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SE JANE AUSTEN AVESSE AVUTO LA TV

Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

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Io Sono Mia

Ieri sera è andato in onda su Rai 1 il film che racconta la vita della straordinaria, ma sfortunata Mia Martini.

Io Sono Mia, ha celebrato la carriera e la vita della cantante calabrese, è stato un biglietto di scuse arrivato forse un po’ tardi.

Nella vicenda narrata ieri sera, siamo al Sanremo del 1989, anno della rinascita artistica di Mia, anno in cui l’artista ritorna sul palco dell’Ariston dopo una assenza dalle scene durata quasi sei anni. Assenza avvenuta a causa delle maldicenze messe in giro su Mia, ovvero che portasse sfortuna. Qualche giorno prima dell’esibizione, Mia si lascia intervistare da una giornalista e con questo pretesto e utilizzando la tecnica del flashback, il film ripercorre la vita della cantante.

Domenica, Rita, Adriana Bertè, da tutti chiamata Mimì, capisce fin da bambina cosa farà da adulta, la cantante. Il sogno si realizza nel 1972 quando con il nome d’arte di Mia Martini, pubblica il suo primo CD. Mimì lascia subito il segno, grazie alla sua voce graffiante, cupa, penetrante e alle sue straordinarie doti da interprete che riescono a dare vita ai versi che la ragazza canta. Questi sono gli anni di Minuetto, Piccolo Uomo e tanti altri successi che consacrano Mia come una delle nuove promesse della musica italiana.

Anche la sua vita privata va a gonfie vele, è innamorata ricambiata da un giovane fotografo di nome Andrea, ed ha l’affetto e la stima di amici e colleghi fra tutti la sua adorabile ma un po’ esuberante sorella minore Loredana.

Ma all’improvviso qualcosa si inceppa, iniziano a girare delle strane voci sul conto di Mia, voci terribili che la indicano come una iettatrice e porta sfortuna. Iniziano a cessare le partecipazioni a concorsi e trasmissioni, viene a poco a poco annullata come artista e le viene impedito di fare quello che più amava, cantare.

Mia Martini era una donna dalla grande sensibilità e come tutti gli artisti dotati di questa virtù soffrirà terribilmente da questa situazione.

Il Sanremo del 1989, che la vede in gara con il brano Almeno tu nell’universo, sarà il suo riscatto, ma non sarà sufficiente ad aiutarla e allontanare da sé le maldicenze.

Nei panni di Mia Martini c’è stata una Serena Rossi davvero brava, che ha saputo interpretate Mia soprattutto nella sfera della sua fragilità e sensibilità, è riuscita a farla sua regalando al pubblico il ritratto di un’artista straordinaria quale è stata nella realtà. Un artista la cui bravura ha fatto tremare qualcuno che ha deciso che una donna di così talento non andava bene.

L’unico rammarico che ho, è che a mio avviso la vicenda è stata narrata un po’ troppo in sintesi. La cosa forse è stata dovuta dal fatto che due persone come Ivano Fossati e Renato Zero non abbiano voluto farsi coinvolgere dall’opera cinematografica e hanno chiesto di non essere menzionati nella narrazione. Entrambi però sono stati fondamentali nella vita di Mimì. Fossati perché è stato il suo grande amore, infatti il personaggio di Andrea è una figura ispirata al noto cantautore. Renato Zero è stato invece uno dei migliori amici della Martini e non sono chiare le motivazioni della sua scelta.

Mia Martini ha partecipato a tanti festival di Sanremo nei quali ha sempre vinto il premio per la critica, premio che oggi porta il suo nome.

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Le Ragazze di Rai 3

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La domenica sera su Rai 3 c’è un bel programma, o meglio un programma racconto che attraverso una serie di interviste a donne famose e a donne comuni ci narra la storia del nostro paese.

Le Ragazze è un programma realizzato dalla casa di produzione Pesci Combattenti, nasce come spin off del programma Le Ragazze del 46 e Le Ragazze del 68, il primo nato per omaggiare il 70° anniversario del suffragio femminile, il secondo per ricordare il movimento studentesco italiano.

Le Ragazze attraverso interviste e testimonianze a donne di diversa provenienza, estrazione sociale e istruzione ripercorre episodi salienti della storia italiana del secondo novecento. Ogni intervista è doppia e riguarda due donne che sono state ventenni in un determinato decennio, di norma una delle due è un volto famoso, la seconda è una donna comune.

Ogni episodio è così strutturato: vi è l’intervista ad una ragazza degli anni 40, una ragazza che nel bene o nel male ha dovuto affrontare il dramma della guerra, poi si passa all’intervista delle ragazze degli anni 60 o 70 nel primo blocco e le ragazze degli anni 80 o 90 nel secondo, chiude la puntata l’intervista ad una ragazza di vent’anni di oggi che rappresenta le ragazze del nuovo millennio.

Da questi racconti e dai ricordi delle protagoniste, ricordi per lo più in bianco e nero, emerge la storia di un paese straordinario, una storia fatta soprattutto di donne che hanno lottato per la propria libertà e per i propri diritti.

È il racconto dell’Italia del secondo dopo guerra, è l’Italia delle proteste, della lotta per il referendum per il divorzio e per l’aborto, è l’Italia degli anni 80, dei paninari e della Milano da bere, e l’Italia delle stragi del 1992.

Protagoniste e testimoni di tutto ciò nomi noti come quello di Sultan Razon Veronesi, Tina Montinari, Antonia Dell’Atte, Lidia Ravera, Simonetta Agnello Hornby, Luciana Castellina, Piera degli Esposti, Angela Buttiglione, Eleonora Brown, Elena Cattaneo, Suor Paola e insieme a loro donne comuni, che potrebbero essere le nostre nonne o le nostre madri, insegnanti, contadine, femministe, avvocati o medici, ma tutte testimoni di decenni che hanno segnato nel bene o nel male il nostro paese.

Mi hanno profondamente colpito le testimonianze delle ragazze degli anni 60 e 70 ragazze che hanno dovuto lottare faticosamente anche solo per essere riconosciute come individui con diritti e doveri. A loro si collegano le ragazze degli anni 90, che sarebbero potute essere più spensierate delle loro mamme, ma queste ragazze saranno fortemente colpite dalle stragi siciliane del 1992, fatti che le condurranno anche nel loro piccolo a fare scelte che stravolgeranno la loro vita anche per il bene della collettività.

Certo è che le ragazze del nuovo millennio hanno qualche difficoltà a tenere testa a chi le ha precedute, ma sicuramente anche loro saranno un giorno testimoni del loro decennio.

Il tutto è sapientemente introdotto e condotto da Gloria Guida. Che a modo suo è stata una ragazza del suo decennio e icona immortale del cinema italiano.

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Non è mai troppo tardi

Non è mai troppo tardi per essere ciò che avresti potuto essere.

Questa frase di George Eliot sembra fatta apposta per il nuovo film con la mitica JLO.

Ricomincio da Me è la storia di una quarantenne Maya, Jennifer Lopez, che dopo 15 anni di duro lavoro come vice direttore in un supermercato spera che sia arrivata la volta buona per una promozione e migliorare la sua vita. Invece la direzione della sua azienda le preferisce il solito laureato con tanto di master.

Stufa e amareggiata, Maya, aiutata da i suoi più cari amici, si inventa un curriculum e una vita strepitosa sui social network e riesce a farsi assumere come consulente di marketing da una grande aziende che produce cosmetici.

Per Maya non sarà facile assecondare le bugie che ha costruito, bugie che l’ha obbligheranno a fare i conti col suo triste passato e con la paura del presente.

Quando aveva sedici anni rimase incinta e fu costretta a dare la bambina in adozione. Questa dura decisione conduce Maya a considerarsi non idonea ad avere una famiglia, così quando Tray, il suo compagno, le chiede di sposarlo Maya rifiuta e decide di gettarsi a capo fitto nel nuovo lavoro.

La donna, comunque, riesce a mettersi in gioco e a costruirsi una seconda chance nella vita.

Ricomincio da Me è la tipica commedia americana, una commedia degli equivoci con un finale quasi scontato. Film leggero e piacevole, che consiglio vivamente.

Anche perché, personalmente mi sono un po’ ritrovata nella storia di Maya. Anch’io come lei ero infelice della mia vita. A causa di scelte sbagliate ero costretta a fare un lavoro che non mi piaceva e mi sentivo frustrata e inadeguata. Come Maya ho avuto il coraggio di mollare tutto e di ricominciare.

Come dice Maya, alla fine del film, e come dice George Eliot, ognuno di noi può essere quello che vuole, l’unica cosa che ci blocca siamo noi stessi, con le nostre paure e i nostri pensieri negativi.

Altra tematica toccata dal film è quella della doppia vita che ognuno di noi si è costruito, la vita virtuale e quella reale che il più delle volte è anni luce lontana dalla prima. Vita virtuale dove tutti dobbiamo apparire belli, felici e appagati, dove spesso ci costruiamo un’immagine che non ci appartiene.

Il film sancisce il ritorno di JLO sul grande schermo. Jennifer, è bellissima, ormai lontana dai tempi di Jennifer from the Block, sfoggia un corpo tonico e scultorio come a dire io non ho cinquant’anni.

Il film prodotto dalla stessa Lopez, è diretto da Peter Segal, fra gli altri interpreti troviamo Vanessa Hudgens, Treat Williams e Milo Ventimiglia.

Chi di voi l’ha visto?

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6 Film sulla Shoah che vi consiglio

Il 27 gennaio di settantaquattro anni fa le truppe sovietiche liberavano il campo di concentramento di Auschwitz, il lager di sterminio dove per anni i nazisti trucidarono migliaia di ebrei. Per questo motivo il 27 gennaio è stato scelto come giornata della memoria per ricordare le vittime della Shoah, ovvero l’olocausto perpetrato dalle autorità naziste sugli ebrei d’Europa.

Filmografia e bibliografia su questo argomento sono assai vasti, io vi consiglio sei film che in modo diverso trattano l’argomento, sei film che mi hanno colpita non tanto per i loro contenuti ma come questi sono stati raccontati.

1 Schinder’s List. Film del 1993 diretto da Steven Spielberg e pluripremiato alla notte degli oscar. Interpretato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes. Il film racconta la vera storia di Oscar Schinder, un imprenditore tedesco che riuscì a salvare la vita di centinaia di ebrei della città di Cracovia in Polonia. La narrazione si concentra sulle atrocità a cui furono sottoposti gli ebrei primo fra tutti il rastrellamento del ghetto della città. Il tutto è maggiormente evidenziato dall’utilizzo del bianco e nero, fatta eccezione di due scene, dove la protagonista è una bambina che indossa un capottino rosso, rosso che a mio avviso rappresenta il sangue del popolo ebraico.

È il primo della mia lista perché credo che sia il film che meglio racconti cosa sia stata davvero la Shoah e come alcuni uomini non siano rimasti indifferenti e hanno avuto il coraggio di salvare delle vite umane.  schindlers-list-teaser-one-sheet-27x40

2 La chiave di Sara. Film del 2010, diretto da Gilles Paquet e interpretato da Kristin Scott Thomas. Tratto dall’omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay, narra la storia di una giornalista americana Julia, sposata ad un cittadino francese. La donna si trasferisce a Parigi e va a vivere nella casa dei suoceri. Scopre che quest’ultima era appartenuta ad una famiglia di ebrei deportati nei lager, incuriosita inizia delle ricerche e scopre che la figlia della coppia è ancora in vita. Julia si mette sulle tracce di questa bambina, Sara, che nel giorno in cui gli ebrei di Parigi vengono rastrellati, nasconde il fratellino chiudendolo a chiave dentro l’armadio della camera da letto e porta la chiave con sé sicura di riuscire a tornare a casa velocemente, invece lei e tutti gli ebrei della città saranno rinchiusi per settimane senza cibo e acqua nel Velodromo d’inverno fino a quando non saranno deportati nei lager. Sara riesce a scappare iniziando un rocambolesco viaggio per poter tornare a casa da suo fratello.

Il film è molto forte, la storia è carica d’angoscia, l’angoscia di Sara che non riesce a tornare a casa. Angoscia che viene vissuta in prima persona dallo spettatore. È il dramma dell’olocausto visto dagli occhi di una bambina.

Ma il film parla anche di un episodio fino a poco tempo fa negato dalle autorità francesi, ossia il rastrellamento del velodromo d’inverno che venne eseguito dalla gendarmeria francese.

3 Jona che visse nella Balena. Film del 1993 diretto da Roberto Faenza ha anch’esso come protagonista un bambino ebreo Jona, che a soli 4 anni viene deportato da Amsterdam nel lager. Il film narra la vita di Jona dentro il campo di concentramento, vita per nulla facile dove un bimbo di quell’età vive sulla sua pelle violenze terribili, spesso vittima anche di altri ragazzini ebrei. Jona, una volta adulto rimuove tutto di quella terribile esperienza, che ricorderà soltanto grazie alla tecnica dell’ipnosi.

Il film è molto bello e racconta la Shoah dei bambini, vittime innocenti di una mente criminale.

4 Storia di una Ladra di Libri. Film del 2013 e tratto dall’acclamato e omonimo best seller, libro che personalmente ho adorato, ma anche il film merita. Voce narrante della vicenda, la Morte. Vicenda che ha come protagonista la piccola Liesel, figlia di esponenti del partito comunista costretti a scappare, viene adotta da una famiglia di Monaco di Baviera. La coppia nasconderà nella loro cantina un ragazzo ebreo sopravvissuto alla notte dei Cristalli. Ragazzo che stringerà con Liesel un profondo legame d’amicizia, complice la passione che entrambi avevano per la lettura.

Qui ci viene narrata la storia di tedeschi che non erano d’accordo con i nazisti e che per le loro scelte e il loro coraggio saranno alloro volta vittime della furia omicida della guerra.    201408270939_storia di una ladra di libri

 

5 Black Book. Film 2006, racconta la storia di Rachel Stein, una ragazza ebrea olandese, unica sopravvissuta della sua famiglia che diventa membro della resistenza. La giovane viene addestrata a diventare una spia nelle file dell’esercito tedesco. Qui la Shoah viene raccontata attraverso le vicende di una ragazza che non ha più nulla da perdere e si adopera per vendicare la sua gente. Azione, adrenalina, suspense e intrighi la fanno da padrone.

6 La vita è Bella. Lasciato per ultimo perché a mio avviso è un capolavoro. Benigni è riuscito a trattare il tema della Shoah con una delicatezza unica, fa sembrare la vita nel lager un gioco dove ci si diverte. Naturalmente non potete non averlo visto.

Film, libri e testimonianze sulla Shoah hanno un unico obiettivo ed è quello che non dobbiamo dimenticare, dobbiamo imparare dalla storia e impegnarci affinché questo non accada mai più.

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5 Motivi Per Cui Guardare Orange Is New Black

Fra i miei buoni propositi per il 2019, c’è quello di recuperare tutte le serie cult degli ultimi tempi che per un motivo o un altro non ho visto. Poiché su le pagine di questo blog scrivo di serie tv era ora che mi mettessi in pari.

La prima della mia lista è Orange is New Black. La serie è composta da sei stagioni ed io sono arrivata solo a metà, ma mi sta piacendo tantissimo e vi consiglio vivamente di vederla, se non lo avete già fatto, per cinque motivi:

1 Per la prima volta la vita in carcere viene raccontata dal punto di vista delle donne. Piper Chapman, la protagonista, è una ragazza di 30 anni che deve scontare un anno di reclusione per un reato commesso dieci anni prima e per il quale ha patteggiato. Nel momento in cui Piper varca la soglia del penitenziario femminile di Litchfield la sua vita cambierà drasticamente. Si accorgerà ben presto che il carcere è assai lontano dal racconto che ne fanno libri e tv, è sicuramente molto peggio.

Ci vorrà del tempo e non sarà per nulla facile, ma alla fine Piper si adatterà alla sua nuova vita da detenuta.

2 Orange is New Black non è solo il racconto dell’esperienza di Piper, è un racconto corale, è il racconto di un gruppo di donne che per sopravvivere alla realtà e alle difficoltà che spesso la vita ti impone sono state costrette a violare le regole. Violazione che tutte sono costrette a pagare. Ciò che emerge è un’analisi dei diversi aspetti dell’animo femminile. Fragilità, delusione, solitudine sono spesso nascosti dietro la maschera dell’arroganza e della violenza.

Ognuna di loro rappresenta un racconto dentro il racconto ed ognuna di loro cerca di occupare uno spazio nella nuova realtà del carcere. Quest’ultimo diventa il palcoscenico di nuovi incontri, amicizie e alleanze, ma farà da scenario anche a conflitti e lotte per il potere.

3 È una serie di denuncia che evidenzia un sistema penitenziario fatiscente e corrotto che specula sulla vita delle detenute. La serie, infatti, è ispirata alle memorie di Piper Kerman, basata su fatti reali.

4 Nel mondo delle serie tv rappresenta una novità non solo per i contenuti e il linguaggio, ma anche per la tecnica narrativa caratterizzata principalmente dall’utilizzo del flashback, col quale scopriamo la vita di ogni singola detenuta prima del suo arrivo in carcere e dei motivi che l’hanno condotta alla detenzione.

5 È stata la prima serie trasmessa on-demand e prodotta da Netflix consacrando quest’ultima come piattaforma streaming.

Aggressiva, volgare, irriverente, maleducata ma anche divertente, Orange is New Black ti racconta le donne sotto un’altra veste e prospettiva. Donne che possiamo paragonare a dei fiori d’acciaio che momentaneamente sono stati chiusi in una serra in attesa di esplodere alla vista del sole non appena saranno rimessi in libertà.

Chi di voi l’ha vista?

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Isabella la rivoluzionaria

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È dal mese di ottobre che seguo con interesse una serie in prima visione che va in onda tutti i mercoledì su Rai Premium.

La serie racconta la vita di Isabella di Castiglia, la sovrana spagnola a cui la corona iberica deve l’unificazione del regno e le basi di quello che sarebbe stato l’impero Spagnolo.

Isabel, questo il titolo della serie, è una produzione della tv spagnola, una produzione molto accurata soprattutto nella ricostruzione storica. La serie è suddivisa in tre stagioni, andate in onda in Spagna dal 2013 al 2016, in Italia sono trasmesse una dietro l’altra.

Nella prima stagione viene narrata la vita di Isabella dall’adolescenza fino al matrimonio con Ferdinando d’Aragona con un contorno di intrighi e lotte di successione per il trono di Castiglia.

Nella seconda stagione, quella al momento in corso su Rai Premium, assistiamo alla guerra interna al regno di Castiglia che condurrà Isabella sul trono, ma saranno anche gli anni della conquista del regno di Granada, dell’instaurazione del tribunale dell’Inquisizione, di Tommaso de Torchemada e di Cristoforo Colombo.

Nella terza e conclusiva stagione la storia si concentrerà sulla vita degli Infanti, ossia i figli nati dall’unione con Ferdinando, figli che saranno fatti sposare con i principali eredi dei regni europei per rafforzare le alleanze del regno di Spagna. Basti pensare che la principessa Giovanna sposerà Filippo d’Asburgo e dalla loro unione nascerà l’imperatore Carlo V, mentre la giovane Caterina sarà la sfortunata moglie del futuro re d’Inghilterra Enrico VIII. La serie si conclude con la morte della regina Isabella.

Ciò che mi ha colpito principalmente è il carattere di Isabella, fin da giovanissima ha sempre pensato con la sua testa, avendo come unico obiettivo quello di diventare regina di Castiglia. E una volta ottenuto questo traguardo ha posto il benessere del suo popolo al di sopra di qualsiasi cosa. Naturalmente questo atteggiamento l’ha condotta in più occasioni a fare delle scelte. Scelte che l’hanno costretta a sacrificare i suoi figli, suo marito e i suoi affetti più cari.

Trovo, inoltro, che gli intrighi, le congiure e i compromessi politici raccontati, come il sacrificare un interesse personale per quello che si crede un bene comune, sia quanto mai attuale. Isabella è caparbia e ostinata, riesce con grande determinazione a farsi largo fra una schiera di uomini che vogliono il potere del regno di Castiglia. Sceglie Ferdinando d’Aragona come suo sposo per poter sanare l’eterno conflitto con il regno d’Aragona e Catalogna. Ma i due una volta divenuti sovrani non riusciranno ad attuare una politica comune dei due regni. Così i Castigliani verranno sempre prima degli Aragonesi-Catalani e la cosa porterà ad un forte malcontento che si perpetuerà nei secoli e sfocerà nella terribile guerra civile spagnola degli anni 30 del Novecento. Contrapposizione che ancora oggi pone la Spagna al centro delle cronache internazionali.

È attuale anche la paura del diverso, tutti i problemi del regno di Castiglia e Aragona vengono addossati alla comunità ebraica che per prima sarà vittima delle persecuzioni e delle torture perpetrate dal tribunale della santa Inquisizione, voluto fortemente da Isabella.

Ecco, un difetto della sovrana era proprio questo, il suo maniacale cattolicesimo che oggi sarebbe stato considerato fondamentalismo. L’essersi eretta a portatrice della dottrina cattolica ha provocato solo danni non solo nel regno di Spagna, ma anche nelle future colonie oltre oceano.

A detta di tutti gli storici, però, Isabella è da considerarsi una rivoluzionaria, perché ha capito prima di altri che si vince solo se uniti, che al popolo è necessaria la pace, popolo che va posto al di sopra di ogni cosa.

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I Moschettieri del re

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L’ultimo film scritto e diretto da Giovanni Veronesi, I Moschettieri del Re- La penultima missione, è un modo piacevole per trascorrere due ore in pieno divertimento.

Si ride dall’inizio alla fine e ti dimentichi del lavoro, della famiglia e di ogni sorta di problema.

Siamo in una fantasiosa Francia del 1650 o suppergiù, la regina Anna usurpata nel suo ruolo di comando dal terribile cardinale Mazzarino, va alla ricerca dei famosi moschettieri per assegnare loro una difficile e segreta missione. Ma le speciali guardie reali le cui gesta erano diventate leggenda si presentano al cospetto della regina con un aspetto assai invecchiato e trasandato: D’Artagnan fa il maialaro e si esprime con uno strano linguaggio, Athos è affetto da diversi disturbi fisici causati da eccessi e dallo scorrere del tempo, Aramìs ha abbracciato la vita religiosa e non si ricorda neanche come si impugna un’arma e poi c’è Porthos che triste e infelice si è dato alla depressione più profonda.

La convocazione della regina sprona i quattro e rivivere le glorie e i divertimenti di gioventù e seppur vecchi e rincoglioniti accettano di buon grado di aiutare la sovrana.

La loro missione sarà costellata da equivoci ed errori comico/esilaranti, ma a dispetto dei pronostici i nostri quattro moschettieri riusciranno nel loro intento.

Quattro moschettieri che hanno il volto di quattro bravi attori italiani molto apprezzati dal pubblico. D’Artagnan ha il volto di Pierfrancesco Favino, Athos di Rocco Papaleo, Aramìs è Sergio Rubini, mentre Porthos è Valerio Mastrandrea.

Attori che hanno molto personalizzato i personaggi che interpretano senza la cui bravura il film sarebbe risultato la solita sempliciotta commedia all’italiana.

Basti pensare che Papaleo, Rubini e Mastrandrea recitano con i loro dialetti e Favino si esprime in una sorta di francese italianizzato sgrammaticato.

Ma anche il resto del cast non è da meno: la regina Anna è interpretata da Margherita Buy, il cardinale Mazzarino da Alessandro Haber, Valeria Solarino nei panni di una giovane rivoluzionaria e poi c’è Matilde Gioli che interpreta la dama di compagnia della regina che insieme a nostri attempati moschettieri ne combina di tutti i colori.

La storia è liberamente ispirata al romanzo Vent’anni Dopo di Alexander Dumas. L’intento di Genovese era quello di creare una metafora con i tempi odierni e lo fa utilizzando la fantasia disarmante che solo un bambino può avere. Intento che è un po’ fallito in quanto la parte conclusiva del film è un po’ slegata dal resto della narrazione.

Ripeto, il film è riuscito soprattutto grazie al gruppo di attori, che bene o male rappresentano il meglio che il cinema italiano ha da offrire.

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I Sogni Son Desideri

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È da circa 10 giorni o meglio da quando siamo entrati nel pieno periodo natalizio che la Rai ha dato inizio alla ormai tradizionale maratona della messa in onda dei film della Disney.

Quest’anno però le povere principesse della Disney sono state al centro di una polemica mossa da alcune star di Hollywood, come Keira Knightley e Kristen Bell, che hanno deciso di vietare alla loro figlie la visione delle favole Disney perché offrono un modello di donna superato.

Personalmente trovo la cosa un po’ esagerata, certo le donne di oggi sono anni luce lontane da Biancaneve o Cenerentola e meno male, ma a mio avviso le loro storie potrebbero essere lette in chiave moderna.

Prendiamo Cenerentola per esempio è una che si fa un mazzo così per anni e alla fine riesce a trovare la luce al di là del tunnel, luce che nel suo caso è rappresentata da un uomo, ma che oggi potrebbe essere un nuovo lavoro o un’opportunità che ti permette di cambiare drasticamente in meglio la tua vita.

Ariel, la sirenetta, non voleva essere come tutti gli altri, è una che è uscita dalla sua confort zone ed ha corso dei rischi per poter essere felice e realizzata e vogliamo poi parlare di Mulan?

Le favole della Disney sono delle metafore che possono essere benissimo spiegate alle bambine in una chiave contemporanea più vicina alla società moderna. E ultimamente queste è stata la chiave di lettura delle ultime produzioni della casa cinematografica di Orlando.

Certo è, che alle bambine va anche spiegato che non bisogna aspettare un uomo che ti salvi, che la chiave del successo non è la bellezza ma un’ottima istruzione, che l’amore non è sacrificio, né dipendenza, né violenza e che la donna ha pari diritti tanto quanto gli uomini.

In fondo il messaggio di queste favole e che bisogna sognare in grande e se ci credi e lavori duro quei sogni o desideri si possono trasformare in realtà. In fondo il motto di Walt Disney era se lo puoi sognare lo puoi fare, che poi è la moderna parabola di Obama Yes We Can.

Come tutte le polemiche anche questa sulle principesse Disney è inutile e svia l’attenzione dai veri problemi che incontrano le donne ogni giorno. Ha scritto Michela Marzano, filosofa, politica, saggista e accademica italiana su D. di Repubblica:

Ancora una volta, non si tratta di negare l’importanza del linguaggio o dell’immagini. Al contrario. Le parole che si usano e le rappresentazioni che si danno costruiscono l’immaginario collettivo, non è un caso che negli ultimi cartoni animati della Disney, appaiono eroine sempre più forti e diverse come Moana o Tiana. Cerchiamo però di non illuderci che la parità nella vita di tutti i giorni passi per un semplice “accordo di vicinanza“ o per il divieto di guardare Cenerentola e la Sirenetta.

E voi cosa ne pensate? Qual è la vostra favola Disney preferita? Io ho sempre adorato La Bella e la Bestia, ma quest’anno ho apprezzato molto Maleficient.

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Un Piccolo Favore

Stephanie Ward è una giovane mamma single che fa di tutto per essere una buona madre, ha un blog di cucina e la sua vita trascorre in maniera lenta e anonima, fino a quando non fa la conoscenza di Emily.

Emily Nelson è la madre di un compagno di scuola del figlio di Stephanie, i bambini vanno molto d’accordo, così le due donne decidono di prendere un Martini insieme.

Per Stephanie è l’inizio di una nuova amicizia, la donna è totalmente affascinata da Emily così diversa da lei. Emily è sicura di sé, fa le PR per un famoso stilista, abita in una casa favolosa ed ha un guardaroba da far invidia a Chiara Ferragni. Stephanie è tutto l’opposto, timida, impacciata, vive con i soldi dell’assicurazione lasciategli dal suo defunto marito e veste come una ragazzina della terza media.

Le due così diverse diventano amiche per la pelle e quando un giorno Emily chiede a Stephanie un piccolo favore, ovvero di andare a prendere suo figlio a scuola perché lei è oberata dal lavoro, nulla sembra far presagire qualcosa di grave.

Invece Emily scompare misteriosamente e Stephanie inizia le ricerche dell’amica insieme al marito di lei Sean Townsend, scrittore fallito.

In poco tempo Stephanie si ritrova in un intrigo che la condurrà ad essere la protagonista di un vero e proprio mistero. Che fine ha fatto Emily? È suo il cadavere trovato in un lago a chilometri di distanza dal suo ufficio?

Emily non era chi diceva di essere, ma anche la cara e dolce Stephanie ha degli scheletri nell’armadio che sarebbe meglio che restassero tali e poi c’è Sean, marito devoto o assassino?

Questo è quanto posso dirvi di Un piccolo favore, per il resto vi consiglio di andare al cinema, perché è un thriller davvero molto bello. Un thriller che fino alla fine ti tiene col fiato sospeso, anzi ad un certo punto non ho capito più niente, cosa difficile per me che scopro l’assassino quasi sempre a metà narrazione.

Un piccolo favore è tratto dall’omonimo romanzo di Darcy Bell, scritto da Jessica Sharzer e diretto da Paul Feig, vede fra le protagoniste la bellissima Blake Lively nei panni di Emily e Anna Kendrick in quelli di Stephanie.

Il film mette in luce gli aspetti più subdoli dell’animo umano e gioca molto sul concetto che ognuno di noi ha dei segreti e che spesso intrecciamo rapporti d’amicizia solo ed esclusivamente per un nostro tornaconto personale.

Stephanie nella sua ingenuità e dolcezza si rivela una vera e propria detective tanto da decidere di condividere le sue perle investigative nel suo blog fra una ricetta e l’altra, blog per il quale spesso veniva derisa dalle altre mamme ma che in realtà le salverà la vita in tutti i sensi.

L’unica cosa che non mi è piaciuta è la colonna sonora, troppo francese, non c’entra nulla con la storia, ma credo che sia stato desiderio di una delle case produttrici di nazionalità francese. A proposito di case produttrici c’è anche la nostra Rai Cinema.

 

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Dedicato a tutte le ragazze single

In uno ozioso fine settimana pre natalizio, infastidita dall’idea di affrontare la confusione di chi si aggira frettolosamente per le vie della città a caccia di regali, mi sono concessa un po’ di relax casalingo. Decidendo di occupare il mio tempo a fare ordine e sbarazzarmi di tutto quello che non mi serve più o semplicemente legato a ricordi o situazioni che voglio dimenticare. Nel pieno mantra Anno nuovo vita nuova, mi imbatto in una scatola di scarpe che contiene i dvd delle sei stagione di Sex and the City più i due film, non resisto alla tentazione, pertanto i miei buoni propositi vanno a farsi benedire e trascorro il week end a rivedere tutta la serie cult della HBO, con protagonista Sarah Jessica Parker, nei panni dell’indimenticabile Carrie Bradshaw.

Serie prodotta da HBO che lo scorso 6 giugno ha compiuto vent’anni. Serie che ci ha regalato un ritratto assolutamente inedito del mondo femminile. Personalmente vidi la prima serie a 12 anni, questo perché condividevo la stanza con due sorelle maggiori rispettivamente di 26 e 20 anni, naturalmente non ci capii niente. Col tempo diventando più adulta cominciai ad apprezzare le avventure di questa quattro ragazze di New York. Le cui vicende sono tratte dal libro omonimo scritto da Candance Bushnell, libro che ho letto perché innamorata della seria tv ma che mi ha deluso enormemente.

Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte ci hanno introdotto in un mondo sfavillante quello della New York degli anni Novanta fatto di feste, party, Cosmopolitan e Manolo Blanik, ma soprattutto hanno sdoganato alcuni tabù, come l’idea che le donne possano parlare di sesso come gli uomini.

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Ci hanno fatto capire che essere single non vuol dire essere sfigate, ma essere selettive, sexy e divertenti. Carrie ci ha insegnato che la prima relazione importante è con noi stessa. Dobbiamo innanzitutto imparare ad amarci, ad accettarci, dobbiamo fare ciò che ci piace, dobbiamo realizzarci, stare bene e se hai delle amiche strepitose tutto questo è ancora più facile. Ci hanno spiegato che insieme all’amore, l’amicizia è uno di quei valori che ognuno di noi deve coltivare.

Oggi a vent’anni dalla messa in onda di Sex and the City molti lo hanno criticato, definendolo politicamente scorretto, molto materialista e irreale.

Politicamente scorretto perché le protagoniste sono tutte di razza bianca e tutte etero, a mio avviso invece le quattro interpreti incarnavano alla perfezione la donna dell’upper inside di Manhattan degli anni Novanta.

Materialista perché Carrie e le sue amiche erano circondate da oggetti di lusso, ma credetemi nella realtà chi può permettersi determinate cose si comporta allo stesso modo.

Irreale perché è impossibile che una giornalista che cura un’unica rubrica su una rivista riesca a mantenersi come fa Carrie, forse quest’ultima accusa è vera ma non è detto che i giornalisti in America fanno la fame coma in Italia.

Ditemi la verità quante di voi almeno una volta non hanno sognato di essere come Carrie?

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Sex and the City ha segnato un’epoca facendosi portavoce di un nuovo tipo di femminismo, ha presentato alla società occidentale una nuova immagine della donna più indipendente e consapevole.

Indipendenza e consapevolezza che forse oggi abbiamo messo in discussione, autoescludendoci dalla società e lasciando spazio ad un misoginismo estremo.