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UNA PANCHINA ROSSA

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Questa foto scattata dalla sottoscritta ritrae la panchina rossa posta davanti il tribunale di Messina

Che cosa vuol dire essere donna oggi? Perchè facciamo così paura? Che cosa c’è di sbagliato in noi? Perchè noi siamo l’errore, o almeno così te la pone la società in cui viviamo. Siamo noi che andiamo a cercarcela, siamo noi che non distinguiamo il bene dal male, siamo noi ad avere la superbia a voler cambiare uomini violenti, siamo noi ad essere arroganti nel chiedere pari trattamento sul posto di lavoro, siamo noi le sfacciate a pretendere il diritto di decidere del nostro corpo o semplicemente il diritto di essere trattate al pari di un cittadino di sesso maschile.

Mai nessuno a chiedersi che forse il problema è nella società in cui viviamo, una società apertamente misogina, che vuole la donna relegata in casa come 50 anni fa. Una società che ufficialmente critica i paesi mussulmani per il modo in cui sono trattate le donne, ma che sotto sotto ci metterebbe volentieri il burka.

Mai nessuno a chiedersi che il problema del femminicidio non sta nel fatto che le donne non denunciano in tempo i loro aguzzini, e quando lo fanno poi non cambia molto, il problema è negli uomini, uomini malati, uomini che non accettano la fine di una relazione, uomini che vedono nella donna non un essere umano con una propria facoltà intellettiva, ma semplicemente un oggetto.

Tutti questi pensieri li facevo ieri, 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Innumerevoli le iniziative, le prese di posizione e i bei discorsi. RAI 1 ha riproposto la fiction IO CI SONO che racconta la storia di Lucia Annibali, l’avvocato sfregiato con l’acido dal suo ex. Mentre su REAL TIME andava in onda SARA documentario che ricordava Sara Di Pietrantonio, strangolata e data alle fiamme a soli 22 anni dall’ex fidanzato. Ma una volta chiusi i riflettori, oggi il problema è stato risolto o solo dimenticato? Su questa riflessione, nasce l’anno scorso, l’iniziativa PANCHINA ROSSA, che consiste nel posizionare una panchina di colore rosso in un luogo significativo della città con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità al rispetto per le donne, rispetto che deve essere un impegno quotidiano che non deve fermarsi alle sole giornate commemorative.  La panchina vuole ricordare il posto che le donne uccise occupavano all’interno della società, in qualità di lavoratrici, madri o semplicemente come cittadine. Rosso è il colore del sangue che rimanda alla ferocia con cui queste donne sono state strappate dalla società.

In questo anno, tante sono state la panchine rosse collocate in diverse città italiane, a ricordare una mamma, una figlia, una sorella o semplicemente una di noi massacrata dall’uomo che diceva di amarla. Giovedì 17 novembre, davanti al tribunale della mia città, Messina, l’assessorato delle pari opportunità insieme ad alcune associazioni e centri anti violenza, ha posto la panchina rossa. Promotrici dell’iniziativa in Sicilia, Vera Squadrito, madre di Giordana Di Stefano, uccisa nell’ottobre del 2015 con 47 coltellate dall’ex, Luca Priolo. Priolo che 10 giorni fa è stato condannato a scontare 30 di carcere dal tribunale di Catania. Insieme a lei Giovanna Zizzo, il cui marito l’anno scorso per vendicarsi del fatto che la donna aveva posto fine al loro matrimonio uccide la loro figlia minore, Laura di soli 12 anni.

PANCHINA ROSSA si ispira alla campagna tutta messinese di POSTO OCCUPATO, ideata nel 2013 da Maria Andaloro. L’idea è quella di occupare per ogni donna uccisa un posto in un luogo pubblico o privato. Una sedia in un teatro, un posto sul tram, a scuola, in metropolitana o in consiglio comunale, per ricordare il ruolo che queste donne occupavano all’interno della società. L’obiettivo è quello di tenere alta l’attenzione sul problema della violenza sulle donne fino a quando non ci saranno più posti occupati.

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IL FEMMINISMO DI MARGARETH ATWOOD

Margareth Atwood è la donna del momento. Classe 1939, poetessa e scrittrice canadese, è stata un membro di spicco del movimento femminista degli anni 60. Nei suoi romanzi ha sempre analizzato il ruolo della donna all’interno della società, ha criticato con toni satirici i regimi totalitari senza risparmiare i sistemi politici occidentali. Ultimamente da due dei suoi romanzi sono state tratte due fortunate serie televisive che hanno fatto riscoprire al grande pubblico questa scrittrice dalle eccezionali doti narrative.

Dal 3 novembre è disponibile su Netflix la serie L’ALTRA GRACE, tratta dall’omonimo romanzo di Margareth Atwood pubblicato nel 1996. Il romanzo è ispirato ad un fatto di cronaca avvenuto in Canada nel 1843: un uomo benestante Thomas Kinnear e la sua governante Nancy Montgomery furono ferocemente assassinati, lo stalliere James Mcdermott e la domestica Grace Marks furono accusati dell’omicidio e per questo vennero condannati il primo alla pena di morte, la seconda a 30 anni di carcere. L’aspetto dell’omicidio e del processo raccontato nel romanzo e nella serie corrispondono alla realtà, ciò che aggiunge la Atwood è l’analisi introspettiva del personaggio di Grace Marks.

Nella serie in 6 episodi prodotta dalla televisione canadese e da Netflix per la regia di Mary Harron si cerca di analizzare come nel romanzo del resto la figura di Grace, doppiamente vittima del sistema sociale del suo tempo, in quanto donna è in quanto povera. Non tutti ritengono la giovane colpevole così dopo aver scontato quasi 10 anni di carcere di cui una buona parte in manicomio dove è stata sottoposta ad atroci violenze e abusi, Grace (interpretata da Sarah Gadon) è affidata all’analisi psichiatrica del dott. Simon Jordan che deve scoprire se la ragazza è davvero colpevole o innocente o affetta da qualche disturbo mentale che l’ha indotta a uccidere e poi dimenticare l’accaduto. Durante le sedute conosciamo la triste storia di Grace, una storia fatta di abusi e violenze. Con lei conosciamo anche la dolce Mary Whitney, amica di Grace e il venditore ambulante Jeremias (interpretato da Zachary Levi), che avranno un ruolo determinante in tutto il racconto. Ma conosceremo da vicino anche James Mcdermott e Nancy Montgomery (interpretata da Anna Paquin). Dagli incontri col dott. Jordan viene fuori una Grace enigmatica, una donna che ha saputo superare terribili esperienze senza farsi quasi condizionare da queste, una donna che racconta la sua storia come se fosse la storia di un’altra persona. È davvero colpevole di omicidio o solo una vittima accusata ingiustamente la cui unica colpa era quella di essere una ragazza molto bella e ingenua?

Molto diversa è la storia narrata nell’altra serie televisiva, IL RACCONTO DELL’ANCELLA. In Italia è trasmessa su TIM VISION, ma non avendo l’abbonamento a questo canale non ve ne posso parlare. So che ha vinto più di 16 Grammy e che vede fra gli attori nomi molto conosciuti e amati dal pubblico come Alexis Bledel (Rory di Gilmore Girls), Elisabeth Moss (Peggy di Mad Man), Joseph Fiennes (Shakespeare in Love) e Samira Denise Wiley (Poussey in Orange Is The New Black).

Ma posso parlarvi del romanzo che ho letto e apprezzato moltissimo. È stato pubblicato nel 1985 subendo la censura in molti paesi. Ciò che la Atwood immagina in questo libro è sconvolgente. Siamo in un ipotetico futuro dove il mondo è stato devastato dalle radiazioni nucleari e gli Stati Uniti d’America sono diventati una dittatura, denominata Repubblica di Gallad. Questa repubblica totalitaria si basa su un sistema oligarchico e misogino dove le donne non hanno più un ruolo sociale hanno solo un compito, quello di procreare e di garantire una discendenza all’élite dominatrice. Non tutte però possono generare un’altra vita a causa delle radiazioni, sono in poche quelle rimaste fertili e per questo sono chiamate ancelle e vestono con una veste rossa e sul capo portano una cuffia bianca. Difred, la protagonista, è una di loro.

Tutto il racconto è in chiave metaforica è vuole essere una denuncia alla condizione femminile. La Atwood quando lo scrisse pensò alla donna nei paesi medio-orientali, ma leggendolo oggi viene quasi spontaneo collegarlo alle donne di oggi che vivono in occidente. Nel racconto quando si insedia la dittatura il ruolo della donna viene lentamente ridimensionato iniziando col blocco dei conti correnti intestati alle donne e invitando quest’ultime a non recarsi più al lavoro ma di rimanere in casa a curare marito e prole. Altra cosa che il regima di Gallad fa è ridurre la presenza femminile nei luoghi di potere fino a farla scomparire del tutto, scompariranno le scuole, le università, verranno abolite leggi come l’aborto e la libertà di parola e innalzati muri e fili spinati. Vi ricorda qualcosa?

Ma Difred non ci sta, lei e altre ancelle decideranno di ribellarsi e di riconquistare la libertà perduta. Esempio che secondo Margareth Atwood dovremmo seguire tutte, dovremmo scendere in piazza proprio come fecero le nostre madri rivendicando salari pari agli uomini, ruoli nella politica e nei luoghi di potere, il diritto di decidere del nostro corpo e soprattutto il rispetto della nostra vita dato che almeno in Italia noi donne stiamo diventando carne da macello.

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LE SORELLE TAVIANI SONO TORNATE

Al via ieri sera su canale cinque della quarta stagione della fiction LE TRE ROSE DI EVA.

Fiction prodotta da Endemol Shine Italy per Mediaset con la regia di Raffaele Mertes  che ritorna con grandi colpi di scena, tanto sentimentalismo e quel pizzico di noir legato al melò che tanto è piaciuto alla sottoscritta e al pubblico nelle passate stagioni.

Il primo colpo di scena è dato dal ritorno di Aurora Gori Taviani (Anna Safroncik), data per morta con tanto di funerale nell’ultima puntata della terza stagione. La donna è decisa a riprendersi la sua vita dalla quale è stata allontanata per ben due anni. Due anni in cui la donna non ricorda assolutamente cosa le sia successo. Due anni in cui la vita a Villalba è andata avanti anche senza di lei. Alessandro Monforte (Roberto Farnesi) il grande amore di Aurora dal quale ha avuto una figlia, la piccola Eva (Giulia Baccini), è riuscito a ricostruirsi una vita con la sua piccola fetta di felicità accanto a Tessa Taviani (Giorgia Wurth) sorella adottiva di Aurora.  Nello stesso periodo un terribile alluvione causa il crollo della diga di Villalba che ha come conseguenza la distruzione dei vigneti dei Monforte, dei Camerata e di Prima Luce, quest’ultima è la tenuta della famiglia Taviani, di cui sono eredi le sorelle Marzia (Karin Proia), Tessa e Aurora.

Aurora però è stata adottata, in realtà non è figlia di Eva Taviani (Barbara De Rossi) madre di Marzia e Tessa, ma è la figlia naturale di Rosa Gori e Ruggero Camerata (Luca Ward), se vi siete persi le tre stagioni precedenti vi consiglio di mettervi in pari perché la vita di Aurora e la storia delle sue origini è così rocambolesca è piena di colpi di scena da far invidia ad un romanzo d’appendici dell’ottocento.

Ma torniamo a ieri sera. Una nuova stagione significa anche nuovi personaggi che nello specifico sono rappresentati dalla famiglia Astori, ricchi proprietari terrieri di Borgo Riva che approfittando del momento di difficoltà degli abitanti di Villalba stanno comprando le loro vigne per pochi euro. Gli Astori sono anche i nuovi cattivi, tutti i componenti della famiglia si impegneranno a mettere zizzania fra Aurora e Alessandro e il loro ritrovato amore, per non parlare degli interessi economici che spingono Lea Astori (Daniela Poggi) e il figlio Fabio (Fabio Fulco) ad essere i registi di qualcosa di molto torbido solo per acquisire l’immenso patrimonio dei Gori di cui Aurora e sua figlia Eva sono eredi.

Questa prima puntata mette già nero su bianco che le aspettative del pubblico su questa quarta stagione non verranno deluse e proprio come per le scorse serie gli intrighi, i morti ammazzati, il mistero ma soprattutto il grande amore fra Aurora e Alessandro ci terranno incollati al teleschermo per tutte le nuove dieci puntate. L’unico appunto che devo fare riguarda la sceneggiatura. In ogni serie c’è sempre stato un qualcosa di non chiarito mai fino in fondo, ad esempio chi è il padre di Marzia e Tessa Taviani? Qual è il nesso fra i Gori e i Taviani? Perché Aurora è stata affidata a Eva Taviani, donna dalla vita molto chiacchierata? E il mistero della famiglia Gori?

Avranno questi quesiti una risposta in questa nuova stagione? L’appuntamento è a giovedì sera su canale cinque.

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CHE COSA TI HANNO PORTATO I MORTICINI?

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Questa foto l’ho scattata io presso il Cimitero Monumentale di Messina.

Da diversi anni ormai la festa di OGNI SANTI è stata sostituita dalla consumistica, americana e io aggiungerei odiosa festa di Halloween.

Festa di origine pagana che trova la sua genesi nella festa in onore dei defunti presso gli antichi romani o nei festeggiamenti del capodanno celtico. In molte comunità pagane il 31 ottobre era l’ultimo dell’anno che coincideva con feste dove si celebrava la fine dell’estate e l’inizio dell’inverno. Nel’840 papa Gregorio IV decise di cancellare definitivamente questo rito pagano sostituendolo con la festa di OGNI SANTI e con LA COMMEMORAZIONE DEI CARI DEFUNTI, cadenti rispettivamente il 1 e 2 novembre. Ma gli Irlandesi si sa sono teste dure e fregandosene di Santa Romana Chiesa hanno continuato il loro Halloween. Festa che nella seconda metà dell’ottocento hanno portato con loro negli Stati Uniti.

La parola Halloween deriva dall’antico inglese ALL HALLOWS’EVE che tradotto significa NOTTE DI TUTTI GLI SPIRITI SACRI, per alcuni studiosi invece le origini del nome sono da rintracciare nella leggenda di Jack O’Lantern che fu condannato dal diavolo a vagare per il mondo di notte alla sola luce di una zucca scavata contenente una candela, poiché in inglese scavare si dice TO HOLLOW da qui il nome Halloween. E sempre da qui il manifestarsi già a metà di ottobre di inquietanti zucche intagliate che cercano di nobilitare un ortaggio che nobile non è, come dice mio padre “falla come vuoi sempre cucuzza è”. Altra cosa fastidiosa di questa festa è il rito dei bambini mascherati da zombi che bussano di porta in porta chiedendo DOLCETTO O SCHERZETTO?

Da italiana e da siciliana ritengo che dovremmo riappropriarci di quella che è la nostra storia, la nostra cultura. Nella mia Sicilia la festa di OGNI SANTI è una ricorrenza molto sentita fatta di vecchi riti e antichi sapori. La tradizione vuole che nella notte fra il 1 e 2 novembre gli spiriti dei cari defunti visitino le loro famiglie lasciando doni ai bambini. Un tempo questi doni altro non erano che cestini ricolmi di frutta candita, frutta martorana, di particolari biscotti di mandorla chiamati le ossa dei morti e i pupi di zucchero. Dolciumi ancora presenti nelle case dei siciliani in questo periodo.

Col tempo, grazie anche al benessere economico, i regali portati dai defunti hanno assunto le sembianze di giocattoli o capi d’abbigliamento. Ricordo ancora il mio entusiasmo di bambina quando mi svegliavo la mattina del 2 novembre e ai piedi del mio lettino trovavo quel gioco tanto desiderato o un grazioso maglioncino, segno che mi ero comportata bene e i miei nonni che non ho mai conosciuto avevano esaudito i miei desideri. Tutta la famiglia poi si recava al cimitero per ringraziare quelli che in dialetto sono chiamati I MOTTICEDDI. E il giorno dopo a scuola la domanda più frequente fra i bambini era “Che cosa ti hanno portato i morticini?” comparando così i vari regali un po’ come si fa con Babbo Natale o la Befana.

Se Halloween è una festa basata sulla paura della morte, la festa di OGNI SANTI in Sicilia è il contrario, è un momento in cui si spiega ai bambini che non occorre avere paura dei morti, persone care che nel giorno della loro commemorazione ritornano al nostro cuore per ricordarci che la vita è un bellissimo dono che non va sprecato. Per non parlare dei bellissimi colori che la stagione autunnale regala all’isola. Dimenticatevi di zucche, di spaventapasseri e immaginatevi il profumo delle caldarroste e le bellissime gradazioni d’arancio che caratterizzano le foglie della vite, la buccia dei cachi e dei fichi d’india, in un tripudio di colori e gioia che contraddistingue le feste religiose siciliane dalle altre manifestazioni folkloristiche italiane.

Ma che cos’è una festa religiosa in Sicilia?  A questa domanda una volta Leonardo Sciascia rispose “Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa. È innanzitutto un’esplosione esistenziale……. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super io, per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città.”

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Anche questa foto l’ho scattata io.