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SE JANE AUSTEN AVESSE AVUTO LA TV

Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

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L’Amica Geniale

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C’era una volta un povero rione della Napoli degli anni 50 e c’erano due bambine Lila e Lenù che pur vivendo in famiglie umili con molte ristrettezze cercano con tutte le loro forze di riscattarsi.

Lila e Lenù sono le protagoniste della serie L’Amica Geniale andata in onda ieri sera su RAI 1 e tratta dal best seller omonimo scritto dalla misteriosa Elena Ferrante.

La serie coprodotta da Rai Cinema, Hbo, TimVision e Fandango era stata presentata all’ultima mostra del cinema di Venezia dove era stata molto apprezzata dalla giuria.

Le numerose aspettative createsi intorno a questa produzione diretta dal regista Saverio Costanzo hanno creato un vero e proprio conto alla rovescia fino a ieri sera.

Con tutta onestà ero un po’ scettica, in quanto ogni qual volta si generano questi fenomeni televisivi le aspettative sono sempre deluse, inoltre qualche hanno fa mi ero imbattuta nella lettura di un libro della Ferrante, L’Amore Molesto, e sinceramente non mi era piaciuto.

Di conseguenza in questi anni non ho neanche letto la quadrilogia di L’Amica Geniale, ma dopo ieri sera me ne sono pentita.

Quello che è visto ieri sera è un racconto così vero e viscerale che mi ha lasciato senza parole. Vero perché alcuni episodi narrati fanno parte di racconti che spesso ho ascoltato dalla voce delle mie nonne. Viscerale perché le emozioni di queste due bambine ti arrivano in maniera empatica.

Bimbe che devono lottare contro genitori che l’estrema misera porta a gesti irrazionali, genitori che vorrebbero dare di più ai loro figli ma non possono, genitori che cresciuti senza amore non riescono a darlo ai loro bambini.

Bimbe che a loro modo non ci stanno ad essere considerate inferiori solo perché femmine. Bimbe che lotteranno per la propria indipendenza.

L’Amica Geniale è una sorta di manifesto dell’emancipazione femminile, ma è anche la storia di un’amicizia.

Un’ amicizia quella fra Lila e Lenù fatta di grande complicità, ma anche rivalità. La ragazzina che agli occhi di tutti sembra essere la più forte e la più determinata, Lila è in realtà la più fragile. Mentre Elena, per tutti Lenù, così calma e mansueta sarà quella che colpirà tutti con il suo coraggio.

La vicenda delle due giovani protagoniste è inserita in una Napoli caratterizzata da un carosello di personaggi che rimanda alla storia della città e in un certo senso alla storia dell’intero paese.

Non avendo letto il libro non posso fare il confronto, ma devo dire che sia l’interpretazione delle due piccole protagoniste sia la scenografia, i costumi e la sceneggiatura sono davvero straordinari.

E voi cosa ne pensate. Avete visto la serie ieri sera. Chi di voi ha letto libro e mi può dire la sua sul confronto? Aspetto i vostri commenti.

 

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LE TERRIFICANTI AVVENTURE DI SABRINA

Per festeggiare la notte di Halloween, ieri sera mi sono concessa la visione di Le Terrificanti Avventure di Sabrina, nuovo arrivato in casa Netflix e rifacimento della serie andata in onda negli anni 90, Sabrina Vita da Strega. La mia scelta è stata dettata da un sentimento di nostalgia in quanto credevo che Netflix mi avrebbe riportato in dietro nel tempo, a quel lontano 1997, al periodo delle scuole medie, a quando non si iniziavano i compiti se non dopo la visione di Sabrina.

Purtroppo, però, la nuova serie prodotta da Netflix e ideata e diretta da Roberto Aguirre-Sacasa ha poco a che vedere con la serie degli anni 90. Credo che il titolo Terrificanti Avventure sia stato super azzeccato in quanto siamo davanti ad una vera propria serie horror. Forse alcuni troveranno esagerata questa mia definizione, ma personalmente, quando sento parlare di Satana, Chiesa della notte e crocifissi capovolti, per me è horror. In Sabrina vita da Strega, invece si moriva dalle risate.

Protagonista della vicenda è Sabrina Spellman, interpretata da Kierman Shipka, ragazzina metà strega e metà umana, che nel giorno del suo sedicesimo compleanno dovrà decidere se percorrere la via della luce o la via del buio. Compleanno che cade proprio nel giorno di Halloween, giorno perfetto per organizzare l’Oscuro Battesimo della ragazza, battesimo che le permetterà di entrare nella congrega della chiesa della notte e servire l’oscuro signore. Le care zie Hilda e Zelda hanno preparato tutto e anche il sommo sacerdote, preside dell’accademia delle arti oscure non vede l’ora di avere Sabrina fra le sue allieve.

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Ma c’è un particolare che non hanno considerato, il legame che Sabrina ha con il suo fidanzato, le sue amiche e in generale con la sua vita. Amore che vince su tutto e porterà la ragazza a ribellarsi al suo destino da strega.

Sabrina, in questa serie, non si batte solo per la propria libertà, ma è rappresentata come una piccola femminista che lotta per i diritti delle donne. La vicenda, infatti è ambientata a Riverdale, piccola cittadina di provincia, puritana e misogina. L’intento degli autori, era, pertanto quello di realizzare una sorta di denuncia della odierna società, dove si ha l’impressione che la donna stia perdendo tutti i diritti acquisiti in passato per ritornare a rivestire il semplice ruolo di moglie e madre. Intento che a mio avviso è stato fallito, facendo risultare la serie come un prodotto rivolto soprattutto alla nuova generazione di teen-ager, molto amanti del genere horror.

La serie altro non è che un grande calderone dove sono stati mescolati un sacco di ingredienti, spesso provenienti da altri soggetti: le teorie dell’occulto, la caccia alle streghe, il femminismo, l’immagine di Sabrina che si inoltra nel bosco con indosso sempre un cappotto rosso che rimanda alla fiaba di cappuccetto e nomi come oscuro signore e accademia di magia che rimandano a Harry Potter.

Sbagliato, a mio avviso il capovolgimento di un personaggio come Salem, il gatto nero, che nella serie Sabrina vita da Strega, era uno stregone fidanzato di zia Hilda che tradendola fu punito dalla donna che lo tramutò in gatto. Animale che rappresentava la coscienza di Sabrina e alle volte una sorta di guida per la ragazza. Nella nuova serie, invece è ridotto a ruolo di “familio” una specie di schiavo sotto forma di animale.

Personalmente non riesco a trovare in questa serie nulla che mi piaccia, e voi cosa ne pensate?

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ALICE E’ TORNATA

Ieri sera su RAI 1 è andata in onda la seconda stagione de L’ALLIEVA, che racconta le avventure di Alice Allevi, l’imbranata ma intuitiva specializzanda in medicina legale, nata dalla penna della messinese Alessia Gazzola.

Romanzi che ho adorato e che la serie Rai è riuscita a rendere molto bene. In questa seconda stagione si capisce che siamo un po’ lontani dalla ragazza pigra, impacciata, che abbiamo conosciuto nella prima stagione e a detta di molti neanche portata per il lavoro di medico legale, dato che prova un certo disgusto ad eseguire le autopsie. Ma fin dalla prima indagine, la morte della giovane Giulia Valenti al centro del primo romanzo L’Allieva, emergono le grandi doti di Alice, interpretata da Alessandra Mastronardi, ossia un gran intuito e un forte senso dell’osservazione, doti che non sfuggiranno all’ispettore di polizia Roberto Galligaris. Che chiederà una collaborazione con la nostra sbadata dottoressa. Doti investigative che anche in questa seconda stagione faranno emergere la nostra specializzanda, soprattutto nel primo episodio, Le Ossa della Principessa.

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A far da cornice a i diversi casi di omicidio non ritroviamo più il triangolo amoroso fra Alice, Claudio Conforti e Arthur Malcomess. Sembra che Alice sia riuscita a fare la sua scelta. A loro da ieri si è aggiunto il bel pubblico ministero Sergio Einaudi, interpretato da Giorgio Marchesi, che ha un passato burrascoso col dottor Conforti. Bel pubblico ministero che riporterà lo scompiglio nel cuore di Alice. Quest’ultima perennemente afflitta dalla sindrome da cuore in sospeso.

Claudio Conforti, detto anche CC, i cui panni sono vestiti da Lino Guanciale, non riesce a dare alla ragazza ciò che lei si aspetta. Ragazza che è ormai stufa del suo comportamento, Claudio, infatti, come diretto superiore di Alice è quello che più la umilia e ridicolizza davanti agli altri specializzandi, ma allo stesso tempo l’uomo prova una certa tenerezza verso la ragazza che sarà sempre più confusa dal suo strano comportamento. Non dimentichiamoci poi della storia con Arthur Malcomess, che ha il volto di Dario Aita, il reporter e figlio del Supremo, ossia il primario dell’istituto di medicina legale. Arthur, in un primo momento sembra il principe azzurro di Alice o almeno lei così lo idealizza, ma il ragazzo ha una personalità molto complessa, follemente innamorato del suo lavoro non riesce a mettere radici e il più delle volte risulta sfuggevole e narcisista. Cosa succederà in questa seconda stagione?

Alice è un’eroina che ti coinvolge fin da subito, un’eroina che fra un cadavere dimenticato in corridoio, analisi di laboratorio scambiate, computer distrutti, amori, dolori, soddisfazioni e crisi di panico ci fa morire da ridere. Un’eroina che ha come compagno d’avventure l’umorismo. Quest’ultimo è la chiave di lettura dell’opera di Alessia Gazzola.

Chiave presente anche nella fiction così come la tecnica narrativa semplice, che ogni tanto si arricchisce di un linguaggio tecnico come quello della medicina legale. Chiave di lettura che ci consegna un’opera con una miscela di ironia e humor che ha fatto dei romanzi uno dei più importanti fenomeni editoriali degli ultimi anni e della fiction prodotta da Rai Fiction e realizzata da Endemol Shine Italy un successo di pubblico inaspettato.

Certo ieri sera lo share è stato un po’ bassino, ma la concorrenza era spietata, fortuna che non ha vinto il GFV, ma XF12.

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L’ANTI MONTALBANO

 

Ieri sera è andato in onda su RAI 2 un nuovo episodio della seconda stagione di Rocco Schiavone. Il burbero vicequestore nato dalla penna di Antonio Manzini, che a mio avviso è riuscito a regalarci un personaggio diametralmente opposto al commissario di polizia più amato dagli italiani, Salvo Montalbano.

Ma come spesso accade, anche un personaggio negativo, può suscitare interesse da parte del pubblico. Rocco Schiavone è volgare nel linguaggio e nei modi, è sempre di cattivo umore, donnaiolo, ama iniziare la giornata con un buon spinello e nel suo passato abbiamo scoperto ci sono gravi casi di corruzione.

Corruzione che è il motivo per cui viene trasferito da Roma ad Aosta, città che l’uomo odia con tutte le sue forze, perché ci sono due cose che proprio non sopporta: il freddo e la neve.

Ma è proprio il suo caratteraccio a indurlo ad usare un suo personale metro di giudizio e la sua stretta affinità con i criminali lo spinge a immedesimarsi così bene a loro, da riuscire a risolvere sempre con successo i casi d’omicidio sui quali deve indagare.

Casi di cronaca nera che ci portano all’interno della provincia italiana dove spesso si nasconde un mostro celato dal perbenismo borghese.

Ad aiutare il nostro ruvido vicequestore c’è un gruppo di agenti di polizia non proprio brillanti che accettano ben volentieri i metodi investigativi poco ortodossi del loro nuovo superiore.

In questa seconda stagione scopriamo, inoltre qualcosa in più sul passato di Rocco e le cause che hanno portato alla morte dell’adorata moglie Marina, interpretata da Isabella Ragonese, con la quale l’uomo immagina ancora di parlare e condividere le giornate. Un passato che riuscirà a raggiungere l’uomo anche ad Aosta e con il quale dovrà fare i conti.

Rocco Schiavone, interpretato da uno straordinario Marco Giallini, è un antieroe, sempre arrabbiato nei confronti della vita, è l’essenza stessa del noir, atmosfera evidenziata ancora di più dalla città di Aosta descritta cupa e nera come lo stato d’animo di Rocco.

Il nuovo regista della seconda stagione Giulio Manfredonia, che ha sostituito Michele Soavi, ha molto giocato con l’aspetto scenografico. Gli episodi ambientati a Roma sono caratterizzati da una luce che manca nelle storie che hanno come cornice la Valla d’Aosta. Questo per evidenziare la differenza fra il Rocco felice nella sua casa romana accanto alla moglie Marina e il Rocco cupo e arrabbiato che si ritrova nel profondo nord contro la sua volontà accompagnato dai fantasmi del suo passato.

Un antieroe dall’animo tormentato che ci piace forse perché è molto più reale e simile a noi di quanto si possa immaginare.

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STREET FOOD- CAPITOLO SECONDO

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Per noi siciliani il cibo è il collante delle relazioni affettive. È nostra abitudine scambiarci opinioni o semplicemente raccontarci le nostre vite quasi sempre attorno ad una tavola imbandita. Se un parente o un amico è ammalato siamo soliti andare a fargli visita portando in dono del cibo, la stessa cosa avviene durante i lutti, abbiamo l’impressione che l’abbondanza di cibo possa colmare la perdita della persona cara. Le delusioni d’amore si curano con succulenti pietanze ipercaloriche e se hai un problema occorre mangiarci sopra per trovare una soluzione. Per non parlare poi del pranzo della domenica meglio ancora se dalla nonna una vera e propria istituzione perché è l’unico momento della settimana in cui tutta la famiglia si riunisce e quando dico tutta la famiglia sono compresi anche i cugini di terzo grado e solitamente iniziamo già dal martedì a pensare cosa cucinare la domenica, insomma se c’è una cosa che a noi siciliani riesce alla grande è mangiare e i messinesi non fanno eccezione. Se poi questo cibo è il cibo di strada meglio ancora.

In questi giorni a Messina sta avendo luogo la seconda edizione del festival dello Street Food, dove le nostre tradizioni enogastronomiche sono le protagoniste in un palcoscenico che vede Messina e la sua piazza Cairoli tornare indietro nel tempo, a quando la nostra città era il centro economico dello Stretto.

Città che ha risposto, anche quest’anno, con entusiasmo all’iniziativa comunale curata da Confconmercio. Nei quaranta stand dislocati lungo la piazza è possibile visitare attraverso l’olfatto, la vista e soprattutto il gusto tutto ciò che di buono c’è in terra di trinacria. Arancini, pidoni, focacce, il cuoppo di pesce fritto, stighiole, taiuni, le braciolettine di carne e di pesce, il pane cunsato e il panino con la salsiccia, tutto rigorosamente made in Messina.

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Misto fritto di pesce

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E dalla provincia sono arrivate l’eccellenze slow food dal parco dei Nebrodi. Andando fuori dai confini messinesi c’erano i palermitani con il loro panino con la meusa e i catanesi e il loro pistacchio di Bronte e uno straordinario panino con polpo arrostito sulla pietra lavica dell’Etna. Quest’anno erano presenti anche altre regioni d’ Italia quali l’Abruzzo con i suoi arrosticini, la Campania con la pizza fritta, la Toscana con il Lampredotto e la Puglia con le sue bombette.

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Panino con porchette di suino nero dei Nebrodi e cipolla caramellata
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Bombette Pugliesi
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Panino con il Lambredotto

Per non farci mancare niente, l’invito è stato esteso anche agli stranieri, presente il cibo di strada giapponese e messicano. Altra novità, molto fortunata, è che gli stand sono aperti anche a pranzo.

Tanti, anche quest’anno, gli show cooking, il cui ricavato andrà in beneficenza ad onlus cittadine che si occupano di ricerca scientifica.

Un viaggio attraverso i sapori del nostro paese, un viaggio che attraverso il cibo ti fa conoscere usi, costumi e territori diversi, ma che ti aiuta anche a conoscere quelle che sono le tradizioni della tua terra.

Una festa per le famiglie che è divenuta una festa per un’intera città, una città che si è ritrovata attorno ad un buon bicchiere di birra e ai profumi che fanno parte della sua storia e dei suoi ricordi, che sanno di pranzi della domenica, di Natale, di giochi di bambini sul sagrato della cattedrale normanna, di fiere campionarie, di feste da ballo sulla spiaggia di Mortelle e di processioni di Madonne, in una cartolina in bianco e nero che ci ricorda com’era Messina e come potrebbe ancora essere.

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Le foto di questo post sono state realizzate da Lucia Cacciola.
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SULLA NOSTRA PELLE

Quella di Stefano Cucchi è una di quelle storie che ti lasciano l’amaro in bocca semplicemente leggendole sui giornali. Se poi da quella cronaca ne viene fuori un film, e che film, inizi a riflettere su tante cose.

Sulla mia Pelle è il film diretto da Alessio Cremonini e racconta gli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi. La pellicola è stata presentata durante l’ultima edizione del festival del cinema di Venezia nella sezione Orizzonti. Prodotto e distribuito dalla piattaforma Netflix e proiettato in tutte le sale cinematografiche, Sulla mia Pelle, è la lettura di un episodio di cronaca fatta per immagini.

Il regista ha raccontato la vicenda in maniera così obiettiva che spetta allo spettatore trarre le proprie riflessioni. Manca la scena del pestaggio, ma il regista c’è la lascia immaginare dietro la porta della stanza n 0063 della caserma dei carabinieri. L’intero ritmo della narrazione è scandito dal rumore delle chiavi che aprano le varie celle di sicurezza.

A mio avviso Cremonini con questo film fa quello che Truman Capote ha fatto con A Sangue Freddo.

Tutti avevamo la convinzione di conoscere la storia di Stefano, in realtà ignoravamo la sua lenta agonia, il suo dolore, la sua immensa solitudine. Senso di smarrimento e disperazione che il ragazzo manifesta nel momento in cui decide di non chiedere aiuto e di rifiutare le cure mediche.

Stefano non è stato ucciso soltanto dalle botte di chi ha abusato della divisa che indossava, è stato ucciso dall’indifferenza di un sistema che invece di aiutarlo si è girato dall’altra parte.

Inizi a capire che la prima causa dell’arretratezza italiana è la burocrazia. Un sistema il cui unico scopo è quello di attanagliare il cittadino in una morsa. Burocrazia che fa da collante ad un sistema giudiziario e penitenziario allucinante.

Bravissimi gli attori, primo fra tutti Alessandro Borghi, che si è spogliato dei suoi panni per rivestirsi completamente con quelli di Stefano, imitandone la voce e perdendo 10 chili. Bravi anche Jasmine Trinca e Max Tortora, rispettivamente Ilaria e Giovanni Cucchi, sorella e padre di Stefano. Bravi ad interpretare con delicatezza la storia di una famiglia che ha lottato con tutte le sue forze per la verità. La sceneggiatura è stata realizzata attraverso i verbali giudiziari.

Il film non è la santificazione di Stefano è il racconto di un fallimento da parte dello Stato. E dobbiamo ricordare bene che lo Stato siamo noi, quindi credo che dovremmo riflettere che quello che è successo è una nostra responsabilità.

Dovremmo immaginare sulla nostra pelle quello che è successo a Stefano, perché in fondo era un ragazzo come tanti, che aveva smarrito la via e forse aveva solo bisogno che qualcuno gli tendesse una mano.

È un film che consiglio vivamente a tutti.

 

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GUERRA E PACE

UN CLASSICO SENZA TEMPO

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Chiudete gli occhi e immaginatevi San Pietroburgo, il palazzo d’inverno con il suo splendido salone per le feste. Immaginatevi il ballo organizzato dallo zar e lì fra tante ragazze c’è lei la contessina Natasha Rostova che non vede l’ora di danzare con quello che crede il suo principe azzurro Andrej Bolkonskij. Entusiasta e intimorita dai suoi sentimenti, la bella Natasha cerca l’approvazione del caro amico d’infanzia Pierre Bezuchov, segretamente innamorato di lei.

Questo il triangolo amoroso protagonista di Guerra e Pace, un classico senza tempo. Un classico che è tornato in scena sui teleschermi europei grazie alla miniserie prodotta dalla BBC e andata in onda in Italia su Canale 5.

Devo essere onesta, adoro questa storia, anche se non ho mai letto il libro, adoro il modo in cui l’intreccio narrativo è in perfetta simbiosi con gli avvenimenti storici e adoro le vicende di Natasha perché in fondo raccontano un qualcosa che è capitato a tutte noi.

Per chi non conoscesse la storia Guerra e Pace, capolavoro di Lev Tolstoj, narra di un gruppo di famiglie aristocratiche russe durante la guerra napoleonica. Gli avvenimenti narrati coprono il periodo che va dal 1805 al 1814, ossia dalla battaglia di Austerlitz fino all’incendio di Mosca. La protagonista, l’ho abbiamo detto è Natasha, innamorata e promessa sposa del principe Andrej, entrambi sono amici del buon Pierre, ragazzo timido e impacciato. Come figlio naturale di un conte ricchissimo, Pierre eredita una vera e propria fortuna. Quest’ultima attira la bella e spregiudicata principessa Helen Kuragin che insieme a suo fratello Anatole seminerà zizzania qua e là. Ma Pierre è innamorato della sua amica d’infanzia Natasha, la quale lo guarderà mai con occhi diversi? Ben presto la guerra e Napoleone che marcia diretto su Mosca metteranno tutto in discussione.

Il binomio guerra e pace fa da collante a tutti gli avvenimenti narrati. Guerra come battaglia, come morte, ma anche come scontro fra sentimenti. E pace.

Pace necessaria dopo la guerra e pace dell’anima. Come dice Pierre è necessario vivere, è necessario amara, anche se il tuo mondo sta crollando, è necessario avere fiducia nel futuro.

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Quest’ultimo adattamento della BBC per la regia di Tom Harper è stato perfetto, mi è piaciuta anche Lily James nei panni di Natasha anche se credo che come l’ha interpretata Audrey Hepburn nel film del 1956 nessuno riuscirà a superarla.

Adesso devo andare a procurarmi il libro. Non ho più scuse. È arrivato il tempo di leggerlo.

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QUANDO I LIBRI TI SALVANO LA VITA

Ieri sera mi sono imbattuta in un film davvero molto gradevole. Il titolo è tutto un programma, è proprio per questo motivo mi ha incuriosito.

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey è uno dei nuovi arrivati nella grande famiglia di Netflix. Ambientato nella Londra del 1946, racconta le vicende di Juliet Ashton, nota scrittrice di saggi umoristici.

La donna è alle prese con la stesura di un articolo per il Times, ma le manca l’ispirazione. Un giorno le arriva la lettera di uno sconosciuto un certo Dawsey Adams dall’isola di Guernsey, che le dice di essere impossesso di un suo libro.

Libro che Juliet aveva venduto quando era in tristi condizioni economiche. Fra i due inizia un rapporto epistolare e quando Juliet scopre che Dawsey fa parte di un club del libro chiamato Club del libro e dalla torta di bucce di patate e di come questo club sia nato, decide di partire per l’isola di Guernsey convinta che troverà l’ispirazione per il suo articolo.

Sull’isola conoscerà gli altri membri del club e per la prima volta dopo molto tempo avrà la sensazione di appartenere a qualcosa, avrà la sensazione di essere a casa. Ma Juliet si imbatterà anche in un mistero, che fine ha fatto Elizabeth Mckenna, la fondatrice del club del libro?

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey è sì una storia d’amore ma è soprattutto un omaggio alla letteratura e a tutti coloro che amano i libri.

Un libro fa conoscere i protagonisti della storia, la fondazione di un club del libro salva gli abitanti di Guernsey da una rappresaglia nazista e sempre i libri aiutano i membri del club a non pensare agli orrori della guerra.

Dawsey dice a Juliet: “Il potere dei libri è ciò che ci unisce nella diversità delle nostre vite.” Libri come collante delle relazioni umane, libri come ancora di salvezza.

Ben costruiti anche i personaggi femminili di Juliet ed Elisabeth. La prima incarna la donna moderna, una donna libera ed emancipata che cerca il suo posto nel mondo. La seconda rappresenta il coraggio e la determinazione di chi vuole cambiare il mondo.

Molto belle sia la scenografia che la fotografia. I personaggi principali hanno tutti volti noti che abbiamo avuto modo di apprezzare in serie come Dowton Abbey, mentre Lily

James veste i panni di Juliet. Tutti diretti da Mike Newell. La storia è tratta dal romanzo epistolare scritto da Ann Shaffer e Annie Barrows.

Per i più curiosi l’isola di Guernsey esiste davvero e si trova nel canale della Manica. Fu davvero invasa dalle truppe naziste durante la guerra e in quel periodo gli abitanti diedero vita alla torta di bucce di patate. Nata in un contesto di grande carestia la torta è ancora oggi uno dei cavalli di battaglia della cucina locale.

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PICCOLI GRANDI EROI #ONECHICAGO

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“Si, è vero, c’è violenza a Chicago, ma non da me e nemmeno da quelli che lavorano per me e sapete perché? Perché non è mai un buon affare”.

Con questa celebre battuta di Robert De Niro nei panni di Al Capone, tratta dal film gli INTOCCABILI, voglio parlarvi dei quattro movie drama, tutti ambientati a Chicago, che da qualche estate sono protagonisti dei palinsesti estivi Mediaset.

Al principio fu CHICAGO FIRE, arrivato alla sesta stagione. La serie narra le vicende di un gruppo di pompieri e di paramedici del Chicago Fire Department, della caserma 51. Mattew Casey (interpretato da Jesse Spenser, il dott. Chase di DOTTOR HOUSE) è il tenente del camion 81, equilibrato e risoluto è senza ombra di dubbio la figura a cui tutti i colleghi fanno riferimento. È in continua competizione con Kelly Severide (interpretato da Taylor Kinney ex marito di Lady Gaga) tenente della squadra di soccorso 3. Kelly è tutto l’opposto di Matt, Don Giovanni incallito, finisce spesso e volentieri nei guai e non solo con le donne, spesso e volentieri anche con la disciplinare. Gabriela Dawson, paramedico dell’ambulanza 68, è perdutamente innamorata di Mattew Casey, che alla fine della seconda stagione si accorge di lei, e adesso che sono marito e moglie stanno cercando di adottare un bambino. Poi ci sono Cristopher Herrman (interpretato da David Eigenber, Steve di Miranda di Sex and The City), Brian “Otis” Zvonecek, Joe Cruz e Randy “Mouch” Mcholland. Tutti autorevolmente guidati dal comandante Wallance Boden, sempre in prima linea quando si tratta di difendere i suoi uomini. In ogni episodio li vedi affrontare e risolvere le situazioni più estreme: da palazzi in fiamme con perdite di gas, a mega incidenti automobilistici, infortuni sul lavoro dove segano blocchi di cemento e evitano l’amputazione di gambe o braccia, crolli di grattacieli e piromani maniaci. All’inizio avevo la sensazione di essere all’interno di un fumetto della Marvell, perché trovavo alcune situazioni davvero esagerate. Ma pensando alle tragedie che hanno colpito il nostro paese negli ultimi anni e a cosa hanno fatto i nostri vigili del fuoco ad Amatrice, Rigopiano, Ischia e adesso per la caduta del ponte Morandi a Genova, quello narrato da Chicago Fire non si distacca troppo dalla realtà.

Spin-off di Chicago Fire è Chicago PD., arrivato alla quinta stagione, la serie segue la grande tradizione dei polizieschi americani e racconta le vicende di un gruppo di poliziotti che spesso incrociano le loro indagini con quelle dei vigili del fuoco. Antonio Dawson (fratello di Gabriella), Erin Lindsay (interpretata da Sophia Bush, il volto di

Brook di ONE TREE HILL) e Jay Halstead sono i detective protagonisti della serie, il loro capo è il tenente Hank Voight, poliziotto dai metodi poco convenzionali, è disposto a tutto pur di proteggere i suoi uomini e la sua famiglia. E poi c’è lei l’anima del dipartimento il sergente Trudy Platt (Amy Morton) donna molto intuitiva e divertente. Con loro ritorniamo alla Chicago di Al Capone.

Terzo spin-off è Chicago Med che racconta le vicende dei medici e degli infermieri del pronto soccorso del Chicago Medical Center. La serie scimmiotta a mio avviso un po’ troppo Grey’s Anatomy e fra le tre produzioni è forse la più debole.

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L’idea innovativa che coinvolge tutte e tre le serie è data dal crossover, ossia, diversi episodi raccontano indagini o storie che vedono coinvolti contemporaneamente pompieri, poliziotti e medici. Senza parlare dei legami di sangue o sentimentali che sono alla base dell’intreccio narrativo che lega fra loro le tre serie.

Da martedì sera in seconda serata è partito il quarto spin-off, Chicago Justice, che ci condurrà nei corridoi del palazzo di giustizia. L’appuntamento con Chicago PD è martedì alle 21.20, Chicago Fire ci aspetta il mercoledì sempre alle 21.20 e sempre alla stessa ora ma di venerdì è trasmesso Chicago Med tutti rigorosamente su Italia 1.

Le quattro produzioni vogliono essere un omaggio a dei piccoli grandi eroi che nella realtà mettono a repentaglio la propria vita per salvare quella degli altri, spesso con stipendi da fame e scarsi mezzi di soccorso. Piccoli grandi eroi a cui tutti noi dobbiamo tanto. Basti solo pensare cosa è accaduto a Genova nei giorni scorsi.

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THE GOOD DOCTOR

Il dottor Shaun Murphy, protagonista della serie THE GOOD DOCTOR, è la sorpresa televisiva di questa calda estate. Sorpresa perché è cosa assai rara che gli italiani stiano d’estate chiusi in casa a vedere la tv. Gli ascolti però parlano chiaro. THE GOOD DOCTOR insieme a TEMPTATION ISLAND sono riusciti a cambiare parte delle abitudini estive del bel paese.

Ma qual è il motivo di co tanto successo? Il giovane dottor Murphy, specializzando in chirurgia al St. Bonaventure Hospital è affetto da autismo e dalla sindrome del savant che da un lato provoca ritardi cognitivi, ma dall’altro accelera lo sviluppo di un’abilità sopra la norma. Così il nostro Shaun (interpretato da Freddie Higiamore, noto al grande pubblico per Neverland e La Fabbrica di Cioccolato) ha un’intelligenza straordinaria e una memoria di ferro, doti che ha deciso di applicare all’arte medica, dato che il suo sogno è quello di salvare vite umane. Decisione presa quando era ancora bambino mentre assisteva alla morte del fratello e del suo coniglietto del cuore.

È chiaro che l’intento della serie americana è quello di rompere il tabù della disabilità. Il messaggio è quello che anche con dei limiti ognuno di noi può realizzare i propri sogni. Forse in America una cosa così è possibile, ma in Italia una storia del genere sarebbe credibile? A mio avviso no. La nostra società civile è ancora troppo lontana per accettare determinate cose o semplicemente guardare il mondo e la vita senza filtri.

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Naturalmente il percorso di Shaun non sarà facile, il nostro giovane dottore dovrà scontrarsi con lo scetticismo e il pregiudizio dei suoi colleghi e dei suoi superiori che vedono nella sua patologia un limite. Il dottor Melendez alle volte lo ignora del tutto, spaventato dalla straordinaria bravura di Shaun nel fare le diagnosi. E poi ci sono i compagni di specializzazione: la dottoressa Browne che aiuta Shaun nel relazionarsi con i pazienti e il dottor Kalu che spesso e volentieri ruba le idee geniali di Shaun. L’unico a credere in lui è il Dr. Glassman primario della struttura ospedaliera.

La serie è stata creata da David Shore, già padre di DR. HOUSE e prodotta dall’ABC. Serie che risulta molto tecnica nel lambito medico, specificità che viene evidenziata ad ogni intervento chirurgico con delle piccole schede che appaiono di fianco al teleschermo. Geniale. Consiglierei di vedere questa serie a tutti gli studenti di medicina, è perfetta per imparare mentre si guarda la tv. L’appuntamento con i nuovi episodi è per sta sera su RAI 1 alle 21.25.

E voi cosa ne pensate? Ditemi la vostra. Siete soliti guardare la tv in estate o siete tra coloro che traslocano su calde spiagge e trascorrono il tempo bevendo prosecco dimenticandovi del mondo che vi circonda?