Io Sono Mia

Ieri sera è andato in onda su Rai 1 il film che racconta la vita della straordinaria, ma sfortunata Mia Martini.

Io Sono Mia, ha celebrato la carriera e la vita della cantante calabrese, è stato un biglietto di scuse arrivato forse un po’ tardi.

Nella vicenda narrata ieri sera, siamo al Sanremo del 1989, anno della rinascita artistica di Mia, anno in cui l’artista ritorna sul palco dell’Ariston dopo una assenza dalle scene durata quasi sei anni. Assenza avvenuta a causa delle maldicenze messe in giro su Mia, ovvero che portasse sfortuna. Qualche giorno prima dell’esibizione, Mia si lascia intervistare da una giornalista e con questo pretesto e utilizzando la tecnica del flashback, il film ripercorre la vita della cantante.

Domenica, Rita, Adriana Bertè, da tutti chiamata Mimì, capisce fin da bambina cosa farà da adulta, la cantante. Il sogno si realizza nel 1972 quando con il nome d’arte di Mia Martini, pubblica il suo primo CD. Mimì lascia subito il segno, grazie alla sua voce graffiante, cupa, penetrante e alle sue straordinarie doti da interprete che riescono a dare vita ai versi che la ragazza canta. Questi sono gli anni di Minuetto, Piccolo Uomo e tanti altri successi che consacrano Mia come una delle nuove promesse della musica italiana.

Anche la sua vita privata va a gonfie vele, è innamorata ricambiata da un giovane fotografo di nome Andrea, ed ha l’affetto e la stima di amici e colleghi fra tutti la sua adorabile ma un po’ esuberante sorella minore Loredana.

Ma all’improvviso qualcosa si inceppa, iniziano a girare delle strane voci sul conto di Mia, voci terribili che la indicano come una iettatrice e porta sfortuna. Iniziano a cessare le partecipazioni a concorsi e trasmissioni, viene a poco a poco annullata come artista e le viene impedito di fare quello che più amava, cantare.

Mia Martini era una donna dalla grande sensibilità e come tutti gli artisti dotati di questa virtù soffrirà terribilmente da questa situazione.

Il Sanremo del 1989, che la vede in gara con il brano Almeno tu nell’universo, sarà il suo riscatto, ma non sarà sufficiente ad aiutarla e allontanare da sé le maldicenze.

Nei panni di Mia Martini c’è stata una Serena Rossi davvero brava, che ha saputo interpretate Mia soprattutto nella sfera della sua fragilità e sensibilità, è riuscita a farla sua regalando al pubblico il ritratto di un’artista straordinaria quale è stata nella realtà. Un artista la cui bravura ha fatto tremare qualcuno che ha deciso che una donna di così talento non andava bene.

L’unico rammarico che ho, è che a mio avviso la vicenda è stata narrata un po’ troppo in sintesi. La cosa forse è stata dovuta dal fatto che due persone come Ivano Fossati e Renato Zero non abbiano voluto farsi coinvolgere dall’opera cinematografica e hanno chiesto di non essere menzionati nella narrazione. Entrambi però sono stati fondamentali nella vita di Mimì. Fossati perché è stato il suo grande amore, infatti il personaggio di Andrea è una figura ispirata al noto cantautore. Renato Zero è stato invece uno dei migliori amici della Martini e non sono chiare le motivazioni della sua scelta.

Mia Martini ha partecipato a tanti festival di Sanremo nei quali ha sempre vinto il premio per la critica, premio che oggi porta il suo nome.

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6 Film sulla Shoah che vi consiglio

Il 27 gennaio di settantaquattro anni fa le truppe sovietiche liberavano il campo di concentramento di Auschwitz, il lager di sterminio dove per anni i nazisti trucidarono migliaia di ebrei. Per questo motivo il 27 gennaio è stato scelto come giornata della memoria per ricordare le vittime della Shoah, ovvero l’olocausto perpetrato dalle autorità naziste sugli ebrei d’Europa.

Filmografia e bibliografia su questo argomento sono assai vasti, io vi consiglio sei film che in modo diverso trattano l’argomento, sei film che mi hanno colpita non tanto per i loro contenuti ma come questi sono stati raccontati.

1 Schinder’s List. Film del 1993 diretto da Steven Spielberg e pluripremiato alla notte degli oscar. Interpretato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes. Il film racconta la vera storia di Oscar Schinder, un imprenditore tedesco che riuscì a salvare la vita di centinaia di ebrei della città di Cracovia in Polonia. La narrazione si concentra sulle atrocità a cui furono sottoposti gli ebrei primo fra tutti il rastrellamento del ghetto della città. Il tutto è maggiormente evidenziato dall’utilizzo del bianco e nero, fatta eccezione di due scene, dove la protagonista è una bambina che indossa un capottino rosso, rosso che a mio avviso rappresenta il sangue del popolo ebraico.

È il primo della mia lista perché credo che sia il film che meglio racconti cosa sia stata davvero la Shoah e come alcuni uomini non siano rimasti indifferenti e hanno avuto il coraggio di salvare delle vite umane.  schindlers-list-teaser-one-sheet-27x40

2 La chiave di Sara. Film del 2010, diretto da Gilles Paquet e interpretato da Kristin Scott Thomas. Tratto dall’omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay, narra la storia di una giornalista americana Julia, sposata ad un cittadino francese. La donna si trasferisce a Parigi e va a vivere nella casa dei suoceri. Scopre che quest’ultima era appartenuta ad una famiglia di ebrei deportati nei lager, incuriosita inizia delle ricerche e scopre che la figlia della coppia è ancora in vita. Julia si mette sulle tracce di questa bambina, Sara, che nel giorno in cui gli ebrei di Parigi vengono rastrellati, nasconde il fratellino chiudendolo a chiave dentro l’armadio della camera da letto e porta la chiave con sé sicura di riuscire a tornare a casa velocemente, invece lei e tutti gli ebrei della città saranno rinchiusi per settimane senza cibo e acqua nel Velodromo d’inverno fino a quando non saranno deportati nei lager. Sara riesce a scappare iniziando un rocambolesco viaggio per poter tornare a casa da suo fratello.

Il film è molto forte, la storia è carica d’angoscia, l’angoscia di Sara che non riesce a tornare a casa. Angoscia che viene vissuta in prima persona dallo spettatore. È il dramma dell’olocausto visto dagli occhi di una bambina.

Ma il film parla anche di un episodio fino a poco tempo fa negato dalle autorità francesi, ossia il rastrellamento del velodromo d’inverno che venne eseguito dalla gendarmeria francese.

3 Jona che visse nella Balena. Film del 1993 diretto da Roberto Faenza ha anch’esso come protagonista un bambino ebreo Jona, che a soli 4 anni viene deportato da Amsterdam nel lager. Il film narra la vita di Jona dentro il campo di concentramento, vita per nulla facile dove un bimbo di quell’età vive sulla sua pelle violenze terribili, spesso vittima anche di altri ragazzini ebrei. Jona, una volta adulto rimuove tutto di quella terribile esperienza, che ricorderà soltanto grazie alla tecnica dell’ipnosi.

Il film è molto bello e racconta la Shoah dei bambini, vittime innocenti di una mente criminale.

4 Storia di una Ladra di Libri. Film del 2013 e tratto dall’acclamato e omonimo best seller, libro che personalmente ho adorato, ma anche il film merita. Voce narrante della vicenda, la Morte. Vicenda che ha come protagonista la piccola Liesel, figlia di esponenti del partito comunista costretti a scappare, viene adotta da una famiglia di Monaco di Baviera. La coppia nasconderà nella loro cantina un ragazzo ebreo sopravvissuto alla notte dei Cristalli. Ragazzo che stringerà con Liesel un profondo legame d’amicizia, complice la passione che entrambi avevano per la lettura.

Qui ci viene narrata la storia di tedeschi che non erano d’accordo con i nazisti e che per le loro scelte e il loro coraggio saranno alloro volta vittime della furia omicida della guerra.    201408270939_storia di una ladra di libri

 

5 Black Book. Film 2006, racconta la storia di Rachel Stein, una ragazza ebrea olandese, unica sopravvissuta della sua famiglia che diventa membro della resistenza. La giovane viene addestrata a diventare una spia nelle file dell’esercito tedesco. Qui la Shoah viene raccontata attraverso le vicende di una ragazza che non ha più nulla da perdere e si adopera per vendicare la sua gente. Azione, adrenalina, suspense e intrighi la fanno da padrone.

6 La vita è Bella. Lasciato per ultimo perché a mio avviso è un capolavoro. Benigni è riuscito a trattare il tema della Shoah con una delicatezza unica, fa sembrare la vita nel lager un gioco dove ci si diverte. Naturalmente non potete non averlo visto.

Film, libri e testimonianze sulla Shoah hanno un unico obiettivo ed è quello che non dobbiamo dimenticare, dobbiamo imparare dalla storia e impegnarci affinché questo non accada mai più.

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5 Motivi Per Cui Guardare Orange Is New Black

Fra i miei buoni propositi per il 2019, c’è quello di recuperare tutte le serie cult degli ultimi tempi che per un motivo o un altro non ho visto. Poiché su le pagine di questo blog scrivo di serie tv era ora che mi mettessi in pari.

La prima della mia lista è Orange is New Black. La serie è composta da sei stagioni ed io sono arrivata solo a metà, ma mi sta piacendo tantissimo e vi consiglio vivamente di vederla, se non lo avete già fatto, per cinque motivi:

1 Per la prima volta la vita in carcere viene raccontata dal punto di vista delle donne. Piper Chapman, la protagonista, è una ragazza di 30 anni che deve scontare un anno di reclusione per un reato commesso dieci anni prima e per il quale ha patteggiato. Nel momento in cui Piper varca la soglia del penitenziario femminile di Litchfield la sua vita cambierà drasticamente. Si accorgerà ben presto che il carcere è assai lontano dal racconto che ne fanno libri e tv, è sicuramente molto peggio.

Ci vorrà del tempo e non sarà per nulla facile, ma alla fine Piper si adatterà alla sua nuova vita da detenuta.

2 Orange is New Black non è solo il racconto dell’esperienza di Piper, è un racconto corale, è il racconto di un gruppo di donne che per sopravvivere alla realtà e alle difficoltà che spesso la vita ti impone sono state costrette a violare le regole. Violazione che tutte sono costrette a pagare. Ciò che emerge è un’analisi dei diversi aspetti dell’animo femminile. Fragilità, delusione, solitudine sono spesso nascosti dietro la maschera dell’arroganza e della violenza.

Ognuna di loro rappresenta un racconto dentro il racconto ed ognuna di loro cerca di occupare uno spazio nella nuova realtà del carcere. Quest’ultimo diventa il palcoscenico di nuovi incontri, amicizie e alleanze, ma farà da scenario anche a conflitti e lotte per il potere.

3 È una serie di denuncia che evidenzia un sistema penitenziario fatiscente e corrotto che specula sulla vita delle detenute. La serie, infatti, è ispirata alle memorie di Piper Kerman, basata su fatti reali.

4 Nel mondo delle serie tv rappresenta una novità non solo per i contenuti e il linguaggio, ma anche per la tecnica narrativa caratterizzata principalmente dall’utilizzo del flashback, col quale scopriamo la vita di ogni singola detenuta prima del suo arrivo in carcere e dei motivi che l’hanno condotta alla detenzione.

5 È stata la prima serie trasmessa on-demand e prodotta da Netflix consacrando quest’ultima come piattaforma streaming.

Aggressiva, volgare, irriverente, maleducata ma anche divertente, Orange is New Black ti racconta le donne sotto un’altra veste e prospettiva. Donne che possiamo paragonare a dei fiori d’acciaio che momentaneamente sono stati chiusi in una serra in attesa di esplodere alla vista del sole non appena saranno rimessi in libertà.

Chi di voi l’ha vista?

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I Sogni Son Desideri

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È da circa 10 giorni o meglio da quando siamo entrati nel pieno periodo natalizio che la Rai ha dato inizio alla ormai tradizionale maratona della messa in onda dei film della Disney.

Quest’anno però le povere principesse della Disney sono state al centro di una polemica mossa da alcune star di Hollywood, come Keira Knightley e Kristen Bell, che hanno deciso di vietare alla loro figlie la visione delle favole Disney perché offrono un modello di donna superato.

Personalmente trovo la cosa un po’ esagerata, certo le donne di oggi sono anni luce lontane da Biancaneve o Cenerentola e meno male, ma a mio avviso le loro storie potrebbero essere lette in chiave moderna.

Prendiamo Cenerentola per esempio è una che si fa un mazzo così per anni e alla fine riesce a trovare la luce al di là del tunnel, luce che nel suo caso è rappresentata da un uomo, ma che oggi potrebbe essere un nuovo lavoro o un’opportunità che ti permette di cambiare drasticamente in meglio la tua vita.

Ariel, la sirenetta, non voleva essere come tutti gli altri, è una che è uscita dalla sua confort zone ed ha corso dei rischi per poter essere felice e realizzata e vogliamo poi parlare di Mulan?

Le favole della Disney sono delle metafore che possono essere benissimo spiegate alle bambine in una chiave contemporanea più vicina alla società moderna. E ultimamente queste è stata la chiave di lettura delle ultime produzioni della casa cinematografica di Orlando.

Certo è, che alle bambine va anche spiegato che non bisogna aspettare un uomo che ti salvi, che la chiave del successo non è la bellezza ma un’ottima istruzione, che l’amore non è sacrificio, né dipendenza, né violenza e che la donna ha pari diritti tanto quanto gli uomini.

In fondo il messaggio di queste favole e che bisogna sognare in grande e se ci credi e lavori duro quei sogni o desideri si possono trasformare in realtà. In fondo il motto di Walt Disney era se lo puoi sognare lo puoi fare, che poi è la moderna parabola di Obama Yes We Can.

Come tutte le polemiche anche questa sulle principesse Disney è inutile e svia l’attenzione dai veri problemi che incontrano le donne ogni giorno. Ha scritto Michela Marzano, filosofa, politica, saggista e accademica italiana su D. di Repubblica:

Ancora una volta, non si tratta di negare l’importanza del linguaggio o dell’immagini. Al contrario. Le parole che si usano e le rappresentazioni che si danno costruiscono l’immaginario collettivo, non è un caso che negli ultimi cartoni animati della Disney, appaiono eroine sempre più forti e diverse come Moana o Tiana. Cerchiamo però di non illuderci che la parità nella vita di tutti i giorni passi per un semplice “accordo di vicinanza“ o per il divieto di guardare Cenerentola e la Sirenetta.

E voi cosa ne pensate? Qual è la vostra favola Disney preferita? Io ho sempre adorato La Bella e la Bestia, ma quest’anno ho apprezzato molto Maleficient.

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Un Piccolo Favore

Stephanie Ward è una giovane mamma single che fa di tutto per essere una buona madre, ha un blog di cucina e la sua vita trascorre in maniera lenta e anonima, fino a quando non fa la conoscenza di Emily.

Emily Nelson è la madre di un compagno di scuola del figlio di Stephanie, i bambini vanno molto d’accordo, così le due donne decidono di prendere un Martini insieme.

Per Stephanie è l’inizio di una nuova amicizia, la donna è totalmente affascinata da Emily così diversa da lei. Emily è sicura di sé, fa le PR per un famoso stilista, abita in una casa favolosa ed ha un guardaroba da far invidia a Chiara Ferragni. Stephanie è tutto l’opposto, timida, impacciata, vive con i soldi dell’assicurazione lasciategli dal suo defunto marito e veste come una ragazzina della terza media.

Le due così diverse diventano amiche per la pelle e quando un giorno Emily chiede a Stephanie un piccolo favore, ovvero di andare a prendere suo figlio a scuola perché lei è oberata dal lavoro, nulla sembra far presagire qualcosa di grave.

Invece Emily scompare misteriosamente e Stephanie inizia le ricerche dell’amica insieme al marito di lei Sean Townsend, scrittore fallito.

In poco tempo Stephanie si ritrova in un intrigo che la condurrà ad essere la protagonista di un vero e proprio mistero. Che fine ha fatto Emily? È suo il cadavere trovato in un lago a chilometri di distanza dal suo ufficio?

Emily non era chi diceva di essere, ma anche la cara e dolce Stephanie ha degli scheletri nell’armadio che sarebbe meglio che restassero tali e poi c’è Sean, marito devoto o assassino?

Questo è quanto posso dirvi di Un piccolo favore, per il resto vi consiglio di andare al cinema, perché è un thriller davvero molto bello. Un thriller che fino alla fine ti tiene col fiato sospeso, anzi ad un certo punto non ho capito più niente, cosa difficile per me che scopro l’assassino quasi sempre a metà narrazione.

Un piccolo favore è tratto dall’omonimo romanzo di Darcy Bell, scritto da Jessica Sharzer e diretto da Paul Feig, vede fra le protagoniste la bellissima Blake Lively nei panni di Emily e Anna Kendrick in quelli di Stephanie.

Il film mette in luce gli aspetti più subdoli dell’animo umano e gioca molto sul concetto che ognuno di noi ha dei segreti e che spesso intrecciamo rapporti d’amicizia solo ed esclusivamente per un nostro tornaconto personale.

Stephanie nella sua ingenuità e dolcezza si rivela una vera e propria detective tanto da decidere di condividere le sue perle investigative nel suo blog fra una ricetta e l’altra, blog per il quale spesso veniva derisa dalle altre mamme ma che in realtà le salverà la vita in tutti i sensi.

L’unica cosa che non mi è piaciuta è la colonna sonora, troppo francese, non c’entra nulla con la storia, ma credo che sia stato desiderio di una delle case produttrici di nazionalità francese. A proposito di case produttrici c’è anche la nostra Rai Cinema.

 

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Dedicato a tutte le ragazze single

In uno ozioso fine settimana pre natalizio, infastidita dall’idea di affrontare la confusione di chi si aggira frettolosamente per le vie della città a caccia di regali, mi sono concessa un po’ di relax casalingo. Decidendo di occupare il mio tempo a fare ordine e sbarazzarmi di tutto quello che non mi serve più o semplicemente legato a ricordi o situazioni che voglio dimenticare. Nel pieno mantra Anno nuovo vita nuova, mi imbatto in una scatola di scarpe che contiene i dvd delle sei stagione di Sex and the City più i due film, non resisto alla tentazione, pertanto i miei buoni propositi vanno a farsi benedire e trascorro il week end a rivedere tutta la serie cult della HBO, con protagonista Sarah Jessica Parker, nei panni dell’indimenticabile Carrie Bradshaw.

Serie prodotta da HBO che lo scorso 6 giugno ha compiuto vent’anni. Serie che ci ha regalato un ritratto assolutamente inedito del mondo femminile. Personalmente vidi la prima serie a 12 anni, questo perché condividevo la stanza con due sorelle maggiori rispettivamente di 26 e 20 anni, naturalmente non ci capii niente. Col tempo diventando più adulta cominciai ad apprezzare le avventure di questa quattro ragazze di New York. Le cui vicende sono tratte dal libro omonimo scritto da Candance Bushnell, libro che ho letto perché innamorata della seria tv ma che mi ha deluso enormemente.

Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte ci hanno introdotto in un mondo sfavillante quello della New York degli anni Novanta fatto di feste, party, Cosmopolitan e Manolo Blanik, ma soprattutto hanno sdoganato alcuni tabù, come l’idea che le donne possano parlare di sesso come gli uomini.

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Ci hanno fatto capire che essere single non vuol dire essere sfigate, ma essere selettive, sexy e divertenti. Carrie ci ha insegnato che la prima relazione importante è con noi stessa. Dobbiamo innanzitutto imparare ad amarci, ad accettarci, dobbiamo fare ciò che ci piace, dobbiamo realizzarci, stare bene e se hai delle amiche strepitose tutto questo è ancora più facile. Ci hanno spiegato che insieme all’amore, l’amicizia è uno di quei valori che ognuno di noi deve coltivare.

Oggi a vent’anni dalla messa in onda di Sex and the City molti lo hanno criticato, definendolo politicamente scorretto, molto materialista e irreale.

Politicamente scorretto perché le protagoniste sono tutte di razza bianca e tutte etero, a mio avviso invece le quattro interpreti incarnavano alla perfezione la donna dell’upper inside di Manhattan degli anni Novanta.

Materialista perché Carrie e le sue amiche erano circondate da oggetti di lusso, ma credetemi nella realtà chi può permettersi determinate cose si comporta allo stesso modo.

Irreale perché è impossibile che una giornalista che cura un’unica rubrica su una rivista riesca a mantenersi come fa Carrie, forse quest’ultima accusa è vera ma non è detto che i giornalisti in America fanno la fame coma in Italia.

Ditemi la verità quante di voi almeno una volta non hanno sognato di essere come Carrie?

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Sex and the City ha segnato un’epoca facendosi portavoce di un nuovo tipo di femminismo, ha presentato alla società occidentale una nuova immagine della donna più indipendente e consapevole.

Indipendenza e consapevolezza che forse oggi abbiamo messo in discussione, autoescludendoci dalla società e lasciando spazio ad un misoginismo estremo.

 

L’Amica Geniale

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C’era una volta un povero rione della Napoli degli anni 50 e c’erano due bambine Lila e Lenù che pur vivendo in famiglie umili con molte ristrettezze cercano con tutte le loro forze di riscattarsi.

Lila e Lenù sono le protagoniste della serie L’Amica Geniale andata in onda ieri sera su RAI 1 e tratta dal best seller omonimo scritto dalla misteriosa Elena Ferrante.

La serie coprodotta da Rai Cinema, Hbo, TimVision e Fandango era stata presentata all’ultima mostra del cinema di Venezia dove era stata molto apprezzata dalla giuria.

Le numerose aspettative createsi intorno a questa produzione diretta dal regista Saverio Costanzo hanno creato un vero e proprio conto alla rovescia fino a ieri sera.

Con tutta onestà ero un po’ scettica, in quanto ogni qual volta si generano questi fenomeni televisivi le aspettative sono sempre deluse, inoltre qualche hanno fa mi ero imbattuta nella lettura di un libro della Ferrante, L’Amore Molesto, e sinceramente non mi era piaciuto.

Di conseguenza in questi anni non ho neanche letto la quadrilogia di L’Amica Geniale, ma dopo ieri sera me ne sono pentita.

Quello che è visto ieri sera è un racconto così vero e viscerale che mi ha lasciato senza parole. Vero perché alcuni episodi narrati fanno parte di racconti che spesso ho ascoltato dalla voce delle mie nonne. Viscerale perché le emozioni di queste due bambine ti arrivano in maniera empatica.

Bimbe che devono lottare contro genitori che l’estrema misera porta a gesti irrazionali, genitori che vorrebbero dare di più ai loro figli ma non possono, genitori che cresciuti senza amore non riescono a darlo ai loro bambini.

Bimbe che a loro modo non ci stanno ad essere considerate inferiori solo perché femmine. Bimbe che lotteranno per la propria indipendenza.

L’Amica Geniale è una sorta di manifesto dell’emancipazione femminile, ma è anche la storia di un’amicizia.

Un’ amicizia quella fra Lila e Lenù fatta di grande complicità, ma anche rivalità. La ragazzina che agli occhi di tutti sembra essere la più forte e la più determinata, Lila è in realtà la più fragile. Mentre Elena, per tutti Lenù, così calma e mansueta sarà quella che colpirà tutti con il suo coraggio.

La vicenda delle due giovani protagoniste è inserita in una Napoli caratterizzata da un carosello di personaggi che rimanda alla storia della città e in un certo senso alla storia dell’intero paese.

Non avendo letto il libro non posso fare il confronto, ma devo dire che sia l’interpretazione delle due piccole protagoniste sia la scenografia, i costumi e la sceneggiatura sono davvero straordinari.

E voi cosa ne pensate. Avete visto la serie ieri sera. Chi di voi ha letto libro e mi può dire la sua sul confronto? Aspetto i vostri commenti.

 

ALICE E’ TORNATA

Ieri sera su RAI 1 è andata in onda la seconda stagione de L’ALLIEVA, che racconta le avventure di Alice Allevi, l’imbranata ma intuitiva specializzanda in medicina legale, nata dalla penna della messinese Alessia Gazzola.

Romanzi che ho adorato e che la serie Rai è riuscita a rendere molto bene. In questa seconda stagione si capisce che siamo un po’ lontani dalla ragazza pigra, impacciata, che abbiamo conosciuto nella prima stagione e a detta di molti neanche portata per il lavoro di medico legale, dato che prova un certo disgusto ad eseguire le autopsie. Ma fin dalla prima indagine, la morte della giovane Giulia Valenti al centro del primo romanzo L’Allieva, emergono le grandi doti di Alice, interpretata da Alessandra Mastronardi, ossia un gran intuito e un forte senso dell’osservazione, doti che non sfuggiranno all’ispettore di polizia Roberto Galligaris. Che chiederà una collaborazione con la nostra sbadata dottoressa. Doti investigative che anche in questa seconda stagione faranno emergere la nostra specializzanda, soprattutto nel primo episodio, Le Ossa della Principessa.

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A far da cornice a i diversi casi di omicidio non ritroviamo più il triangolo amoroso fra Alice, Claudio Conforti e Arthur Malcomess. Sembra che Alice sia riuscita a fare la sua scelta. A loro da ieri si è aggiunto il bel pubblico ministero Sergio Einaudi, interpretato da Giorgio Marchesi, che ha un passato burrascoso col dottor Conforti. Bel pubblico ministero che riporterà lo scompiglio nel cuore di Alice. Quest’ultima perennemente afflitta dalla sindrome da cuore in sospeso.

Claudio Conforti, detto anche CC, i cui panni sono vestiti da Lino Guanciale, non riesce a dare alla ragazza ciò che lei si aspetta. Ragazza che è ormai stufa del suo comportamento, Claudio, infatti, come diretto superiore di Alice è quello che più la umilia e ridicolizza davanti agli altri specializzandi, ma allo stesso tempo l’uomo prova una certa tenerezza verso la ragazza che sarà sempre più confusa dal suo strano comportamento. Non dimentichiamoci poi della storia con Arthur Malcomess, che ha il volto di Dario Aita, il reporter e figlio del Supremo, ossia il primario dell’istituto di medicina legale. Arthur, in un primo momento sembra il principe azzurro di Alice o almeno lei così lo idealizza, ma il ragazzo ha una personalità molto complessa, follemente innamorato del suo lavoro non riesce a mettere radici e il più delle volte risulta sfuggevole e narcisista. Cosa succederà in questa seconda stagione?

Alice è un’eroina che ti coinvolge fin da subito, un’eroina che fra un cadavere dimenticato in corridoio, analisi di laboratorio scambiate, computer distrutti, amori, dolori, soddisfazioni e crisi di panico ci fa morire da ridere. Un’eroina che ha come compagno d’avventure l’umorismo. Quest’ultimo è la chiave di lettura dell’opera di Alessia Gazzola.

Chiave presente anche nella fiction così come la tecnica narrativa semplice, che ogni tanto si arricchisce di un linguaggio tecnico come quello della medicina legale. Chiave di lettura che ci consegna un’opera con una miscela di ironia e humor che ha fatto dei romanzi uno dei più importanti fenomeni editoriali degli ultimi anni e della fiction prodotta da Rai Fiction e realizzata da Endemol Shine Italy un successo di pubblico inaspettato.

Certo ieri sera lo share è stato un po’ bassino, ma la concorrenza era spietata, fortuna che non ha vinto il GFV, ma XF12.

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L’ANTI MONTALBANO

 

Ieri sera è andato in onda su RAI 2 un nuovo episodio della seconda stagione di Rocco Schiavone. Il burbero vicequestore nato dalla penna di Antonio Manzini, che a mio avviso è riuscito a regalarci un personaggio diametralmente opposto al commissario di polizia più amato dagli italiani, Salvo Montalbano.

Ma come spesso accade, anche un personaggio negativo, può suscitare interesse da parte del pubblico. Rocco Schiavone è volgare nel linguaggio e nei modi, è sempre di cattivo umore, donnaiolo, ama iniziare la giornata con un buon spinello e nel suo passato abbiamo scoperto ci sono gravi casi di corruzione.

Corruzione che è il motivo per cui viene trasferito da Roma ad Aosta, città che l’uomo odia con tutte le sue forze, perché ci sono due cose che proprio non sopporta: il freddo e la neve.

Ma è proprio il suo caratteraccio a indurlo ad usare un suo personale metro di giudizio e la sua stretta affinità con i criminali lo spinge a immedesimarsi così bene a loro, da riuscire a risolvere sempre con successo i casi d’omicidio sui quali deve indagare.

Casi di cronaca nera che ci portano all’interno della provincia italiana dove spesso si nasconde un mostro celato dal perbenismo borghese.

Ad aiutare il nostro ruvido vicequestore c’è un gruppo di agenti di polizia non proprio brillanti che accettano ben volentieri i metodi investigativi poco ortodossi del loro nuovo superiore.

In questa seconda stagione scopriamo, inoltre qualcosa in più sul passato di Rocco e le cause che hanno portato alla morte dell’adorata moglie Marina, interpretata da Isabella Ragonese, con la quale l’uomo immagina ancora di parlare e condividere le giornate. Un passato che riuscirà a raggiungere l’uomo anche ad Aosta e con il quale dovrà fare i conti.

Rocco Schiavone, interpretato da uno straordinario Marco Giallini, è un antieroe, sempre arrabbiato nei confronti della vita, è l’essenza stessa del noir, atmosfera evidenziata ancora di più dalla città di Aosta descritta cupa e nera come lo stato d’animo di Rocco.

Il nuovo regista della seconda stagione Giulio Manfredonia, che ha sostituito Michele Soavi, ha molto giocato con l’aspetto scenografico. Gli episodi ambientati a Roma sono caratterizzati da una luce che manca nelle storie che hanno come cornice la Valla d’Aosta. Questo per evidenziare la differenza fra il Rocco felice nella sua casa romana accanto alla moglie Marina e il Rocco cupo e arrabbiato che si ritrova nel profondo nord contro la sua volontà accompagnato dai fantasmi del suo passato.

Un antieroe dall’animo tormentato che ci piace forse perché è molto più reale e simile a noi di quanto si possa immaginare.

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STREET FOOD- CAPITOLO SECONDO

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Per noi siciliani il cibo è il collante delle relazioni affettive. È nostra abitudine scambiarci opinioni o semplicemente raccontarci le nostre vite quasi sempre attorno ad una tavola imbandita. Se un parente o un amico è ammalato siamo soliti andare a fargli visita portando in dono del cibo, la stessa cosa avviene durante i lutti, abbiamo l’impressione che l’abbondanza di cibo possa colmare la perdita della persona cara. Le delusioni d’amore si curano con succulenti pietanze ipercaloriche e se hai un problema occorre mangiarci sopra per trovare una soluzione. Per non parlare poi del pranzo della domenica meglio ancora se dalla nonna una vera e propria istituzione perché è l’unico momento della settimana in cui tutta la famiglia si riunisce e quando dico tutta la famiglia sono compresi anche i cugini di terzo grado e solitamente iniziamo già dal martedì a pensare cosa cucinare la domenica, insomma se c’è una cosa che a noi siciliani riesce alla grande è mangiare e i messinesi non fanno eccezione. Se poi questo cibo è il cibo di strada meglio ancora.

In questi giorni a Messina sta avendo luogo la seconda edizione del festival dello Street Food, dove le nostre tradizioni enogastronomiche sono le protagoniste in un palcoscenico che vede Messina e la sua piazza Cairoli tornare indietro nel tempo, a quando la nostra città era il centro economico dello Stretto.

Città che ha risposto, anche quest’anno, con entusiasmo all’iniziativa comunale curata da Confconmercio. Nei quaranta stand dislocati lungo la piazza è possibile visitare attraverso l’olfatto, la vista e soprattutto il gusto tutto ciò che di buono c’è in terra di trinacria. Arancini, pidoni, focacce, il cuoppo di pesce fritto, stighiole, taiuni, le braciolettine di carne e di pesce, il pane cunsato e il panino con la salsiccia, tutto rigorosamente made in Messina.

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Misto fritto di pesce

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E dalla provincia sono arrivate l’eccellenze slow food dal parco dei Nebrodi. Andando fuori dai confini messinesi c’erano i palermitani con il loro panino con la meusa e i catanesi e il loro pistacchio di Bronte e uno straordinario panino con polpo arrostito sulla pietra lavica dell’Etna. Quest’anno erano presenti anche altre regioni d’ Italia quali l’Abruzzo con i suoi arrosticini, la Campania con la pizza fritta, la Toscana con il Lampredotto e la Puglia con le sue bombette.

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Panino con porchette di suino nero dei Nebrodi e cipolla caramellata
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Bombette Pugliesi
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Panino con il Lambredotto

Per non farci mancare niente, l’invito è stato esteso anche agli stranieri, presente il cibo di strada giapponese e messicano. Altra novità, molto fortunata, è che gli stand sono aperti anche a pranzo.

Tanti, anche quest’anno, gli show cooking, il cui ricavato andrà in beneficenza ad onlus cittadine che si occupano di ricerca scientifica.

Un viaggio attraverso i sapori del nostro paese, un viaggio che attraverso il cibo ti fa conoscere usi, costumi e territori diversi, ma che ti aiuta anche a conoscere quelle che sono le tradizioni della tua terra.

Una festa per le famiglie che è divenuta una festa per un’intera città, una città che si è ritrovata attorno ad un buon bicchiere di birra e ai profumi che fanno parte della sua storia e dei suoi ricordi, che sanno di pranzi della domenica, di Natale, di giochi di bambini sul sagrato della cattedrale normanna, di fiere campionarie, di feste da ballo sulla spiaggia di Mortelle e di processioni di Madonne, in una cartolina in bianco e nero che ci ricorda com’era Messina e come potrebbe ancora essere.

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Le foto di questo post sono state realizzate da Lucia Cacciola.