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STREET FOOD- CAPITOLO SECONDO

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Per noi siciliani il cibo è il collante delle relazioni affettive. È nostra abitudine scambiarci opinioni o semplicemente raccontarci le nostre vite quasi sempre attorno ad una tavola imbandita. Se un parente o un amico è ammalato siamo soliti andare a fargli visita portando in dono del cibo, la stessa cosa avviene durante i lutti, abbiamo l’impressione che l’abbondanza di cibo possa colmare la perdita della persona cara. Le delusioni d’amore si curano con succulenti pietanze ipercaloriche e se hai un problema occorre mangiarci sopra per trovare una soluzione. Per non parlare poi del pranzo della domenica meglio ancora se dalla nonna una vera e propria istituzione perché è l’unico momento della settimana in cui tutta la famiglia si riunisce e quando dico tutta la famiglia sono compresi anche i cugini di terzo grado e solitamente iniziamo già dal martedì a pensare cosa cucinare la domenica, insomma se c’è una cosa che a noi siciliani riesce alla grande è mangiare e i messinesi non fanno eccezione. Se poi questo cibo è il cibo di strada meglio ancora.

In questi giorni a Messina sta avendo luogo la seconda edizione del festival dello Street Food, dove le nostre tradizioni enogastronomiche sono le protagoniste in un palcoscenico che vede Messina e la sua piazza Cairoli tornare indietro nel tempo, a quando la nostra città era il centro economico dello Stretto.

Città che ha risposto, anche quest’anno, con entusiasmo all’iniziativa comunale curata da Confconmercio. Nei quaranta stand dislocati lungo la piazza è possibile visitare attraverso l’olfatto, la vista e soprattutto il gusto tutto ciò che di buono c’è in terra di trinacria. Arancini, pidoni, focacce, il cuoppo di pesce fritto, stighiole, taiuni, le braciolettine di carne e di pesce, il pane cunsato e il panino con la salsiccia, tutto rigorosamente made in Messina.

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Misto fritto di pesce

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E dalla provincia sono arrivate l’eccellenze slow food dal parco dei Nebrodi. Andando fuori dai confini messinesi c’erano i palermitani con il loro panino con la meusa e i catanesi e il loro pistacchio di Bronte e uno straordinario panino con polpo arrostito sulla pietra lavica dell’Etna. Quest’anno erano presenti anche altre regioni d’ Italia quali l’Abruzzo con i suoi arrosticini, la Campania con la pizza fritta, la Toscana con il Lampredotto e la Puglia con le sue bombette.

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Panino con porchette di suino nero dei Nebrodi e cipolla caramellata
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Bombette Pugliesi
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Panino con il Lambredotto

Per non farci mancare niente, l’invito è stato esteso anche agli stranieri, presente il cibo di strada giapponese e messicano. Altra novità, molto fortunata, è che gli stand sono aperti anche a pranzo.

Tanti, anche quest’anno, gli show cooking, il cui ricavato andrà in beneficenza ad onlus cittadine che si occupano di ricerca scientifica.

Un viaggio attraverso i sapori del nostro paese, un viaggio che attraverso il cibo ti fa conoscere usi, costumi e territori diversi, ma che ti aiuta anche a conoscere quelle che sono le tradizioni della tua terra.

Una festa per le famiglie che è divenuta una festa per un’intera città, una città che si è ritrovata attorno ad un buon bicchiere di birra e ai profumi che fanno parte della sua storia e dei suoi ricordi, che sanno di pranzi della domenica, di Natale, di giochi di bambini sul sagrato della cattedrale normanna, di fiere campionarie, di feste da ballo sulla spiaggia di Mortelle e di processioni di Madonne, in una cartolina in bianco e nero che ci ricorda com’era Messina e come potrebbe ancora essere.

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Le foto di questo post sono state realizzate da Lucia Cacciola.
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UNA SERA A TEATRO

Venerdì sera sono stata a teatro a vedere DUE, la commedia scritta e diretta da Luca Miniero (regista di BENVENUTI AL SUD e NON C’E’ PIU’ RELIGIONE) e interpretata da Chiara Francini e Raul Bova. La presenza di quest’ultimo ha spinto buona parte delle mie concittadine a indossare i loro abiti migliori ed a tirar fuori dagli armadi le pellicce, senza curarsi che fuori c’erano 22 gradi. Sembrava di stare al ballo di Cenerentola, come se quel immaginario principe azzurro, che presto sarebbe apparso sul palcoscenico, avesse scelto la sua lei fra le ragazze del pubblico.

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Le foto di questo post sono state realizzate da Se Jane Austen avesse avuto la tv

Alle 21.10 circa si apre il sipario e facciamo la conoscenza di Paola (Chiara Francini) e Marco (Raul Bova) una coppia di giovani fidanzati intenti a costruire un letto in quella che sarà la loro nuova casa una volta sposati. I due si confrontano sulla paura del matrimonio e sul cambiamento che la cosa comporterà al loro rapporto. Paola, come tutte le donne, è speranzosa e piena di buoni propositi, prendendo la cosa con molta serietà. Marco, come tutti gli uomini, è molto più immaturo e prende le cose con molta più leggerezza. I due cercano di esorcizzare la paura analizzando i pregi e i difetti l’uno dell’altro e immaginando il loro matrimonio e il loro rapporto di coppia fra 20 anni. Cercano di dare delle risposte ai loro numerosi interrogativi. Alla fine capiscono che l’unica cosa che conta è essere sé stessi, liberi dalle convenzioni che la società ti impone, liberi di amarsi, liberi di essere solo loro due.

Una commedia carina, dove si ride e si riflette su quello che dovrebbe essere il matrimonio. Commedia che delude le aspettative. I vari dialoghi sono intervallati da intermezzi musicali dove i due protagonisti si cimentano come ballerini. Dialoghi che a lungo a dare risultano un po’ noiosetti. Chiara è un leone da palcoscenico, salta, balla, ride e recita bene. Istrionica, brillante e ironica, è il pilastro di tutta la narrazione. Se non ci fosse stata lei, la commedia sarebbe risultata molto più noiosa.

Raul era alla sua prima esperienza teatrale, impacciato come ballerino, lo posso descrivere usando una frase detta da una mia cara amica che mi ha accompagnato a vedere lo spettacolo: Raul è fatto per farsi guardare. Insomma la sua interpretazione non convince molto.

In generale è una commedia senza lode e senza infamia, perfetta se si vuole passare un’ora e mezza tranquilla in compagnia delle proprie amiche.

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Mosaico che si trova davanti l’ingresso del teatro Vittorio Emanuele di Messina

 

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VIVIAN MAIER, LA FOTOGRAFA RITROVATA

September 10th, 1955, New York City
September 10th, 1955, New York City

Era alta più di un metro e ottanta, era goffa e per niente aggraziata. Si manteneva facendo la tata presso ricche famiglie borghesi, ma la sua vera passione era la fotografia. Vivian Maier (1926- 2009) ha fotografato di tutto per le vie di New York, Chicago e Los Angeles; immortalando in ogni scatto la quotidianità della vita.

Per i critici odierni è considerata la madre della street- photography e la sua storia ha dell’incredibile: fino al 2007 nessuno conosceva il talento di questa incredibile artista perché Vivian non era solita sviluppare i suoi rullini, inoltre era gelosissima dei suoi lavori tanto da non mostrarli a nessuno. Fino a quando John Maloof, scrittore e giornalista americano, mentre cercava materiale fotografico per illustrare un libro sulla storia di Chicago, si imbatté nella tata/fotografa. L’uomo si aggiudicò ad una battuta d’asta per meno di 400 dollari un baule pieno di fotografie in bianco e nero, pellicole non sviluppate, stampe e filmini. In quel baule c’era tutto il lavoro di Vivian che ormai anziana e poverissima fu costretta a mettere tutti i suoi beni all’asta. La donna morì poco dopo e Maloof non fece in tempo a farla sapere che aveva le sue foto e che era disposto ad organizzare delle mostre per farla conoscere in tutto il mondo.

Tra queste c’è la mostra curata da Anne Morin e Alessandra Mauro che sta facendo il giro del nostro paese e dal 27 ottobre dello scorso anno è arrivata a Catania. Presso la fondazione Puglisi Cosentino in via Vittorio Emanuele II, trovate 120 scatti che Vivian Maier realizzò tra gli anni Cinquanta e Sessanta e anche alcune deliziose immagini a colori di una quarantina di anni fa, insieme a brevi video e filmati in super 8.

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Con la sua Rolleiflex appesa al collo, sostituita poi da una Leica, Vivian ha catturato nelle sue foto la vita a New York e a Chicago. Con uno sguardo attento e curioso è riuscita ha ritrarre quelle imperfezioni e quei particolari che rendono unico un viso, un tramonto, la facciata di un edificio, un bambino o un anziano; in poche parole ha catturato la vita che le scorreva davanti agli occhi per strada. Immagini potenti, di una folgorante bellezza che rivelano tutto il talento di questa grande fotografa.

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Qui trovate alcune delle foto esposte a Catania presso la fondazione Puglisi Cosentino
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Tutte le foto esposte a Catania fanno parte della collezione VIVIAN MAIER/MALOOF COLLECTION, COURTESY HOWARD GREENBER GALLERY, NEW YORK.

Presso la fondazione catanese è stato realizzato inoltre un percorso per i più piccoli dove viene spiegato loro cosa fosse un rullino e una pellicola.

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Vivian Maier ha stravolto il concetto di fotografia in maniera silenziosa, tata on the road ha scritto attraverso le sue foto il racconto di un America che stava cambiando sia dal punto di vista culturale che sociale.

Affrettatevi perché la mostra a Catania sarà aperta fino al 18 febbraio. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione su questa artista, chi di voi ha visto la mostra? Cosa pensate di queste foto e che mi dite della fotografia? Siete tipi da selfi o vi piace realizzare foto un po’ più professionali magari con l’ausilio di una buona macchina fotografica?

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NATALE IN RIVA ALLO STRETTO

Metti lo Ionio che incontra il Tirreno, metti il vento di tramontana che dal porto vecchio risale lungo la via I Settembre e arriva a piazza Duomo per poi perdersi lungo il corso Cavour e via XIV maggio. Metti quella gelida ma ringenerante brezza marina che caratterizza solitamente quasi sempre gli ultimi giorni di dicembre donando a Messina quella tipica atmosfera natalizia.

Metti la piazza principale della città addobbata come non mai con un grande albero colorato, una ruota panoramica e una pista di pattinaggio sul ghiaccio per i più piccini. Stelle di natale, candele e lanterne, il suono delle zampogne (versione siciliana della cornamusa) che intonano i tradizionali canti natalizi, il tutto per ricreare quella magica atmosfera che ogni anno il Natale porta con sé. Atmosfera che ha il potere di rasserenare ognuno di noi, riesce a cacciare lo stress e i brutti pensieri regalandoci la voglia di stare insieme attorno ad una tavola imbandita condividendo il tutto con chi ci è più caro.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da me Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv  per le vie di Messina.

Metti la via dello shopping gremita di gente per l’acquisto degli ultimi regali, metti i preparativi per il cenone del 24 e il pranzo del 25 e la passeggiata lungo il lungomare per smaltire tutto quello che si è mangiato e metti il porto con le navi traghetto, il faro con la Madonnina, le luci della costa calabrese e quel senso di pace che solo il suggestivo panorama dello stretto sa dare. DSC05262

Il giorno della vigilia la tradizione messinese vuole l’astinenza dalle carni, la ghiotta di pesce stocco e le focacce la fanno da padrona durante il cenone. In ogni parrocchia gli altari sono arricchiti con la tradizionale Cona, (si colloca Gesù Bambino sotto l’altare circondandolo dei frutti della terra o con altri doni che i fedeli vogliono donare), per accogliere la nascita di nostro signore. DSC05278

Dopo la messa di mezzanotte tutti a casa a scartare i regali e poi a letto. Il giorno dopo ti svegli con il profumo del ragù di maiale e la pasta fresca appena stesa da tua madre lasciata ad asciugare sul tavolo della cucina. La legna che brucia dentro il camino e i tuoi parenti che iniziano ad arrivare per il tradizionale pranzo, quei parenti che si sono un po’ rompiscatole e impiccioni, ma fanno pur parte della tua famiglia, senza la quale saresti persa. Cibo e brindisi, panettoni e frutta fresca, cannoli e passito, chiacchiere e risate. Infondo Natale è l’unico periodo dell’anno in cui si sta veramente insieme, in cui forte è il senso della famiglia e degli affetti, senza dimenticare che si festeggia la venuta al mondo di un bambino che noi tutti dovremmo accogliere nel nostro cuore sforzandoci di essere nel nostro piccolo persone migliori. DSC05273

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UNA PANCHINA ROSSA

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Questa foto scattata dalla sottoscritta ritrae la panchina rossa posta davanti il tribunale di Messina

Che cosa vuol dire essere donna oggi? Perchè facciamo così paura? Che cosa c’è di sbagliato in noi? Perchè noi siamo l’errore, o almeno così te la pone la società in cui viviamo. Siamo noi che andiamo a cercarcela, siamo noi che non distinguiamo il bene dal male, siamo noi ad avere la superbia a voler cambiare uomini violenti, siamo noi ad essere arroganti nel chiedere pari trattamento sul posto di lavoro, siamo noi le sfacciate a pretendere il diritto di decidere del nostro corpo o semplicemente il diritto di essere trattate al pari di un cittadino di sesso maschile.

Mai nessuno a chiedersi che forse il problema è nella società in cui viviamo, una società apertamente misogina, che vuole la donna relegata in casa come 50 anni fa. Una società che ufficialmente critica i paesi mussulmani per il modo in cui sono trattate le donne, ma che sotto sotto ci metterebbe volentieri il burka.

Mai nessuno a chiedersi che il problema del femminicidio non sta nel fatto che le donne non denunciano in tempo i loro aguzzini, e quando lo fanno poi non cambia molto, il problema è negli uomini, uomini malati, uomini che non accettano la fine di una relazione, uomini che vedono nella donna non un essere umano con una propria facoltà intellettiva, ma semplicemente un oggetto.

Tutti questi pensieri li facevo ieri, 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Innumerevoli le iniziative, le prese di posizione e i bei discorsi. RAI 1 ha riproposto la fiction IO CI SONO che racconta la storia di Lucia Annibali, l’avvocato sfregiato con l’acido dal suo ex. Mentre su REAL TIME andava in onda SARA documentario che ricordava Sara Di Pietrantonio, strangolata e data alle fiamme a soli 22 anni dall’ex fidanzato. Ma una volta chiusi i riflettori, oggi il problema è stato risolto o solo dimenticato? Su questa riflessione, nasce l’anno scorso, l’iniziativa PANCHINA ROSSA, che consiste nel posizionare una panchina di colore rosso in un luogo significativo della città con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità al rispetto per le donne, rispetto che deve essere un impegno quotidiano che non deve fermarsi alle sole giornate commemorative.  La panchina vuole ricordare il posto che le donne uccise occupavano all’interno della società, in qualità di lavoratrici, madri o semplicemente come cittadine. Rosso è il colore del sangue che rimanda alla ferocia con cui queste donne sono state strappate dalla società.

In questo anno, tante sono state la panchine rosse collocate in diverse città italiane, a ricordare una mamma, una figlia, una sorella o semplicemente una di noi massacrata dall’uomo che diceva di amarla. Giovedì 17 novembre, davanti al tribunale della mia città, Messina, l’assessorato delle pari opportunità insieme ad alcune associazioni e centri anti violenza, ha posto la panchina rossa. Promotrici dell’iniziativa in Sicilia, Vera Squadrito, madre di Giordana Di Stefano, uccisa nell’ottobre del 2015 con 47 coltellate dall’ex, Luca Priolo. Priolo che 10 giorni fa è stato condannato a scontare 30 di carcere dal tribunale di Catania. Insieme a lei Giovanna Zizzo, il cui marito l’anno scorso per vendicarsi del fatto che la donna aveva posto fine al loro matrimonio uccide la loro figlia minore, Laura di soli 12 anni.

PANCHINA ROSSA si ispira alla campagna tutta messinese di POSTO OCCUPATO, ideata nel 2013 da Maria Andaloro. L’idea è quella di occupare per ogni donna uccisa un posto in un luogo pubblico o privato. Una sedia in un teatro, un posto sul tram, a scuola, in metropolitana o in consiglio comunale, per ricordare il ruolo che queste donne occupavano all’interno della società. L’obiettivo è quello di tenere alta l’attenzione sul problema della violenza sulle donne fino a quando non ci saranno più posti occupati.

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CHE COSA TI HANNO PORTATO I MORTICINI?

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Questa foto l’ho scattata io presso il Cimitero Monumentale di Messina.

Da diversi anni ormai la festa di OGNI SANTI è stata sostituita dalla consumistica, americana e io aggiungerei odiosa festa di Halloween.

Festa di origine pagana che trova la sua genesi nella festa in onore dei defunti presso gli antichi romani o nei festeggiamenti del capodanno celtico. In molte comunità pagane il 31 ottobre era l’ultimo dell’anno che coincideva con feste dove si celebrava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Nel’840 papa Gregorio IV decise di cancellare definitivamente questo rito pagano sostituendolo con la festa di OGNI SANTI e con LA COMMEMORAZIONE DEI CARI DEFUNTI, cadenti rispettivamente il 1 e 2 novembre. Ma gli Irlandesi si sa sono teste dure e fregandosene di Santa Romana Chiesa hanno continuato il loro Halloween. Festa che nella seconda metà dell’ottocento hanno portato con loro negli Stati Uniti.

La parola Halloween deriva dall’antico inglese ALL HALLOWS’EVE che tradotto significa NOTTE DI TUTTI GLI SPIRITI SACRI, per alcuni studiosi invece le origini del nome sono da rintracciare nella leggenda di Jack O’Lantern che fu condannato dal diavolo a vagare per il mondo di notte alla sola luce di una zucca scavata contenente una candela, poiché in inglese scavare si dice TO HOLLOW da qui il nome Halloween. E sempre da qui il manifestarsi già a metà di ottobre di inquietanti zucche intagliate che cercano di nobilitare un ortaggio che nobile non è, come dice mio padre “falla come vuoi sempre cucuzza è”. Altra cosa fastidiosa di questa festa è il rito dei bambini mascherati da zombi che bussano di porta in porta chiedendo DOLCETTO O SCHERZETTO?

Da italiana e da siciliana ritengo che dovremmo riappropriarci di quella che è la nostra storia, la nostra cultura. Nella mia Sicilia la festa di OGNI SANTI è una ricorrenza molto sentita fatta di vecchi riti e antichi sapori. La tradizione vuole che nella notte fra il 1 e 2 novembre gli spiriti dei cari defunti visitino le loro famiglie lasciando doni ai bambini. Un tempo questi doni altro non erano che cestini ricolmi di frutta candita, frutta martorana, di particolari biscotti di mandorla chiamati le ossa dei morti e i pupi di zucchero. Dolciumi ancora presenti nelle case dei siciliani in questo periodo.

Col tempo, grazie anche al benessere economico, i regali portati dai defunti hanno assunto le sembianze di giocattoli o capi d’abbigliamento. Ricordo ancora il mio entusiasmo di bambina quando mi svegliavo la mattina del 2 novembre e ai piedi del mio lettino trovavo quel gioco tanto desiderato o un grazioso maglioncino, segno che mi ero comportata bene e i miei nonni che non ho mai conosciuto avevano esaudito i miei desideri. Tutta la famiglia poi si recava al cimitero per ringraziare quelli che in dialetto sono chiamati I MOTTICEDDI. E il giorno dopo a scuola la domanda più frequente fra i bambini era “Che cosa ti hanno portato i morticini?” comparando così i vari regali un po’ come si fa con Babbo Natale o la Befana.

Se Halloween è una festa basata sulla paura della morte, la festa di OGNI SANTI in Sicilia è il contrario, è un momento in cui si spiega ai bambini che non occorre avere paura dei morti, persone care che nel giorno della loro commemorazione ritornano al nostro cuore per ricordarci che la vita è un bellissimo dono che non va sprecato. Per non parlare dei bellissimi colori che la stagione autunnale regala all’isola. Dimenticatevi di zucche, di spaventapasseri e immaginatevi il profumo delle caldarroste e le bellissime gradazioni d’arancio che caratterizzano le foglie della vite, la buccia dei cachi e dei fichi d’india, in un tripudio di colori e gioia che contraddistingue le feste religiose siciliane dalle altre manifestazioni folkloristiche italiane.

Ma che cos’è una festa religiosa in Sicilia?  A questa domanda una volta Leonardo Sciascia rispose “Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa. È innanzitutto un’esplosione esistenziale……. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.”

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Anche questa foto l’ho scattata io.
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STREET FOOD

Per noi siciliani il cibo è il collante delle relazioni affettive. E’ nostra abitudine scambiarci opinioni o semplicemente raccontarci le nostre vite quasi sempre attorno ad una tavola imbandita. Se un parente o un amico è ammalato siamo soliti andare a fargli visita portando in dono del cibo, la stessa cosa avviene durante i lutti, abbiamo l’impressione che l’abbondanza di vivande possa colmare la perdita della persona cara.  Le delusioni d’amore si curano con succulenti pietanze ipercaloriche e se hai un problema occorre mangiarci sopra per trovare una soluzione. Per non parlare del pranzo della domenica meglio ancora se dalla nonna, una vera e propria istituzione perché è l’unico momento della settimana in cui tutta la famiglia si riunisce e quando dico tutta la famiglia sono compresi anche i cugini di terzo grado, e solitamente iniziamo già il martedì a pensare cosa cucinare la domenica. Insomma il cibo in Sicilia è una costante, è l’elemento che scandisce le nostre giornate e alle volte le nostre vite. Ma il cibo in Sicilia è anche storia, cultura e tradizione. E quando si parla di cibo come storia non si può non pensare allo Street Food.

Street Food che è stato il protagonista del festival che si è tenuto a Messina lo scorso fine settimana. Dove le nostre tradizioni enogastronomiche sono state al centro di un palcoscenico che ha visto Piazza Cairoli tornare ai vecchi sfarzi di un tempo quando era il centro nevralgico dell’economia cittadina.

Città che ha risposto con entusiasmo all’iniziativa comunale curata da Confconmercio. Nei trenta stand dislocati lungo la piazza era possibile visitare attraverso l’olfatto, la vista e soprattutto il gusto tutto ciò che di buono c’è in terra di trinacria. Arancini, pidoni, focacce, il cuoppo di pesce fritto, stighiole (budelle di agnello avvolte in un cipollotto e arrostite sulla griglia), taiuni (testicoli di toro serviti anch’essi alla griglia), ghiotta di pesce stocco, le braciolettine e il panino con la cotoletta di pesce spada, tutto rigorosamente made in Messina.

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Le foto che vedete qui sono state realizzate dalla sottoscritta col cellulare di mia sorella.
E dalla provincia sono arrivati il pane caldo e i formaggi affumicati dal borgo Montalbano Elicona per non parlare dell’eccellenze slow food dal parco dei Nebrodi. Andando fuori dai confini messinesi c’erano i palermitani con il loro panino con la meusa e i catanesi  e il loro pistacchio di Bronte. Ma per non farci mancare niente erano presenti anche la regione Abruzzo con i suoi arrosticini e la Campania con la pizza fritta. Ma i re della manifestazione è stato lui, il mio preferito, il cannolo

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Cannolo, che ho scoperto da poco, deliziava i palati già ai tempi degli antichi romani. Il tutto è stato accompagnato dall’esibizioni musicali delle band locali come i Malantisa, i Big Mimma e i Fuori Orario. Tanti anche gli show cooking e uno straordinario intrattenimento per i più piccoli. E’ stata poi consegnata una targa a ricordo alla memoria dello storico rosticciere messinese Pietro Nunnari, per aver contribuito con il suo mitico arancino a promuovere il nome della città di Messina in tutto il modo.

Una festa per le famiglie che è divenuta una festa per un’intera città, una città che si è ritrovata attorno ad un buon bicchiere di birra e ai profumi che fanno parte della sua storia e dei suoi ricordi, che sanno di pranzi della domenica, di giochi di bambini sul sagrato della cattedrale normanna, di fiere campionarie, di feste da ballo sulla spiaggia, di processioni e vecchi riti religiosi, in una cartolina in bianco e nero che ci ricorda com’era Messina e come potrebbe ancora essere.

 

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MuMe

LA RINASCITA DI UNA CITTA’

E’ noto ormai a tutti che noi siciliani ce la prendiamo comoda per svolgere qualsiasi tipo di attività, non fanno eccezione i messinesi che hanno impiegato 33 anni per aprire il nuovo polo museale.

Il nuovo Museo Regionale di Messina ribattezzato il MuMe (nome un tantino di ispirazione newyorkese) è stato inaugurato sabato 17 giugno alla presenza del ministro degli esteri Angelino Alfano, del governatore della Sicilia Crocetta, del presidente dell’ARS Ardizzone e del sindaco Renato Accorinti. Per l’occasione si è deciso di concedere l’ingresso gratuito ai cittadini dalle 20 alle 22.30. Cittadini che hanno risposto con entusiasmo all’iniziativa e in un’atmosfera degna da una notte al museo, i messinesi si sono riappropriati del loro passato.

Il MuMe infatti custodisce ben 27 secoli di storia di Messina, storia di cui per troppo tempo i messinesi sono stati privati. La struttura architettonica iniziata nel 1984, che sorge nell’area dell’ex monastero di S. Salvatore dei Greci, venne consegnata nel 1995, ma a causa di un cavillo burocratico la sua inaugurazione venne sempre rimandata. Negli ultimi anni molto è stato fatto dalla direttrice Caterina Di Giacomo, che lavorando con sinergia col nuovo assessore ai beni culturali della regione, il messinese Carlo Vermiglio, è riuscita a restituire il museo alla città. I 750 capolavori salvati dal terremoto del 28 dicembre 1908 sono distribuiti su una superficie di 4700 metri quadrati suddivisa in due piani, nell’area verde esterna troviamo invece i reperti architettonici recuperati dalle macerie e nel seminterrato la biblioteca per un totale di 17.000 metri quadrati che fanno del MuMe uno dei musei più grandi del sud d’Italia.

Il percorso storico-artistico va dal  medioevo moderno fino ai primi anni del 900, l’allestimento è bellissimo e valorizza le opere in tutta la loro bellezza. Si inizia con le iscrizioni arabo normanne che avviano il percorso per poi passare ai capitelli del Duomo e ai mosaici trecenteschi.

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IGNOTO BIZANTINO, MADONNA IN TRONO CON BAMBINO

 

 

Da qui si passa alla grande sala Alibrandesca che dà l’accesso alla sezione dedicata ai fiamminghi, qui una delle tre punte di diamante del museo Il Polittico di San Gregorio di ANTONELLO DA MESSINA.

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Nella stessa sala troviamo anche LA CONCA DI GANDOLFO del 1135 e la bellissima MADONNA DEGLI STORPI. Da qui si passa ad una galleria più piccola che dà su un ampio salone dove al centro della scena c’è lui IL NETTUNO del MONTORSOLI.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv

Vi racconto una curiosità su questa statua che fa parte di uno dei monumenti simbolo della città. La splendida fontana del Nettuno che oggi è possibile visitare lungo il viale della libertà è solo una copia del bellissimo monumento realizzato dal Montorsoli, prima del devastante evento il monumento era collocato lungo la cortina del porto e il Nettuno dava le spalle al mare e con la mano protesa in avanti dava l’impressione di incitare le acque ad invadere la città. La cosa purtroppo accadde veramente in quanto dopo la scossa di magnitudo 7.8 della scala Richter si scatenò un terribile tsunami che provocò un’onda alta 12 metri che investì la città. Nel 1935 anno cruciale della ricostruzione si pensò di collocare di nuovo la fontana del Nettuno, ma con questi che dava le spalle alla città e con quel gesto della mano questa volta a fermare le acque quasi a protezione di Messina.

Si arriva poi agli splendidi capolavori di CARAVAGGIO, L’ADORAZIONE DEI PASTORI e LA RESUREZZIONE DI LAZZARO

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L’ADORAZIONE DEI PASTORI

 

 

Da qui si passa alla sala della CARROZZA SENATORIA per finire al sorprendente 800 di Aloysio Juvara nipote di Filippo ed agli ultimi dipinti a ridosso del terremoto.

L’apertura di questo nuovo polo museale è stata vista da molti come la volontà di un’intera cittadinanza a rinascere. Volontà di scrollarsi di dosso anni di grigiume per proiettarsi in una nuova fase dove i cittadini possano diventare gli artefici del proprio destino. Una comunità che fa i conti con il proprio passato è una comunità destinata a vivere un ottimo presente e uno splendido futuro.

 

 

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UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

Le città siciliane sono famose per l’efficienza dei loro mezzi pubblici. Non fa eccezione Messina che oltre ad avere un eccellente rete di autobus che collega ogni zona della città al suo centro; c’è anche una linea tranviaria che non può essere descritta, dovete venire a Messina, per provare sulla vostra pelle che cosa vuol dire prima di tutto aspettare venti minuti buoni al capolinea della zona sud della città chiamato ZIR. Dopo che aspetti e finalmente lo vedi arrivare ti accorgi che l’autista ti fa degli strani gesti con i quali ti vuol comunicare che deve andare al deposito e tu insieme ad una marea di persone che devono andare a lavorare, a scuola o chi sa dove a vivere la loro vita, aspetti altri venti muniti il tram successivo. Finalmente arriva, riesci a salire, ma ben presto provi la stessa sensazione delle sardine in scatola, perché dopo quaranta minuti di attesa per tutti, ad ogni singola fermata c’è la ressa del black Friday ai centri commerciali di New York. Se poi tutto questo avviene nel mese di agosto con quaranta gradi, ma cinquanta percepiti dentro le carrozze, maledici il momento che hai deciso di prendere i mezzi pubblici.

Altra particolarità del tram messinese è la sua lentezza. A causa del suo percorso fatto da curve e curvette (chi ha progettato la linea tramviaria è a mio avviso un genio del male) e ai grandi gesti di civiltà dei messinesi che hanno il buon senso di parcheggiare sui binari, le carrozze procedono alla velocità di un bradipo. Se per esempio dal capolinea della zona sud occorre raggiungere la sede del municipio ci stai quasi un’ora, lo stesso tempo che ci impiegheresti con l’auto all’ora di punta.

Per non parlare di quando poi gli si bloccano le porte e tutti ad urlare perché colpiti da claustrofobia o quando procede lungo le curve e i freni iniziano a fischiare così forte che sembra stia per deragliare  da un momento all’altro. Ma la cosa più piacevole avviene quando piove. I binari sono sprovvisti di pendenza per l’acqua piovana quindi si trasformano in una piscina dove si può fare sci d’acqua. Conseguenza interruzione del servizio e bus sostitutivi che però fanno anche un percorso alternativo al tram e tu non sai dove stai andando.

L’unica cosa piacevole del tram sono i suoi passeggeri, perché come ogni mezzo pubblico ti offre una carrellata di personaggi che sono meglio dei concorrenti del grande fratello. C’è la casalinga che si lamenta dell’aumento dei prezzi al mercato, la liceale che racconta all’amica del ragazzo che le piace, l’alto borghese che schifato pulisce il posto prima di sedersi, l’extra comunitario con il suo borsone pieno di fazzolettini e accendini, il pensionato di classe che chiacchiera e si lamenta dell’amministrazione locale, il pensionato con le scarpe bucate che in silenzio si siede e guarda con lo sguardo perso fuori dal finestrino, universitari che ridono e scherzano, impiegati che si recano al posto di lavoro e quello svampito che quando sale ti chiede ma chistu a unni arriva.

p.s.

Questo post è stato scritto nell’estate del 2015 dopo un giorno di ordinaria follia per le strade di Messina con i mezzi pubblici. Oggi la situazione è molto cambiata. La giunta comunale capitanata dal sindaco Renato Accorinti è riuscita a dare alla città un servizio di mezzi pubblici degno di questo nome, servizio molto efficiente da far quasi invidia alle città del nord.

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LA LEGGENDA DI MATA E GRIFONE

Temi come Immigrazione e Integrazione fanno parte ormai della nostra quotidianità. Temi che spesso sono utilizzati dalla classe politica come mezzo per allontanare l’interesse pubblico da altri problemi quali la crisi economica o la disoccupazione. Capisco che i numerosi sbarchi sulle coste siciliane ad oggi siano diventati un problema e comprendo anche la paura del diverso che tanti Italiani manifestano. Trovare un punto d’incontro fra civiltà così diverse è davvero difficile.

La storia della mia città, Messina, è una storia di integrazione ed ha del sorprendente se si pensa che tutto è accaduto intorno all’anno 1000 d.c.

Protagonisti due giovani, lei una bellissima principessa cristiana, lui uno spietato pirata saraceno di religione islamica (situazione molto attuale, se pensiamo ai continui sbarchi sul canale di Sicilia, o agli attentati di matrice islamica ai danni della società occidentale e quindi cristiana).

Lei è Marta, figlia di re Cosimo di Camaro piccolo regno che si affacciava su quello che sarebbe diventato lo stretto di Messina, lui è Hassan Ibn Hammar ed è a capo di un gruppo di pirati saraceni, i più violenti che avessero solcato il mar Mediterraneo. Criminali che non hanno alcuna difficoltà ad invadere lo stretto, saccheggiarlo e trasformarlo nella loro roccaforte. Durante uno di questi saccheggi, Hassan incontra lei, Marta, e rimane affascinato non solo dalla bellezza della ragazza ma anche dai suoi modi gentili e dal coraggio che dimostra nell’aiutare la popolazione di Camaro assediata dai saraceni. Per Hassan è un vero colpo di fulmine, tanto da chiederla in sposa a re Cosimo. Quest’ultimo rifiuta energicamente e rifiuta anche Marta appena apprende le intenzioni del saraceno. Per Hassan il rifiuto è peggio di una pugnalata in pieno petto e accende in lui una violenza inaudita che riversa sui poveri abitanti dello stretto. Marta è terrorizzata ma decide lo stesso di incontrarlo e di spiegargli il perché del suo rifiuto.DSC04257DSC04256

In queste foto vediamo Mata e Grifone cosi come li ha concepiti l’artista Manuela Caruso nell’ambito del progetto Streetart.

 

Rifiuto che è dettato dai suoi precetti cristiani che mal si sposano con i gesti violenti del saraceno. Hassan, l’ha ascolta in silenzio e alla fine, come pegno del suo amore, decide di cambiare vita e di convertirsi al cristianesimo. Marta commossa da questo gesto decide di dargli un’opportunità e a poco a poco si innamora del giovane moro decidendo di sposarlo.

Hassan cambia poi il nome in Grifo, che sarà poi modificato dalla popolazione in Grifone per la sua possente statura, insieme a Marta, Mata in dialetto messinese (e a quanto dice la leggenda neanche lei scherzava a statura) daranno vita ad una progenie con una discendenza così numerosa da essere considerati i mitici fondatori della città di Messina. La loro statura gli ha regalato, nei secoli, l’appellativo di U GIGANTE E A GIGANTISSA nel dialetto messinese.

Un’altra leggenda vuole la dimora di Hassan sulla collina dove oggi sorge il santuario di Dinnammare (luogo di culto molto amato dai messinesi), che prenderebbe il nome proprio dal pirata saraceno, pirata che decise di trasformare la sua roccaforte in una chiesa e donarla a Mata come segno del suo amore.

Il mito di Mata e Grifone rivive ogni anno per le vie della città, il 14 agosto, con la tradizionale passeggiata dei Giganti, così infatti sono denominate da secoli le due enormi statue lignee raffiguranti i due fondatori. Lei in groppa a un cavallo bianco lui su uno nero.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate dalla sottoscritta