Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

Turn around, Look at what you see, in her face, The mirror of your dreamer…………

La canto da ieri sera, da quando ho finito la terza stagione di Stranger Things. Terza stagione che non ha deluso le aspettative.

Siamo tornati a Hawkins, cittadina dell’Indiana, estate 1985. I nostri piccoli nerd: Mike, Lucas, Dustin, Max e Will si divertono con Undici, ma iniziano a fare i conti con i problemi dell’adolescenza e le prime cotte. I loro fratelli maggiori, invece, hanno finito il liceo e cercano di farsi accettare nel mondo degli adulti. Nancy e Jonathan hanno iniziato a lavorare presso la redazione del giornale cittadino, Billy da sfoggio dei propri muscoli nella piscina comunale dove lavora come bagnino e Steve, il bello della scuola, fa il commesso presso la gelateria del nuovo centro commerciale, a fargli compagnia Robin, interpretata da Maya Hawke, figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman, apprezzata new entry.

Il capo Hopper cerca di abituarsi all’idea che Undici sta crescendo, ma mal sopporta che la ragazzina frequenti assiduamente Mike e chiede aiuto a Joyce che invece fa i conti con la solitudine. Insomma tutto sembra trascorrere normalmente fino a quando non si verifica una strana invasione di ratti particolarmente aggressivi che amano cibarsi di pesticidi, contemporaneamente, Billy il fratello di Max inizia a comportarsi in maniera strana e Dustin capta un messaggio russo in codice.

Will si accorge ben presto che il Mind Flayer è tornato o meglio non se né mai andato e i ratti e il comportamento di Billy sono da collegarsi alla spaventosa creatura aliena.

Creatura che è collegata anche al messaggio in codice russo captato da Dustin, messaggio che viene decodificato da Robin, scoprendo che sotto il centro commerciale si trova una base segreta sovietica. Base dove si cerca di riaprire il portale che collega il nostro mondo con quello del Mind Flayer.

Tutti i protagonisti, in un modo o nell’altro si adoperano “a salvare il mondo” come dice Dustin con la sua adorabile zeppola e non mancano i colpi di scena.

Per la terza volta i fratelli Duffer hanno fatto centro regalandoci otto episodi che sono un inno d’amore agli anni ottanta. Non manca nulla, le canzoni, i film cult di quegli anni, le gonne a campana, i capelli cotonati, i mega stereo e le musicassette e la guerra fredda, che vedeva contrapposti Americani contro Sovietici.

Ma soprattutto ci riporta indietro in un periodo in cui finita la scuola i ragazzini giocavano per strada, con bici e pattini a rotelle, quando per divertirsi occorreva usare la fantasia e l’immaginazione.

Dove il mostro alieno rappresenta le nostre paure, in particolar modo in questa terza stagione simboleggia la paura di crescere, di diventare grande, del cambiamento che è inevitabile e del soffrire. Ma come scrive Hopper a Undici, il dolore è inevitabile, crescere è inevitabile, fa parte della vita. Vita che può essere vissuta soltanto se impari dai tuoi errori, se hai fiducia nel futuro e credi in te stessa.

E voi cosa pensate di questa terza stagione?

 

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Ieri sera su Rai 2 sono andati in onda i primi episodi del reboot di Streghe, la serie cult sulle sorelle Halliwell andata in onda dal 1998 al 2006. Come tutti i reboot degli ultimi anni anche questo è stato una delusione.

Le sorelle Halliwell sono state sostituite dalle sorelle Vera, tre ragazze di origini latino- americane che scoprono di essere streghe dopo la morte della madre Marisol. La donna aveva deciso di congelare i poteri delle figlie alla nascita per garantire loro una vita normale, inoltre aveva avuto una figlia in giovane età che aveva dato in adozione, figlia di cui non aveva mai parlato con le altre due figlie avute successivamente Mel e Maggie.

Così le due ragazze alla morte della madre scoprono di avere una sorella maggiore Macy e insieme costituiscono il trio di streghe più potenti mai conosciute, le streghe del potere del trio.

Cosa non mi è piaciuto:

1 Sicuramente il modo in cui è stata costruita la storia, caratterizzata da molti elementi che rimandano alla vecchia serie, elementi che non sono stati inseriti in maniera originale nell’impianto narrativo. Ad esempio il libro delle ombre era per le sorelle Halliwell lo strumento principale per capire come combattere la sorgente, qui è ridotto ad un semplice manuale di magia. Le sorelle Vera apprendono l’arte occulta dal loro angelo bianco Harry Greenwood, anni luce lontano dal caro Leo.

L’iniziale del nome delle sorelle è stata sostituita dalla P alla M e se il potere della telecinesi è affidato alla maggiore delle sorelle Macy e quello di bloccare il tempo a Mel, la piccola Maggie non ha il potere della premonizione, caratteristica di Phoebe nella serie originale, possiede, invece, la capacità di leggere il pensiero. Anche la personalità delle ragazze è molto lontana da quella di Prue, Piper e Phoebe. Macy la maggiore è una nerd, ingegnere genetico che risulta molto impacciata e insicura, lontana da Prue che incarnava la perfetta sorella maggiore, donna forte, responsabile e sicura di sé. Mel è una neolaureata, attivista femminista e dichiaratamente lesbica, è un vulcano, istintiva e impulsiva, l’opposto della romantica e mite Piper e poi c’è Maggie la minore, frivola, studentessa universitaria che ha un unico obiettivo entrare in una sorellanza. Phoebe era invece una ribelle, una combina guai che grazie alla magia trova il suo posto nel mondo.

Insomma sono stati frullati insieme elementi nuovi a elementi vecchi il cui risultato è stato quello di produrre una serie che è la brutta copia della serie originale.

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2 La scelta delle attrici. Le tre ragazze scelte per interpretare Macy, Mel e Maggie non reggono il confronto con Shannen Doherty, Holly Marie Combs e Alyssa Milano, mi sono sembrate sciatte e un po’ insignificanti.

3 A mio avviso la serie è troppo politicamente corretta e il troppo alla fine stanca. La serie del 98 è stata definita poco femminista, cosa non vera in quanto eravamo difronte a tre giovani donne forti e indipendenti che cercavano un equilibrio fra la loro vita da streghe e da ragazze comuni.

4 Manca quella ciliegina sulla torta quale la città di San Francisco. Il reboot è ambientato nella fittizia città universitaria di Hiltowne e tutto ruota all’interno del campus universitario. San Francisco rendeva la vicenda più reale, le sorelle Halliwell dovevano far coesistere reale con il paranormale e confrontarsi con la quotidianità di una grande città.

5 I reboot di serie cult sono una pessima idea. La creatrice del reboot Jennie Snyder Urman, mamma già di Jane The Virgin, avrebbe dovuto studiare meglio.

E voi cosa ne pensate?

What/If

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C’era molta attesa per la serie What/If, serie creata e prodotta da Mike Kelley e distribuita sulla piattaforma di Netflix. Serie che vedeva fra i suoi protagonisti il premio oscar Renèe Zellweger.

Ma come spesso accade le aspettative sono state deluse.

What/If si presenta come una serie intrigante e misteriosa un vero e proprio thriller psicologico che manca però di quella suspense tipica di questo genere narrativo.

La vicenda ruota attorno ad una giovane coppia di sposi Sean e Lisa Donovan, quest’ultima fatica a far decollare la sua start up biomedica per mancanza di investitori. Una sera nel bar in cui lavora, Sean incontra una donna misteriosa e molto affascinate che vuole investire sulla start up di Lisa.

Questa donna è Anne Montgomery, regina dell’alta finanza californiana e fautrice di una sua filosofia di vita secondo la quale gli obiettivi che gli individui si pongono nella vita vanno perseguiti ad ogni costo. Non importa cosa bisogna fare l’importante è raggiungere il proprio scopo. Una moderna Machiavelli in una società dove comanda chi ha i soldi. I legami e i sentimenti sono solo delle debolezze, delle fragilità, che possono essere usate dai tuoi nemici per distruggerti.

Per Anne il legame che unisce Sean e Lisa è la debolezza di quest’ultima. A cosa sarà disposta Lisa pur di riuscire a salvare la sua società dalla bancarotta? Sarà disposta a concedere Sean per una notte a Anne?

Questa è l’unica cosa che Anne chiede alla ragazza in cambio dei soldi per salvare la start up, oltre che a diventare sua socia in affari.

Lisa accetta, ma per contratto non potrà conoscere nulla della notte che suo marito trascorre con l’altra donna. Tutto ciò condurrà i due giovani a mettere in discussione il loro rapporto inoltre, Sean è davvero l’uomo che Lisa conosce o nasconde segreti inconfessabili perfino alla moglie? E chi è Anne Montgomery? Cosa le è successo di così traumatico nel trasformarla nella donna gelida, spregiudicata e priva di sentimenti, ma potente che è oggi?  Lisa sarà disposta a sacrificare i propri affetti per realizzare il suo sogno? Chi avrà la meglio il denaro o i sentimenti?

Attorno ai tre protagonisti ruotano altri personaggi fra cui Marcus, fratello adottivo di Lisa e il suo compagno e Todd e Angela Archer, una coppia di amici di Sean, perseguitati per tutta la serie da uno psicopatico il dott. Ian Harris. E qui sta il problema di What/If. Il racconto delle vicende dei personaggi minori è totalmente slegato dal racconto dei tre protagonisti principali. E come se l’intera struttura narrativa sia costituita da due rette parallele che non si incontrano mai.

Sulla storia di Todd e Angela si poteva fare una serie a parte, in quanto non c’è alcun nesso con la storia di Sean e Lisa.

Per non parlare del finale che può essere scontato, ma allo stesso tempo è sbalorditivo.

La vera parte da leone la fa Renèe Zellweger nei panni di Anne Montgomery, Renèe che con questa interpretazione si è scrollata di dosso i panni della imbranata Bridget Jones.

Chi di voi ha visto What/If, cosa ne pensate?

 

Locandina Netflix

Per il poeta francese Charles Baudelaire esiste un fascino per il male. Male che per Baudelaire era da intendersi come sconforto, decadenza sociale, vizio, malattia fisica o tormento interiore.

Nella società moderna il male è soprattutto potere e in ogni uomo la battaglia fra bene e male è sempre accesa. Su questo conflitto si basa Il Traditore, il nuovo film di Marco Bellocchio, presentato all’ultimo festival del cinema di Cannes.

Il Traditore racconta buona parte della vita di Tommaso Buscetta, il primo pentito di mafia, grazie alle cui dichiarazioni, il giudice Giovanni Falcone riuscì a costruire l’impianto accusatorio del famoso maxi processo contro Cosa Nostra.

Nei panni di Buscetta troviamo un magistrale Pierfrancesco Favino che insieme agli altri attori quali Maria Fernanda Candido, Fabrizio Ferracane e Luigi Lo Cascio ci regalano delle interpretazioni straordinarie che fanno da cornice al quadro realistico costruito da Marco Bellocchio.

Bellocchio che con questo film si è staccato da quello che era il suo consueto registro narrativo, regalando al pubblico il racconto di quella che è stata una delle pagine più nere della storia siciliana.

Siamo nella Palermo del 1980, durante la festa di Santa Rosalia, sta per avere inizio la terribile guerra fra i Corleonesi di Totò Riina e i Palermitani di Stefano Bontana per il controllo della droga. I primi avranno la meglio e Buscetta fiutando il pericolo si nasconderà in Brasile, non mette però al sicuro la sua famiglia rimasta a Palermo, famiglia che verrà trucidata dai Corleonesi, questi cercano di uccidere anche Buscetta, ma la polizia brasiliana è più veloce. Una volta arrestato Buscetta sarà estradato in Italia. Qui decide di collaborare con la giustizia, anche perché l’unico modo che ha di vendicarsi dei suoi nemici è attraverso lo Stato Italiano, stato che è rappresentato dal giudice Giovanni Falcone. Buscetta racconterà ogni cosa dalla genesi di Cosa Nostra alla guerra con i Corleonesi, dai riti di affiliazione all’organizzazione degli omicidi, dallo spaccio di droga fino all’infiltrazioni nella politica.

Buscetta rivendicherà fino alla fine il suo ruolo di uomo d’onore decantando di appartenere ad un’organizzazione che prima dei Corleonesi aveva un’etica. Sarà compito di Falcone ricordargli che Cosa Nostra è sempre stata un’associazione di criminali che si sono macchiati di crimini atroci fin dalla notte dei tempi.

La vendetta di Buscetta si consumerà durante il maxi processo che vedrà alla sbarra buona parte dei Corleonesi e chi per paura passò fra le file di quest’ultimi come Pippo Calò, amico di infanzia di Buscetta, che per ingraziarsi Riina uccise i figli del suo amico di infanzia.

Buscetta diventa una specie di rock star, diventando il primo pentito di mafia, ma come tutte le star ben presto anche la sua scia verrà ecclissata.

Bellocchio riesce a dare una doppia chiave di lettura al personaggio Buscetta. Da un alto abbiamo il mafioso che si sente tradito dall’ organizzazione criminale a cui appartiene. Mafioso che si serve, in maniera subdola, dello Stato per attuare la sua vendetta. Dall’altra parte abbiamo l’uomo, un uomo che si tormenta per non essere stato in grado di proteggere i suoi figli, un uomo che sarà ossessionato dai suoi nemici, un uomo che avrà paura di morire.

Bellocchio che riportandoci ad immagini che ricordano un po’ il Gattopardo di Visconti e il Padrino di Coppola ha realizzato davvero un bel film.

Chi di voi lo ha visto? Cosa ne pensate?

 

Il traditore

Quando c’è lui non c’è share che tenga, che siano nuove puntate o repliche, Il Commissario Montalbano vince su tutto. Dopo la messa in onda delle nuove puntate, la RAI ha pensato bene di trasmettere 10 dei vecchi episodi giusto per far tremare un po’ il terreno sotto i piedi della concorrenza. E se c’è qualcuno che ancora non lo ha capito, gli italiani sono pazzi per il commissario di Vigata e per il suo papà, il maestro Andrea Camilleri.

Ho letto il primo romanzo di Andrea Camilleri a quindici anni, il suo nome appariva fra l’elenco delle letture estive a cui la mia prof di italiano sottoponeva me e la mia classe durante le vacanze. Il libro era Il Birraio di Preston, una commedia degli equivoci alla siciliana. Un libro che mi colpì molto non solo per la storia, divertentissima, ma anche per la lingua, era il primo libro che leggevo dove appariva un larghissimo uso del dialetto siciliano. Incuriosita e fregandomene della lista della prof andai in libreria e comprai Il Ladro di Merendine, fu amore assoluto.

Il successo della serie su Il Commissario Montalbano e dei romanzi da cui è tratta deriva dalla sapiente arte del racconto di Andrea Camilleri.

Andrea Camiller

Per racconto si intende, cito testualmente il dizionario della lingua italiana, l’esposizione orale o scritta di fatti veri o immaginari nel loro svolgimento temporale.

Ma con Camilleri si va al di là del racconto. Lo scrittore, sceneggiatore, regista e drammaturgo siciliano nato a Porto Empedocle il 6 settembre 1925 attraverso una scrittura schietta, sincera e ironica fa dell’arte del racconto una vera e propria rivoluzione. Camilleri riesce a catapultarti nella vicenda che narra, tanto che hai la sensazione di essere seduto sulla verandina della casa di Marinella a sorseggiare il caffè con il commissario. Quest’ultimo poi incarna tutto ciò che un eroe narrativo dovrebbe incarnare, ma allo stesso tempo è anche uno di noi e come noi ha le sue insicurezze e le sue fragilità e come noi sbaglia pagando le conseguenze dei suoi errori. Tutto ciò fa di Salvo Montalbano l’uomo che tutte noi donne vorremmo accanto, ma è anche l’uomo a cui tutti i maschi vorrebbero assomigliare.

Montalbano è una sorta di Maigret siculo, uno che grazie a uno spiccato senso dell’osservazione e intelletto risolve i casi, ma il vero successo delle sue doti investigative è dato dal rapporto che Montalbano ha con l’ambiente a lui circostante. Il commissario riesce a decifrare i misteriosi segni di quell’antichissima dimensione siciliana che coesiste felicemente con l’aspetto più moderno dell’isola. Quest’ambiente è rappresentato dalla cittadina fantastica e metaforica di Vigata.

il commissario montalbano

Fantastica perché nasce dalla fantasia di Camilleri, metaforica perché in realtà potrebbe essere qualsiasi paesino, cittadina o capoluogo siciliano.

Un altro elemento innovatore dell’arte di Camilleri è questa lingua da lui utilizzata, una lingua molto vicina al dialetto siciliano, dialetto che infondo è la versione più antica dell’italiano.

Camilleri ha dichiarato  “Per me l’italiano serve ad esprimere il concetto di una cosa, il dialetto ne descrive il sentimento.”

Ma la vera chiave di lettura dell’arte di Camilleri è l’ironia e questa forza comica fa del maestro Andrea l’innovatore del giallo siciliano.

L’appuntamento è per questa sera su RAI 1 alla 21.25 circa con la replica di un nuovo episodi del Commissario Montalbano.

In una Pasqua che sembrava Natale, in una primavera che non vuole arrivare e ci ha costretto, in riva allo Stretto, a organizzare grigliate e pic-nic col capotto e il k-way. In un clima uggioso costernato da vento di scirocco e da quella pioggerellina odiosa, ho deciso di combattere la noia andando al cinema, trovando scarse soluzioni alla mia inquietudine. Alla fine la scelta è caduta sull’ultimo film della Cortellesi, che devo dire la verità, mi ha un po’ deluso.

Cosa Ci Dice Il Cervello riporta sul grande schermo Paola Cortellesi nei panni della protagonista e sceneggiatrice diretta dal marito Riccardo Milani. La vicenda ruota intorno a Giovanna, Paola Cortellesi, una donna normale, separata con una bimba piccola, con un lavoro al ministero e un appartamento che divide con la madre, Carla Signoris, in piena crisi di mezza età. Giovanna è una donna anonima che si destreggia con grande difficoltà nella quotidianità della vita. Tutti, a cominciare dalla madre, le rimproverano il suo essere invisibile e il suo lavoro noioso da impiegata al ministero. In realtà questo è solo una copertura, perché Giovanna è un agente dei servizi segreti e nel suo lavoro è anche molto brava.

Un giorno la donna incontra la sua compagna di banco del liceo, Claudia Pandolfi, che la invita ad una cena con i vecchi compagni di scuola. Qui Giovanna ascoltando i racconti e le vite dei suoi vecchi amici, inizia a riflettere sulla società in cui siamo costretti a vivere una società dove non c’è più rispetto per il prossimo, dove tutti sanno tutto di tutti, dove internet ci ha reso spavaldi e pretendiamo di sostituirci a medici, insegnanti, allenatori o ingegneri. Una società dove chi non la pensa come noi deve essere attaccato, dove libertà è diventato sinonimo di fare quello che si vuole senza però rispettare l’altro. Dove l’ignoranza, la noia e la maleducazione la fanno da padrona.

Giovanna decide allora di aiutare i suoi amici servendosi del suo lavoro, ma la cosa le sfuggirà di mano.

Paragonando questo film agli altri realizzati dalla coppia Cortellesi/Milani, Cosa Ci Dice il Cervello appare un po’ noioso, mancano le battute esilaranti e quella satira sottile e disarmante. Penalizzante la mancanza di Raul Bova? Che in Nessuno Mi può Giudicare e in Scusate Se Esisto è stato una spalla inaspettata e perfetta della Cortellesi.

Il bravo Stefano Fresi chiamato a sostituire il bel Raul fa fatica, in tutti i sensi, a stare al fianco della Cortellesi.

Nel cast ci sono inoltre Vinicio Marchioni, Remo Girone, Lucia Mascino e Giampaolo Morelli. Tutti bravi, tutti molto ben diretti, ma alla fine il risultato è stato quella della solita commedia italiana a cui il nostro cinema ci ha abituato. Negli altri film precedenti, dietro le risate vi era una profonda analisi della vicenda vissuta dalla protagonista, analisi che induceva lo spettatore a riflettere sulle tematiche evidenziate dal racconto cinematografico.

Questa volte l’intento di far riflettere lo spettatore sulla triste condizione della società italiano non so se è stato centrato.

A pensare alla coppia seduta dietro di me e che ha chiacchierato per tutta la durata del film, penso proprio di no.

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Fra le serie di successo che dovevo recuperare c’era il Racconto dell’Ancella, tratta dall’omonimo romanzo distopico della scrittrice canadese Margaret Atwood.

Andata in onda su TimVision vede fra le interpreti volti già noti agli spettatori: Elizabeth Moss di Mad Man, Samira Wiley direttamente da Orange is New Black e la Gilmore Girl Alexis Bledel.

Quello che mi ha più colpito, avendo letto anche il romanzo, è lo stretto legame che intercorre fra le vicende narrate e i tantissimi casi di cronaca e politica a cui stiamo assistendo. E come se la Atwood avesse profetizzato nel 1985, anno di pubblicazione del romanzo, quello che sarebbe accaduto oggi.

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TRAMA

Gli Stati Uniti d’America sono stati trasformati in un regime oligarchico denominato repubblica di Gilead. Tutto era iniziato con un colpo di Stato ad opera di un gruppo armato che rivendicava una società primitiva, una società che avesse a cuore l’ambiente e dove le donne tornassero a rivestire il ruolo per il quale erano stata create da Dio: essere madri. Questi ribelli accusavano il governo di aver distrutto il pianeta con l’inquinamento. Quest’ultimo ritenuto anche causa dell’abbassamento della natalità. Bassa natalità che da alcuni era da ricondurre anche al desiderio delle donne di lavorare, fare carriera e occupare posti di rilievo all’interno della società. Dal colpo di Stato scaturisce una terribile guerra civile dove i ribelli hanno la meglio. La giovane repubblica di Gilead con la Bibbia alla mano riscrive le regole governative: istituisce il reato di genere, abolisce la pratica dell’utero in affitto, perseguita chi si è macchiato del reato di aborto, ristabilisce il ruolo delle donne suddivise adesso in Mogli, Marte, Ancelle e Schiave e fa della procreazione di nuove vite la base su cui si fonda tutto il suo sistema. A controllare che tutto fili liscio ci sono gli Occhi feroce braccio armato del regime.

Le donne sono divise in quattro categorie, ci sono le Mogli, vestite di azzurro, fedeli compagne dei Comandanti che compongono l’élite governativa, donne sterili il cui unico compito è quello di gestire la loro famiglia e la casa. In quest’ultima attività sono aiutate dalle Marte, donne in età avanzata che hanno dimostrato di essere timorate di Dio e per questo graziate dal regime a ruolo di domestiche.

Tutte le altre donne che invece, prima di Gilead si sono macchiate di crimini contro l’umanità come ad esempio aver praticato aborti, essere omosessuali o semplicemente aver rivendicato i propri diritti e la propria libertà sono state destinate come schiave nelle colonie, luoghi dove è altissima la concentrazione di radiazioni nucleari. Infine ci sono le Ancelle, donne fertili che sono chiamate a dare dei figli all’élite governativa di Gilead. Fra di loro c’è June Osborne, anche se il suo nuovo nome è Difred.

LE ANCELLE.

Le ancelle vestono di rosso e portano sul capo una cuffia bianca con grandi alette in maniera tale da non vedere nulla e non essere viste da nessuno, una sorta di burqa moderno. Il loro compito è solo quello di rimanere incinte e per questo sono costrette a sottoporsi al rituale, un vero e proprio stupro, al quale partecipa anche la moglie del comandante.

Alle ancelle è stato assegnato un nuovo nome, vengono chiamate col nome dell’uomo che le possiede, così June è Difred e la sua amica Emily diventa Diglen, poi c’è Diwarren, Dithomas, Distiven e così via.

L’intento di Gilead è di annullare queste donne come esseri umani e di ridurle a semplici schiave sessuali il cui compito è solo quello di procreare, ma June non ci sta e fa di tutto per tenere vivo il ricordo della sua vita passata, il ricordo di sua figlia e di suo marito. A un certo punto June e le altre si ribellano.

A dar volto a Difred/June ritroviamo la bravissima Elizabeth Moss già protagonista in un’altra serie di successo Mad Man, col suo sguardo di ghiaccio ci regala un personaggio unico nel suo genere, un personaggio nel quale vivono due donne, da un lato Difred, dall’altro June.

Nei panni del subdolo Comandante Fred Waterford troviamo il premio oscar Joseph Fiennes, sua moglie Serena Joy è interpretata da Yvonne Strahouski.

Fra le altre ancelle Moira e Emily, la prima è interpretata da Samira Wiley già nota per essere stata una delle detenute di Orange is New Black e poi c’è Alexis Bledel che con Emily è riuscita a scrollarsi di dosso la Rory di Gilmore Girl.

Infine c’è Nick, interpretato da Max Minghella, misterioso ragazzo, è un Occhio o è un membro della resistenza?

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DAL ROMANZO ALLA SERIE

La serie composta da due stagioni e diretta da Bruce Miller è la perfetta trasposizione del romanzo di Margaret Atwood, anzi la serie riesce a rispondere a tutti quei quesiti che in un certo senso restano aperti nel romanzo.

Romanzo e serie televisiva sono una lucida analisi sul ruolo fragile e subordinato della donna nella società moderna.

Condizione femminile che è il tema centrale di tutto la produzione letterale della Atwood, tema di cui vi ho già parlato nel post IL FEMMINISMO DI MARGARETH ATWOOD

scritto quando Netflix propose un’altra serie tratta da un altro romanzo della Atwood, L’Altra Grace.

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PERCHE’ GUARDARE IL RACCONTO DELL’ANCELLA

Consiglio vivamente sia la serie televisiva che il romanzo scritto nel 1985, in quanto in qualche modo Margaret Atwood è riuscita a profetizzare quanto sta succedendo in Occidente. L’avanzare di politiche di estrema destra, i movimenti che negano l’aborto e i diritti degli omosessuali e dei transgender, uomini delle istituzioni che hanno esternazioni contro le donne che a loro avviso dovrebbero restare a casa a fare le mogli e le madri, altrimenti sono inutili. Lo sconcertante atteggiamento dei governi difronte ai problemi ambientali, l’odio verso gli stranieri, l’odio verso tutto quello che è diverso da noi. Per non parlare poi di quando viene descritto l’attacco alla Casa Bianca e al Pentagono e non puoi non pensare al 11 settembre del 2001.

Il Racconto dell’Ancella ti proietta in una realtà che non è così lontana, una realtà che possiamo cambiare, soprattutto noi donne, lottando per i nostri diritti.

Un’opera che ti porta a chiederti che cos’è il femminismo, un movimento di rivalsa che ha cavalcato l’onda delle grandi manifestazioni di piazza o è qualcosa di più?

Un qualcosa che non vuole che le donne si sostituiscano agli uomini, ma semplicemente che le donne possano essere libere di essere sé stesse.

Lo so questa volta mi sono divulgata un po’ troppo ma questa serie mi ha preso davvero tanto. Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione in proposito.