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Se Jane Austen avesse avuto la Tv

Questo è l’estratto dell’articolo.

Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

Assassino sull’Oriente Express

#IOSTOACASA

In questo periodo difficile per tutti nel quale ognuno di noi ha dovuto rivedere routine quotidiana e priorità, dovremmo cercare, dove è possibile, un aspetto positivo di questa quarantena forzata.

Uno fra tutti è recuperare tutte le serie televisive e film che ci siamo persi o rivedere i nostri preferiti. Io, nel mio piccolo, cercherò di suggerirvi, attraverso le mie recensione, quelle più gradevoli e proverò a segnalarvi dai palinsesti, attraverso la pagina facebook del blog, tutto quello che di interessante viene proposto in tv.

L’importante è RESTARE A CASA.

La prima segnalazione che vi faccio è Assassino sull’Oriente Express, diretto e interpretato da Kenneth Branagh e andrà in onda questa sera su RAI 1 e quindi recuperabile poi anche sulla piattaforma di RAIPLAY.

Quando la regina dei gialli Agatha Christie incontra uno dei migliori registi inglesi Kenneth Branagh, appunto, viene fuori un film che non ti aspetti.

Assassinio sull’oriente express è uno dei capolavori dell’autrice inglese che lo scrisse nella sua camera d’albergo durante un suo soggiorno a Istanbul nel lontano 1934. Non tutti però avrebbero dato alla vicenda la chiave di lettura che ne ha dato Branagh. A mio parere è riuscito a cogliere quelle sfumature sul concetto di vendetta e giustizia che la stessa Christie ha voluto evidenziare nel romanzo.

Tranquilli non vi svelerò nulla, perché credo che molti di voi magari non abbiano letto il libro e neanche visto le altre trasposizioni cinematografiche che sono state fatte nel tempo.

Protagonista della vicenda è Hercule Poirot, interpretato da Kenneth Branagh, bizzarro detective belga, che concluso un caso di furto a Gerusalemme programma una vacanza a Istanbul. A causa di un contrattempo il povero ispettore è costretto a rientrare prima del previsto a Londra, fortuna vuole che grazie ad una vecchia conoscenza riesca a trovare posto su una carrozza di prima classe dell’oriente express. Qui Poirot fa la conoscenza dei suoi compagni di viaggio: la missionaria Pilar Estravados, interpretata da Penelope Cruz, lo strano professore austriaco Gerhard Hardman, interpretato da William Dafoe, la principessa russa Natalia Dragomiroff, Judi Dench, il misterioso uomo d’affari americano Samuel Ratchett, Johnny Depp, Hector Macqueen assistente di Rachett, Mr Beddoes, Derek Jacobi, il maggiordomo di Rachett, il dottor Arbuthnot affascinante medico di colore, Caroline Hubbard, Michelle Pfeiffer, vedova intraprendente, l’istitutrice Mary Debenham, Daisy Ridley ovvero Rey la jedi della saga di Guerre Stellari, la contessa Helena Andrenyi col marito Rudolph, il venditore di automobili Beniamino Marques, Olivia Colman cameriera personale della principessa e Pierre Michel controllore a bordo dell’oriente express. Durante una notte Mr Ratchett viene assassinato con 12 pugnalate, contemporaneamente una valanga blocca la corsa dell’oriente express e Poirot ne approfitta per indagare e scoprire chi è l’assassino di Rachett. Quest’ultimo in realtà si chiamava John Cassetti e molti anni prima era stato coinvolto in un brutto caso di cronaca nera dove una bambina era stata uccisa. A poco a poco Poirot scoprirà che tutti i passeggeri della carrozza sono collegati alla morte di questa bambina.

Chi è l’assassino? Come ogni storia di Agatha Christie è la persona più improbabile. Film fatto bene, interpretato bene, scenografie e costumi perfetti e un cast eccezionale.

A presto.

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Storia del nuovo cognome

Buona sera a tutti, chiedo scusa per il lungo periodo di latitanza, ma mi riesce un pò difficile gestire tutto. Mi sono ripromessa però di essere più presente in questo mio piccolo spazio virtuale.

Ricomincio a parlarvi di serie tv e lo faccio con una serie che si è conclusa da poco, ovvero, Storia del Nuovo Cognome, la seconda stagione de L’Amica geniale diretta da Saverio Costanzo e tratta dai best seller di Elena Ferrante, la misteriosa scrittrice napoletana che ci ha fatto innamorare delle vicende di Lila e Lenù e con esse ci ha condotto nella Napoli degli anni cinquanta fino ai giorni nostri narrando quasi sessant’anni di storia italiana.

Lila e Lenù le bambine che conducevano una vita quasi in simbiosi, in questa seconda stagione si separano, le scelte che entrambe faranno per riscattarsi dal rione le condurranno a vivere due esistenze su due livelli nettamente contrapposti. Scelte che faranno innescare invidie e gelosie.

Una studia, l’altra lotta per la sopravvivenza, una diventa scrittrice, l’altra lavora carne di maiale in un salumificio, una teme di dire cose sbagliate e di non avere pensieri interessanti, l’altra cerca di non farsi ammazzare dal marito.

Il punto di rottura della loro amicizie e l’inizio del loro rapporto di amore/odio è alla festa della professoressa Galiani, qui Lila si accorge di tutto quello che si sta perdendo e della immensa fortuna che ha Elena, capisce di quanto sia stata scellerata la scelta di sposare Stefano Carracci che si è rivelato un uomo meschino, violento e avaro, capisce che la sua esistenza è destinata a svolgersi ai margini della società sotto le violenze del marito e i soprusi della sua famiglia d’origine. Decide di essere felice e lo fa innamorandosi di Nino, pur consapevole dei sentimenti che Elena prova per il ragazzo, ma del resto perché Elena deve avere tutto e lei no?

Elena invece studia e si impegna e comprende che lo studio può essere la sua unica arma di riscatto dal rione, da sua madre e da Lila. Si dà Lila. Non sopporta più l’eterno confronto con l’amica, amica che è sempre più coraggiosa di lei, più determinata, più bella. Lila riesce a catalizzare l’attenzione di tutti ed è soprattutto geniale.

Se nella scorsa stagione le due ragazzine si alternavano nel ruolo dell’amica geniale, in questa seconda stagione non ci sono dubbi era Lila quella, come dice la maestra Oliviero, destinata a grandi cose.

Trasferendosi a Pisa Elena pensa di poter finalmente spiccare il volo e invece no. Leggendo i diari che Lila le ha affidato capisce che lei è un Quasi. Pur riuscendo ad ottenere tutto quello che si era prefissata, Elena sente che le manca un pezzo. Invece Lila non sarà mai un Quasi, tutto quello che vuole se lo prende come con Nino.

Quanti di noi si sono sentiti almeno una volta nella vita un Quasi, quanti di noi si sono sentiti sopraffatti dalla paura che ci ha impedito di dare quella giusta svolta alla nostra vita, quanti di noi pur ottenendo ottimi risultati si sentono sempre insoddisfatti.

Ecco io credo che il successo de L’amica geniale sia proprio questo ossia il fatto che ognuno di noi sia stato almeno una volta nella vita un po’ come Lila e un po’ come Elena. La loro storia è la nostra storia.

La Rai ha già assicurato l’inizio delle riprese della terza stagione dal titolo, Storia di chi fugge e di chi resta, dovremmo però dire addio a Gaia Girace e Margherita Mazzucco le bravissime e giovanissime interpreti che hanno dato il volto a Lila e Elena. Per esigenze anagrafiche e di copione infatti le attrici e buona parte del cast sarà sostituito. È già partito il toto nomi per chi interpreterà le nuove Lila e Lenù, ma è probabile che anche in questo caso le attrici saranno due giovani donne emergenti.

Voi cosa ne pensate? Io ad esempio non ho letto i romanzi, c’è chi fra voi lo ha fatto?

Ci sono molte differenze fra i libri e la serie? Vi aspetto nei commenti.

 

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Storia di Nilde

Dal momento che alla donna è stata riconosciuta nel campo politico la piena eguaglianza col diritto al voto, ne consegue che la donna stessa dovrà essere emancipata dalle condizioni di arretratezza e di inferiorità in tutti i campi della vita sociale.

Così parlava alla costituente Nilde Iotti, una delle figure femminili più importanti della storia della politica italiana. E ieri sera la RAI con la docu-fiction prodotta da Gloria Giorgianni per Anele in collaborazione con RAI FICTION ha voluta omaggiare colei che quarant’anni fa fu la prima donna ad essere presidente della camera.

Il racconto intreccia fiction, immagini di repertorio, interviste dell’epoca e interventi di personaggi illustri che hanno avuto la fortuna di conoscere l’onorevole Iotti, tra cui il presidente emerito Giorgio Napolitano, l’ex direttore dell’Unità Emanuele Macaluso, Livia Turco, Marcello Sorgi, Giuliano Amato e tanti altri.

Il racconto prende liberamente spunto da un fatto realmente accaduto: l’arrivo di una lettera inviata all’Avanguardia da una ragazza che lamentava le imposizioni da parte del suo fidanzato in merito alle proprie scelte di vita, alla quale Nilde Iotti aveva risposto personalmente sul giornale spronando la giovane a prendere in mano la propria vita con autonomia e libertà. Il rapporto di finzione tra Nilde Iotti e questa ragazza, Rosanna, è il filo conduttore della narrazione fiction, che segue la vita di Nilde Iotti fin da quando durante la seconda guerra mondiale entra a far parte della resistenza e del partito comunista per il quale sarà eletta come deputato alla camera nel 1946 e insieme alle altre 20 donne che per la prima volta facevano il loro ingresso a Montecitorio sarà fra coloro che daranno vita alla nostra costituzione.

Sempre in quegli anni Nilde incontra Palmiro Togliatti segretario del partito comunista il loro sarà un amore ostacolato da tutti compresi i vertici del PCI, in quanto Togliatti era sposato, ma Nilde va dritta per la sua strada infischiandosene di quello che pensavano gli altri. E quando adatto la piccola Marisa riesce ad avere la famiglia che tanto desiderava anche se come lei stessa definì era una famiglia un po’ particolare.

Dopo la morte di Togliatti inizia per Nilde il periodo politico più difficile, le approvazioni delle leggi per divorzio e aborto, tutte questioni che Nilde affronterà ponendo al primo posto le esigenze delle donne italiane.

Il racconto analizza la vita pubblica e privata, di questa donna straordinaria, la sua autorevolezza politica, il carisma, la forte capacità di dialogo e di inclusione politica, ma anche le scelte coraggiose e anticonformiste all’interno di un contesto politico e sociale non certo favorevole.

Quello che viene fuori da questo ritratto è quello di una donna di grande spessore politico e umano. Un ritratto che ci dice come dovrebbe essere la politica, un ritratto che dovrebbe essere preso a modello dai politici di oggi.

Bravissima Anna Foglietta nei panni di colei che per prima si è battuta per i diritti delle donne del nostro paese.

Se non l’avete vista dovete farlo assolutamente, andate su raiplay.

1600x900_1575299891418_2019_12_02 Storia di Nilde

 

 

 

Le Ragazze del Centralino

 

 

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In questi giorni si parla molto di donne e di femminismo. Temi che sono al centro di una serie Netflix che seguo da un po’, ormai arrivata alla quarta stagione, Le Ragazze del Centralino.

L’obiettivo degli sceneggiatori era sicuramente quello di accendere i riflettori su le lotte per l’emancipazione delle donne spagnole dei primi anni 30 e forse strizzare l’occhio agli sceneggiati storici firmati BBC. In entrambi i casi però l’obiettivo non è stato centrato, ma alla fine la prima serie spagnola targata Netflix risulta abbastanza piacevole anche se alquanto leggera. Ma andiamo per ordine.

Siamo a Madrid, anno 1929 e quattro ragazze Lidia, Carlota, Angeles e Marga, sono assunte come centraliniste nella compagnia telefonica di proprietà della famiglia Cifuentes.

Quattro ragazze molto diverse tra loro che diventano subito amiche. Lidia è una donna misteriosa dal passato turbolento, Carlota è la figlia di un colonnello dell’esercito che la vorrebbe moglie e madre ma lei ha altri progetti per il suo futuro, Marga invece è una ragazza timida che da un paesino di campagna arriva a Madrid in cerca di un lavoro e poi c’è Angeles che già lavora alla compagnia. Donna riservata ma molto generosa deve fare i conti con un marito violento. A loro si aggiungerà Sara Milliàn capo delle centraliniste.

Nelle quattro stagioni si assisterà ad una crescita personale di tutte le protagoniste.

Lidia interpretata dalla bellissima Blanca Suàrez, da femme fatale egoista e pronta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi si rivelerà come una persona molto leale e grazie alla maternità cercherà di ricostruire quella vita che le è stata rubata.

Lidia è anche al centro di un triangolo amoroso che vede contrapporsi i due principali protagonisti maschili: Francisco e Carlos. Il primo, interpretato da Yon Gonzàles, è il primo grande amore di Lidia, un amore perduto che i due ritrovano in età adulta. Carlos, Martino Rivas, è il figlio di Don Cifuentes, ragazzo viziato che si innamora perdutamente di Lidia e lei cerca di ricambiare il sentimento con tutte le sue forze spinta soprattutto dal desiderio di lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare una nuova vita.

Ad alterare questo triangolo la mamma di Carlos, donna Carmen, che odiando fortemente Lidia sarà la mente criminale che darà brio e azione a tutta la narrazione.

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Carlota, Ana Fernàndez, è colei che più di tutte si batte per i diritti delle donne in una società spagnola ancora molto misogina e patriarcale, nelle sue battaglie sarà affiancata da Sara che si tramuterà nella sua amica, compagna e amante.

La vera crescita personale, però, è quella di Marga, Nadia de Santiago e Angeles, Maggie Civantos, entrambe superano la loro timidezza e lottano per la loro autodeterminazione e per la loro indipendenza economica e personale.

Il problema delle Ragazze del Centralino è che quello che doveva essere il tema centrale ovvero il femminismo rimane in realtà ai margini o trattato con superficialità

Lacunosa anche la ricostruzione storica, Teresa Fernàndez- Valdès, ideatrice della serie ha perso un’occasione per narrare i fatti che portarono allo scoppio della guerra civile spagnola. Per non parlare poi della colonna sonora, non c’entra nulla con gli anni 30, è troppo moderna ed entra in conflitto con i costumi che invece sono spettacolari.

Se il tema del femminismo e delle lotte per la parità dei diritti non emergono, emerge invece il tema dell’amicizia, vera protagonista della storia. Ognuna delle ragazze si fa in quattro per aiutare le amiche e in ogni stagione è proprio la loro amicizia che innesca la ricerca dell’amore e il desiderio di emancipazione.

In conclusione Le Ragazze del Centralino ricorda quelle che sono le telenovele spagnole, ma la consiglio se vi va di rilassarvi con una serie un po’ più leggera.

UNA PANCHINA ROSSA

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Questa foto scattata dalla sottoscritta ritrae la panchina rossa posta davanti il tribunale di Messina

Che cosa vuol dire essere donna oggi? Perchè facciamo così paura? Che cosa c’è di sbagliato in noi?

Perchè noi siamo l’errore, o almeno così te la pone la società in cui viviamo. Siamo noi che andiamo a cercarcela, siamo noi che non distinguiamo il bene dal male, siamo noi ad avere la superbia a voler cambiare uomini violenti, siamo noi ad essere arroganti nel chiedere pari trattamento sul posto di lavoro, siamo noi le sfacciate a pretendere il diritto di decidere del nostro corpo o semplicemente il diritto di essere trattate al pari di un cittadino di sesso maschile.

Mai nessuno a chiedersi che forse il problema è nella società in cui viviamo, una società apertamente misogina, che vuole la donna relegata in casa come 50 anni fa. Una società che ufficialmente critica i paesi mussulmani per il modo in cui sono trattate le donne, ma che sotto sotto ci metterebbe volentieri il burka a tutte.

Mai nessuno a chiedersi che il problema del femminicidio non sta nel fatto che le donne non denunciano in tempo i loro aguzzini, e quando lo fanno poi non cambia molto, il problema è negli uomini, uomini malati, uomini che non accettano la fine di una relazione, uomini che vedono nella donna non un essere umano con una propria facoltà intellettiva, ma semplicemente un oggetto.

Oggi è il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Innumerevoli le iniziative, le prese di posizione e i bei discorsi. Ma una volta chiusi i riflettori,  il problema sarà risolto o solo dimenticato?

Su questa riflessione, nasce tre anni fa, l’iniziativa PANCHINA ROSSA, che consiste nel posizionare una panchina di colore rosso in un luogo significativo della città con l’obiettivo di sensibilizzare la comunità al rispetto per le donne, rispetto che deve essere un impegno quotidiano che non deve fermarsi alle sole giornate commemorative.  La panchina vuole ricordare il posto che le donne uccise occupavano all’interno della società, in qualità di lavoratrici, madri o semplicemente come cittadine. Rosso è il colore del sangue che rimanda alla ferocia con cui queste donne sono state strappate dalla società.

In questi anni, tante sono state la panchine rosse collocate in diverse città italiane, a ricordare una mamma, una figlia, una sorella o semplicemente una di noi massacrata dall’uomo che diceva di amarla.

A Messina la panchina rossa è stata collocata il 17 novembre 2017, davanti al tribunale.

PANCHINA ROSSA si ispira alla campagna tutta messinese di POSTO OCCUPATO, ideata nel 2013 da Maria Andaloro. L’idea è quella di occupare per ogni donna uccisa un posto in un luogo pubblico o privato. Una sedia in un teatro, un posto sul tram, a scuola, in metropolitana o in consiglio comunale, per ricordare il ruolo che queste donne occupavano all’interno della società. L’obiettivo è quello di tenere alta l’attenzione sul problema della violenza sulle donne fino a quando non ci saranno più posti occupati.

C’era una volta a…… Hollywood

Questa recensione contiene spoiler.

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C’era una volta la città degli angeli, Los Angeles, per alcuni la città dove i sogni diventano realtà, c’era una volta sulle colline di Bell-Air, Cielo Drive dove, sempre una volta, vivevano Rick Dalton e la sua vicina, la bellissima Sharon Tate.

Rick è una vecchia gloria della cara Hollywood, diventato famoso grazie ad una serie televisiva western degli anni 50, fatica dopo 15 anni a ritagliarsi nuovi ruoli, è in profonda crisi e non sa se accettare o meno la proposta di un produttore di trasferirsi in Italia per prendere parte ai famosi spaghetti western. Al suo fianco troviamo Cliff Booth. Cliff è la controfigura di Rick sul set e nella vita reale. I due vivono quasi in simbiosi, uniti da una profonda e sincera amicizia. Anche Cliff si trova in difficoltà, fatica a trovare nuovi incarichi a causa di strane voci che lo accusano di aver ucciso la moglie.

Sharon è la vicina di casa di Rick, ha sposato Roman Polanski, stella nascente della nuova Hollywood, Sharon e Roman rappresentano tutto quello che Rick vorrebbe essere ma non è. Sharon e Rick vivono due vite parallele, due vite che ad un certo punto si incontreranno.

Questa la storia alla base di C’era una volta a Hollywood, il nuovo e nono film di Quentin Tarantino. Presentato durante l’ultima mostra del cinema di Venezia.

Sottolineo nono, in quanto, in una vecchia intervista il regista italo americano aveva dichiarato di voler girare solo dieci film, pertanto il prossimo dovrebbero essere l’ultimo, ma si spera che abbia cambiato idea.

In C’era una volta a Hollywood, Tarantino ci riporta indietro nel tempo, nella Los Angeles del 1969. Città che proprio in quella estate farà da scenario ad uno degli omicidi più cruenti che gli Stati Uniti abbiano conosciuto. L’omicidio dell’attrice, moglie del regista Roman Polanski, Sharon Tate, che al nono mese di gravidanza venne massacrata insieme a tre amici nella sua villa a Cielo Drive per mano di alcuni adepti della setta di Charles Manson.

Questo tragico episodio di cronaca viene ripreso da Tarantino e ricostruito come il finale di una fiaba. Perché questo è C’era una volta a Hollywood una fiaba. Dove una bella principessa rischia di morire per mano di un orribile mostro, ma grazie ad un coraggioso vicino di casa armato di lanciafiamme tutto andrà per il meglio e tutti vivranno felici e contenti.

Lo so ho spoilerato, ma credo che ormai tutti o quasi lo abbiano visto.

Devo essere sincera, ho faticato in questo film a ritrovare il caro e vecchio Tarantino.

La storia è poco incalzante, la struttura narrativa alquanto deboluccia e il finale ti spiazza.

Tutto il racconto è caratterizzato dallo sguardo malinconico del regista verso quella che si può definire la fine di un’epoca. Pochissime le scene di violenza, fatta eccezione per la parte finale del film. Numerose invece le scene che in qualche modo vogliono essere un omaggio ai grandi registi di Hollywood. Noisette le scene western.

Il cast è un grande cast. Leonardo Di Caprio è Rick Dalton, Brad Pitt è Cliff Both. Molto bravi entrambi, ma avevano già dato prova di essere all’altezza di Tarantino in Django Unchaimed il primo e Bastardi senza Gloria il secondo. Margot Robbie veste i panni di Sharon Tate e poi troviamo Al Pacino, Dakota Fanning, Kurt Russel, Luke Perry nella sua ultima interpretazione, Michael Madsen, Lena Dunham e tanti altri.

E un film che vale la pena di vedere perché è una dichiarazione d’amore che Tarantino fa al cinema e poi perché Leonardo e Brad sono adorabili.

Chi di voi lo ha visto?

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La verità sul caso Harry Quebert

Giugno 1975, il promettente scrittore Harry Quebert decide di trascorrere le vacanze nella cittadina di Sommerdale nello stato del Maine, per trovare l’ispirazione e la giusta atmosfera per scrivere il suo nuovo romanzo. Qui Harry fa la conoscenza di Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, che ben presto diventa la sua musa ispiratrice. Il 30 agosto Nola scompare misteriosamente.

Trascorrono 30 anni. Harry è diventato uno scrittore di fama mondiale e un apprezzato docente universitario. La sua fortuna è derivata soprattutto dal romanzo Le Origini del Male, scritto nell’estate del 1975.

Fra i vari studenti che Harry conosce nella sua carriera, c’è n’è uno che cattura la sua attenzione Marcus Goldman, ragazzo a cui Harry decide di fare da mentore. Marcus come il suo maestro diventa un eccellente scrittore, ma ad un certo punto della sua carriera Marcus ha un blocco. Harry per aiutarlo lo invita a trascorrere l’estate a Sommerdale, di cui ormai è diventato cittadino onorario. Qui casualmente Marcus scopre che fra Harry e Nola vi era stata una relazione, contemporaneamente a causa di alcuni lavori di ristrutturazione, il corpo della ragazzina viene ritrovato nel giardino di casa di Harry, insieme a lei la bozza del manoscritto de Le Origini del Male con una dedica alla ragazza.

Harry viene arrestato e rischia l’ergastolo. Marcus crede alla sua innocenza e inizia a indagare insieme al sergente Gahalowood. Decide che questa indagini sarà alla base del suo nuovo romanzo.

Nelle sue ricerche Marcus si imbatterà nei segreti di una piccola città di provincia americana, dovrà far luce su un amore proibito tra un uomo adulto e una ragazzina, un inquietante autista dal volto sfigurato, un misterioso mecenate, segreti agghiaccianti e la genesi misteriosa di un capolavoro letterario.

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Questa è la trama de La Verità sul caso Harry Quebert, lo sceneggiato trasmesso su canale cinque e tratto dall’omonomo best seller di Joel Dicker.

La regia è del premio oscar Jean- Jacques Annaud, molto bravo a mio avviso, in quanto è riuscito a trasmettere allo spettatore, la stessa adrenalina che Dicker ha regalato al suo lettore.

Il ritmo della storia è incalzante, è un mosaico scomposto che lo spettatore ricompone insieme a Marcus, man mano che le indagini del ragazzo procedono.

Un crime psicologico che ha in sé tutte le caratteristiche del romanzo giallo tradizionale, infatti, come vedrete questa sera nell’ultima puntata, l’assassino è la persona meno sospettabile, anche se il nostro Harry no né del tutto innocente e anche Nola la vittima non era quella che voleva apparire.

A dare il volto a Herry c’è Patrick Dempsey, il dottor stranamore di Grey’s Anatomy.

La serie televisiva è molto fedele al romanzo, e ve li consiglio entrambi. Se ve la siete persa, potete recuperarla su Mediaset Play e su Sky.

Aspetto i vostri commenti.