di DNA, di tutte le trasformazioni possibili e impossibili. Ma soprattutto si parla di come tutto quello che ci circonda può cambiare, può adattarsi ed evolversi per non essere sopraffatto.

Ma questi mutamenti fisici sono in realtà una metafora per descrivere i mutamenti psicologici. Lena è una donna annientata, ma riesce ad adattarsi al cambiamento. Lei e Kane rappresentano la possibilità di rigenerarsi in qualcosa di nuovo, fuggendo dalla tendenza del genere umano ad autodistruggersi.

Morire per poi rinascere, toccare il fondo per poi capire che occorre non farsi annientare da tutte le prove a cui la vita ti sottopone.

È un film, forte, potente e molto particolare, rivolto forse ad un pubblico di nicchia e agli amanti del genere fantasy. L’interpretazione della Portman è eccezionale. Le scenografie molto belle tanto che a tratti hai la sensazione di essere all’interno di uno di quei vetrini che si mettono al telescopio. Geniale poi l’idea di utilizzare i mutamenti genetici come parabola dei mutamenti dell’animo umani. Come avete potuto capire mi sono dovuta ricredere sui film di fantascienza e voi? Cosa ne pensate?

annientamento