LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE CAPITOLO 2

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Ieri sera la famiglia Giammarresi è tornata a farci compagnia, con il suo carico di amore, coraggio, ironia e lotta alla legalità. In questa seconda stagione il piccolo Salvatore e i suoi genitori sono determinati a realizzare quel sogno di avere una vita normale nella loro Palermo. Sogno che era stato quasi distrutto alla fine della prima serie quando i Giammarresi avevano deciso di fuggire dalla Sicilia per paura della ritorsione mafiosa in seguito alla testimonianza resa da Lorenzo sull’omicidio del capo della squadra mobile Boris Giuliano. Sarà il piccolo Salvatore con il suo coraggio a convincere la famiglia a tornare indietro e cercare di costruire nelle loro Palermo qualcosa di bello, affinché Palermo non sia solo un palcoscenico di morte e paura.

Arriviamo così a ieri sera, settembre 1979, i Giammarresi vanno avanti con la loro vita. Salvatore inizia le scuole medie sempre più innamorato di Alice, Pia ottiene la tanto agognata cattedra, Angela si gode il suo Marco, Massimo cerca in tutti i modi di abbracciare una vita onesta e Lorenzo che fatica a non pensare alla ritorsione mafiosa, riesce a vedere il suo futuro e quello della sua famiglia in un’ottica positiva grazie anche all’incontro con il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella.

Ma il settembre del 1979 è il mese in cui inizia la più spietata guerra di mafia, guerra che vedrà contrapposti da un lato i palermitani e da un lato i corleonesi di Totò Riina. Guerra che toccherà tutti, soprattutto gli uomini delle istituzioni come il presidente Mattarella.

Nel cast ritroviamo Claudio Gioè nel ruolo di Lorenzo, Anna Foglietta in quello di Pia, Massimo ha il volto di Francesco Scianna, il piccolo Salvatore è Edoardo Buscetta, Angela è Angela Curi e Nino Frassica nel ruolo di Fra Giacinto.

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Voce narrante, come già nella prima serie, la voce di Pif, che racconta gli avvenimenti della famiglia Giammarresi e della città di Palermo attraverso gli occhi del piccolo Salvatore. Tecnica di racconto narrativo che Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ha già utilizzato nell’omonimo film da cui è tratta la serie televisiva. Ma se nel film la sceneggiatura e regia erano state guidate dal giovane regista siciliano ex iena e testimone, qui la scrittura è affidata a Michele Astori, Stefano Bises e Michele Pellegrini, la direzione è di Luca Ribuoli e la produzione di Rai Fiction-Wildside.

Ciò che accomuna i due lavori è l’ironia e la maniera dissacrante in cui viene raccontata la mafia.

Una mafia che viene ridicolizzata, dove Totò Riina balbetta e non riesce a parlare in lingua italiana o dove Buscetta viene descritto come una sorta di dandy molto rustico, avvezzo solo a estetisti e stilisti.

Un’ironia che ti fa morire da ridere, ma che allo allo stesso tempo ti fa riflettere e pensare su quella che è stata una delle pagine più sanguinaria della storia italiana recente.

È il racconto vero e sincero di uomini e di donne che hanno fatto il loro dovere così bene fino a morirne. Ma è anche il racconto di siciliani comuni, di siciliani onesti che hanno fatto di tutto per non essere risucchiati da un sistema mafioso e corrotto.

Pif ha dichiarato: “Questa serie è quell’esame di coscienza che non ci siamo mai fatti. La famiglia Giammarresi siamo noi, non solo palermitani, ma noi italiani, con tutti i nostri difetti, compromessi, ambizioni, contraddizioni.”

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CIBO E TV

C’è chi brasa, chi esegue il risotto all’onda, chi salta in padella, chi esegue l’olio cottura, chi esalta i sapori al vapore, chi accartoccia il tutto e infila nel forno.

Ormai da anni quasi tutte le trasmissioni televisive hanno il loro “angolo cottura”. Non si scappa, indipendentemente da quale sia il tema trattato dallo show ad un certo punto salta fuori un cuoco che inizia a cucinare. Tutto questo perché ormai l’arte della cucina è diventata una specie di moda e il mestiere del cuoco, che fino ad alcuni anni fa era addirittura denigrato, adesso è il mestiere più figo del mondo.

Ma andiamo per ordine, alla ricerca da dove nasce questa sorta di cooking mania. In principio era l’Antonella nazionale, la prima a presentare una gara di cucina fra cuochi professionisti. Poi la sua trasmissione è cresciuta e Antonella con lei. Da un punto di vista culinario la ragazza 18 anni fa (anno d’esordio della Prova del Cuoco) non era in grado neanche di sbattere un uovo, oggi è in grado di preparare paste fresche e condirle con sughi elaborati. Ma a dir la verità credo che tutti siamo cresciuti insieme ad Antonella e abbiamo imparato l’ABC della cucina e parte della storia gastronomica del nostro paese. Al momento reputo LA PROVA DEL CUOCO, una delle poche trasmissioni di cucina valide e interessanti.

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Dopo Antonella fu la volta della trasmissione della 7 Fuochi e Fiamme dove abbiamo fatto la conoscenza del bel Alessandro Borghese che passerà poi il testimone ad un altro bello, Simone Ruggiati. Da qui inizia l’idea che fare il cuoco o lo chef ti rende figo.

A questo punto inizia anche la diffusione di quell’angolo cottura televisivo di cui vi parlavo prima e poi è arrivata lei, la regina del scongela e butta in padella, Benedetta Parodi. Donna che ha inculcato nella testa di molte persone l’idea che anche il bastoncino di merluzzo surgelato se impiattato bene può considerarsi alta cucina.

Ma arriviamo al re dello show cooking MasterChef, da questo momento inizia il delirio, e se negli studi televisivi si susseguono orde di cuochi amatoriali e migliaia di donne italiane sognano Carlo Cracco con solo il grembiule a dosso mentre spiega la differenza fra il riso carnaroli e il riso ermes, in rete l’esercito di food blogger si fa largo a colpi di torte di mele, linguine al nero di seppia e petti d’anatra su dadolate di verdure. Ma questo è anche il periodo in cui in Italia trova spazio l’idea che l’agro-alimentare insieme al cibo e al vino possano essere una risorsa per il paese. Così qualcuno inizia a fare impresa e da quell’impresa nasce un fatturato importante per l’economia italiana. Il nostro paese inizia a capire che alcune cose le sappiamo fare meglio di altri e se investiamo e ci crediamo possiamo essere i numeri uno.

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Ma torniamo allo strano rapporto che intercorre fra il cibo e la televisione italiana. Dopo Masterchef è la volta di tutta una serie di trasmissioni che hanno come protagonisti cuochi amatoriali e non, Cucine da Incubo, Hell’s Kitchen e tanti altri. Ogni pasto che si rispetti deve poi concludersi con un buon dessert, quindi a un certo punto sopraggiungono anche le truppe provenienti dalle pasticcerie. Adesso è il momento di 4 Ristoranti con il buon Borghese, ogni settimana quattro ristoranti si sfidano per decretare qual è il migliore in una specifica categoria.

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Ma quanto ne capiscono in realtà gli italiani di cibo? Ho la sensazione che molte di queste trasmissioni televisive e alcuni siti come TripAdvisor abbiano dato potere di critica a persone che non distinguono un peperone da una cipolla e spesso creano difficoltà a poveri ristoratori. A parte le food blogger che si fanno un mazzo così e le nonne che si gratificano a preparare succulenti pranzi per figli e nipoti, il resto dei comuni italiani cucina? Siamo vagamente consapevole di quello che mangiamo, di cosa viene messo ogni giorno sulle nostre tavole? Tutte queste trasmissioni televisive sono riuscite a creare una sorte di cultura alimentare?

A me non piace cucinare, ma sono costretta a farlo, sono stata allevata ai buoni e vecchi sapori della cucina siciliana e se mi chiedete di scegliere fra un ristorante che fa alta cucina e una buona trattoria che con 25 euro ti porta ogni sorta di ben di dio della tradizione gastronomica messinese, scelgo la seconda. Ho avuto un’esperienza da ristorante stellato quest’estate e le 65 euro che ho spesso ancora stanno piangendo.

Cucinare è un’arte, è un qualcosa a cui di devi dedicare totalmente, è come dipingere, suonare, scolpire. È costruire un qualcosa che appaga i sensi e che gratifica sia colui che cucina ma anche chi lo deve mangiare.

I FALSI AMICI

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Nella grammatica italiana ma anche in quella inglese con il termine di falsi amici si intendono quelle parole di una lingua, che pur presentando un’assomiglianza da un punto di vista morfologico o fonetico con i termini di un’altra lingua, assumono significati totalmente diversi. Questa cosa mi è tornata in mente ieri sera quando ho visto la terza puntata di AMICI, il talent show ideato e condotto da Maria De Filippi. Talent show che apparentemente assomiglia a quello delle scorse edizioni ma che in realtà è totalmente l’opposto.

Quelle che dovevano essere le grandi novità di questa diciassettesima edizione che avrebbero dovuto catturare il pubblico si sono rivelate dei meccanismi diabolici, perché solo una mente diabolica poteva concepire il sistema delle tre fasi e un sistema di votazioni che manda a casa i più bravi spesso senza neanche esibirsi. Un sistema di voto che come ha fatto notare il sito di Rolling Stone ricorda la nuova legge elettorale il Rosatellum, che ha mandato in panne il governo italiano.

Luca Tommasini sembra quasi annoiato da tutto il carrozzone e si inventa queste prove proibitive, che poi che avranno di proibitivo ancora non se capito. Preferivo di gran lunga i quadri di Peparini. Per non parlare del ritorno della commissione dei professori il cui potere è stato quello di riportare al centro della scena le polemiche. Sono dell’idea che se un ballerino o un cantante non è all’altezza del talent non dovrebbe essere scelto per il serale. Invece ho la sensazione che alcuni ragazzi siano stati scelti solo per dare luce alla frustrazione di alcuni docenti. A mio avviso viene dato poco spazio allo spettacolo e al talento dei ragazzi in gara e vi è un’eccessiva sovrapposizione delle polemiche, della storia privata dei ragazzi sullo stile di C’E’ POSTA, e della disputa Celentano/Parisi/Ventura.

Altra genialata per acquisire consensi dal pubblico è data dalla presenza delle vecchie e nuove glorie del calcio quali Totti e Maradona. Con tutto il rispetto ma io rivoglio Patrick Dempsey e Matthew Macconaughey.

Se alla fine il pubblico è catturato, è solo grazie alla trappola della mancanza di pubblicità. Infatti il primo blocco di trasmissione va avanti per quasi un’ora senza neanche un’interruzione. Tutto ciò solo per vincere la battaglia degli ascolti con RAI 1, dove BALLANDO CON LE STELLE è riuscito a vincere la partita per ben due sabati. Che poi anche lì era partita la polemica sulla coppia dei due uomini Ciacci/Todaro.

Ma davvero credono che il pubblico da casa voglia tutto questo? La società italiana si è così incivilizzata a voler la rissa sempre e comunque? Perché l’offerta di questa televisione è sempre più trash? Perché non si riesce ad andare oltre ad Amici, e vi giuro che a me come programma piaceva fino all’anno scorso, oltre al Grande Fratello o all’Isola dei Famosi?

Ai posteri l’ardua sentenza. E poi si stupiscono perché Netflix abbia così successo.

VIKINGS

Saccheggi, guerre fratricide, lotte di religione, tradimenti, vendette, congiure per assicurarsi il potere e il trono. Una violenza inaudita. L’istinto di sopravvivenza, la voglia di conoscere cosa c’è al di là dei fiordi, il desiderio di scoprire nuove terre per realizzare una vita migliore, il desiderio di conquistare il mondo. Tutto questo è VIKINGS, serie televisiva canadese arrivata ormai alla quinta stagione. Serie a carattere storico ideata e interamente scritta da Michael Hirst.

Nelle prime tre stagioni abbiamo conosciuto Ragnar Lodbrok (interpretato dall’attore australiano Travis Fimmel), un contadino, che senza volerlo grazie alla sua astuzia e alle sue doti di guerriero diventa re di Kattegat, regno vichingo. Ragnar diventa subito una leggenda anche perché si considera erede di Odino, padre degli dei. Ragnar ha un fratello Rollo (interpretato dall’attore inglese Clive Standen), che vive una sorta di sindrome di inferiorità nei confronti del fratello. Lo scontro fra i due sarà inevitabile. Ragnar, oltre ad essere uno straordinario guerriero, è anche un bravissimo marinaio con una forte curiosità. Curiosità e brama di ricchezze che lo condurranno a saccheggiare le coste dell’Inghilterra. In una di queste scorribande, con al fianco il fratello Rollo e l’amico d’infanzia Floki (interpretato dall’attore svedese Gustaf Skarsgard) abile costruttore di navi, Ragnar incontra un monaco cristiano Athelstan, uomo di cui il vichingo resta affascinato in quanto si incuriosisce su questa strana religione che venera un solo Dio il cui il figlio è morto crocifisso. Successivamente, a causa della morte della figlia, Ragnar attraverserà una profonda crisi esistenziale e mistica. Molto importanti nella sua vita saranno anche le donne, la prima moglie Lagherta (interpretata dall’attrice canadese Katheryn Winnick), una guerriera che dà a Ragnar due figli Bjorn e Gyda, e la seconda moglie la principessa Aslaug (interpretata dall’attrice australiana Alyssa Sutherland) che darà alla luce quattro figli maschi Hvitserk, Ubbe, Sigurd e Ivar. Quest’ultimo nasce con gli arti inferiori deformi. L’Inghilterra sarà sempre un chiodo fisso per Ragnar e farà di tutto per conquistarla, qui però deve fare i conti con l’astuto re Ecbert e ben presto anche la città di Parigi entrerà a far parte delle mire espansionistiche degli uomini del nord o normanni, nome datogli proprio dai parigini. Nella quarta stagione, i cinque figli di Ragnar cercano di portare avanti l’eredità paterna. Bjorn la corazza (interpretato dall’attore canadese Alexander Ludwing) si spinge fino al Mediterraneo facendo la conoscenza di un’altra civiltà monoteista, gli Arabi. Ivar detto il senza ossa (interpretato dall’attore danese Alex Hogh Andersen), insieme agli altri tre fratelli, prova a vendicare il padre e a riconquistare l’Inghilterra. Ben presto però i dissidi fra i quattro porteranno allo scontro. Questo è in sintesi quello che succede, è impossibile raccontare tutti gli avvenimenti e i personaggi che si susseguono, per questo, vi suggerisco, se non l’avete ancora fatto di guardare tutte le puntate precedenti su Netflix o RAIPLAY.

Andiamo alla quinta stagione in onda tutti i lunedì su RAI 4, Ivar non sodisfatto del saccheggio di York, decide di riconquistare Kattegat, in mano da tempo a Lagertha, la cosa però non trova d’accordo i suoi fratelli. Una terribile guerra fratricida ci aspetta. Chi dei figli di Ragnar avrà la meglio sull’altro? New entry della quinta stagione è l’attore irlandese Jonathan Rhys Meyers che non ha bisogno di presentazioni. Meyers veste i panni del vescovo Heahmund, un vescovo che ha una visione tutta sua del cristianesimo.

Devo fare i complimenti allo sceneggiatore, in quanto ha fatto un buon lavoro di ricerca storica, infatti buona parte di quello che viene raccontato corrisponde a realtà. Certo la storia reale in alcuni casi è stata unita al racconto mitologico. Ad esempio non sappiamo se Ragnar sia realmente esistito, le sue gesta si trovano in quello che gli studiosi hanno definito come ciclo vichingo, ciclo in cui si parla anche di Odino, di Thor e del regno di Asgard. Cosa diversa invece per personaggi come Rollo, che nella realtà si chiamava Rollone e fu il primo duca di Normandia e nonno di Guglielmo il Conquistatore e Ruggero d’Altavilla. Anche Ivar senza ossa è realmente esistito, fu il capo della spedizione vichinga proveniente dalla Danimarca che saccheggiò e distrusse la città di York. Lo stesso vale per Floki che nella realtà fu colui che scoprì e colonizzò l’Islanda. Altra cosa molto importante che sottolinea la serie è il ruolo che le donne occupavano presso la società vichinga. Erano donne che in molte occasioni erano considerate al pari di un uomo. Donne a cui ero concesso di impugnare la spada e di combattere.

Una serie che racconta abilmente la storia vera e mitologica di quello che è stato il popolo più violento d’Europa. Un popolo che, soprattutto in Inghilterra ha gettato le basi per quello che sarebbe stato uno dei regni più importanti della storia, per non parlare poi della lingua. Quasi il 70% delle parole inglesi deriva dalla lingua parlata dagli antichi vichinghi. E poi da loro discendono i Normanni le cui traccia sono ancora visibili nell’Italia meridionale. Insomma un popolo che ha determinata la storia di una buona parte d’Europa.

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QUESTO NOSTRO AMORE 80

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Li avevamo lasciati a Natale del 1970. Ognuno con una scelta importante da fare. Alla fine Teresa ha trovato il coraggio di portare avanti la sua quarta gravidanza. Benedetta ha capito che il grande amore della sua vita è Bernardo. Quest’ultimo ha accettato un figlio non suo solo per amore di Benedetta. E poi ci sono Anna e Vittorio, torneranno insieme oppure no. Lo scopriremo nel terzo capitolo della fortunata serie di RAI 1, QUESTO NOSTRO AMORE 80, di cui ieri sera è andata in onda la seconda puntata (la prima è andata in onda domenica 1 aprile)

Ritroviamo le famiglie Costa/Ferraris e Strano a distanza di 10 anni, nel 1981, 10 anni in cui quasi tutto è cambiato. Cambiamento dovuto soprattutto al nuovo contesto storico in cui ci troviamo. Si sono conclusi gli anni di piombo e l’intero paese ha una voglia matta di rinascere, di iniziare una nuova vita, piena di speranze e di prospettive nuove. Gli anni 80 saranno per il nostro paese, un periodo in cui gli italiani avranno l’illusione di un secondo boom economico, anni in cui forte sarà la rivoluzione nei costumi, nella musica e nella società in generale. Anni in cui soprattutto le donne prenderanno piena coscienza del loro potenziale ed entreranno a pieno diretto nella vita politica, economica e sociale del paese. Sono gli anni della televisione privata, sono gli anni di un Italia ormai lontana anni luce.

Tutto questo influenzerà le vite dei componenti delle famiglie Costa/Ferraris e Strano. Benedetta (Aurora Ruffino) e Bernardo (Dario Aita) sono riusciti a realizzare il progetto del ragazzo ossia avviare un’azienda agricola, un piccolo paradiso in cui la giovane coppia è riuscita a creare una famiglia fuori dai ritmi e dai rumori della grande città. Benedetta così intraprendente e combattiva per la propria indipendenza e libertà sembra essersi adatta al semplice ruolo di moglie e madre, ma l’incontro con un famoso fotografo riaccende in lei la passione per la fotografia. Le sue sorelle sono diventate due piccole donne, Marina (Elena Ferrantini) si è laureata in Archeologia e Clara (Neva Leoni) sta finendo il liceo. Anche i fratelli Strano sono cresciuti, Fortunato (Daniele Vita) si è laureato e adesso insegna all’università, Domenico (Umberto Vita) fa l’animatore sulle navi da crociera e Ciccio (Vittorio Magazzù) va ancora a scuola, ultima la sorella Rosa (India Dassie) nata nel 1971 è affetta da sindrome di Down. Salvatore (Nicola Rignanese) è in pensione, ma mal si adatta a questa nuova situazione, anche perché sua moglie Teresa (Manuela Ventura) è sempre più una donna in carriera. Anna (Anna Valle) e Vittorio (Neri Marcorè) si sono definitivamente lasciati. La rottura è stata provocata dalla gravidanza di Emanuela (Diane Fleri) donna con cui Vittorio aveva avuto una relazione. L’uomo per dimenticare Anna decide di trasferirsi in Inghilterra, ma l’amore verso la donna è così forte che decide di far ritorno in Italia per ricomporre la sua famiglia. Anna nel frattempo si è rifatta una vita e non accetta più la presenza di Vittorio. Come andrà a finire lo scopriremo soltanto ogni martedì su RAI 1 alle 21.25.

Questo Nostro Amore 80 è la perfetta fiction da servizio pubblico. Una serie scritta bene, recitata bene, senza troppo fronzoli, che ti racconta la storia di due famiglie nelle quali molte famiglie di oggi possono ritrovarsi. La nuova regista Isabella Leoni, che ha sostituito Luca Ribuoli, direttore delle prime due serie, ha dato particolare importanza ai personaggi femminili, ponendoli a traino di tutta la narrazione.

Notevole, come già nelle serie precedenti, la colonna sonora. Oltre alle canzoni del tempo, abbiamo due inediti: DUE SOLITUDINI, scritto da Pacifico e cantata da Neri Marcorè e TIME di L’Aura.

Voi cosa ne pensata, avete visto la fiction?