In onore della festa delle donne voglio raccontarvi la storia di due mie concittadine che durante la rivolta dei Vespri Siciliani si distinsero per coraggio e intraprendenza guidando la città dello stretto durante la rivolta contro l’odiato dominatore francese.

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La rivolta dei Vespri scoppiò il 30 marzo del 1282 a Palermo inseguito ad uno stupro da parte di un soldato francese ai danni di una ragazza siciliana, l’atto di violenza fu la miccia che accese la rivolta dettata da un malcontento che già da tempo animava l’animo dei siciliani.

Nell’infinita guerra fra guelfi e ghibellini, papa Clemente V deciso a cancellare il regno normanno/svevo scagliò contro quest’ultimo il re francese Carlo D’Angiò che purtroppo ebbe la meglio sulle armate di re Manfredi, figlio dell’imperatore Federico II, a Benevento il figlio dello Stupor Mundi veniva ucciso in battaglia, due anni più tardi lo stesso destino aspetterà al giovane Corradino ultimo erede maschile della corona del regno siciliano, corona che cadrà sul re francese Carlo D’Angiò. Re che cancellerà con tutti i mezzi in suo possesso la libertà, la cultura e le tradizioni che il popolo siciliano aveva acquisito con la dinastia normanno/sveva. Venne in primis spostata la capitale del regno da Palermo a Napoli, venne ripristinata la primitiva pratica dello jus primae noctis e successivamente ebbero inizio gli stupri, i saccheggi, violenze e prevaricazioni di ogni genere.

La rivolta dei Vespri da Palermo divampò su tutta l’isola tanto da costringere l’Angioino a muovere le sue truppe che per invadere l’isola dovevano prendere Messina, porta della Sicilia. Ma la città non cedette all’attacco francese. Ebbe inizio così l’assedio di Messina che durò da giugno fino a settembre. Lo scontro che costrinse i francesi alla ritirata avvenne la sera dell’8 agosto 1282.

Da mesi ormai la flotta messinese fatta per lo più da pescherecci e navi mercantili riusciva a impedire lo sbarco sulle coste siciliane della flotta francese. Alaimo da Lentini, il coraggioso capitano che coordinava i messinesi, temeva però un attacco francese dalle colline che sovrastano Messina per questo aveva messo un gruppo di uomini di guardia soprattutto sul colle della Capperina dove le mura della città erano più deboli. Questi uomini provati dalla stanchezza si addormentarono senza accorgersi che i francesi stavano per attaccare la città proprio dalla Capperina. Quella sera però di ronda c’erano anche due ragazze Dina e Clarenza che accortesi del pericolo corsero a suonare le campane della cattedrale. Campane che destarono l’intera cittadinanza. Iniziò lo scontro. Dina e Clarenza si posero a testa delle truppe messinesi e furono da esempio per le altre donne che decisero di combattere al fianco dei propri uomini in nome della libertà. La battaglia fu terribile ma alla fine Messina ebbe la meglio. Non sappiamo se Dina e Clarenza sopravvissero allo scontro, in realtà non sappiamo altro su queste giovani se non il fatto che combatterono con coraggio durante i Vespri.

Il 26 settembre 1282 solcava le acque dello stretto, Pietro d’Aragona, marito di Costanza figlia del re Manfredi e legittima erede del regno di Sicilia, l’aragonese mette fine all’assedio di Messina restituendo dignità al popolo siciliano.

Le figure di Dina e Clarenza sono entrate di diritto nell’immaginario leggendario siciliano, Messina le ha volute ricordare ponendo due statue che le raffigurano sul campanile della Cattedrale col compito di rintoccare ogni giorno a mezzogiorno le campane, proprio come quel lontano 8 agosto 1282.

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Sono molte le donne siciliane che con il loro coraggio sono diventate simbolo di libertà e resistenza.

Forse noi tutte, dovremmo prendere esempio da loro e iniziare a combattere affinché ci venga riconosciuto il nostro posto nella società.

Oggi noi donne facciamo paura. Paura che ci mette all’angolo e che ci impedisce di lottare, di ribellarci ad una società che ci vuole solo moglie e madri, di sottrarci a uomini violenti, è di ieri infatti la notizia dell’ennesimo femminicito consumato proprio a Messina.

Ha ancora senso l’8 marzo, ha ancora senso festeggiare le donne quando poi in realtà non siamo neanche considerate?

 

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