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UN TRAM CHIAMATO DESIDERIO

Le città siciliane sono famose per l’efficienza dei loro mezzi pubblici. Non fa eccezione Messina che oltre ad avere un eccellente rete di autobus che collega ogni zona della città al suo centro; c’è anche una linea tranviaria che non può essere descritta, dovete venire a Messina, per provare sulla vostra pelle che cosa vuol dire prima di tutto aspettare venti minuti buoni al capolinea della zona sud della città chiamato ZIR. Dopo che aspetti e finalmente lo vedi arrivare ti accorgi che l’autista ti fa degli strani gesti con i quali ti vuol comunicare che deve andare al deposito e tu insieme ad una marea di persone che devono andare a lavorare, a scuola o chi sa dove a vivere la loro vita, aspetti altri venti muniti il tram successivo. Finalmente arriva, riesci a salire, ma ben presto provi la stessa sensazione delle sardine in scatola, perché dopo quaranta minuti di attesa per tutti, ad ogni singola fermata c’è la ressa del black Friday ai centri commerciali di New York. Se poi tutto questo avviene nel mese di agosto con quaranta gradi, ma cinquanta percepiti dentro le carrozze, maledici il momento che hai deciso di prendere i mezzi pubblici.

Altra particolarità del tram messinese è la sua lentezza. A causa del suo percorso fatto da curve e curvette (chi ha progettato la linea tramviaria è a mio avviso un genio del male) e ai grandi gesti di civiltà dei messinesi che hanno il buon senso di parcheggiare sui binari, le carrozze procedono alla velocità di un bradipo. Se per esempio dal capolinea della zona sud occorre raggiungere la sede del municipio ci stai quasi un’ora, lo stesso tempo che ci impiegheresti con l’auto all’ora di punta.

Per non parlare di quando poi gli si bloccano le porte e tutti ad urlare perché colpiti da claustrofobia o quando procede lungo le curve e i freni iniziano a fischiare così forte che sembra stia per deragliare  da un momento all’altro. Ma la cosa più piacevole avviene quando piove. I binari sono sprovvisti di pendenza per l’acqua piovana quindi si trasformano in una piscina dove si può fare sci d’acqua. Conseguenza interruzione del servizio e bus sostitutivi che però fanno anche un percorso alternativo al tram e tu non sai dove stai andando.

L’unica cosa piacevole del tram sono i suoi passeggeri, perché come ogni mezzo pubblico ti offre una carrellata di personaggi che sono meglio dei concorrenti del grande fratello. C’è la casalinga che si lamenta dell’aumento dei prezzi al mercato, la liceale che racconta all’amica del ragazzo che le piace, l’alto borghese che schifato pulisce il posto prima di sedersi, l’extra comunitario con il suo borsone pieno di fazzolettini e accendini, il pensionato di classe che chiacchiera e si lamenta dell’amministrazione locale, il pensionato con le scarpe bucate che in silenzio si siede e guarda con lo sguardo perso fuori dal finestrino, universitari che ridono e scherzano, impiegati che si recano al posto di lavoro e quello svampito che quando sale ti chiede ma chistu a unni arriva.

p.s.

Questo post è stato scritto nell’estate del 2015 dopo un giorno di ordinaria follia per le strade di Messina con i mezzi pubblici. Oggi la situazione è molto cambiata. La giunta comunale capitanata dal sindaco Renato Accorinti è riuscita a dare alla città un servizio di mezzi pubblici degno di questo nome, servizio molto efficiente da far quasi invidia alle città del nord.

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COME ERAVAMO

Con l’ultima fiction RAI DI PADRE IN FIGLIA facciamo un tuffo nel passato. Dopo Trieste e Matera, è Bassano del Grappa in provincia di Padova a far da cornice alle vicende della famiglia Franza.

Siamo fine anni cinquanta, Giovanni Franza (Alessio Boni) è un uomo burbero e dispotico, dopo essere emigrato con i genitori in Brasile ritorna a Bassano del Grappa col sogno di aprire una distilleria tutta sua. Sposa Franca (Stefania Rocca) dalla quale ha due figlie Maria Teresa e Elena, ma l’uomo desidera ardentemente un figlio maschio. Questo figlio di nome Antonio arriva nel 1958 insieme ad una sorella gemella Sofia. Giovanni, però non si cura molto della sua progenie femminile, anche perché nella sua mente e in quella della società dell’epoca le donne rivestivano il solo e unico ruolo di mogli e madri.

Giovanni diventa ben presto un padre padrone al quale la moglie Franca non riesce a contrapporsi. L’unica che riesce a tenergli testa è la primogenita Maria Teresa (Cristiana Capotondi). Siamo nel 1968, anno della contestazione giovanile, Maria Teresa ottenuto il diploma decide di iscriversi all’università per frequentare il corso di studi in chimica, col sogno di poter affiancare il padre nella gestione della distilleria. Ma Giovanni è di un altro parere, l’unico erede della distilleria è il figlio Antonio e non accetta la decisione della figlia. Maria Teresa decide di andare per la sua strada, lascia Bassano per trasferirsi a Padova e frequenta l’università.

Elena (Matilde Gioli) a soli 17 anni si ritrova incinta ed è costretta a sposare il papà del suo bambino, lasciando la scuola e abbandonando i suoi sogni. Antonio e Sofia, come tutti i gemelli sono molto uniti, Antonio timido e fragile si sostiene alla sorella in tutto e per tutto.

Nel 1973 Maria Teresa si laurea in Chimica col massimo dei voti, in questi ultimi anni, oltre agli studi, la ragazza si è appassionate a temi come la legge sul divorzio, l’aborto, la libertà sessuale e a suo malgrado diventa protagonista di quell’emancipazione femminile che ha visto le donne italiane lottare per i propri diritti nella seconda metà degli anni settanta. Con la sua bella laurea in tasca, Maria Teresa ritorna dal padre che le offre un misero impiego da segretaria, Maria Teresa rifiuta e stanca della mancanza di fiducia che il padre ha nei suoi confronti solo perché è donna, decide di andare a lavorare per la concorrenza. Qui rivede Riccardo, il figlio dell’ex socio in affari del padre, ragazzo di cui Maria Teresa è sempre stata segretamente innamorata. Giovanni decide di introdurre nell’azienda di famiglia il figlio Antonio, e lo separa violentemente dalla sorella gemella Sofia, che verrà chiusa in collegio. Elena aspetta il secondo figlio e si rende conto che il ruolo di moglie e di madre la va stretto. Anche Franca in questi anni cerca di farsi spazio e di ottenere il suo pezzetto di felicità grazie ad un dolce ricordo che viene dal passato.

Passano gli anni, siamo nel 1978, Maria Teresa è un chimico affermato e nella sua vita riappare Giuseppe, un operaio pugliese, conosciuto negli anni universitari con il quale aveva avuto una breve relazione. Contemporaneamente anche Riccardo si accorge di lei e le dichiara il suo amore. Elena esasperata dal rapporto con il marito che non ama più e soffocata dal ruolo di madre perfetta, decide di prendere in mano la sua vita e di scappare il più lontano possibile alla ricerca della felicità. In perenne fuga è anche Sofia, che vive come una punk randagia, cerca nelle droghe quell’affetto che la sua famiglia le ha sempre negato e poi c’è Antonio che fragile e disperato, pur di far breccia nel cuore del padre, manda in banca rotta la distilleria di famiglia.

Antonio porrà fine ai suoi problemi con un gesto estremo. Gesto che in qualche modo riunirà le sue sorelle e farà capire a Giovanni tutti gli errori commessi con i figli. L’insegna GIOVANNI FRANZA E FIGLIO sopra il portone della distilleria verrà sostituita con quella di SORELLE FRANZA, comportando una piccola ma grande rivoluzione che condurrà tre donne alla guida di un’azienda.

Filo conduttore della fiction è l’emancipazione femminile. A me è piaciuta molto e non solo perché il soggetto e la sceneggiatura portano la firma di Cristina Comencini, il cast è composto da un gruppo di attori eccellenti, diretti da un altro altrettanto bravo Riccardo Milani. Mi è piaciuta perché è un piccolo romanzo storico, un piccolo romanzo che ti racconta com’era l’Italia degli anni 70 e in particolar modo com’erano le nostre nonne e le nostre madri, perché senza di loro forse non saremo libere. Perché dietro la storia della famiglia Franza, può esserci la storia della nostra famiglia e poi c’è una colonna sonora incredibile che va da Caterina Caselli a Vasco Rossi passando per Patty Bravo, Venditti e Guccini.

 

 

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LA LEGGENDA DI MATA E GRIFONE

Temi come Immigrazione e Integrazione fanno parte ormai della nostra quotidianità. Temi che spesso sono utilizzati dalla classe politica come mezzo per allontanare l’interesse pubblico da altri problemi quali la crisi economica o la disoccupazione. Capisco che i numerosi sbarchi sulle coste siciliane ad oggi siano diventati un problema e comprendo anche la paura del diverso che tanti Italiani manifestano. Trovare un punto d’incontro fra civiltà così diverse è davvero difficile.

La storia della mia città, Messina, è una storia di integrazione ed ha del sorprendente se si pensa che tutto è accaduto intorno all’anno 1000 d.c.

Protagonisti due giovani, lei una bellissima principessa cristiana, lui uno spietato pirata saraceno di religione islamica (situazione molto attuale, se pensiamo ai continui sbarchi sul canale di Sicilia, o agli attentati di matrice islamica ai danni della società occidentale e quindi cristiana).

Lei è Marta, figlia di re Cosimo di Camaro piccolo regno che si affacciava su quello che sarebbe diventato lo stretto di Messina, lui è Hassan Ibn Hammar ed è a capo di un gruppo di pirati saraceni, i più violenti che avessero solcato il mar Mediterraneo. Criminali che non hanno alcuna difficoltà ad invadere lo stretto, saccheggiarlo e trasformarlo nella loro roccaforte. Durante uno di questi saccheggi, Hassan incontra lei, Marta, e rimane affascinato non solo dalla bellezza della ragazza ma anche dai suoi modi gentili e dal coraggio che dimostra nell’aiutare la popolazione di Camaro assediata dai saraceni. Per Hassan è un vero colpo di fulmine, tanto da chiederla in sposa a re Cosimo. Quest’ultimo rifiuta energicamente e rifiuta anche Marta appena apprende le intenzioni del saraceno. Per Hassan il rifiuto è peggio di una pugnalata in pieno petto e accende in lui una violenza inaudita che riversa sui poveri abitanti dello stretto. Marta è terrorizzata ma decide lo stesso di incontrarlo e di spiegargli il perché del suo rifiuto.DSC04257DSC04256

In queste foto vediamo Mata e Grifone cosi come li ha concepiti l’artista Manuela Caruso nell’ambito del progetto Streetart.

 

Rifiuto che è dettato dai suoi precetti cristiani che mal si sposano con i gesti violenti del saraceno. Hassan, l’ha ascolta in silenzio e alla fine, come pegno del suo amore, decide di cambiare vita e di convertirsi al cristianesimo. Marta commossa da questo gesto decide di dargli un’opportunità e a poco a poco si innamora del giovane moro decidendo di sposarlo.

Hassan cambia poi il nome in Grifo, che sarà poi modificato dalla popolazione in Grifone per la sua possente statura, insieme a Marta, Mata in dialetto messinese (e a quanto dice la leggenda neanche lei scherzava a statura) daranno vita ad una progenie con una discendenza così numerosa da essere considerati i mitici fondatori della città di Messina. La loro statura gli ha regalato, nei secoli, l’appellativo di U GIGANTE E A GIGANTISSA nel dialetto messinese.

Un’altra leggenda vuole la dimora di Hassan sulla collina dove oggi sorge il santuario di Dinnammare (luogo di culto molto amato dai messinesi), che prenderebbe il nome proprio dal pirata saraceno, pirata che decise di trasformare la sua roccaforte in una chiesa e donarla a Mata come segno del suo amore.

Il mito di Mata e Grifone rivive ogni anno per le vie della città, il 14 agosto, con la tradizionale passeggiata dei Giganti, così infatti sono denominate da secoli le due enormi statue lignee raffiguranti i due fondatori. Lei in groppa a un cavallo bianco lui su uno nero.

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Le foto presenti in questo post sono state realizzate dalla sottoscritta
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CHI HA UCCISO ELENA SILANI?

Sulla scia del paranormale lanciato da RAI 2 con LA PORTA ROSSA, si unisce anche RAI 1 che con la fiction SORELLE ha strizzato l’occhio alla serie cult americana TWIN PEAKS.

Protagoniste della storia due sorelle, Chiara e Elena. Due donne molto diverse che in comune hanno solo la madre, Antonia, interpretata da una Loretta Goggi che non ti aspetti, totalmente trasformata, quasi irriconoscibile nei panni di una ex figlia dei fiori con inizi di Alzheimer, ma andiamo per ordine. Chiara (Anna Valle) è un affermato avvocato e vive a Roma, dove si dedica anima e corpo al suo lavoro. E’ una donna attenta, molto razionale e responsabile. Elena (Ana Caterina Morariu) vive a Matera, con la madre e i tre figli, conduce una vita molto libera, è estrosa, passionale e per molti versi può essere definita una donna molto discutibile, come del resto la madre Antonia, che per anni è stata al centro dei pettegolezzi della città. Chiara e Elena condividevano un rapporto molto forte, fatto di complicità e stima reciproca che si spezza quando nelle loro vite irrompe Roberto Roversi (Giorgio Marchesi). Chiara e Roberto si incontrano all’università e si innamorano, ma quando Roberto conosce Elena perde completamente la testa per la ragazza e tradisce Chiara con la sorella. La cosa segnerà profondamente Chiara che interrompe ogni sorta di contatto con la sorella dalla quale si sente profondamente tradita, tanto da convincerla a lasciare definitivamente Matera.

Chiara non tornerà mai più nella città natale fino a quando Elena, che nel frattempo ha divorziato da Roberto, scompare misteriosamente.

Una volta tornata a Matera, Chiara non solo deve prendersi cura dei suoi nipoti e della madre, ma dovrà anche fare i conti con il passato e con la morte, perché molto presto il corpo di Elena viene ritrovato in un burrone.

Iniziano le indagini e Chiara inizia a fare degli strani sogni, dove vede la sorella, inizia ad avvertire strane presenze in giardino e in casa (ci sono vasche da bagno che si riempiono e si svuotano da sole, statuine di terracotta che si rompono anch’esse da sole e post it che volano per casa) per la vecchia Antonia non c’è nulla di cui preoccuparsi in quanto questi sono i segni della presenza di Elena, che non è morta, che non è mai andata via. La cosa col tempo convince anche Chiara.

Nel frattempo le indagini arrivano ad una svolta, Roberto, l’ex di Chiara e Elena viene arrestato con l’accusa di omicidio.

Dopo un primo momento di incertezza, Chiara si convince della sua innocenza e ne accetta la difesa. Durante il processo tra i due si riaccende la vecchia passione, iniziano anche i colpi di scena che portano sul banco degli imputati diversi soggetti che in maniera diversa avrebbero potuto fare del male a Elena, ma allora chi ha ucciso Elena Silani?

Al di là del giochino della suggestione e della manipolazione psicologica di cui è vittima Chiara, la narrazione, a mio avviso, risulta un po’ lenta. Facendo un paragone con LA PORTA ROSSA, la trama non ti tiene incollata al teleschermo e anche il finale è scontato. Difetti questi che possiamo, volendo, mettere da parte se consideriamo la bravura del cast diretto da Cinzia TH Torrini. Vedendo poi gli ascolti, Ivan Cotroneo, sceneggiatore della serie, ci ha preso anche questa volta.

Ma come per LA PORTA ROSSA, anche qui la vera protagonista è la città di Matera, che con i suoi sassi, le sue grotte e il suo paesaggio aspro e duro è lo scenario perfetto per un racconto dalle tinte paranormali e la stessa regista Cinzia TH Torrini ha detto “Matera, con la durezza del suo paesaggio, mi ha anche ricordato quella particolare atmosfera di TWIN PEAKS che mi aveva molto appassionato ed ispirato”.

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L’ORA LEGALE

Che cos’è la legalità? O meglio che cos’è la legalità per noi Italiani? Su questa domanda è costruito il nuovo film di FICARRA e PICONE, L’ORA LEGALE.

Siamo in una ridente cittadina siciliana afflitta, purtroppo, da tutta una serie di problemi di natura amministrativa quali lo smaltimento dei rifiuti, assenteismo del personale del pubblico impiego, buche sul manto stradale, grossi problemi alla circolazione ecc. Stanchi di questa situazione i cittadini decidono che sia ora di cambiare, per tanto sfruttano le elezioni comunali per eleggere un nuovo sindaco, Pierpaolo Natoli, che fin dal primo momento si dimostra totalmente diverso dal suo predecessore, Gaetano Patanè, alta espressione della mala politica. A questo punto entrano in gioco Salvo e Valentino, cognati del nuovo sindaco, di cui ne garantiscono la più totale integrità morale. Infatti il sindaco Natoli, per prima cosa invia ad ogni singolo abitante la tassa dei rifiuti aggiornata e corretta, in quanto accortosi che buona parte dei cittadini aveva dichiarato di avere immobili con metri quadri inferiori rispetto alla realtà proprio per evadere il fisco. Rientrano in pieno regime lavorativo anche il corpo dei vigili urbani, fino a quel momento latitanti, il cui compito sarà quello di multare tutti coloro che non rispettano le regole. Stessa sorte al corpo forestale. Ciliegina sulla torta l’introduzione della raccolta differenziata.

In pochissimo tempo Natoli realizza quel cambiamento che i cittadini da anni aspettavano. Ma siamo sicuri che i cittadini erano predisposti a questo cambiamento? Siamo sicuri che i cittadini vogliano davvero persone oneste che li amministrino?

In città scoppia la rivolta, nessuno vuole più Natoli come sindaco. Salvo e Valentino si ritrovano così a combattere contro un’intera comunità, capitanata dal parroco Don Raffaele (interpretato magistralmente da Leo Gullotta) che li considera i diretti responsabili dell’elezione di Natoli.

Ben presto però anche Salvo e Valentino dovranno dar ragione a Don Raffaele e agli altri nel momento in cui il sindaco/cognato chiuderà il loro chiosco bar perché ritenuto abusivo e metterà i sigilli all’industria petrolchimica presente in città lasciando buona parte dei cittadini senza lavoro. Salvo e Valentino a questo punto da capro espiatorio diventano i paladini della situazione. Alla fine Natoli si dimette, ritorna Patanè e tutto torna come prima.

Con la loro disarmante ironia, Ficarra e Picone, realizzano un quadro divertente ma molto realistico della società italiana, prendendo a modello la Sicilia, i cui abitanti sono i primi a lamentarsi del sistema Italia e i primi a urlare al cambiamento. Ma questo cambiamento comporta delle rinunce, siamo disposti a rinunciare ai nostri privilegi e al nostro mal costume per migliorare la nostra società? Siamo disposti a diventare cittadini onesti per favorire il bene comune a discapito del nostro bene individuale? Siamo disposti a cambiare prima noi stessi per poi cambiare questo paese?

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GILMORE GIRLS

Nella mia personale top ten di serie televisive, UNA MAMMA PER AMICA, occupa sicuramente il primo posto. Credo di essere stata fra i pochi ad averla scoperta nella lontana estate del 1999, quando canale cinque iniziò a trasmetterla nel primo pomeriggio.

Fu amore a prima vista. Da allora non so quante volte l’ho rivista.

Potete immaginare la mia euforia all’apprendere che Netflix aveva acquistato i diritti e stava organizzando la realizzazione di quattro nuovi episodi che avrebbero costituito quel finale che era rimasto aperto nella serie andata in onda dieci anni fa.

Nella nuova serie trasmessa da Netflix la storia si snoda lungo un anno e ogni episodio ha il titolo di una stagione, Inverno, Primavera, Estate e Autunno. Non avendo Netflix ho chiesto a mia sorella di prestarmi il suo account e così in un tempestoso fine settimana messinese mi sono catapultata a Stars Hollow.

Nella ridente e immaginaria cittadina del Connecticut nulla è cambiato. Nella piazza principale il gazebo bianco regna incontrastato, Miss Patty continua le sue lezioni di danza e a tenere vivo insieme a Babette il gossip in città. C’è Kirk che continua a cercare l’impiego perfetto, c’è ancora Gipsy e la sua officina, c’è il negozio d’antiquariato della signora Kim, c’è il locale di Luke e c’è sempre Taylor Doose, sindaco della città, con le sue assemblee cittadine, il tutto accompagnato dalla colonna sonora del menestrello locale.

Neanche le nostre ragazze Gilmore sono cambiate. Lorelai (Lauren Graham) ha una relazione stabile con Luke (Scott Patterson) e continua a gestire con successo la sua locanda anche se Sookie e Michel vorrebbero provare nuove esperienze. Rory (Alexis Bledel) fa la giornalista freelance e si divide fra Londra e New York continuando a frequentare le sue amiche di sempre, Paris e Lane. Madre e figlia continuano a scambiarsi battute esilaranti e a citare film, libri e canzoni e ad essere protagoniste di una sceneggiatura brillante e ben scritta.

In realtà qualcosa è cambiato nella vita delle nostre ragazze una grave perdita le ha segnate, la morte di Richard (l’attore Edward Herrmann è deceduto l’anno scorso). La cosa provoca in Lorelai una profonda crisi esistenziale che la condurrà all’ennesimo scontro con la madre Emily. Anche per quest’ultima la morte del marito sarà una dura prova da affrontare. Ma anche Rory avrà le sue complicazioni tra il lavoro che la porterà a diventare il direttore del quotidiano di Stars Hollow e l’infinita storia con Logan fatta di alti e bassi.

Sia Lorelai che Rory attraverseranno una crisi esistenziale. Quella di Lorelai nasce dal mancato rapporto col padre la cui morte le fa capire che è tempo di crescere, di assumersi le proprie responsabilità e di smettere di essere l’eterna adolescente. Rory è in crisi a causa del lavoro. La sua carriera giornalistica non è mai decollata e lei si sente una fallita. Sarà Jess a farle capire qual è la sua strada.

Alla fine tutto si conclude per il meglio. La storia di Lorelai avrà il finale che tutti noi abbiamo sempre sperato, mentre Rory ci sorprenderà.

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