Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

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“Si, è vero, c’è violenza a Chicago, ma non da me e nemmeno da quelli che lavorano per me e sapete perché? Perché non è mai un buon affare”.

Con questa celebre battuta di Robert De Niro nei panni di Al Capone, tratta dal film gli INTOCCABILI, voglio parlarvi dei quattro movie drama, tutti ambientati a Chicago, che da qualche estate sono protagonisti dei palinsesti estivi Mediaset.

Al principio fu CHICAGO FIRE, arrivato alla sesta stagione. La serie narra le vicende di un gruppo di pompieri e di paramedici del Chicago Fire Department, della caserma 51. Mattew Casey (interpretato da Jesse Spenser, il dott. Chase di DOTTOR HOUSE) è il tenente del camion 81, equilibrato e risoluto è senza ombra di dubbio la figura a cui tutti i colleghi fanno riferimento. È in continua competizione con Kelly Severide (interpretato da Taylor Kinney ex marito di Lady Gaga) tenente della squadra di soccorso 3. Kelly è tutto l’opposto di Matt, Don Giovanni incallito, finisce spesso e volentieri nei guai e non solo con le donne, spesso e volentieri anche con la disciplinare. Gabriela Dawson, paramedico dell’ambulanza 68, è perdutamente innamorata di Mattew Casey, che alla fine della seconda stagione si accorge di lei, e adesso che sono marito e moglie stanno cercando di adottare un bambino. Poi ci sono Cristopher Herrman (interpretato da David Eigenber, Steve di Miranda di Sex and The City), Brian “Otis” Zvonecek, Joe Cruz e Randy “Mouch” Mcholland. Tutti autorevolmente guidati dal comandante Wallance Boden, sempre in prima linea quando si tratta di difendere i suoi uomini. In ogni episodio li vedi affrontare e risolvere le situazioni più estreme: da palazzi in fiamme con perdite di gas, a mega incidenti automobilistici, infortuni sul lavoro dove segano blocchi di cemento e evitano l’amputazione di gambe o braccia, crolli di grattacieli e piromani maniaci. All’inizio avevo la sensazione di essere all’interno di un fumetto della Marvell, perché trovavo alcune situazioni davvero esagerate. Ma pensando alle tragedie che hanno colpito il nostro paese negli ultimi anni e a cosa hanno fatto i nostri vigili del fuoco ad Amatrice, Rigopiano, Ischia e adesso per la caduta del ponte Morandi a Genova, quello narrato da Chicago Fire non si distacca troppo dalla realtà.

Spin-off di Chicago Fire è Chicago PD., arrivato alla quinta stagione, la serie segue la grande tradizione dei polizieschi americani e racconta le vicende di un gruppo di poliziotti che spesso incrociano le loro indagini con quelle dei vigili del fuoco. Antonio Dawson (fratello di Gabriella), Erin Lindsay (interpretata da Sophia Bush, il volto di

Brook di ONE TREE HILL) e Jay Halstead sono i detective protagonisti della serie, il loro capo è il tenente Hank Voight, poliziotto dai metodi poco convenzionali, è disposto a tutto pur di proteggere i suoi uomini e la sua famiglia. E poi c’è lei l’anima del dipartimento il sergente Trudy Platt (Amy Morton) donna molto intuitiva e divertente. Con loro ritorniamo alla Chicago di Al Capone.

Terzo spin-off è Chicago Med che racconta le vicende dei medici e degli infermieri del pronto soccorso del Chicago Medical Center. La serie scimmiotta a mio avviso un po’ troppo Grey’s Anatomy e fra le tre produzioni è forse la più debole.

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L’idea innovativa che coinvolge tutte e tre le serie è data dal crossover, ossia, diversi episodi raccontano indagini o storie che vedono coinvolti contemporaneamente pompieri, poliziotti e medici. Senza parlare dei legami di sangue o sentimentali che sono alla base dell’intreccio narrativo che lega fra loro le tre serie.

Da martedì sera in seconda serata è partito il quarto spin-off, Chicago Justice, che ci condurrà nei corridoi del palazzo di giustizia. L’appuntamento con Chicago PD è martedì alle 21.20, Chicago Fire ci aspetta il mercoledì sempre alle 21.20 e sempre alla stessa ora ma di venerdì è trasmesso Chicago Med tutti rigorosamente su Italia 1.

Le quattro produzioni vogliono essere un omaggio a dei piccoli grandi eroi che nella realtà mettono a repentaglio la propria vita per salvare quella degli altri, spesso con stipendi da fame e scarsi mezzi di soccorso. Piccoli grandi eroi a cui tutti noi dobbiamo tanto. Basti solo pensare cosa è accaduto a Genova nei giorni scorsi.

Il dottor Shaun Murphy, protagonista della serie THE GOOD DOCTOR, è la sorpresa televisiva di questa calda estate. Sorpresa perché è cosa assai rara che gli italiani stiano d’estate chiusi in casa a vedere la tv. Gli ascolti però parlano chiaro. THE GOOD DOCTOR insieme a TEMPTATION ISLAND sono riusciti a cambiare parte delle abitudini estive del bel paese.

Ma qual è il motivo di co tanto successo? Il giovane dottor Murphy, specializzando in chirurgia al St. Bonaventure Hospital è affetto da autismo e dalla sindrome del savant che da un lato provoca ritardi cognitivi, ma dall’altro accelera lo sviluppo di un’abilità sopra la norma. Così il nostro Shaun (interpretato da Freddie Higiamore, noto al grande pubblico per Neverland e La Fabbrica di Cioccolato) ha un’intelligenza straordinaria e una memoria di ferro, doti che ha deciso di applicare all’arte medica, dato che il suo sogno è quello di salvare vite umane. Decisione presa quando era ancora bambino mentre assisteva alla morte del fratello e del suo coniglietto del cuore.

È chiaro che l’intento della serie americana è quello di rompere il tabù della disabilità. Il messaggio è quello che anche con dei limiti ognuno di noi può realizzare i propri sogni. Forse in America una cosa così è possibile, ma in Italia una storia del genere sarebbe credibile? A mio avviso no. La nostra società civile è ancora troppo lontana per accettare determinate cose o semplicemente guardare il mondo e la vita senza filtri.

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Naturalmente il percorso di Shaun non sarà facile, il nostro giovane dottore dovrà scontrarsi con lo scetticismo e il pregiudizio dei suoi colleghi e dei suoi superiori che vedono nella sua patologia un limite. Il dottor Melendez alle volte lo ignora del tutto, spaventato dalla straordinaria bravura di Shaun nel fare le diagnosi. E poi ci sono i compagni di specializzazione: la dottoressa Browne che aiuta Shaun nel relazionarsi con i pazienti e il dottor Kalu che spesso e volentieri ruba le idee geniali di Shaun. L’unico a credere in lui è il Dr. Glassman primario della struttura ospedaliera.

La serie è stata creata da David Shore, già padre di DR. HOUSE e prodotta dall’ABC. Serie che risulta molto tecnica nel lambito medico, specificità che viene evidenziata ad ogni intervento chirurgico con delle piccole schede che appaiono di fianco al teleschermo. Geniale. Consiglierei di vedere questa serie a tutti gli studenti di medicina, è perfetta per imparare mentre si guarda la tv. L’appuntamento con i nuovi episodi è per sta sera su RAI 1 alle 21.25.

E voi cosa ne pensate? Ditemi la vostra. Siete soliti guardare la tv in estate o siete tra coloro che traslocano su calde spiagge e trascorrono il tempo bevendo prosecco dimenticandovi del mondo che vi circonda?

 

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Buona sera a tutti. Per prima cosa voglio scusarmi per il mio silenzio, negli ultimi due mesi sono stata molto impegnata. Ho iniziato a frequentare un master in marketing e comunicazione che mi ha preso totalmente, master grazie al quale forse la mia vita professionale potrà avere una svolta. Spero di poter continuare a curare questo spazio, ma far conciliare lavoro, studio, famiglia e blog è davvero molto difficile.

Gli impegni però non mi hanno impedito di guardare la tv (solo dopo cena) e la stagione estiva di quest’anno, stranamente, mi ha lasciato felicemente sorpresa.

La prima serie estiva che mi ha conquistato fin dalle prime battute è THE AMERICANS, che va in onda tutti i giovedì sera alle 21.20 su RAI 4. Serie che è stata trasmessa con successo negli Stati Uniti a partire dal 2013 e lì siamo ormai alla sesta stagione, in Italia è stata mandata in onda su Fox dove è arrivata alla quinta stagione, mentre in Rai siamo ancora alla seconda, ma le prime quattro stagioni sono tutte disponibili su Netflix. Protagonista una normale famiglia americana che vive a Washington DC., siamo nel 1981, da poco è iniziata l’era Reagan e i coniugi Philip ed Elizabeth Jennings non hanno nulla di cui lamentarsi, gestiscono con successo un’agenzia di viaggi, hanno due figli Paige di 13 anni e Henry di 8, vivono in una villetta a due piani e sono la perfetta famiglia americana, la famiglia che tutti vorremo avere come vicini.

In realtà Philip ed Elizabeth si chiamano Mikhail e Nadezhda e sono due spie del KGB. Fanno parte di una cellula silenziosa creata dai servizi segreti sovietici chiamati “illegali” il cui compito era quello di mimetizzarsi nella società americana per poter spiare gli organi di potere dal loro interno. Diretti e coordinati dalla misteriosa Claudia i due, diventati una coppia e poi una famiglia per volere del regime sovietico, devono far convivere la loro doppia vita. Elizabeth fra i due è quella più devota alla causa, Philip nel tempo ha iniziato a vedere le cose sotto una prospettiva diversa. A l’uomo non dispiace il modello di vita americano e inizia a dubitare del regime, Elizabeth invece si farebbe ammazzare per la grande madre Russia, ma si farebbe ammazzare anche per i suoi figli, ignari della doppia vita dei genitori, figli che sono cittadini americani a tutti gli effetti. Cosa accadrebbe ai ragazzi se Philip ed Elizabeth verrebbero scoperti?

A indagare su questa cellula silenziosa c’è una squadra speciale dell’FBI capitanata da Stan Beerman, Stan che è dirimpettaio dei coniugi Jennings non che miglior amico di Philip, Stan che non immagina minimamente che il nemico a cui dà la caccia è il suo vicino di casa, Stan che trovando come amante una funzionaria dell’ambasciata russa si ritroverà in grossi guai.

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Tutta la narrazione e l’introspezione dei personaggi si gioca su questa dualità che vede i protagonisti divisi fra America e Russia, fra l’essere genitori e essere spie. A proposito di spionaggio la suspence, i delitti, gli intrighi, i travestimenti e i colpi di scene vi terranno incollati allo schermo. Uno straordinario spy story nato dalla penna di Joe Weisberg, ex agente della CIA, e ispirato ad una storia vera. Philip ed Elizabeth sono interpretati da due attori straordinari, che grazie a questa interpretazione si sono tolti di dosso l’aria di bravi ragazzi a cui le interpretazioni precedenti li avevano legati. Sto parlando di Matthews Rhys (noto per aver interpretato Kevin Walker in Brother e Sisters) e Keri Russell (famosa per essere stata Felicity Porter). A proposito di Keri tutto il mondo la ricorda come Felicity, che detto fra noi non era proprio tutta sta furbizia, in THE AMERICANS è tutto l’opposto: fredda, calcolatrice e spezza ossi del collo con la stessa tranquillità con cui mia nonna fa la parmigiana di melanzane.

Molto importante è anche il contesto storico in cui si inserisce la serie, gli anni 80, gli anni di Reagan, il decennio più sanguinoso della guerra fredda, decennio in cui saranno gettate le basi per l’abbattimento del muro di Berlino e la fine dell’unione sovietica. Gli anni di Madonna e Michael Jackson, dei capelli cotonati, delle spalline e di uno stile di vita che ha fatto storia.

Una serie molto attuale, dato l’importante ruolo che ancora oggi la Russia gioca su piano internazionale, il cui presidente è stato l’ultimo capo del KGB. Una serie che ti racconta la guerra fredda da un altro punto vista, quello russo.

L’appuntamento è per sta sera su RAI 4.

 

L’adolescenza è un periodo particolare della vita. Un periodo in cui si fanno le prime esperienze importanti, si commettono i primi errori, si inizia a prendere coscienza di sé e a capire che tipo di persona si vuole diventare nell’età adulta.

Ieri sera Pupi Avati nel film per la tv, IL FULGORE DI DONY, andato in onda su RAI 1, ci ha regalato il quadro di un adolescente fuori dagli schemi e dagli stereotipi.

Donata Chesi detta Dony (interpretata da Greta Zuccheri Montanari) è una ragazzina di quindici anni come tante. Un giorno nel cortile del suo palazzo conosce Marco Ghira (interpretato da Saul Nanni), un ragazzino della sua età, e se ne innamora perdutamente, anzi si innamora del modo in cui il ragazzo la guarda. Da quel momento Dony fa di tutto per conoscere di più su quel ragazzino che l’ha stregata. Il caso vuole che durante le vacanze di Natale il fratellino di Dony abbia un incidente sugli sci, in ospedale su una barella Dony rivede Marco che come suo fratello ha preso una brutta caduta. I due ragazzini chiacchierano e ridono e per Dony quello è il momento più bello della sua vita. Una volta tornati in città però Marco sembra sparito nel nulla. Dony si fa coraggio e si mette in contatto con il padre del ragazzo (interpretato da Andrea Roncato), l’uomo le dice che l’incidente che Marco ha avuto con gli sci ha provocato danni irreparabili al sistema cognitivo e motorio del ragazzo. Dony decide di andarlo a trovare a casa, qui conosce la mamma di Marco (una brava Lunetta Savino) e conosce anche il nuovo Marco. Il ragazzo brillante e divertente non esiste più, al suo posto c’è un bambino piccolo con un grave deficit cognitivo.

Dony viene risucchiata da una spirale di dolore e sofferenza, spirale dalla quale riesce a liberarsi in un modo così adulto e responsabile che non ti aspetti da una ragazzina di quindici anni. Ragazzina che mette in discussione tutto, una ragazzina incompresa dai genitori (interpretatati da Giulio Scarpati e Ambra Angiolini), una ragazzina che trova conforto solo dallo psichiatra del tribunale minorile (Alessandro Haber). Una ragazzina che supere il pregiudizio, la diffidenza e la paura di ciò che è diverso.

Con questo film Pupi Avati cambia registro, raccontandoci una storia fuori dai suoi schemi. Se negli ultimi anni ci aveva abituati ai racconti della provincia emiliana, narrandoci con ironia e semplicità tutto quello che accadeva fuori dalla finestra della sua casa di Bologna, ieri sera ci ha accompagnati nei meandri della psichiatria. E se da un lato ritroviamo il racconto in terza persona, tratto ormai distintivo del regista bolognese, non ritroviamo Bologna come protagonista principale. Il capoluogo emiliano occupa nel film di ieri sera un ruolo marginale.

Non so dirvi se il film mi è piaciuto o no. L’ho trovato strano e a tratti inverosimile. Io adoro Pupi Avati, ho adorato i film IL CUORE ALTROVE, MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE, GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA, IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE e la serie televisiva UN MATRIMONIO e quando sono stata a Bologna ho guardato questa splendida città con occhi diversi e come Dony sono stata colpita da un colpo di fulmine. Però non riesco a giudicare il film di ieri sera. Un film alquanto insolito.

Chi di voi l’ha visto? Cosa ne pensate?

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LO SPIRITO DEL GIORNALISMO LIBERO

Ieri sera la RAI per ricordare la giornata della legalità e la strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti di scorta ha mandato in onda il film PRIMA CHE LA NOTTE, diretto da Daniele Vicari e prodotto da RAI FICTION insieme a Fulvio e Paola Lucisano.

La pellicola racconta la vita del giornalista, scrittore drammaturgo e sceneggiatore, Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984.

Fava ritorna nella sua città natale nel 1980 dopo una lunga permanenza romana dove si è fatto notare soprattutto come sceneggiatore. Rientra nel capoluogo etneo con l’obiettivo di dar vita ad una nuova testata giornalistica che potesse davvero raccontare la vera Catania. Ma il suo ritorno è anche un motivo per ricucire il legame con i figli Claudio ed Elena ormai adulti. Alla redazione del Giornale del Mezzogiorno, Fava, mette insieme un gruppo di giovani giornalisti ai quali si unirà suo figlio Claudio. A questi ragazzi insegna l’amore verso questo straordinario mestiere e il divertimento. Sosteneva che un bravo giornalista deve innanzitutto divertirsi. Divertirsi nello scovare le notizie, divertirsi nello scrivere, divertirsi nel fare domande scomode. E di articoli scomodi Pippo Fava ne farà abbastanza, diretti soprattutto al clan dei Santapaola. Cosa che indurrà il suo editore a licenziarlo.

Fava era un sostenitore della libertà di stampa in un editoriale scrisse “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

Dopo il licenziamento fonda una rivista indipendente I SICILIANI, dalle cui pagine partiranno importanti inchieste che sveleranno i legami occulti fra politica siciliana e Cosa Nostra, inchieste che saranno la sua condanna a morte.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo scritto da Claudio Fava e Michele Gambino (che hai tempi fu uno di quei giovani cronisti della redazione di Fava). Alla stesura della sceneggiatura si sono aggiunti Monica Zapelli che insieme a Claudio scrisse la sceneggiatura dei CENTO PASSI e il regista Daniele Vicari. Quest’ultimo famoso per aver diretto il film DIAZ-NON LAVATE QUESTO SANGUE, sui tristi fatti del G8 di Genova.

Regista cinematografico che si è prestato alla tv per raccontare in maniera diretta la storia di un giornalista che si è sempre battuto per la libertà di stampa e per la libertà intellettuale. Per Giuseppe Fava senza libertà non poteva esserci dignità per l’individuo.

Bravissimo Roberto Gifuni che con un quasi perfetto accento catanese, si è calato nei panni di questo giornalista con giacca di pelle e Ray Ban in maniera magistrale. Al suo fianco Dario Aita nei panni di Claudio e Lorenza Indovina in quelli della ex moglie Lina. La storia di Giuseppe Fava però no né solo la storia di un giornalista che non ha avuto paura della verità, è anche la storia di un padre e di un figlio che si sono ritrovati. Di un figlio che ha fatto di tutto per tenere vivo il ricordo del padre.

La vicenda di Pippo Fava, la sua lotta per la libertà di stampa e le sue inchieste contro la mafia ci rimandano ad alcuni giornalisti di oggi, Paolo Borrometi e Federica Angeli fra tutti, che con coraggio hanno sfidato la criminalità organizzata con quello stesso strumento così caro a Pippo, la scrittura.

Un bel film, che se non avete visto, merita davvero.

 

prima che la notte

L’ALIENISTA

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ALL’ORIGINE DELLA CRIMINOLOGIA

New York 1896, in una gelida notte di febbraio, viene ritrovato il cadavere di un ragazzino. La vittima si chiama Giorgio Santorelli ed è poco più di un bambino, indossa abiti femminili perché costretto con molta probabilità a prostituirsi, il suo corpo è stato brutalmente seviziato, ma ciò che preoccupa di più la polizia è che questo non è un caso isolato. Altri due cadaveri con le stesse mutilazioni sono stati ritrovati nei mesi precedenti, in entrambi i casi le vittime erano dei bambini. Bambini di sesso maschile, figli d’immigrati che si prostituivano per racimolare qualche soldo per poter sopravvivere.

Per capire chi è l’autore di questi efferrati omicidi, il dipartimento di polizia di New York capitanato dal giovane comandante Theodore Roosevelt (si tratta del futuro 26° presidente degli Stati Uniti) chiede aiuto al dottor. Laszlo Kreizler.

Il dottor. Kreizler è in realtà un’alienista, una sorta di precursore del moderno psichiatra. Come ci dice l’intro di ogni episodio “nel diciannovesimo secolo si credeva che le persone affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro vera natura. Gli esperti che le studiavano erano pertanto chiamati alienisti”. Kreizler (interpretato da Daniel Bruhl) aveva capito che molti assassini avevano commesso i loro reati perché vittime loro stessi di violenze. Aveva capito che tanti comportamenti malati in età adulta derivavano da infanzie difficili, infanzie dove vi erano state violenze e abusi.

Ad affiancarlo nella delicata indagine sul serial killer di bambini c’è l’amico John Moore (Luke Evans) che lavora per il New York Times. A dar man forte ai due arriva la coppia di agenti detective composta da due gemelli di origini ebraiche Lucius e Marcus Isaacson.

Agenti detective che mettano appunto tutta una serie di analisi che oggi hanno portato alla scientifica e all’uso del DNA. E poi c’è Sarah Howard (Dakota Fanning), segretaria personale del comandante Roosevelt e prima donna a lavorare presso il dipartimento di polizia. Donna dal grande coraggio e con un forte intuito investigativo, sarà determinante al fine delle indagini.

Questa squadra di investigatori si ritroverà ben presto a muoversi nei bassi fondi di una New York dall’aspetto gotico e ancestrale. Dove il perbenismo della classe borghese non vuole accettare l’idea che nella loro società ci sia qualcosa di malato, dove una polizia corrotta non vuole che si scopra la verità, dove gli ultimi resteranno sempre gli ultimi.

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Investigatori che dovranno vedersela con una complessa mente criminale, che mieterà vittime sotto il loro naso, al quale sembreranno rimanere impotenti.

Ben presto capiremo che anche i nostri protagonisti hanno degli scheletri nell’armadio. Sia John che Sarah non hanno rielaborato il lutto di alcune morti di cui in parte si sentono responsabili e anche l’affascinante dottor. Kreizler nasconde qualcosa che si cela con molta probabilità dietro il suo braccio destro affetto da una forte malformazione. Per non parlare dello strano rapporto che lo lega alla sua giovane governante, Mary, ragazza indiana affetta da mutismo.

La serie prodotta e ideata da Netflix si basa sull’omonimo romanzo di Caleb Carr. Composta da dieci episodi ci introduce in un racconto narrativo dallo stile incalzante. Ci proietta in quella che è la parte più oscura della mente umana. L’atmosfera noir la fa da padrona aiutata dall’eccezionale scenografia e fotografia. Il cast proveniente da Hollywood rappresenta un valore aggiunto ad una delle miglior serie che Netflix abbia mai prodotto. Una crime fiction storica che ti tiene incollata al teleschermo dall’inizio alla fine.

Serie che analizza anche tematiche molto importanti. Prima fra tutto lo studio della psicanalisi nelle indagini investigative. Il personaggio di Sarah ci introduce alla nuova consapevolezza della donna del ventesimo secolo, una donna che chiede un ruolo attivo nella società, una donna che chiede il diritto al voto. Ma si parla anche di immigrazione e integrazione, due tematiche molto attuali.

Insomma è una serie che va vista assolutamente.

L'alienista

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QUANDO IL MALE E’ PIU’ FORTE DELL’AMORE

Sono davanti alla tv e le immagini e la musica del concertone del primo maggio invadono la mia stanza. A guardare la gente che si diverte, ma soprattutto ad ascoltare gli artisti che si esibiscono in un’atmosfera di gioia e spensieratezza non posso non pensare ad Avicii, il dj svedese morto lo scorso 20 aprile.

Colpita dalla notizia della sua morte, sono andata su Netflix a visionare il documentario sulla vita del musicista svedese prodotto dalla BBC e inserito sulla piattaforma qualche mese fa. Credevo che dietro la sua morte ci fosse il solito e triste abuso di droghe e invece no, c’è qualcosa di peggio.

Tim Bergling, in arte Avicii, nasce a Stoccolma 28 anni fa, la sua è un’infanzia e un’adolescenza normale. Ma il ragazzo ha una grande passione: la musica. All’età di 19 anni con un semplice programma musicale al computer inizia a copiare il sound degli altri, poi comincia a creare i propri accordi. Inizia a proporre i suoi demo agli addetti ai lavori, fino a quando un giovane produttore di origini persiane, Ash, decide di investire su di lui. Arrivano i primi remix che catturano l’attenzione del re dell’elettronica europea David Guetta, che considera questo ragazzino svedese un vero genio. Ash a questo punto decide che è il momento di lanciare un pezzo scritto ed ideato dal solo Tim, nasce così LEVELS, canzone che diventa un successo mondiale.

Iniziano le collaborazioni importanti, primo fra tutti il duetto con Madonna, ma soprattutto inizia il tour.

Tim è considerato da tutti un genio, è un ragazzo genuino, umile e molto educato, ma è anche molto timido e la timidezza gli procura una strana sensazione di ansia prima di salire sul palco. Chi gli sta vicino gli dice che è normale, fa parte dell’adrenalina che si genera prima di ogni concerto, e lo spronano a bere qualche bicchiere prima dell’esibizione giusto per sciogliersi un po’. Tim segue il consiglio ma si accorge ben presto che quella non è la giusta soluzione per il suo problema. Il bere non fa per lui. Estate 2013 viene pubblicato un nuovo singolo WAKE ME UP. A mio avviso il suo capolavoro. Inizia il successo planetario.

Le esibizioni e i concerti si susseguono a ritmo sfrenato. Tim lavora senza fermarsi un secondo, non dorme, non mangia, e a un certo punto qualcosa inizia a prendere il sopravvento. Quel qualcosa è un demone che nasce dalla tua mente, è una morsa che ti attanaglia lo stomaco, è una voce che ti dice che non ce la puoi fare, è il panico, è l’angoscia, è l’ansia.

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Tim ha un crollo, viene ricoverato d’urgenza in ospedale, è stato colpito da una grave forma di pancreatite e deve essere operato di cistifellea. Molte date del tour sono cancellate, ma gli affari sono gli affari e non appena Tim si rimette in piedi lo show riprende. Ma i dolori e quella morsa allo stomaco non si placano, il dj svedese inizia una sorta di dipendenza dagli antidolorifici fino a quando la sua appendice non si perfora. A questo punto è sottoposto ad una seconda operazione, è il momento di fermarsi, di riprendersi da anni di stress.

Ma la musica è la sua più grande passione. È nel momento in cui si siede e inizia a comporre che Tim trova la felicità, decide di iniziare a lavorare al nuovo album. Progetto che da un lato lo gratifica, ma da un altro lato risveglia il demone che dorme dentro di lui, l’ansia. La realizzazione del nuovo disco è il colpo di grazia. L’amore verso la musica non è sufficiente a sconfiggere i suoi demoni interiori. A 26 anni prende la difficile decisione di ritirarsi. Decisione presa a causa della sua forte infelicità, capisce che non è adatto allo stress e alla pressione provocata dal business, non tollera più quella vita, non tollera più quella morsa nel quale è braccato, morsa che non lo fa vivere, non lo fa respirare, morsa che lo ha spinto al gesto più estremo.

Questo il comunicato che la famiglia ha rilasciato il 26 aprile in merito alla morte di Tim “una fragile anima artistica in cerca di risposte esistenziali, un perfezionista estremo che lavorava e viaggiava ad un ritmo talmente alto da avere uno stress enorme. Quando ha smesso di fare tour voleva trovare un equilibrio per essere felice e fare la cosa che più amava: la musica. Lottava con i suoi pensieri sul significato della vita, della felicità. Non ce la faceva più. Voleva trovare pace. Tim non era fatto per la macchina del business in cui si è ritrovato, era un ragazzo sensibile che amava i suoi fan ma schivava la luce dei riflettori. Tim sarai amato per sempre e ci mancherai. La persona che eri e la tua musica terranno viva la tua memoria. Tim ti vogliamo bene. La tua famiglia.”

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Ieri sera la famiglia Giammarresi è tornata a farci compagnia, con il suo carico di amore, coraggio, ironia e lotta alla legalità. In questa seconda stagione il piccolo Salvatore e i suoi genitori sono determinati a realizzare quel sogno di avere una vita normale nella loro Palermo. Sogno che era stato quasi distrutto alla fine della prima serie quando i Giammarresi avevano deciso di fuggire dalla Sicilia per paura della ritorsione mafiosa in seguito alla testimonianza resa da Lorenzo sull’omicidio del capo della squadra mobile Boris Giuliano. Sarà il piccolo Salvatore con il suo coraggio a convincere la famiglia a tornare indietro e cercare di costruire nelle loro Palermo qualcosa di bello, affinché Palermo non sia solo un palcoscenico di morte e paura.

Arriviamo così a ieri sera, settembre 1979, i Giammarresi vanno avanti con la loro vita. Salvatore inizia le scuole medie sempre più innamorato di Alice, Pia ottiene la tanto agognata cattedra, Angela si gode il suo Marco, Massimo cerca in tutti i modi di abbracciare una vita onesta e Lorenzo che fatica a non pensare alla ritorsione mafiosa, riesce a vedere il suo futuro e quello della sua famiglia in un’ottica positiva grazie anche all’incontro con il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella.

Ma il settembre del 1979 è il mese in cui inizia la più spietata guerra di mafia, guerra che vedrà contrapposti da un lato i palermitani e da un lato i corleonesi di Totò Riina. Guerra che toccherà tutti, soprattutto gli uomini delle istituzioni come il presidente Mattarella.

Nel cast ritroviamo Claudio Gioè nel ruolo di Lorenzo, Anna Foglietta in quello di Pia, Massimo ha il volto di Francesco Scianna, il piccolo Salvatore è Edoardo Buscetta, Angela è Angela Curi e Nino Frassica nel ruolo di Fra Giacinto.

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Voce narrante, come già nella prima serie, la voce di Pif, che racconta gli avvenimenti della famiglia Giammarresi e della città di Palermo attraverso gli occhi del piccolo Salvatore. Tecnica di racconto narrativo che Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ha già utilizzato nell’omonimo film da cui è tratta la serie televisiva. Ma se nel film la sceneggiatura e regia erano state guidate dal giovane regista siciliano ex iena e testimone, qui la scrittura è affidata a Michele Astori, Stefano Bises e Michele Pellegrini, la direzione è di Luca Ribuoli e la produzione di Rai Fiction-Wildside.

Ciò che accomuna i due lavori è l’ironia e la maniera dissacrante in cui viene raccontata la mafia.

Una mafia che viene ridicolizzata, dove Totò Riina balbetta e non riesce a parlare in lingua italiana o dove Buscetta viene descritto come una sorta di dandy molto rustico, avvezzo solo a estetisti e stilisti.

Un’ironia che ti fa morire da ridere, ma che allo allo stesso tempo ti fa riflettere e pensare su quella che è stata una delle pagine più sanguinaria della storia italiana recente.

È il racconto vero e sincero di uomini e di donne che hanno fatto il loro dovere così bene fino a morirne. Ma è anche il racconto di siciliani comuni, di siciliani onesti che hanno fatto di tutto per non essere risucchiati da un sistema mafioso e corrotto.

Pif ha dichiarato: “Questa serie è quell’esame di coscienza che non ci siamo mai fatti. La famiglia Giammarresi siamo noi, non solo palermitani, ma noi italiani, con tutti i nostri difetti, compromessi, ambizioni, contraddizioni.”

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CIBO E TV

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C’è chi brasa, chi esegue il risotto all’onda, chi salta in padella, chi esegue l’olio cottura, chi esalta i sapori al vapore, chi accartoccia il tutto e infila nel forno.

Ormai da anni quasi tutte le trasmissioni televisive hanno il loro “angolo cottura”. Non si scappa, indipendentemente da quale sia il tema trattato dallo show ad un certo punto salta fuori un cuoco che inizia a cucinare. Tutto questo perché ormai l’arte della cucina è diventata una specie di moda e il mestiere del cuoco, che fino ad alcuni anni fa era addirittura denigrato, adesso è il mestiere più figo del mondo.

Ma andiamo per ordine, alla ricerca da dove nasce questa sorta di cooking mania. In principio era l’Antonella nazionale, la prima a presentare una gara di cucina fra cuochi professionisti. Poi la sua trasmissione è cresciuta e Antonella con lei. Da un punto di vista culinario la ragazza 18 anni fa (anno d’esordio della Prova del Cuoco) non era in grado neanche di sbattere un uovo, oggi è in grado di preparare paste fresche e condirle con sughi elaborati. Ma a dir la verità credo che tutti siamo cresciuti insieme ad Antonella e abbiamo imparato l’ABC della cucina e parte della storia gastronomica del nostro paese. Al momento reputo LA PROVA DEL CUOCO, una delle poche trasmissioni di cucina valide e interessanti.

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Dopo Antonella fu la volta della trasmissione della 7 Fuochi e Fiamme dove abbiamo fatto la conoscenza del bel Alessandro Borghese che passerà poi il testimone ad un altro bello, Simone Ruggiati. Da qui inizia l’idea che fare il cuoco o lo chef ti rende figo.

A questo punto inizia anche la diffusione di quell’angolo cottura televisivo di cui vi parlavo prima e poi è arrivata lei, la regina del scongela e butta in padella, Benedetta Parodi. Donna che ha inculcato nella testa di molte persone l’idea che anche il bastoncino di merluzzo surgelato se impiattato bene può considerarsi alta cucina.

Ma arriviamo al re dello show cooking MasterChef, da questo momento inizia il delirio, e se negli studi televisivi si susseguono orde di cuochi amatoriali e migliaia di donne italiane sognano Carlo Cracco con solo il grembiule a dosso mentre spiega la differenza fra il riso carnaroli e il riso ermes, in rete l’esercito di food blogger si fa largo a colpi di torte di mele, linguine al nero di seppia e petti d’anatra su dadolate di verdure. Ma questo è anche il periodo in cui in Italia trova spazio l’idea che l’agro-alimentare insieme al cibo e al vino possano essere una risorsa per il paese. Così qualcuno inizia a fare impresa e da quell’impresa nasce un fatturato importante per l’economia italiana. Il nostro paese inizia a capire che alcune cose le sappiamo fare meglio di altri e se investiamo e ci crediamo possiamo essere i numeri uno.

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Ma torniamo allo strano rapporto che intercorre fra il cibo e la televisione italiana. Dopo Masterchef è la volta di tutta una serie di trasmissioni che hanno come protagonisti cuochi amatoriali e non, Cucine da Incubo, Hell’s Kitchen e tanti altri. Ogni pasto che si rispetti deve poi concludersi con un buon dessert, quindi a un certo punto sopraggiungono anche le truppe provenienti dalle pasticcerie. Adesso è il momento di 4 Ristoranti con il buon Borghese, ogni settimana quattro ristoranti si sfidano per decretare qual è il migliore in una specifica categoria.

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Ma quanto ne capiscono in realtà gli italiani di cibo? Ho la sensazione che molte di queste trasmissioni televisive e alcuni siti come TripAdvisor abbiano dato potere di critica a persone che non distinguono un peperone da una cipolla e spesso creano difficoltà a poveri ristoratori. A parte le food blogger che si fanno un mazzo così e le nonne che si gratificano a preparare succulenti pranzi per figli e nipoti, il resto dei comuni italiani cucina? Siamo vagamente consapevole di quello che mangiamo, di cosa viene messo ogni giorno sulle nostre tavole? Tutte queste trasmissioni televisive sono riuscite a creare una sorte di cultura alimentare?

A me non piace cucinare, ma sono costretta a farlo, sono stata allevata ai buoni e vecchi sapori della cucina siciliana e se mi chiedete di scegliere fra un ristorante che fa alta cucina e una buona trattoria che con 25 euro ti porta ogni sorta di ben di dio della tradizione gastronomica messinese, scelgo la seconda. Ho avuto un’esperienza da ristorante stellato quest’estate e le 65 euro che ho spesso ancora stanno piangendo.

Cucinare è un’arte, è un qualcosa a cui di devi dedicare totalmente, è come dipingere, suonare, scolpire. È costruire un qualcosa che appaga i sensi e che gratifica sia colui che cucina ma anche chi lo deve mangiare.

I FALSI AMICI

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Nella grammatica italiana ma anche in quella inglese con il termine di falsi amici si intendono quelle parole di una lingua, che pur presentando un’assomiglianza da un punto di vista morfologico o fonetico con i termini di un’altra lingua, assumono significati totalmente diversi. Questa cosa mi è tornata in mente ieri sera quando ho visto la terza puntata di AMICI, il talent show ideato e condotto da Maria De Filippi. Talent show che apparentemente assomiglia a quello delle scorse edizioni ma che in realtà è totalmente l’opposto.

Quelle che dovevano essere le grandi novità di questa diciassettesima edizione che avrebbero dovuto catturare il pubblico si sono rivelate dei meccanismi diabolici, perché solo una mente diabolica poteva concepire il sistema delle tre fasi e un sistema di votazioni che manda a casa i più bravi spesso senza neanche esibirsi. Un sistema di voto che come ha fatto notare il sito di Rolling Stone ricorda la nuova legge elettorale il Rosatellum, che ha mandato in panne il governo italiano.

Luca Tommasini sembra quasi annoiato da tutto il carrozzone e si inventa queste prove proibitive, che poi che avranno di proibitivo ancora non se capito. Preferivo di gran lunga i quadri di Peparini. Per non parlare del ritorno della commissione dei professori il cui potere è stato quello di riportare al centro della scena le polemiche. Sono dell’idea che se un ballerino o un cantante non è all’altezza del talent non dovrebbe essere scelto per il serale. Invece ho la sensazione che alcuni ragazzi siano stati scelti solo per dare luce alla frustrazione di alcuni docenti. A mio avviso viene dato poco spazio allo spettacolo e al talento dei ragazzi in gara e vi è un’eccessiva sovrapposizione delle polemiche, della storia privata dei ragazzi sullo stile di C’E’ POSTA, e della disputa Celentano/Parisi/Ventura.

Altra genialata per acquisire consensi dal pubblico è data dalla presenza delle vecchie e nuove glorie del calcio quali Totti e Maradona. Con tutto il rispetto ma io rivoglio Patrick Dempsey e Matthew Macconaughey.

Se alla fine il pubblico è catturato, è solo grazie alla trappola della mancanza di pubblicità. Infatti il primo blocco di trasmissione va avanti per quasi un’ora senza neanche un’interruzione. Tutto ciò solo per vincere la battaglia degli ascolti con RAI 1, dove BALLANDO CON LE STELLE è riuscito a vincere la partita per ben due sabati. Che poi anche lì era partita la polemica sulla coppia dei due uomini Ciacci/Todaro.

Ma davvero credono che il pubblico da casa voglia tutto questo? La società italiana si è così incivilizzata a voler la rissa sempre e comunque? Perché l’offerta di questa televisione è sempre più trash? Perché non si riesce ad andare oltre ad Amici, e vi giuro che a me come programma piaceva fino all’anno scorso, oltre al Grande Fratello o all’Isola dei Famosi?

Ai posteri l’ardua sentenza. E poi si stupiscono perché Netflix abbia così successo.