IL FULGORE DI DONY

L’adolescenza è un periodo particolare della vita. Un periodo in cui si fanno le prime esperienze importanti, si commettono i primi errori, si inizia a prendere coscienza di sé e a capire che tipo di persona si vuole diventare nell’età adulta.

Ieri sera Pupi Avati nel film per la tv, IL FULGORE DI DONY, andato in onda su RAI 1, ci ha regalato il quadro di un adolescente fuori dagli schemi e dagli stereotipi.

Donata Chesi detta Dony (interpretata da Greta Zuccheri Montanari) è una ragazzina di quindici anni come tante. Un giorno nel cortile del suo palazzo conosce Marco Ghira (interpretato da Saul Nanni), un ragazzino della sua età, e se ne innamora perdutamente, anzi si innamora del modo in cui il ragazzo la guarda. Da quel momento Dony fa di tutto per conoscere di più su quel ragazzino che l’ha stregata. Il caso vuole che durante le vacanze di Natale il fratellino di Dony abbia un incidente sugli sci, in ospedale su una barella Dony rivede Marco che come suo fratello ha preso una brutta caduta. I due ragazzini chiacchierano e ridono e per Dony quello è il momento più bello della sua vita. Una volta tornati in città però Marco sembra sparito nel nulla. Dony si fa coraggio e si mette in contatto con il padre del ragazzo (interpretato da Andrea Roncato), l’uomo le dice che l’incidente che Marco ha avuto con gli sci ha provocato danni irreparabili al sistema cognitivo e motorio del ragazzo. Dony decide di andarlo a trovare a casa, qui conosce la mamma di Marco (una brava Lunetta Savino) e conosce anche il nuovo Marco. Il ragazzo brillante e divertente non esiste più, al suo posto c’è un bambino piccolo con un grave deficit cognitivo.

Dony viene risucchiata da una spirale di dolore e sofferenza, spirale dalla quale riesce a liberarsi in un modo così adulto e responsabile che non ti aspetti da una ragazzina di quindici anni. Ragazzina che mette in discussione tutto, una ragazzina incompresa dai genitori (interpretatati da Giulio Scarpati e Ambra Angiolini), una ragazzina che trova conforto solo dallo psichiatra del tribunale minorile (Alessandro Haber). Una ragazzina che supere il pregiudizio, la diffidenza e la paura di ciò che è diverso.

Con questo film Pupi Avati cambia registro, raccontandoci una storia fuori dai suoi schemi. Se negli ultimi anni ci aveva abituati ai racconti della provincia emiliana, narrandoci con ironia e semplicità tutto quello che accadeva fuori dalla finestra della sua casa di Bologna, ieri sera ci ha accompagnati nei meandri della psichiatria. E se da un lato ritroviamo il racconto in terza persona, tratto ormai distintivo del regista bolognese, non ritroviamo Bologna come protagonista principale. Il capoluogo emiliano occupa nel film di ieri sera un ruolo marginale.

Non so dirvi se il film mi è piaciuto o no. L’ho trovato strano e a tratti inverosimile. Io adoro Pupi Avati, ho adorato i film IL CUORE ALTROVE, MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE, GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA, IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE e la serie televisiva UN MATRIMONIO e quando sono stata a Bologna ho guardato questa splendida città con occhi diversi e come Dony sono stata colpita da un colpo di fulmine. Però non riesco a giudicare il film di ieri sera. Un film alquanto insolito.

Chi di voi l’ha visto? Cosa ne pensate?

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PRIMA CHE LA NOTTE

LO SPIRITO DEL GIORNALISMO LIBERO

Ieri sera la RAI per ricordare la giornata della legalità e la strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti di scorta ha mandato in onda il film PRIMA CHE LA NOTTE, diretto da Daniele Vicari e prodotto da RAI FICTION insieme a Fulvio e Paola Lucisano.

La pellicola racconta la vita del giornalista, scrittore drammaturgo e sceneggiatore, Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984.

Fava ritorna nella sua città natale nel 1980 dopo una lunga permanenza romana dove si è fatto notare soprattutto come sceneggiatore. Rientra nel capoluogo etneo con l’obiettivo di dar vita ad una nuova testata giornalistica che potesse davvero raccontare la vera Catania. Ma il suo ritorno è anche un motivo per ricucire il legame con i figli Claudio ed Elena ormai adulti. Alla redazione del Giornale del Mezzogiorno, Fava, mette insieme un gruppo di giovani giornalisti ai quali si unirà suo figlio Claudio. A questi ragazzi insegna l’amore verso questo straordinario mestiere e il divertimento. Sosteneva che un bravo giornalista deve innanzitutto divertirsi. Divertirsi nello scovare le notizie, divertirsi nello scrivere, divertirsi nel fare domande scomode. E di articoli scomodi Pippo Fava ne farà abbastanza, diretti soprattutto al clan dei Santapaola. Cosa che indurrà il suo editore a licenziarlo.

Fava era un sostenitore della libertà di stampa in un editoriale scrisse “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

Dopo il licenziamento fonda una rivista indipendente I SICILIANI, dalle cui pagine partiranno importanti inchieste che sveleranno i legami occulti fra politica siciliana e Cosa Nostra, inchieste che saranno la sua condanna a morte.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo scritto da Claudio Fava e Michele Gambino (che hai tempi fu uno di quei giovani cronisti della redazione di Fava). Alla stesura della sceneggiatura si sono aggiunti Monica Zapelli che insieme a Claudio scrisse la sceneggiatura dei CENTO PASSI e il regista Daniele Vicari. Quest’ultimo famoso per aver diretto il film DIAZ-NON LAVATE QUESTO SANGUE, sui tristi fatti del G8 di Genova.

Regista cinematografico che si è prestato alla tv per raccontare in maniera diretta la storia di un giornalista che si è sempre battuto per la libertà di stampa e per la libertà intellettuale. Per Giuseppe Fava senza libertà non poteva esserci dignità per l’individuo.

Bravissimo Roberto Gifuni che con un quasi perfetto accento catanese, si è calato nei panni di questo giornalista con giacca di pelle e Ray Ban in maniera magistrale. Al suo fianco Dario Aita nei panni di Claudio e Lorenza Indovina in quelli della ex moglie Lina. La storia di Giuseppe Fava però no né solo la storia di un giornalista che non ha avuto paura della verità, è anche la storia di un padre e di un figlio che si sono ritrovati. Di un figlio che ha fatto di tutto per tenere vivo il ricordo del padre.

La vicenda di Pippo Fava, la sua lotta per la libertà di stampa e le sue inchieste contro la mafia ci rimandano ad alcuni giornalisti di oggi, Paolo Borrometi e Federica Angeli fra tutti, che con coraggio hanno sfidato la criminalità organizzata con quello stesso strumento così caro a Pippo, la scrittura.

Un bel film, che se non avete visto, merita davvero.

 

prima che la notte

L’ALIENISTA

ALL’ORIGINE DELLA CRIMINOLOGIA

New York 1896, in una gelida notte di febbraio, viene ritrovato il cadavere di un ragazzino. La vittima si chiama Giorgio Santorelli ed è poco più di un bambino, indossa abiti femminili perché costretto con molta probabilità a prostituirsi, il suo corpo è stato brutalmente seviziato, ma ciò che preoccupa di più la polizia è che questo non è un caso isolato. Altri due cadaveri con le stesse mutilazioni sono stati ritrovati nei mesi precedenti, in entrambi i casi le vittime erano dei bambini. Bambini di sesso maschile, figli d’immigrati che si prostituivano per racimolare qualche soldo per poter sopravvivere.

Per capire chi è l’autore di questi efferrati omicidi, il dipartimento di polizia di New York capitanato dal giovane comandante Theodore Roosevelt (si tratta del futuro 26° presidente degli Stati Uniti) chiede aiuto al dottor. Laszlo Kreizler.

Il dottor. Kreizler è in realtà un’alienista, una sorta di precursore del moderno psichiatra. Come ci dice l’intro di ogni episodio “nel diciannovesimo secolo si credeva che le persone affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro vera natura. Gli esperti che le studiavano erano pertanto chiamati alienisti”. Kreizler (interpretato da Daniel Bruhl) aveva capito che molti assassini avevano commesso i loro reati perché vittime loro stessi di violenze. Aveva capito che tanti comportamenti malati in età adulta derivavano da infanzie difficili, infanzie dove vi erano state violenze e abusi.

Ad affiancarlo nella delicata indagine sul serial killer di bambini c’è l’amico John Moore (Luke Evans) che lavora per il New York Times. A dar man forte ai due arriva la coppia di agenti detective composta da due gemelli di origini ebraiche Lucius e Marcus Isaacson.

Agenti detective che mettano appunto tutta una serie di analisi che oggi hanno portato alla scientifica e all’uso del DNA. E poi c’è Sarah Howard (Dakota Fanning), segretaria personale del comandante Roosevelt e prima donna a lavorare presso il dipartimento di polizia. Donna dal grande coraggio e con un forte intuito investigativo, sarà determinante al fine delle indagini.

Questa squadra di investigatori si ritroverà ben presto a muoversi nei bassi fondi di una New York dall’aspetto gotico e ancestrale. Dove il perbenismo della classe borghese non vuole accettare l’idea che nella loro società ci sia qualcosa di malato, dove una polizia corrotta non vuole che si scopra la verità, dove gli ultimi resteranno sempre gli ultimi.

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Investigatori che dovranno vedersela con una complessa mente criminale, che mieterà vittime sotto il loro naso, al quale sembreranno rimanere impotenti.

Ben presto capiremo che anche i nostri protagonisti hanno degli scheletri nell’armadio. Sia John che Sarah non hanno rielaborato il lutto di alcune morti di cui in parte si sentono responsabili e anche l’affascinante dottor. Kreizler nasconde qualcosa che si cela con molta probabilità dietro il suo braccio destro affetto da una forte malformazione. Per non parlare dello strano rapporto che lo lega alla sua giovane governante, Mary, ragazza indiana affetta da mutismo.

La serie prodotta e ideata da Netflix si basa sull’omonimo romanzo di Caleb Carr. Composta da dieci episodi ci introduce in un racconto narrativo dallo stile incalzante. Ci proietta in quella che è la parte più oscura della mente umana. L’atmosfera noir la fa da padrona aiutata dall’eccezionale scenografia e fotografia. Il cast proveniente da Hollywood rappresenta un valore aggiunto ad una delle miglior serie che Netflix abbia mai prodotto. Una crime fiction storica che ti tiene incollata al teleschermo dall’inizio alla fine.

Serie che analizza anche tematiche molto importanti. Prima fra tutto lo studio della psicanalisi nelle indagini investigative. Il personaggio di Sarah ci introduce alla nuova consapevolezza della donna del ventesimo secolo, una donna che chiede un ruolo attivo nella società, una donna che chiede il diritto al voto. Ma si parla anche di immigrazione e integrazione, due tematiche molto attuali.

Insomma è una serie che va vista assolutamente.

L'alienista

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AVICII: TRUE STORIES

QUANDO IL MALE E’ PIU’ FORTE DELL’AMORE

Sono davanti alla tv e le immagini e la musica del concertone del primo maggio invadono la mia stanza. A guardare la gente che si diverte, ma soprattutto ad ascoltare gli artisti che si esibiscono in un’atmosfera di gioia e spensieratezza non posso non pensare ad Avicii, il dj svedese morto lo scorso 20 aprile.

Colpita dalla notizia della sua morte, sono andata su Netflix a visionare il documentario sulla vita del musicista svedese prodotto dalla BBC e inserito sulla piattaforma qualche mese fa. Credevo che dietro la sua morte ci fosse il solito e triste abuso di droghe e invece no, c’è qualcosa di peggio.

Tim Bergling, in arte Avicii, nasce a Stoccolma 28 anni fa, la sua è un’infanzia e un’adolescenza normale. Ma il ragazzo ha una grande passione: la musica. All’età di 19 anni con un semplice programma musicale al computer inizia a copiare il sound degli altri, poi comincia a creare i propri accordi. Inizia a proporre i suoi demo agli addetti ai lavori, fino a quando un giovane produttore di origini persiane, Ash, decide di investire su di lui. Arrivano i primi remix che catturano l’attenzione del re dell’elettronica europea David Guetta, che considera questo ragazzino svedese un vero genio. Ash a questo punto decide che è il momento di lanciare un pezzo scritto ed ideato dal solo Tim, nasce così LEVELS, canzone che diventa un successo mondiale.

Iniziano le collaborazioni importanti, primo fra tutti il duetto con Madonna, ma soprattutto inizia il tour.

Tim è considerato da tutti un genio, è un ragazzo genuino, umile e molto educato, ma è anche molto timido e la timidezza gli procura una strana sensazione di ansia prima di salire sul palco. Chi gli sta vicino gli dice che è normale, fa parte dell’adrenalina che si genera prima di ogni concerto, e lo spronano a bere qualche bicchiere prima dell’esibizione giusto per sciogliersi un po’. Tim segue il consiglio ma si accorge ben presto che quella non è la giusta soluzione per il suo problema. Il bere non fa per lui. Estate 2013 viene pubblicato un nuovo singolo WAKE ME UP. A mio avviso il suo capolavoro. Inizia il successo planetario.

Le esibizioni e i concerti si susseguono a ritmo sfrenato. Tim lavora senza fermarsi un secondo, non dorme, non mangia, e a un certo punto qualcosa inizia a prendere il sopravvento. Quel qualcosa è un demone che nasce dalla tua mente, è una morsa che ti attanaglia lo stomaco, è una voce che ti dice che non ce la puoi fare, è il panico, è l’angoscia, è l’ansia.

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Tim ha un crollo, viene ricoverato d’urgenza in ospedale, è stato colpito da una grave forma di pancreatite e deve essere operato di cistifellea. Molte date del tour sono cancellate, ma gli affari sono gli affari e non appena Tim si rimette in piedi lo show riprende. Ma i dolori e quella morsa allo stomaco non si placano, il dj svedese inizia una sorta di dipendenza dagli antidolorifici fino a quando la sua appendice non si perfora. A questo punto è sottoposto ad una seconda operazione, è il momento di fermarsi, di riprendersi da anni di stress.

Ma la musica è la sua più grande passione. È nel momento in cui si siede e inizia a comporre che Tim trova la felicità, decide di iniziare a lavorare al nuovo album. Progetto che da un lato lo gratifica, ma da un altro lato risveglia il demone che dorme dentro di lui, l’ansia. La realizzazione del nuovo disco è il colpo di grazia. L’amore verso la musica non è sufficiente a sconfiggere i suoi demoni interiori. A 26 anni prende la difficile decisione di ritirarsi. Decisione presa a causa della sua forte infelicità, capisce che non è adatto allo stress e alla pressione provocata dal business, non tollera più quella vita, non tollera più quella morsa nel quale è braccato, morsa che non lo fa vivere, non lo fa respirare, morsa che lo ha spinto al gesto più estremo.

Questo il comunicato che la famiglia ha rilasciato il 26 aprile in merito alla morte di Tim “una fragile anima artistica in cerca di risposte esistenziali, un perfezionista estremo che lavorava e viaggiava ad un ritmo talmente alto da avere uno stress enorme. Quando ha smesso di fare tour voleva trovare un equilibrio per essere felice e fare la cosa che più amava: la musica. Lottava con i suoi pensieri sul significato della vita, della felicità. Non ce la faceva più. Voleva trovare pace. Tim non era fatto per la macchina del business in cui si è ritrovato, era un ragazzo sensibile che amava i suoi fan ma schivava la luce dei riflettori. Tim sarai amato per sempre e ci mancherai. La persona che eri e la tua musica terranno viva la tua memoria. Tim ti vogliamo bene. La tua famiglia.”