Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

Questa recensione contiene spoiler.

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C’era una volta la città degli angeli, Los Angeles, per alcuni la città dove i sogni diventano realtà, c’era una volta sulle colline di Bell-Air, Cielo Drive dove, sempre una volta, vivevano Rick Dalton e la sua vicina, la bellissima Sharon Tate.

Rick è una vecchia gloria della cara Hollywood, diventato famoso grazie ad una serie televisiva western degli anni 50, fatica dopo 15 anni a ritagliarsi nuovi ruoli, è in profonda crisi e non sa se accettare o meno la proposta di un produttore di trasferirsi in Italia per prendere parte ai famosi spaghetti western. Al suo fianco troviamo Cliff Booth. Cliff è la controfigura di Rick sul set e nella vita reale. I due vivono quasi in simbiosi, uniti da una profonda e sincera amicizia. Anche Cliff si trova in difficoltà, fatica a trovare nuovi incarichi a causa di strane voci che lo accusano di aver ucciso la moglie.

Sharon è la vicina di casa di Rick, ha sposato Roman Polanski, stella nascente della nuova Hollywood, Sharon e Roman rappresentano tutto quello che Rick vorrebbe essere ma non è. Sharon e Rick vivono due vite parallele, due vite che ad un certo punto si incontreranno.

Questa la storia alla base di C’era una volta a Hollywood, il nuovo e nono film di Quentin Tarantino. Presentato durante l’ultima mostra del cinema di Venezia.

Sottolineo nono, in quanto, in una vecchia intervista il regista italo americano aveva dichiarato di voler girare solo dieci film, pertanto il prossimo dovrebbero essere l’ultimo, ma si spera che abbia cambiato idea.

In C’era una volta a Hollywood, Tarantino ci riporta indietro nel tempo, nella Los Angeles del 1969. Città che proprio in quella estate farà da scenario ad uno degli omicidi più cruenti che gli Stati Uniti abbiano conosciuto. L’omicidio dell’attrice, moglie del regista Roman Polanski, Sharon Tate, che al nono mese di gravidanza venne massacrata insieme a tre amici nella sua villa a Cielo Drive per mano di alcuni adepti della setta di Charles Manson.

Questo tragico episodio di cronaca viene ripreso da Tarantino e ricostruito come il finale di una fiaba. Perché questo è C’era una volta a Hollywood una fiaba. Dove una bella principessa rischia di morire per mano di un orribile mostro, ma grazie ad un coraggioso vicino di casa armato di lanciafiamme tutto andrà per il meglio e tutti vivranno felici e contenti.

Lo so ho spoilerato, ma credo che ormai tutti o quasi lo abbiano visto.

Devo essere sincera, ho faticato in questo film a ritrovare il caro e vecchio Tarantino.

La storia è poco incalzante, la struttura narrativa alquanto deboluccia e il finale ti spiazza.

Tutto il racconto è caratterizzato dallo sguardo malinconico del regista verso quella che si può definire la fine di un’epoca. Pochissime le scene di violenza, fatta eccezione per la parte finale del film. Numerose invece le scene che in qualche modo vogliono essere un omaggio ai grandi registi di Hollywood. Noisette le scene western.

Il cast è un grande cast. Leonardo Di Caprio è Rick Dalton, Brad Pitt è Cliff Both. Molto bravi entrambi, ma avevano già dato prova di essere all’altezza di Tarantino in Django Unchaimed il primo e Bastardi senza Gloria il secondo. Margot Robbie veste i panni di Sharon Tate e poi troviamo Al Pacino, Dakota Fanning, Kurt Russel, Luke Perry nella sua ultima interpretazione, Michael Madsen, Lena Dunham e tanti altri.

E un film che vale la pena di vedere perché è una dichiarazione d’amore che Tarantino fa al cinema e poi perché Leonardo e Brad sono adorabili.

Chi di voi lo ha visto?

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Giugno 1975, il promettente scrittore Harry Quebert decide di trascorrere le vacanze nella cittadina di Sommerdale nello stato del Maine, per trovare l’ispirazione e la giusta atmosfera per scrivere il suo nuovo romanzo. Qui Harry fa la conoscenza di Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, che ben presto diventa la sua musa ispiratrice. Il 30 agosto Nola scompare misteriosamente.

Trascorrono 30 anni. Harry è diventato uno scrittore di fama mondiale e un apprezzato docente universitario. La sua fortuna è derivata soprattutto dal romanzo Le Origini del Male, scritto nell’estate del 1975.

Fra i vari studenti che Harry conosce nella sua carriera, c’è n’è uno che cattura la sua attenzione Marcus Goldman, ragazzo a cui Harry decide di fare da mentore. Marcus come il suo maestro diventa un eccellente scrittore, ma ad un certo punto della sua carriera Marcus ha un blocco. Harry per aiutarlo lo invita a trascorrere l’estate a Sommerdale, di cui ormai è diventato cittadino onorario. Qui casualmente Marcus scopre che fra Harry e Nola vi era stata una relazione, contemporaneamente a causa di alcuni lavori di ristrutturazione, il corpo della ragazzina viene ritrovato nel giardino di casa di Harry, insieme a lei la bozza del manoscritto de Le Origini del Male con una dedica alla ragazza.

Harry viene arrestato e rischia l’ergastolo. Marcus crede alla sua innocenza e inizia a indagare insieme al sergente Gahalowood. Decide che questa indagini sarà alla base del suo nuovo romanzo.

Nelle sue ricerche Marcus si imbatterà nei segreti di una piccola città di provincia americana, dovrà far luce su un amore proibito tra un uomo adulto e una ragazzina, un inquietante autista dal volto sfigurato, un misterioso mecenate, segreti agghiaccianti e la genesi misteriosa di un capolavoro letterario.

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Questa è la trama de La Verità sul caso Harry Quebert, lo sceneggiato trasmesso su canale cinque e tratto dall’omonomo best seller di Joel Dicker.

La regia è del premio oscar Jean- Jacques Annaud, molto bravo a mio avviso, in quanto è riuscito a trasmettere allo spettatore, la stessa adrenalina che Dicker ha regalato al suo lettore.

Il ritmo della storia è incalzante, è un mosaico scomposto che lo spettatore ricompone insieme a Marcus, man mano che le indagini del ragazzo procedono.

Un crime psicologico che ha in sé tutte le caratteristiche del romanzo giallo tradizionale, infatti, come vedrete questa sera nell’ultima puntata, l’assassino è la persona meno sospettabile, anche se il nostro Harry no né del tutto innocente e anche Nola la vittima non era quella che voleva apparire.

A dare il volto a Herry c’è Patrick Dempsey, il dottor stranamore di Grey’s Anatomy.

La serie televisiva è molto fedele al romanzo, e ve li consiglio entrambi. Se ve la siete persa, potete recuperarla su Mediaset Play e su Sky.

Aspetto i vostri commenti.

Tra le prime visioni offerte dalla tv generalista quest’estate mi ha colpito il nuovo medical drama The Resident.

Dimenticatevi di Grey’s Anatomy, Private Practise, Chicago Med e tutto quello che finora era stato narrato degli ospedali americani. In The Resident non abbiamo tormentate storie d’amore o interventi chirurgici fantascientifici, abbiamo, invece, un racconto veritiero che mette in risalto gli aspetti negativi del sistema sanitario americano.

Siamo ad Atlanta e al Chastain Park Memorial il dott. Conrad Hawkins, interpretato da Matt Czuchry, specializzando al terzo anno, si adopera insieme all’infermiera Nic, Emily Vancamp, a garantire a tutti i pazienti il diritto di essere assistiti, diritto che no né proprio la priorità dell’ospedale per il quale lavorano. Ad aiutarli arriva il dott. Devon Pravesix, specializzando del primo anno.

Al Chastain succedono cose insolite e i suoi corridoi sono percorsi da medici non sempre corretti, come ad esempio il dott. Randolph Bell, primario di chirurgia che non accetta il suo non essere più in grado di operare, con conseguenze gravissime in sala operatoria, conseguenze che gli hanno fatto guadagnare il soprannome di Dottor Morte. E poi c’è la dottoressa Lane Hunter, illuminante oncologa che ha messo a punto un protocollo eccezionale, un protocollo che guarisce i pazienti dal cancro.

Ben presto, però, si scoprirà di quanto la dottoressa Hunter sia cinica e spietata. Una donna che pur di incassare le assicurazioni sanitarie dei pazienti è pronta a tutto anche a diagnosticare il cancro a chi è sano come un pesce.

Accanto a loro troviamo un gruppo di giovani specializzandi che con devozione cercano di fare quello che ogni singolo medico è chiamato a fare in ogni parte del modo, ossia assistere e curare gli ammalati. E Conrad, Nic, Devon e la dottoressa Mina Okafor, chirurgo nigeriano dalle straordinarie capacità, cercano di fare ciò, in un sistema sanitario come quello americano che guarda più al profitto che alla salute dei pazienti.

Un sistema che tutela i medici e non i cittadini a cui non è garantito il diritto alla salute.

Ed è l’infermiera Nic ad affermare che gli errori medici sono la terza causa di morte negli Stati Uniti, dopo il cancro e le patologie cardiache, ma nessuno affronta l’argomento.

Se sei ricco ok puoi essere curato, ma se sei un senza tetto vieni rimbalzato da un pronto soccorso ad un altro fino a quando non trovi un’infermiera dall’animo umano che fa di tutto per curarti, altrimenti ti rispediscono sulla strada.

The Resident mostra il volto cinico e forse tremendamente realistico della sanità americana, dove la saluta no né un diritto, dove gli ospedali sono visti come delle aziende il cui scopo è solo quello di fatturare. Insomma una denuncia vera e propria che ha fatto guadagnare alla serie picchi di ascolto mai visti prima.

E voi l’avete vista? Se non lo avete fatto correte a recuperala sui Rai Play perché ne vale la pena.

 

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Turn around, Look at what you see, in her face, The mirror of your dreamer…………

La canto da ieri sera, da quando ho finito la terza stagione di Stranger Things. Terza stagione che non ha deluso le aspettative.

Siamo tornati a Hawkins, cittadina dell’Indiana, estate 1985. I nostri piccoli nerd: Mike, Lucas, Dustin, Max e Will si divertono con Undici, ma iniziano a fare i conti con i problemi dell’adolescenza e le prime cotte. I loro fratelli maggiori, invece, hanno finito il liceo e cercano di farsi accettare nel mondo degli adulti. Nancy e Jonathan hanno iniziato a lavorare presso la redazione del giornale cittadino, Billy da sfoggio dei propri muscoli nella piscina comunale dove lavora come bagnino e Steve, il bello della scuola, fa il commesso presso la gelateria del nuovo centro commerciale, a fargli compagnia Robin, interpretata da Maya Hawke, figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman, apprezzata new entry.

Il capo Hopper cerca di abituarsi all’idea che Undici sta crescendo, ma mal sopporta che la ragazzina frequenti assiduamente Mike e chiede aiuto a Joyce che invece fa i conti con la solitudine. Insomma tutto sembra trascorrere normalmente fino a quando non si verifica una strana invasione di ratti particolarmente aggressivi che amano cibarsi di pesticidi, contemporaneamente, Billy il fratello di Max inizia a comportarsi in maniera strana e Dustin capta un messaggio russo in codice.

Will si accorge ben presto che il Mind Flayer è tornato o meglio non se né mai andato e i ratti e il comportamento di Billy sono da collegarsi alla spaventosa creatura aliena.

Creatura che è collegata anche al messaggio in codice russo captato da Dustin, messaggio che viene decodificato da Robin, scoprendo che sotto il centro commerciale si trova una base segreta sovietica. Base dove si cerca di riaprire il portale che collega il nostro mondo con quello del Mind Flayer.

Tutti i protagonisti, in un modo o nell’altro si adoperano “a salvare il mondo” come dice Dustin con la sua adorabile zeppola e non mancano i colpi di scena.

Per la terza volta i fratelli Duffer hanno fatto centro regalandoci otto episodi che sono un inno d’amore agli anni ottanta. Non manca nulla, le canzoni, i film cult di quegli anni, le gonne a campana, i capelli cotonati, i mega stereo e le musicassette e la guerra fredda, che vedeva contrapposti Americani contro Sovietici.

Ma soprattutto ci riporta indietro in un periodo in cui finita la scuola i ragazzini giocavano per strada, con bici e pattini a rotelle, quando per divertirsi occorreva usare la fantasia e l’immaginazione.

Dove il mostro alieno rappresenta le nostre paure, in particolar modo in questa terza stagione simboleggia la paura di crescere, di diventare grande, del cambiamento che è inevitabile e del soffrire. Ma come scrive Hopper a Undici, il dolore è inevitabile, crescere è inevitabile, fa parte della vita. Vita che può essere vissuta soltanto se impari dai tuoi errori, se hai fiducia nel futuro e credi in te stessa.

E voi cosa pensate di questa terza stagione?

 

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Ieri sera su Rai 2 sono andati in onda i primi episodi del reboot di Streghe, la serie cult sulle sorelle Halliwell andata in onda dal 1998 al 2006. Come tutti i reboot degli ultimi anni anche questo è stato una delusione.

Le sorelle Halliwell sono state sostituite dalle sorelle Vera, tre ragazze di origini latino- americane che scoprono di essere streghe dopo la morte della madre Marisol. La donna aveva deciso di congelare i poteri delle figlie alla nascita per garantire loro una vita normale, inoltre aveva avuto una figlia in giovane età che aveva dato in adozione, figlia di cui non aveva mai parlato con le altre due figlie avute successivamente Mel e Maggie.

Così le due ragazze alla morte della madre scoprono di avere una sorella maggiore Macy e insieme costituiscono il trio di streghe più potenti mai conosciute, le streghe del potere del trio.

Cosa non mi è piaciuto:

1 Sicuramente il modo in cui è stata costruita la storia, caratterizzata da molti elementi che rimandano alla vecchia serie, elementi che non sono stati inseriti in maniera originale nell’impianto narrativo. Ad esempio il libro delle ombre era per le sorelle Halliwell lo strumento principale per capire come combattere la sorgente, qui è ridotto ad un semplice manuale di magia. Le sorelle Vera apprendono l’arte occulta dal loro angelo bianco Harry Greenwood, anni luce lontano dal caro Leo.

L’iniziale del nome delle sorelle è stata sostituita dalla P alla M e se il potere della telecinesi è affidato alla maggiore delle sorelle Macy e quello di bloccare il tempo a Mel, la piccola Maggie non ha il potere della premonizione, caratteristica di Phoebe nella serie originale, possiede, invece, la capacità di leggere il pensiero. Anche la personalità delle ragazze è molto lontana da quella di Prue, Piper e Phoebe. Macy la maggiore è una nerd, ingegnere genetico che risulta molto impacciata e insicura, lontana da Prue che incarnava la perfetta sorella maggiore, donna forte, responsabile e sicura di sé. Mel è una neolaureata, attivista femminista e dichiaratamente lesbica, è un vulcano, istintiva e impulsiva, l’opposto della romantica e mite Piper e poi c’è Maggie la minore, frivola, studentessa universitaria che ha un unico obiettivo entrare in una sorellanza. Phoebe era invece una ribelle, una combina guai che grazie alla magia trova il suo posto nel mondo.

Insomma sono stati frullati insieme elementi nuovi a elementi vecchi il cui risultato è stato quello di produrre una serie che è la brutta copia della serie originale.

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2 La scelta delle attrici. Le tre ragazze scelte per interpretare Macy, Mel e Maggie non reggono il confronto con Shannen Doherty, Holly Marie Combs e Alyssa Milano, mi sono sembrate sciatte e un po’ insignificanti.

3 A mio avviso la serie è troppo politicamente corretta e il troppo alla fine stanca. La serie del 98 è stata definita poco femminista, cosa non vera in quanto eravamo difronte a tre giovani donne forti e indipendenti che cercavano un equilibrio fra la loro vita da streghe e da ragazze comuni.

4 Manca quella ciliegina sulla torta quale la città di San Francisco. Il reboot è ambientato nella fittizia città universitaria di Hiltowne e tutto ruota all’interno del campus universitario. San Francisco rendeva la vicenda più reale, le sorelle Halliwell dovevano far coesistere reale con il paranormale e confrontarsi con la quotidianità di una grande città.

5 I reboot di serie cult sono una pessima idea. La creatrice del reboot Jennie Snyder Urman, mamma già di Jane The Virgin, avrebbe dovuto studiare meglio.

E voi cosa ne pensate?

What/If

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C’era molta attesa per la serie What/If, serie creata e prodotta da Mike Kelley e distribuita sulla piattaforma di Netflix. Serie che vedeva fra i suoi protagonisti il premio oscar Renèe Zellweger.

Ma come spesso accade le aspettative sono state deluse.

What/If si presenta come una serie intrigante e misteriosa un vero e proprio thriller psicologico che manca però di quella suspense tipica di questo genere narrativo.

La vicenda ruota attorno ad una giovane coppia di sposi Sean e Lisa Donovan, quest’ultima fatica a far decollare la sua start up biomedica per mancanza di investitori. Una sera nel bar in cui lavora, Sean incontra una donna misteriosa e molto affascinate che vuole investire sulla start up di Lisa.

Questa donna è Anne Montgomery, regina dell’alta finanza californiana e fautrice di una sua filosofia di vita secondo la quale gli obiettivi che gli individui si pongono nella vita vanno perseguiti ad ogni costo. Non importa cosa bisogna fare l’importante è raggiungere il proprio scopo. Una moderna Machiavelli in una società dove comanda chi ha i soldi. I legami e i sentimenti sono solo delle debolezze, delle fragilità, che possono essere usate dai tuoi nemici per distruggerti.

Per Anne il legame che unisce Sean e Lisa è la debolezza di quest’ultima. A cosa sarà disposta Lisa pur di riuscire a salvare la sua società dalla bancarotta? Sarà disposta a concedere Sean per una notte a Anne?

Questa è l’unica cosa che Anne chiede alla ragazza in cambio dei soldi per salvare la start up, oltre che a diventare sua socia in affari.

Lisa accetta, ma per contratto non potrà conoscere nulla della notte che suo marito trascorre con l’altra donna. Tutto ciò condurrà i due giovani a mettere in discussione il loro rapporto inoltre, Sean è davvero l’uomo che Lisa conosce o nasconde segreti inconfessabili perfino alla moglie? E chi è Anne Montgomery? Cosa le è successo di così traumatico nel trasformarla nella donna gelida, spregiudicata e priva di sentimenti, ma potente che è oggi?  Lisa sarà disposta a sacrificare i propri affetti per realizzare il suo sogno? Chi avrà la meglio il denaro o i sentimenti?

Attorno ai tre protagonisti ruotano altri personaggi fra cui Marcus, fratello adottivo di Lisa e il suo compagno e Todd e Angela Archer, una coppia di amici di Sean, perseguitati per tutta la serie da uno psicopatico il dott. Ian Harris. E qui sta il problema di What/If. Il racconto delle vicende dei personaggi minori è totalmente slegato dal racconto dei tre protagonisti principali. E come se l’intera struttura narrativa sia costituita da due rette parallele che non si incontrano mai.

Sulla storia di Todd e Angela si poteva fare una serie a parte, in quanto non c’è alcun nesso con la storia di Sean e Lisa.

Per non parlare del finale che può essere scontato, ma allo stesso tempo è sbalorditivo.

La vera parte da leone la fa Renèe Zellweger nei panni di Anne Montgomery, Renèe che con questa interpretazione si è scrollata di dosso i panni della imbranata Bridget Jones.

Chi di voi ha visto What/If, cosa ne pensate?

 

Locandina Netflix

Per il poeta francese Charles Baudelaire esiste un fascino per il male. Male che per Baudelaire era da intendersi come sconforto, decadenza sociale, vizio, malattia fisica o tormento interiore.

Nella società moderna il male è soprattutto potere e in ogni uomo la battaglia fra bene e male è sempre accesa. Su questo conflitto si basa Il Traditore, il nuovo film di Marco Bellocchio, presentato all’ultimo festival del cinema di Cannes.

Il Traditore racconta buona parte della vita di Tommaso Buscetta, il primo pentito di mafia, grazie alle cui dichiarazioni, il giudice Giovanni Falcone riuscì a costruire l’impianto accusatorio del famoso maxi processo contro Cosa Nostra.

Nei panni di Buscetta troviamo un magistrale Pierfrancesco Favino che insieme agli altri attori quali Maria Fernanda Candido, Fabrizio Ferracane e Luigi Lo Cascio ci regalano delle interpretazioni straordinarie che fanno da cornice al quadro realistico costruito da Marco Bellocchio.

Bellocchio che con questo film si è staccato da quello che era il suo consueto registro narrativo, regalando al pubblico il racconto di quella che è stata una delle pagine più nere della storia siciliana.

Siamo nella Palermo del 1980, durante la festa di Santa Rosalia, sta per avere inizio la terribile guerra fra i Corleonesi di Totò Riina e i Palermitani di Stefano Bontana per il controllo della droga. I primi avranno la meglio e Buscetta fiutando il pericolo si nasconderà in Brasile, non mette però al sicuro la sua famiglia rimasta a Palermo, famiglia che verrà trucidata dai Corleonesi, questi cercano di uccidere anche Buscetta, ma la polizia brasiliana è più veloce. Una volta arrestato Buscetta sarà estradato in Italia. Qui decide di collaborare con la giustizia, anche perché l’unico modo che ha di vendicarsi dei suoi nemici è attraverso lo Stato Italiano, stato che è rappresentato dal giudice Giovanni Falcone. Buscetta racconterà ogni cosa dalla genesi di Cosa Nostra alla guerra con i Corleonesi, dai riti di affiliazione all’organizzazione degli omicidi, dallo spaccio di droga fino all’infiltrazioni nella politica.

Buscetta rivendicherà fino alla fine il suo ruolo di uomo d’onore decantando di appartenere ad un’organizzazione che prima dei Corleonesi aveva un’etica. Sarà compito di Falcone ricordargli che Cosa Nostra è sempre stata un’associazione di criminali che si sono macchiati di crimini atroci fin dalla notte dei tempi.

La vendetta di Buscetta si consumerà durante il maxi processo che vedrà alla sbarra buona parte dei Corleonesi e chi per paura passò fra le file di quest’ultimi come Pippo Calò, amico di infanzia di Buscetta, che per ingraziarsi Riina uccise i figli del suo amico di infanzia.

Buscetta diventa una specie di rock star, diventando il primo pentito di mafia, ma come tutte le star ben presto anche la sua scia verrà ecclissata.

Bellocchio riesce a dare una doppia chiave di lettura al personaggio Buscetta. Da un alto abbiamo il mafioso che si sente tradito dall’ organizzazione criminale a cui appartiene. Mafioso che si serve, in maniera subdola, dello Stato per attuare la sua vendetta. Dall’altra parte abbiamo l’uomo, un uomo che si tormenta per non essere stato in grado di proteggere i suoi figli, un uomo che sarà ossessionato dai suoi nemici, un uomo che avrà paura di morire.

Bellocchio che riportandoci ad immagini che ricordano un po’ il Gattopardo di Visconti e il Padrino di Coppola ha realizzato davvero un bel film.

Chi di voi lo ha visto? Cosa ne pensate?

 

Il traditore