Pubblicato in: documentario

AVICII: TRUE STORIES

QUANDO IL MALE E’ PIU’ FORTE DELL’AMORE

Sono davanti alla tv e le immagini e la musica del concertone del primo maggio invadono la mia stanza. A guardare la gente che si diverte, ma soprattutto ad ascoltare gli artisti che si esibiscono in un’atmosfera di gioia e spensieratezza non posso non pensare ad Avicii, il dj svedese morto lo scorso 20 aprile.

Colpita dalla notizia della sua morte, sono andata su Netflix a visionare il documentario sulla vita del musicista svedese prodotto dalla BBC e inserito sulla piattaforma qualche mese fa. Credevo che dietro la sua morte ci fosse il solito e triste abuso di droghe e invece no, c’è qualcosa di peggio.

Tim Bergling, in arte Avicii, nasce a Stoccolma 28 anni fa, la sua è un’infanzia e un’adolescenza normale. Ma il ragazzo ha una grande passione: la musica. All’età di 19 anni con un semplice programma musicale al computer inizia a copiare il sound degli altri, poi comincia a creare i propri accordi. Inizia a proporre i suoi demo agli addetti ai lavori, fino a quando un giovane produttore di origini persiane, Ash, decide di investire su di lui. Arrivano i primi remix che catturano l’attenzione del re dell’elettronica europea David Guetta, che considera questo ragazzino svedese un vero genio. Ash a questo punto decide che è il momento di lanciare un pezzo scritto ed ideato dal solo Tim, nasce così LEVELS, canzone che diventa un successo mondiale.

Iniziano le collaborazioni importanti, primo fra tutti il duetto con Madonna, ma soprattutto inizia il tour.

Tim è considerato da tutti un genio, è un ragazzo genuino, umile e molto educato, ma è anche molto timido e la timidezza gli procura una strana sensazione di ansia prima di salire sul palco. Chi gli sta vicino gli dice che è normale, fa parte dell’adrenalina che si genera prima di ogni concerto, e lo spronano a bere qualche bicchiere prima dell’esibizione giusto per sciogliersi un po’. Tim segue il consiglio ma si accorge ben presto che quella non è la giusta soluzione per il suo problema. Il bere non fa per lui. Estate 2013 viene pubblicato un nuovo singolo WAKE ME UP. A mio avviso il suo capolavoro. Inizia il successo planetario.

Le esibizioni e i concerti si susseguono a ritmo sfrenato. Tim lavora senza fermarsi un secondo, non dorme, non mangia, e a un certo punto qualcosa inizia a prendere il sopravvento. Quel qualcosa è un demone che nasce dalla tua mente, è una morsa che ti attanaglia lo stomaco, è una voce che ti dice che non ce la puoi fare, è il panico, è l’angoscia, è l’ansia.

aviici

Tim ha un crollo, viene ricoverato d’urgenza in ospedale, è stato colpito da una grave forma di pancreatite e deve essere operato di cistifellea. Molte date del tour sono cancellate, ma gli affari sono gli affari e non appena Tim si rimette in piedi lo show riprende. Ma i dolori e quella morsa allo stomaco non si placano, il dj svedese inizia una sorta di dipendenza dagli antidolorifici fino a quando la sua appendice non si perfora. A questo punto è sottoposto ad una seconda operazione, è il momento di fermarsi, di riprendersi da anni di stress.

Ma la musica è la sua più grande passione. È nel momento in cui si siede e inizia a comporre che Tim trova la felicità, decide di iniziare a lavorare al nuovo album. Progetto che da un lato lo gratifica, ma da un altro lato risveglia il demone che dorme dentro di lui, l’ansia. La realizzazione del nuovo disco è il colpo di grazia. L’amore verso la musica non è sufficiente a sconfiggere i suoi demoni interiori. A 26 anni prende la difficile decisione di ritirarsi. Decisione presa a causa della sua forte infelicità, capisce che non è adatto allo stress e alla pressione provocata dal business, non tollera più quella vita, non tollera più quella morsa nel quale è braccato, morsa che non lo fa vivere, non lo fa respirare, morsa che lo ha spinto al gesto più estremo.

Questo il comunicato che la famiglia ha rilasciato il 26 aprile in merito alla morte di Tim “una fragile anima artistica in cerca di risposte esistenziali, un perfezionista estremo che lavorava e viaggiava ad un ritmo talmente alto da avere uno stress enorme. Quando ha smesso di fare tour voleva trovare un equilibrio per essere felice e fare la cosa che più amava: la musica. Lottava con i suoi pensieri sul significato della vita, della felicità. Non ce la faceva più. Voleva trovare pace. Tim non era fatto per la macchina del business in cui si è ritrovato, era un ragazzo sensibile che amava i suoi fan ma schivava la luce dei riflettori. Tim sarai amato per sempre e ci mancherai. La persona che eri e la tua musica terranno viva la tua memoria. Tim ti vogliamo bene. La tua famiglia.”

Pubblicato in: documentario

ALBERTO NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Peppino Impastato ha scritto “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”.

Il nuovo programma di Alberto Angela ha come obbiettivo quello di educare gli italiani alla bellezza.

“Si tratta di un viaggio che ci rende orgogliosi di quello che siamo, perché la meraviglia è nel nostro DNA e ci lasciamo cullare dalla sintonia della cultura. Il patrimonio artistico del nostro paese non solo è quello più ricco, ma è anche distribuito in ogni regione e abbraccia tutti i periodi storici. Il merito di tanta bellezza è tutto nostro, dei nostri padri.” Con queste parole è lo stesso Angela a presentare ai giornalisti la sua ultima fatica, Meraviglie- La penisola dei tesori.

Quattro prime serate dove colui che è considerato il nuovo sex-symbol della televisione italiana ci condurrà alla scoperta dei più importanti siti dell’UNESCO che si trovano nel nostro paese. Ogni puntata è suddivisa in tre tappe una al nord, una al centro e una al sud. Ogni tappa si arricchisce della presenza di un personaggio famoso che è nato e cresciuto nelle vicinanze del sito in esame che racconta i suoi ricordi e le sue sensazioni legate al sito preso in considerazione. Inoltre in ogni puntata ci sarà una sorta di mini fiction interpretata da noti attori del panorama televisivo italiano che ci aiuterà a capire meglio il contesto storico di cui si parla.

Nelle prime due puntate già andate in onda abbiamo scoperto la bellissima città di Siena insieme alla rock star Gianna Nannini, abbiamo attraversato la valle dei templi di Agrigento attraverso i ricordi di un ragazzino di nome Andrea Camilleri, siamo rimasti affascinati dalla reggia di Caserta e dalle impressioni di Toni Servillo, abbiamo sorriso dei ricordi di Monica Bellucci ad Assisi e sorseggiato un calice di Dolcetto d’Alba insieme a Paolo Conte. Ma ciò che ha segnato il successo strepitoso di questa trasmissione è la bravura di Alberto Angela che dal padre ha ereditato quello stesso modo di raccontare e di spiegare in maniera così semplice ed eloquente tanto da farsi capire perfino da un bambino.

Lasciamoci conquistare dalla bellezza, perdiamoci proprio come fa Alice, nel Nostro Paese delle Meraviglie, siamo orgogliosi delle bellezze del nostro paese, della storia e di tutto quello che abbiamo. Valorizziamolo e facciamo in modo che questa bellezza sia fonte della nostra rinascita. Lasciamoci cullare dalla RAI che per una volta fa davvero servizio pubblico, fa davvero un servizio di qualità, e allora prepariamoci al viaggio di questa sera, quali meraviglie ci farà conoscere Alberto?

DSC05293
La foto è stata realizzata dalla sottoscritta.
Pubblicato in: documentario

JOAN DIDION E IL NEW JOURNALISM

L’altra sera su Netflix ho scovato un documentario che racconta la vita e le opere di Joan Didion. Molto si domanderanno chi è. Joan Didion è una delle più autorevoli firme del giornalismo americano non che una straordinaria scrittrice.

Nel docu-film prodotto da Netflix e diretto da Griffin Dune, nipote di Joan, dal titolo JOAN DIDION IL CENTRO NON REGGERA’, viene fatto un ritratto della donna che la consacra al pubblico dei suoi estimatori e spinge chi non la conosce a leggere almeno uno dei suoi romanzi.

Nata a Sacramento in California il 5 dicembre del 1934, dimostra fin da bambina un profondo interesse per la scrittura. Nel 1956 si laurea in lettere all’università di Berkeley, vince un concorso di saggistica sponsorizzato dalla rivista di moda Vogue che le offre un lavoro, si trasferisce così a New York. Il periodo newyorkese è molto intenso, in soli due anni viene promossa da copywriter a redattrice, scrive il suo primo romanzo e conosce l’uomo che diventerà suo marito, John Gregory Dunne, anche lui giornalista.

La loro unione durerà più di 40anni, unione che li vede vincenti soprattutto sul lavoro. L’uno correggeva l’articolo dell’altro, mai invidie o gelosie, la stessa Joan in un’intervista dice che poteva sposare solo uno scrittore perché soltanto un uomo che faceva il suo stesso mestiere avrebbe potuto capirla e sopportarla.

Ben presto però New York va stretta ad entrambi, così decidono di trasferirsi a Los Angeles. Qui adotteranno una bambina Quintana e qui Joan inizia la sua attività come freelance per importanti testate come LIFE, THE NEW YORKER e TIME. In questi articoli Joan dà una visione molto personale degli avvenimenti di cui è testimone. La sua tecnica narrativa rompe gli schemi con il giornalismo tradizionale tanto da farla diventare una degli esponenti di spicco del new journalism.

Per new journalism si intende un nuovo tipo di giornalismo che si afferma in America intorno agli anni 70, giornalismo che non si ferma al semplice racconto di cronaca ma si arricchisce del punto di vista del cronista. Assistiamo alla fusione fra la letteratura e il giornalismo, la cronaca diventa romanzo e in alcuni casi romanzo- reportage, basti pensare ai reportage di guerra di Oriana Fallaci o al bellissimo A sangue freddo di Truman Capote.

Per quanto riguarda Joan Didion siamo di fronte ai dei diari personali, ogni avvenimento quale la guerra in Vietnam, la contestazione giovanile, l’incontro con Jim Morrison ragazzo che definisce adorabile ma che le faceva venire un gran ma di testa, il movimento femminista, l’intervista a Georgia O’Keeffe o a George Manson e ai membri della sua setta o il caso Watergate sono trattati attraverso le sue sensazioni,  i suoi sentimenti e i suoi personalissimi ricordi dove sono soprattutto i piccoli dettagli della vita quotidiana a prendere il sopravvento. La scrittrice rifiuta il giornalismo convenzionale, preferisce avere un approccio soggettivo rispetto alla storia. Il suo stile si fa unico e inconfondibile. Questi saggi e articoli furono raccolti in due libri VERSO BETLEMME e THE WHITE ALBUM. In quest’ultimo scrive “Immaginavo che la mia vita fosse semplice e dolce, e a volte lo era, ma succedevano cose strane in giro per la città. C’erano voci. C’erano storie. Tutto era innominabile ma niente era immaginabile. Questo flirt mistico con l’idea del peccato- questa sensazione che fosse possibile spingersi troppo oltre e che molti lo stessero facendo- ci riguardava molto, nel 1968 e 1969 a Los Angeles.

Donna stilosissima è ricordata da tutti come la reporter che alle marce hippy portava sempre i foulard di Hermès e grandi occhiali scuri come Jackie Kennedy.

Nel 2005 muore suo marito e poco dopo morirà anche l’adorata Quintana. L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO, suo capolavoro, parla di questo lutto, parla della morte e di come si sopravvive a questa.

Morte e vita, due concetti presenti anche nelle ultime opere Blue Nights e Prendila Così, concetti che analizza sempre in contrapposizione al suo io.

Joan è un’icona del giornalismo e della letteratura americana va assolutamente letta per capire determinati processi sociali e culturali americani o semplicemente per guardare avvenimenti della storia recente attraverso gli occhi di una giornalista che inciampava quasi per caso nelle persone e negli scioperi degli operai e che tutte le mattine doveva fare colazione con noccioline e coca cola.

DSC05247

Pubblicato in: documentario

LA PRINCIPESSA DEL POPOLO

Come oggi esattamente vent’anni fa moriva Diana Spencer, principessa del Galles o come amano definirla gli inglesi la principessa del popolo. Nelle ultime settimane sono stati numerosi i documentari e le docu-fiction andate in onda sulla vita e la tragica morte di Lady D., sia sulla TV inglese che su quella americana e perfino in Italia, canale 9 ha trasmesso il documentario DIANA, LA VERA STORIA; e sull’8 LADY D. LE VERITA’ NASCOSTE. Tutti si concentrano sulla tragica morte della principessa e sulle congetture nate intorno ad essa, ponendo l’accento soprattutto su i suoi amanti e su i suoi disturbi alimentari e psichici in generale.

Ma dopo vent’anni che cosa è rimasto di questa donna bellissima ma allo stesso tempo irrequieta e tormentata? Diana è stata una pioniera, ha anticipato con il suo stile, la sua eleganza e con la sua amicizia con i più famosi stilisti dell’epoca le fashion blogger e quell’esercito di modelle definite oggi it-girl o socialite. E’ stata la prima a battersi per cause umanitarie, come quella contro le mine antiuomo per esempio e poi gli incontri con MADRE TERESA e Nelson Mandela solo per citarne alcuni. Esempio oggi seguito da star come Angelina Jolie e Madonna che si battono per i diritti dell’infanzia nei paesi più poveri o Leonardo Di Caprio che lotta per la salvaguardia dell’ambiente e poi tutti in fila dietro la porte di San Pietro per farsi un selfi con PAPA FRANCESCO. E poi prima fra tutti ha capito il potere della stampa, il potere della comunicazione di massa. Era lei in parte a cercare i fotografi, soprattutto quando il suo matrimonio stava naufragando perché aveva capito che la famiglia reale non era in grado di gestire i media.

Stampa grazie alla quale è diventata LADY D., stampa che l’ha aiutata a vendere la propria immagine, proprio come oggi farebbe un social media manager. Ma col passare del tempo la cosa le è sfuggita dalle mani e la stampa è stata in buona parte la causa della sua morte.

Morte che ha travolto la famiglia reale, che ha dovuto cambiare prospettiva sul futuro e iniziare a diventare un po’ più umana. Se è vero solo in minima parte ciò che viene raccontato, la povera Diana si è ritrovata giovanissima a gestire un gruppo di persone che più che una famiglia erano una sorta di mostro medievale e la buon Diana come ogni cavaliere che si rispetti armata di armatura e fendente ha sfidato quel mostro e lo ha sconfitto anche se a discapito della propria vita. Senza Diana forse oggi una comune ragazza dell’alta borghesia inglese non avrebbe mai sposato l’erede al trono aspirando a diventare un giorno la regina d’Inghilterra.IMG_0954[1]