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Se Jane Austen avesse avuto la Tv

Questo è l’estratto dell’articolo.

Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

Unorthodox #iorestoacasa

Su Netflix c’è una mini serie che ha conquistato tutti compresa la sottoscritta, sto parlando di Unorthodox. Tratta dall’autobiografia di Deborah Feldman, Unorthodox: The Scandalous Rejection of my Hasidic Roots. La serie è diretta da Maria Schrader e scritta da Anna Winger, Alexa Karolinski e Daniel Hendler. Protagonista la storia di una emancipazione femminile, quella di Esther per tutti Esty.

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Esther Shapiro è una ragazza di diciotto anni nata e cresciuta a Williamsburg, caratteristico quartiere di New York, ma la sua non è una vita uguale a quella delle sue coetanee. Esty fa parte di una comunità ebraica ultraconservatrice, la comunità chassidica satmar, che impone ai suoi membri tutta una serie di regole e imposizioni che il più delle volte vanno in contrasto con la società occidentale. Le più penalizzate sono le donne che non ricevono un’educazione adeguata e hanno come unico compito quello di sposarsi e fare figli.

La giovane Esty averte immediatamente di essere diversa, ma fa di tutto per adattarsi a questo piccolo microcosmo al quale sente di non appartenere del tutto, pertanto si adegua e accetta di sposare il giovane Yanky. Dopo un anno di infelice matrimonio, Esty decide di scappare da Williamsburg e di raggiungere la madre a Berlino, che come lei anni prima si era sottratta a quell’ambiente fatto di rigide regole e soprusi.

A Berlino Esty prenderà coscienza di sé e conoscerà una nuova realtà, una nuova dimensione, un nuovo modo di vivere la vita. Ma il suo passato la raggiunge, il suo giovane consorte non si dà per vinto e insieme al cugino Moishe raggiunge la ragazza nella capitale tedesca per riportarla a casa.

Per tutti e tre questo viaggio rappresenta un punto di svolta. Per Esty è scoprire la propria identità, far emergere finalmente la sua personalità curiosa ed emotiva immergendosi finalmente nel modo senza restrizioni e divieti. Per l’ingenuo Yanky sarà la volta di accettare l’idea che esista un’altra realtà diversa da quella di Williamsburg e per Moishe sarà l’occasione di far pace con i propri demoni.

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Credo che siano due i punti di forza di questa serie, il primo è la storia della comunità ebrea chassidica che credo fosse sconosciuta alle masse. La novità sta nel modo in cui ci viene narrata, lo spettatore non viene spinto ad odiarli ma si incuriosisce di fronte a questi uomini con queste strane treccine ricciute, detentori della parola di Dio ma soprattutto fortemente convinti che la causa dell’Olocausto è da attribuire agli stessi ebrei divenuti troppo simili agli altri europei. L’unico modo di evitare un’altra catastrofe è quello di rimanere isolati dagli altri e seguire le regole della tradizione ebraica, mentre alle donne è affidato il compito di ripopolare la comunità. Comunità privata di sei milioni di ebrei morti nei campi di concentramento. La comunità di Williamsburg è composta per lo più da ebrei ungheresi sopravvissuti all’eccidio nazista e parlano l’yiddish, una lingua a metà strada fra tedesco e inglese. Sia gli autori che la regista sono stati bravissimi a descrivere il tutto in maniera oggettiva dando poi allo spettatore la possibilità di farsi una propria idea su questa realtà. Il secondo punto di forza è dato da storia di Esty, che può essere la storia di ognuno di noi. Ci racconta della ricerca del nostro posto nel mondo, dell’emancipazione dalla famiglia e soprattutto dal passato. Un passato che è indispensabile per difendere il presente e costruire il futuro.

Bravissima la giovane attrice israeliana Shira Haas che veste i panni di Esty e ottima la scelta dell’utilizzo dei flashback che a mio avviso enfatizzano la contrapposizione fra la realtà di Williamsburg e quella di Berlino. Due mondi così lontani che allo stesso tempo si incastrano sia grazie alla storia di Ester che a quella del popolo ebraico.

Credo di avervi detto abbastanza, un’ultima cosa, è da vedere assolutamente, perché davvero molto, ma molto bella.

 

 

 

The Crown #Iostoacasa

Rieccomi, scusata l’assenza, ma questa quarantena che avevo sperato sarebbe stata produttiva si è invece rilevata alquanto sconfortante e depressiva. Almeno sono riuscita a recuperare qualche serie e film.

Fra queste quella che occupa il primo posto è The Crown. Serie originale Netflix che racconta la vita della regina Elisabetta II dalla sua incoronazione fino ai giorni nostri. Sono andate in onda tre stagioni composte ognuna da 10 episodi e narrano le vicende della corona inglese negli anni 50, 60 e 70.

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PRIMA STAGIONE

La prima stagione ha inizio con le nozze reali fra Elisabetta e Filippo duca di Edimburgo, ben presto però le condizioni di salute di re Giorgio si aggravano tanto da portarlo alla morte e Elisabetta, interpretata da Claire Foy, si ritrova regina a soli venticinque anni. Siamo nel 1952 e l’Inghilterra è assai lontana da essere la potenza coloniale di un tempo. Dopo la seconda guerra mondiale l’assetto politico internazionale è cambiato e l’Inghilterra rischia di perdere terreno. Non meno problematica è la situazione interna dove le elezioni sono vinte dai conservatori e Winston Churchill, interpretato da John Lighgow, è nuovamente primo ministro. Uomo dalla forte personalità sarà una sorte di mentore per la giovane regina. Elisabetta è molto insicura, si sente inadeguata nel ruolo di capo di Stato per il quale si accorge ben presto di non essere stata preparata. Inizialmente pensa solo con la sua testa e cadrà negli stessi errori dello zio Edoardo, costretto ad abdicare per poter sposare una donna divorziata, zio che starà sul collo della nipote organizzando la sua vendetta.

A Buckingham Palace troviamo la sua “adorabile famiglia” pronta a sostenerla con caloroso affetto. Famiglia composta da una nonna, la regina Mary, che le fa innumerevoli pressioni, una madre la regina Elizabeth, che le ricorda puntualmente di non avere un’intelligenza brillante, una sorella la principessa Margaret che scalpita per sposare un divorziato e infine suo marito Filippo.

Al caro Filippo, interpretato da Matt Smith per intenderci l’undicesimo Doctor Who, il ruolo di principe consorte sta un po’ stretto, troverà difficile camminare due passi dietro alla moglie e di non poter trasmettere il cognome ai figli. Il personaggio avrà però una certa evoluzione distinguendosi per humor e iniziative. Facciamo la conoscenza anche dei primogeniti di Elisabetta, Carlo e Anna, il primo è un grazioso bambino con le orecchie a sventola timido e imbranato mentre Anna è una bimba sveglia e molto intraprendente.

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SECONDA STAGIONE

Nella seconda stagione ripercorriamo gli avvenimenti che vanno dal 1956 al 1963. Churchill si dimetta dalla carica di primo ministro, i suoi successori però non saranno alla sua altezza e trascineranno la Gran Bretagna in una profonda crisi economica interna e in una disastrosa posizione internazionale. La povera Elisabetta ce la metta tutta per essere un buon capo di Stato, ma non ci riesce sempre. I molti oppositori della corona le rinfacciano di essere troppo rigida, fredda ed eccessivamente distante dai suoi sudditi. Il confronto poi con la coppia Kennedy sarà quanto mai destabilizzante.

Il ruolo istituzionale non va mai quasi d’accordo con il ruolo privato, dove la sua “adorabile famiglia” sembra quasi divertirsi a complicarle la vita. Filippo si infila in uno scandalo dopo l’altro, Margareth è sempre più fuori controllo e assume degli atteggiamenti che in un certo senso anticipano Lady Diana, il principe Carlo è un bambino fragile e timido che mal si adatta all’ambiente del rigido collegio scozzese dove viene iscritto per ultimare gli studi, giovane principe che non riesce a costruire un rapporto di affetto con entrambi i genitori. La regina madre, nel frattempo, ha trovato nello scotch whisky un valido alleato. Nascono i principi Andrea e Edoardo. L’unico che Elisabetta riesce a mettere fuori gioco è lo zio David, ma su quest’ultimo e sua moglie la signora Wallis Simpson ho una mia teoria di cui vi parlerò più tardi.

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TERZA STAGIONE

Nella terza stagione ci ritroviamo catapultati negli anni settanta e pertanto assistiamo alla sostituzione del cast. A vestire i panni di sua maestà la regina è il premio oscar Olivia Colman. Vengono narrati tredici anni di regno nei quali ci saranno eventi chiave sia per la popolazione che per la corona. La morte di Winston Churchill e quella del duca di Windsor, lo sbarco dell’uomo sulla luna, la tragedia della miniera di Arbefan che rappresenterà da un lato l’inizio del malcontento popolare nei confronti della monarchia, tanto da far desiderare la repubblica, dall’altro l’inizio di una crisi economica interna mai conosciuta prima.

Se la regina e Filippo sono invecchiati, Anna e Carlo sono due vivaci ventenni, il giovane rampollo di casa Windsor verrà subito intercettato da Camilla Parker Bowles della quale si innamora perdutamente, a causa di ciò il giovane principe del Galles si accorge ben presto quanto sia “adorabile” la sua famiglia. Cosa di cui si è accorta da tempo anche la principessa Margareth, interpretata da una straordinaria Helena Bonham Carter, donna che scivolerà lentamente verso il baratro della depressione e dell’infelicità. Filippo invece, svilupperà nel tempo un sagace sarcasmo che lo renderà più simpatico agli occhi del pubblico, ma soprattutto riuscirà a sanare le ferite del passato recuperando il rapporto con sua madre e accettando l’idea di essere ormai un uomo di mezza età. La regina invece non riesce a staccarsi dal suo ruolo istituzionale, nel caso della tragedia di Arbefan non riesce a essere empatica con i parenti delle vittime, non riesce a piangere, non riesce ad esprimere le sue emozioni. Non riesce ad essere una madre affettuosa, non riesce a far convivere il concetto di famiglia con l’istituzione della corona, ma del resto la sua non è una famiglia normale e mai lo sarà.

Emozioni che invece saranno l’elemento predominante nella vita di Lady Diana Spenser, l’unica che farà tremare davvero Buckinghan Palace attraverso i sentimenti, l’emozioni e la sua forte empatia che la renderanno agli occhi dei sudditi una di loro.

The Crown è un capolavoro del piccolo schermo, la serie scritta da Peter Morgan e diretta da Stephen Daldry   colpisce, stupisce e cattura. L’eccezionalità del cast, gli adattamenti e le ambientazioni così veritiere ne fanno una delle serie più belle di tutti i tempi.

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LO SPETTRO DELL’AMERICANA DIVORZIATA

L’abdicazione di re Edoardo VIII, zio di Elisabetta, creò notevole scalpore all’epoca. L’idea che il re d’Inghilterra, non che capo della chiesa anglicana, sposasse la signora Wallis Simpson, una donna divorziata era inconcepibile, pertanto Edoardo scelse di sposare la donna che amava e di rinunciare alla corona. I due furono poi invitati a lasciare il paese e vissero sempre come due esiliati, inoltre ogni responsabilità che riguardasse problemi o malattie che colpirono la famiglia reale venne sempre addossata in maniera diretta o indiretta al povero Edoardo, per non parlare poi di Wallis che fu sempre trattata come se fosse il diavolo in persona. Da questo episodio in avanti però la corona britannica è stata a mio avviso perseguitata dall’istituzione del divorzio e dai divorziati. E come se il fato avesse in qualche modo vendicato il povero Edoardo e Wallis si sia trasformata in una sorta di spettro, materializzatosi poi in carne e ossa con Meghan Markle. Anche la bella Meghan come Wallis ha tentato di trasformare la più antica monarchia d’Europa, ma proprio come Wallis ha fallito. Se c’è una cosa che The Crown spiega molto bene è che la Corona ha la prevalenza sempre e comunque su ogni cosa e su chiunque. Non ci sono spazi per gli individualismi. “La Corona deve tenere conto solo di Dio e di nessun altro”.

Assassino sull’Oriente Express

#IOSTOACASA

In questo periodo difficile per tutti nel quale ognuno di noi ha dovuto rivedere routine quotidiana e priorità, dovremmo cercare, dove è possibile, un aspetto positivo di questa quarantena forzata.

Uno fra tutti è recuperare tutte le serie televisive e film che ci siamo persi o rivedere i nostri preferiti. Io, nel mio piccolo, cercherò di suggerirvi, attraverso le mie recensione, quelle più gradevoli e proverò a segnalarvi dai palinsesti, attraverso la pagina facebook del blog, tutto quello che di interessante viene proposto in tv.

L’importante è RESTARE A CASA.

La prima segnalazione che vi faccio è Assassino sull’Oriente Express, diretto e interpretato da Kenneth Branagh e andrà in onda questa sera su RAI 1 e quindi recuperabile poi anche sulla piattaforma di RAIPLAY.

Quando la regina dei gialli Agatha Christie incontra uno dei migliori registi inglesi Kenneth Branagh, appunto, viene fuori un film che non ti aspetti.

Assassinio sull’oriente express è uno dei capolavori dell’autrice inglese che lo scrisse nella sua camera d’albergo durante un suo soggiorno a Istanbul nel lontano 1934. Non tutti però avrebbero dato alla vicenda la chiave di lettura che ne ha dato Branagh. A mio parere è riuscito a cogliere quelle sfumature sul concetto di vendetta e giustizia che la stessa Christie ha voluto evidenziare nel romanzo.

Tranquilli non vi svelerò nulla, perché credo che molti di voi magari non abbiano letto il libro e neanche visto le altre trasposizioni cinematografiche che sono state fatte nel tempo.

Protagonista della vicenda è Hercule Poirot, interpretato da Kenneth Branagh, bizzarro detective belga, che concluso un caso di furto a Gerusalemme programma una vacanza a Istanbul. A causa di un contrattempo il povero ispettore è costretto a rientrare prima del previsto a Londra, fortuna vuole che grazie ad una vecchia conoscenza riesca a trovare posto su una carrozza di prima classe dell’oriente express. Qui Poirot fa la conoscenza dei suoi compagni di viaggio: la missionaria Pilar Estravados, interpretata da Penelope Cruz, lo strano professore austriaco Gerhard Hardman, interpretato da William Dafoe, la principessa russa Natalia Dragomiroff, Judi Dench, il misterioso uomo d’affari americano Samuel Ratchett, Johnny Depp, Hector Macqueen assistente di Rachett, Mr Beddoes, Derek Jacobi, il maggiordomo di Rachett, il dottor Arbuthnot affascinante medico di colore, Caroline Hubbard, Michelle Pfeiffer, vedova intraprendente, l’istitutrice Mary Debenham, Daisy Ridley ovvero Rey la jedi della saga di Guerre Stellari, la contessa Helena Andrenyi col marito Rudolph, il venditore di automobili Beniamino Marques, Olivia Colman cameriera personale della principessa e Pierre Michel controllore a bordo dell’oriente express. Durante una notte Mr Ratchett viene assassinato con 12 pugnalate, contemporaneamente una valanga blocca la corsa dell’oriente express e Poirot ne approfitta per indagare e scoprire chi è l’assassino di Rachett. Quest’ultimo in realtà si chiamava John Cassetti e molti anni prima era stato coinvolto in un brutto caso di cronaca nera dove una bambina era stata uccisa. A poco a poco Poirot scoprirà che tutti i passeggeri della carrozza sono collegati alla morte di questa bambina.

Chi è l’assassino? Come ogni storia di Agatha Christie è la persona più improbabile. Film fatto bene, interpretato bene, scenografie e costumi perfetti e un cast eccezionale.

A presto.

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Storia del nuovo cognome

Buona sera a tutti, chiedo scusa per il lungo periodo di latitanza, ma mi riesce un pò difficile gestire tutto. Mi sono ripromessa però di essere più presente in questo mio piccolo spazio virtuale.

Ricomincio a parlarvi di serie tv e lo faccio con una serie che si è conclusa da poco, ovvero, Storia del Nuovo Cognome, la seconda stagione de L’Amica geniale diretta da Saverio Costanzo e tratta dai best seller di Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice napoletana che ci ha fatto innamorare delle vicende di Lila e Lenù e con esse ci ha condotto nella Napoli degli anni cinquanta fino ai giorni nostri narrando quasi sessant’anni di storia italiana.

Lila e Lenù le bambine che conducevano una vita quasi in simbiosi, in questa seconda stagione si separano, le scelte che entrambe faranno per riscattarsi dal rione le condurranno a vivere due esistenze su due livelli nettamente contrapposti. Scelte che faranno innescare invidie e gelosie.

Una studia, l’altra lotta per la sopravvivenza, una diventa scrittrice, l’altra lavora carne di maiale in un salumificio, una teme di dire cose sbagliate e di non avere pensieri interessanti, l’altra cerca di non farsi ammazzare dal marito.

Il punto di rottura della loro amicizie e l’inizio del loro rapporto di amore/odio è alla festa della professoressa Galiani, qui Lila si accorge di tutto quello che si sta perdendo e della immensa fortuna che ha Elena, capisce di quanto sia stata scellerata la scelta di sposare Stefano Carracci che si è rivelato un uomo meschino, violento e avaro, capisce che la sua esistenza è destinata a svolgersi ai margini della società sotto le violenze del marito e i soprusi della sua famiglia d’origine. Decide di essere felice e lo fa innamorandosi di Nino, pur consapevole dei sentimenti che Elena prova per il ragazzo, ma del resto perché Elena deve avere tutto e lei no?

Elena invece studia e si impegna e comprende che lo studio può essere la sua unica arma di riscatto dal rione, da sua madre e da Lila. Si dà Lila. Non sopporta più l’eterno confronto con l’amica, amica che è sempre più coraggiosa di lei, più determinata, più bella. Lila riesce a catalizzare l’attenzione di tutti ed è soprattutto geniale.

Se nella scorsa stagione le due ragazzine si alternavano nel ruolo dell’amica geniale, in questa seconda stagione non ci sono dubbi era Lila quella, come dice la maestra Oliviero, destinata a grandi cose.

Trasferendosi a Pisa Elena pensa di poter finalmente spiccare il volo e invece no. Leggendo i diari che Lila le ha affidato capisce che lei è un Quasi. Pur riuscendo ad ottenere tutto quello che si era prefissata, Elena sente che le manca un pezzo. Invece Lila non sarà mai un Quasi, tutto quello che vuole se lo prende come con Nino.

Quanti di noi si sono sentiti almeno una volta nella vita un Quasi, quanti di noi si sono sentiti sopraffatti dalla paura che ci ha impedito di dare quella giusta svolta alla nostra vita, quanti di noi pur ottenendo ottimi risultati si sentono sempre insoddisfatti.

Ecco io credo che il successo de L’amica geniale sia proprio questo ossia il fatto che ognuno di noi sia stato almeno una volta nella vita un po’ come Lila e un po’ come Elena. La loro storia è la nostra storia.

La Rai ha già assicurato l’inizio delle riprese della terza stagione dal titolo, Storia di chi fugge e di chi resta, dovremmo però dire addio a Gaia Girace e Margherita Mazzucco le bravissime e giovanissime interpreti che hanno dato il volto a Lila e Elena. Per esigenze anagrafiche e di copione infatti le attrici e buona parte del cast sarà sostituito. È già partito il toto nomi per chi interpreterà le nuove Lila e Lenù, ma è probabile che anche in questo caso le attrici saranno due giovani donne emergenti.

Voi cosa ne pensate? Io ad esempio non ho letto i romanzi, c’è chi fra voi lo ha fatto?

Ci sono molte differenze fra i libri e la serie? Vi aspetto nei commenti.

 

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Storia di Nilde

Dal momento che alla donna è stata riconosciuta nel campo politico la piena eguaglianza col diritto al voto, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale.

Così parlava alla costituente Nilde Iotti, una delle figure femminili più importanti della storia della politica italiana. E ieri sera la RAI con la docu-fiction prodotta da Gloria Giorgianni per Anele in collaborazione con RAI FICTION ha voluta omaggiare colei che quarant’anni fa fu la prima donna ad essere presidente della camera.

Il racconto intreccia fiction, immagini di repertorio, interviste dell’epoca e interventi di personaggi illustri che hanno avuto la fortuna di conoscere l’onorevole Iotti, tra cui il presidente emerito Giorgio Napolitano, l’ex direttore dell’Unità Emanuele Macaluso, Livia Turco, Marcello Sorgi, Giuliano Amato e tanti altri.

Il racconto prende liberamente spunto da un fatto realmente accaduto: l’arrivo di una lettera inviata all’Avanguardia da una ragazza che lamentava le imposizioni da parte del suo fidanzato in merito alle proprie scelte di vita, alla quale Nilde Iotti aveva risposto personalmente sul giornale spronando la giovane a prendere in mano la propria vita con autonomia e libertà. Il rapporto di finzione tra Nilde Iotti e questa ragazza, Rosanna, è il filo conduttore della narrazione fiction, che segue la vita di Nilde Iotti fin da quando durante la seconda guerra mondiale entra a far parte della resistenza e del partito comunista per il quale sarà eletta come deputato alla camera nel 1946 e insieme alle altre 20 donne che per la prima volta facevano il loro ingresso a Montecitorio sarà fra coloro che daranno vita alla nostra costituzione.

Sempre in quegli anni Nilde incontra Palmiro Togliatti segretario del partito comunista il loro sarà un amore ostacolato da tutti compresi i vertici del PCI, in quanto Togliatti era sposato, ma Nilde va dritta per la sua strada infischiandosene di quello che pensavano gli altri. E quando adatto la piccola Marisa riesce ad avere la famiglia che tanto desiderava anche se come lei stessa definì era una famiglia un po’ particolare.

Dopo la morte di Togliatti inizia per Nilde il periodo politico più difficile, le approvazioni delle leggi per divorzio e aborto, tutte questioni che Nilde affronterà ponendo al primo posto le esigenze delle donne italiane.

Il racconto analizza la vita pubblica e privata, di questa donna straordinaria, la sua autorevolezza politica, il carisma, la forte capacità di dialogo e di inclusione politica, ma anche le scelte coraggiose e anticonformiste all’interno di un contesto politico e sociale non certo favorevole.

Quello che viene fuori da questo ritratto è quello di una donna di grande spessore politico e umano. Un ritratto che ci dice come dovrebbe essere la politica, un ritratto che dovrebbe essere preso a modello dai politici di oggi.

Bravissima Anna Foglietta nei panni di colei che per prima si è battuta per i diritti delle donne del nostro paese.

Se non l’avete vista dovete farlo assolutamente, andate su raiplay.

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Le Ragazze del Centralino

 

 

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In questi giorni si parla molto di donne e di femminismo. Temi che sono al centro di una serie Netflix che seguo da un po’, ormai arrivata alla quarta stagione, Le Ragazze del Centralino.

L’obiettivo degli sceneggiatori era sicuramente quello di accendere i riflettori su le lotte per l’emancipazione delle donne spagnole dei primi anni 30 e forse strizzare l’occhio agli sceneggiati storici firmati BBC. In entrambi i casi però l’obiettivo non è stato centrato, ma alla fine la prima serie spagnola targata Netflix risulta abbastanza piacevole anche se alquanto leggera. Ma andiamo per ordine.

Siamo a Madrid, anno 1929 e quattro ragazze Lidia, Carlota, Angeles e Marga, sono assunte come centraliniste nella compagnia telefonica di proprietà della famiglia Cifuentes.

Quattro ragazze molto diverse tra loro che diventano subito amiche. Lidia è una donna misteriosa dal passato turbolento, Carlota è la figlia di un colonnello dell’esercito che la vorrebbe moglie e madre ma lei ha altri progetti per il suo futuro, Marga invece è una ragazza timida che da un paesino di campagna arriva a Madrid in cerca di un lavoro e poi c’è Angeles che già lavora alla compagnia. Donna riservata ma molto generosa deve fare i conti con un marito violento. A loro si aggiungerà Sara Milliàn capo delle centraliniste.

Nelle quattro stagioni si assisterà ad una crescita personale di tutte le protagoniste.

Lidia interpretata dalla bellissima Blanca Suàrez, da femme fatale egoista e pronta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi si rivelerà come una persona molto leale e grazie alla maternità cercherà di ricostruire quella vita che le è stata rubata.

Lidia è anche al centro di un triangolo amoroso che vede contrapporsi i due principali protagonisti maschili: Francisco e Carlos. Il primo, interpretato da Yon Gonzàles, è il primo grande amore di Lidia, un amore perduto che i due ritrovano in età adulta. Carlos, Martino Rivas, è il figlio di Don Cifuentes, ragazzo viziato che si innamora perdutamente di Lidia e lei cerca di ricambiare il sentimento con tutte le sue forze spinta soprattutto dal desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare una nuova vita.

Ad alterare questo triangolo la mamma di Carlos, donna Carmen, che odiando fortemente Lidia sarà la mente criminale che darà brio e azione a tutta la narrazione.

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Carlota, Ana Fernàndez, è colei che più di tutte si batte per i diritti delle donne in una società spagnola ancora molto misogina e patriarcale, nelle sue battaglie sarà affiancata da Sara che si tramuterà nella sua amica, compagna e amante.

La vera crescita personale, però, è quella di Marga, Nadia de Santiago e Angeles, Maggie Civantos, entrambe superano la loro timidezza e lottano per la loro autodeterminazione e per la loro indipendenza economica e personale.

Il problema delle Ragazze del Centralino è che quello che doveva essere il tema centrale ovvero il femminismo rimane in realtà ai margini o trattato con superficialità

Lacunosa anche la ricostruzione storica, Teresa Fernàndez- Valdès, ideatrice della serie ha perso un’occasione per narrare i fatti che portarono allo scoppio della guerra civile spagnola. Per non parlare poi della colonna sonora, non c’entra nulla con gli anni 30, è troppo moderna ed entra in conflitto con i costumi che invece sono spettacolari.

Se il tema del femminismo e delle lotte per la parità dei diritti non emergono, emerge invece il tema dell’amicizia, vera protagonista della storia. Ognuna delle ragazze si fa in quattro per aiutare le amiche e in ogni stagione è proprio la loro amicizia che innesca la ricerca dell’amore e il desiderio di emancipazione.

In conclusione Le Ragazze del Centralino ricorda quelle che sono le telenovele spagnole, ma la consiglio se vi va di rilassarvi con una serie un po’ più leggera.

UNA PANCHINA ROSSA

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Questa foto scattata dalla sottoscritta ritrae la panchina rossa posta davanti il tribunale di Messina

Che cosa vuol dire essere donna oggi? Perchè facciamo così paura? Che cosa c’è di sbagliato in noi?

Perchè noi siamo l’errore, o almeno così te la pone la società in cui viviamo. Siamo noi che andiamo a cercarcela, siamo noi che non distinguiamo il bene dal male, siamo noi ad avere la superbia a voler cambiare uomini violenti, siamo noi ad essere arroganti nel chiedere pari trattamento sul posto di lavoro, siamo noi le sfacciate a pretendere il diritto di decidere del nostro corpo o semplicemente il diritto di essere trattate al pari di un cittadino di sesso maschile.

Mai nessuno a chiedersi che forse il problema è nella società in cui viviamo, una società apertamente misogina, che vuole la donna relegata in casa come 50 anni fa. Una società che ufficialmente critica i paesi mussulmani per il modo in cui sono trattate le donne, ma che sotto sotto ci metterebbe volentieri il burka a tutte.

Mai nessuno a chiedersi che il problema del femminicidio non sta nel fatto che le donne non denunciano in tempo i loro aguzzini, e quando lo fanno poi non cambia molto, il problema è negli uomini, uomini malati, uomini che non accettano la fine di una relazione, uomini che vedono nella donna non un essere umano con una propria facoltà intellettiva, ma semplicemente un oggetto.

Oggi è il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Innumerevoli le iniziative, le prese di posizione e i bei discorsi. Ma una volta chiusi i riflettori,  il problema sarà risolto o solo dimenticato?

Su questa riflessione, nasce tre anni fa, l’iniziativa PANCHINA ROSSA, che consiste nel posizionare una panchina di colore rosso in un luogo significativo della città con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità al rispetto per le donne, rispetto che deve essere un impegno quotidiano che non deve fermarsi alle sole giornate commemorative.  La panchina vuole ricordare il posto che le donne uccise occupavano all’interno della società, in qualità di lavoratrici, madri o semplicemente come cittadine. Rosso è il colore del sangue che rimanda alla ferocia con cui queste donne sono state strappate dalla società.

In questi anni, tante sono state la panchine rosse collocate in diverse città italiane, a ricordare una mamma, una figlia, una sorella o semplicemente una di noi massacrata dall’uomo che diceva di amarla.

A Messina la panchina rossa è stata collocata il 17 novembre 2017, davanti al tribunale.

PANCHINA ROSSA si ispira alla campagna tutta messinese di POSTO OCCUPATO, ideata nel 2013 da Maria Andaloro. L’idea è quella di occupare per ogni donna uccisa un posto in un luogo pubblico o privato. Una sedia in un teatro, un posto sul tram, a scuola, in metropolitana o in consiglio comunale, per ricordare il ruolo che queste donne occupavano all’interno della società. L’obiettivo è quello di tenere alta l’attenzione sul problema della violenza sulle donne fino a quando non ci saranno più posti occupati.