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MuMe

LA RINASCITA DI UNA CITTA’

E’ noto ormai a tutti che noi siciliani ce la prendiamo comoda per svolgere qualsiasi tipo di attività, non fanno eccezione i messinesi che hanno impiegato 33 anni per aprire il nuovo polo museale.

Il nuovo Museo Regionale di Messina ribattezzato il MuMe (nome un tantino di ispirazione newyorkese) è stato inaugurato sabato 17 giugno alla presenza del ministro degli esteri Angelino Alfano, del governatore della Sicilia Crocetta, del presidente dell’ARS Ardizzone e del sindaco Renato Accorinti. Per l’occasione si è deciso di concedere l’ingresso gratuito ai cittadini dalle 20 alle 22.30. Cittadini che hanno risposto con entusiasmo all’iniziativa e in un’atmosfera degna da una notte al museo, i messinesi si sono riappropriati del loro passato.

Il MuMe infatti custodisce ben 27 secoli di storia di Messina, storia di cui per troppo tempo i messinesi sono stati privati. La struttura architettonica iniziata nel 1984, che sorge nell’area dell’ex monastero di S. Salvatore dei Greci, venne consegnata nel 1995, ma a causa di un cavillo burocratico la sua inaugurazione venne sempre rimandata. Negli ultimi anni molto è stato fatto dalla direttrice Caterina Di Giacomo, che lavorando con sinergia col nuovo assessore ai beni culturali della regione, il messinese Carlo Vermiglio, è riuscita a restituire il museo alla città. I 750 capolavori salvati dal terremoto del 28 dicembre 1908 sono distribuiti su una superficie di 4700 metri quadrati suddivisa in due piani, nell’area verde esterna troviamo invece i reperti architettonici recuperati dalle macerie e nel seminterrato la biblioteca per un totale di 17.000 metri quadrati che fanno del MuMe uno dei musei più grandi del sud d’Italia.

Il percorso storico-artistico va dal  medioevo moderno fino ai primi anni del 900, l’allestimento è bellissimo e valorizza le opere in tutta la loro bellezza. Si inizia con le iscrizioni arabo normanne che avviano il percorso per poi passare ai capitelli del Duomo e ai mosaici trecenteschi.

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IGNOTO BIZANTINO, MADONNA IN TRONO CON BAMBINO

 

 

Da qui si passa alla grande sala Alibrandesca che dà l’accesso alla sezione dedicata ai fiamminghi, qui una delle tre punte di diamante del museo Il Polittico di San Gregorio di ANTONELLO DA MESSINA.

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Nella stessa sala troviamo anche LA CONCA DI GANDOLFO del 1135 e la bellissima MADONNA DEGLI STORPI. Da qui si passa ad una galleria più piccola che dà su un ampio salone dove al centro della scena c’è lui IL NETTUNO del MONTORSOLI.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate da Se Jane Austen Avesse Avuto La Tv

Vi racconto una curiosità su questa statua che fa parte di uno dei monumenti simbolo della città. La splendida fontana del Nettuno che oggi è possibile visitare lungo il viale della libertà è solo una copia del bellissimo monumento realizzato dal Montorsoli, prima del devastante evento il monumento era collocato lungo la cortina del porto e il Nettuno dava le spalle al mare e con la mano protesa in avanti dava l’impressione di incitare le acque ad invadere la città. La cosa purtroppo accadde veramente in quanto dopo la scossa di magnitudo 7.8 della scala Richter si scatenò un terribile tsunami che provocò un’onda alta 12 metri che investì la città. Nel 1935 anno cruciale della ricostruzione si pensò di collocare di nuovo la fontana del Nettuno, ma con questi che dava le spalle alla città e con quel gesto della mano questa volta a fermare le acque quasi a protezione di Messina.

Si arriva poi agli splendidi capolavori di CARAVAGGIO, L’ADORAZIONE DEI PASTORI e LA RESUREZZIONE DI LAZZARO

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L’ADORAZIONE DEI PASTORI

 

 

Da qui si passa alla sala della CARROZZA SENATORIA per finire al sorprendente 800 di Aloysio Juvara nipote di Filippo ed agli ultimi dipinti a ridosso del terremoto.

L’apertura di questo nuovo polo museale è stata vista da molti come la volontà di un’intera cittadinanza a rinascere. Volontà di scrollarsi di dosso anni di grigiume per proiettarsi in una nuova fase dove i cittadini possano diventare gli artefici del proprio destino. Una comunità che fa i conti con il proprio passato è una comunità destinata a vivere un ottimo presente e uno splendido futuro.

 

 

Pubblicato in: film

LA BELLA E LA BESTIA

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Quando ho visto LA BELLA E LA BESTIA, ultima adattazione cinematografica da un cartone della Disney, ho fatto un tuffo nel passato. Mentre scorrevano le immagini sul grande schermo, mi sono rivista bambina, in una sera di dicembre del 1992 scortata dalle mie due sorelle maggiori che facevo per la prima volta ingresso in un cinema.

E proprio come 25 anni fa ho ritrovato un principe viziato ed egoista che viene trasformato da una strega in un’orribile bestia, condizione che dovrà vivere fino a quando non riuscirà a farsi amare per quello che è, al di là del suo aspetto. E ho ritrovato anche Belle, dolce e strana creatura, riesce a vedere l’anima della bestia, riesce ad andare oltre il suo mostruoso aspetto e a spezzare l’incantesimo.

Il tema della fiaba è quanto mai attuale, in una società dove il diverso è visto come un pericolo, perché come la Bestia ha fattezze diverse dalle nostre e quando parlo di fattezze mi riferisco al colore della pelle, alla lingua e alla religione, è necessario seguire l’esempio di Belle per andare oltre le apparenze e costruire un piccolo tassello per un mosaico molto più grande che si chiama integrazione.

Questa volta l’adattazione cinematografica è fedele al cartone animato, nulla è stato cambiato, perfino la colonna sonora e le canzoni sono quelle del 1992. Lo stesso vale per i costumi. Lo splendido abito da sera giallo oro di Belle ha preso finalmente vita, mentre su quello della Bestia c’è da stendere un velo pietoso, il più brutto abito da principe azzurro della storia.

A proposito della storia, nel film è presente un back story molto interessante che manca nelle versione animata, un back story che fa luce sull’infanzia e sulle famiglie sia di Belle che della Bestia.

Il cast è da primi della classe, come del resto vuole la tradizione della Disney. Emma Watson è Belle, Dan Stevens è la Bestia, Luke Evans è Gaston, Josh Gad è Le Tont, Kevin Kline è Maurice il padre di Belle, Ewan Mccregor è Lumière, Emma Thompson è Mrs Bric e Ian Mckellen è Tockins. A proposito di Le Tont, spalla fedele di Gaston, a differenza del 92 questa volta è presentato come un personaggio dichiaratamente gay. Facendo segnare un nuovo traguardo alla Disney sulla trattazione dei diritti civili.

Quello che a mio avviso è stato il più bel cartone animato della Disney è diventato un bellissimo film che vale la pena vedere per ritornare un po’ bambini.

Pubblicato in: serie tv

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Tredici sono i motivi che inducono Hanna Baker al suicidio. Questo e molto altro è al centro delle vicende raccontate nella serie più discussa degli ultimi mesi e mandata in onda su Netflix.

Il Drama è tratto dall’omonimo romanzo di Jay Asher ed è stato prodotto dalla popstar Selena Gomez. Oltre al suicidio, TREDICI MOTIVI PER, tratta il tema del bullismo e della violenza sessuale in una maniera molto cruda e diretta, ma allo stesso tempo è la parabola discendente di una giovane vita che non riesce a chiedere aiuto.

L’intento dei produttori della serie è stato quello di essere una sorta di monito per gli adolescenti di oggi sempre più oggetto di bullismo o cyber bullismo.

Hanna è una ragazza di diciassette anni che cerca di ambientarsi in una nuova città e scuola. E’ fragile e insicura, cerca l’approvazione del prossimo e soprattutto cerca di far parte del gruppo, fondamentale è quello che gli altri pensano di lei e quando tutto questo crolla entra in una spirale di depressione che la conduce al gesto estremo. Ma prima di questo decide di incidere su ogni lato di sette audio cassette i tredici motivi che l’hanno indotta ad uccidersi, chiude le cassette in una scatola e fa in modo che dopo la sua morte le cassette arrivino ai responsabili del suo gesto, perché ogni motivo corrisponde in realtà ad una persona che con il suo comportamento ha ferito Hanna. Tra questi c’è anche Clay Jensen, miglior amico di Hanna, che non riesce a capire perché anche lui sia responsabile della tragedia. L’ascolto delle cassette è qualcosa di devastante, capisce che la sua unica colpa è stata quella di essersi innamorato di Hanna e di non aver avuto il coraggio di dirglielo, ma non ha avuto neanche il coraggio di ascoltare il grido d’aiuto della ragazza. Colpa questa di cui si macchia anche Mr. Porter, psicologo della scuola e unico adulto a cui Hanna accredita delle responsabilità e tredicesimo motivo.

Ascoltando i nastri insieme a Clay conosciamo anche gli altri protagonisti della storia, quelli che Hanna considera i responsabili della sua fine. Iniziamo da Jessica e Alex, in un primo momento ottimi amici di Hanna, poi iniziano ad isolarla, la prima perché pensa che Hanna abbia messo in giro falsità sul suo conto, il secondo perché ha la felice idea di fare una lista su le più belle ragazze della scuola definendo Hanna il più bel culo. La cosa manda Hanna in totale paranoia. Poi c’è Justin, il primo ha innescare la serie di sfortunati eventi che porteranno Hanna alla tragica decisione, posta sui social una foto un po’ osè di Hanna mentre scende da uno scivolo mettendo in giro la voce che sia una facile. Ma Justin fa anche parte di quel branco di bulli che spadroneggia a scuola e di cui Hanna resta vittima: Marcus, apparentemente un bravo ragazzo, presidente del comitato studentesco, ridicolizza Hanna in maniera violenta. Zac, si fa gioco di Hanna prima facendo il carino, poi boicottandola in un progetto scolastico e distruggendo la sua autostima. Ma il peggiore di tutti è Bryce, capo del branco è il tipico ragazzo viziato di buona famiglia che come passatempo ha quello di violentare le ragazze.

Fra gli “aguzzini” di Hanna anche Tyler e Ryan. Il primo fotografo dilettante è ossessionato da Hanna e rende pubbliche alcune sue foto private, il secondo è il direttore del giornalino scolastico e pubblica una poesia molto intima scritta da Hanna a sua insaputa. E poi ci sono le ragazze Courtney e Shary. Entrambe incarnano lo stereotipo della ragazza perfetta, solo che la prima è gay, l’altra è corresponsabile di un incidente stradale che ha portato alla morte di un ragazzo. Hanna ha la sfortuna di rendersi conto attraverso un gioco dell’omosessualità di Courtney, pagando a caro prezzo la cosa. Inoltre sarà in macchina con Shary al momento dell’incidente e la cosa creerà in lei un senso di colpa devastante.

E poi c’è Tony, il primo a ricevere le cassette, è l’unico a cui Hanna non dà colpe, ma anzi deve onorare la sua memoria custodendo i suoi segreti. Alla fine però in accordo con Clay decide di consegnare le tredici tracce audio ai genitori di Hanna.

E’ quasi impossibile provare empatia per Hanna, lei colpevolizza gli altri senza considerare che la prima vittima di sé stessa è proprio lei. E’ una Drama queen, come dice lo stesso Tony, non riesce a fregarsene di quello che la gente dice di lei, di ogni piccola cosa ne fa un dramma, in fondo fa di tutto per essere al centro dell’attenzione, e forse anche il gesto del suicidio e l’invio delle cassette va inserito in quest’ottica. Ma l’altra grande colpa di Hanna è il non denunciare i fatti gravi di cui è testimone, suo malgrado, e poi vittima. E’ vero che è invisibile, tutti la ignorano, ma lei non chiede neanche aiuto, soprattutto ai suoi genitori.

Molti critici hanno bocciato la serie, definendola troppo forte per i contenuti trattati e debole da un punto di vista narrativo perché troppo lenta. Tutti difetti che condivido, ma che non dovrebbero impedire di vederla, soprattutto agli under 30 come me.

13 MOTIVI PER potrebbe aiutare a colmare la differenza generazionale che c’è tra i miei coetanei e gli adolescenti di oggi. Quando io frequentavo il liceo i social non c’erano e internet era cosa di pochi adepti dell’informatica, le prese in giro, gli insulti restavano all’interno delle mura scolastiche. Oggi grazie ai social le vittime di bullismo sono perseguitate 24 ore su 24, la cosa spesso provoca nella loro mente reazioni devastanti, reazioni che noi trentenni difficilmente riusciamo a capire in una società dove alle ragazze è richiesto di essere carine e perfette sempre, e ai ragazzi è concesso di prendere tutto senza alcun rispetto per il prossimo.

 

Pubblicato in: televisione

FACCIAMO CHE IO ERO……

Facciamo che io ero una bambina molto timida, cresciuta in un luna park zona EURO a Roma, facciamo che questa bambina avesse anche i nonni circensi e da loro avesse ereditato la vena artistica. Facciamo che quella bambina oggi sia Virginia Raffaele che con il suo ONE WOMAN SHOW, in onda in prima serata ogni mercoledì su RAI DUE, dal titolo FACCIAMO CHE IO ERO, ha dimostrato ancora una volta il suo grande talento.

Il programma ci riporta indietro ai grandi varietà di una volta, dove c’erano il balletto, l’ospite musicale, la spalla, le imitazioni e soprattutto grandi donne dello spettacolo. Ecco Virginia dimostra di essere al pari di una Goggi o di una Carrà. Scopriamo con sorpresa che è una bravissima ballerina e cantante. Tanti gli ospiti musicali fra cui Giorgia, Francesco Gabbani, Michele Bravi e tanti altri, con un’attenzione agli ospiti stranieri che rimandano alla tradizione circense molto cara a Virginia.

Certo non mancano i tempi morti o gli sketch poco riusciti, in parte dovuti ad ospiti non proprio bravi a farle da spalla, come Gabriel Garko o come Lillo e Greg, che personalmente non mi sono piaciuti, più esilaranti Ale e Franz della seconda puntata.

Fortunatamente a farle compagnia sul palco c’è Fabio De Luigi, che è invece un’ottima spalla, soprattutto quando Virginia imita Marina Abramovic, che fa parte di un nuovo gruppo di imitazioni dove Virginia ha eseguito un lavoro certosino e quasi maniacale per assomigliare perfettamente all’originale. Vengono fuori una Bianca Berlinguer e una Fiorella Mannoia perfette, mentre la mia preferita è la scrittrice Michela Murgia che cattivissima critica letteraria smonta addirittura i pilastri della letteratura italiana come la Divina Commedia o i Promessi Sposi. Accanto alle novità non mancano le imitazioni storiche come Sabrina Ferilli, Donatella Versace e il cavallo di battaglia Belen Rodríguez. Ferilli che come ospite della seconda serata non si è sottratta ad essere “vittima” della padrona di casa.

Ma per lunghi tratti della trasmissione, in scena c’è solo Virginia, senza trucco o maschera risulta più efficacie di qualsiasi imitazione. E nei suoi panni si cimenta in monologhi come quello su l’omofobia o sul cambiamento o il mancato cambiamento del paese Italia. Istrionica, divertente ormai amatissima dal grande pubblico, Virginia si dimostra un’artista molto intelligente a porre l’attenzione su alcuni temi sociali utilizzando la maschera dell’ironia e della comicità.

Ma fino a questo momento la miglior esibizione è quella della prima puntata, dove si è esibita con Roberto Bolle sulla coreografia di DIRTY DANCING, e come disse Virginia al festival di Sanremo dell’anno scorso CHE BELLO BOLLE CHE BALLA.

virginia raffaele