Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

L’adolescenza è un periodo particolare della vita. Un periodo in cui si fanno le prime esperienze importanti, si commettono i primi errori, si inizia a prendere coscienza di sé e a capire che tipo di persona si vuole diventare nell’età adulta.

Ieri sera Pupi Avati nel film per la tv, IL FULGORE DI DONY, andato in onda su RAI 1, ci ha regalato il quadro di un adolescente fuori dagli schemi e dagli stereotipi.

Donata Chesi detta Dony (interpretata da Greta Zuccheri Montanari) è una ragazzina di quindici anni come tante. Un giorno nel cortile del suo palazzo conosce Marco Ghira (interpretato da Saul Nanni), un ragazzino della sua età, e se ne innamora perdutamente, anzi si innamora del modo in cui il ragazzo la guarda. Da quel momento Dony fa di tutto per conoscere di più su quel ragazzino che l’ha stregata. Il caso vuole che durante le vacanze di Natale il fratellino di Dony abbia un incidente sugli sci, in ospedale su una barella Dony rivede Marco che come suo fratello ha preso una brutta caduta. I due ragazzini chiacchierano e ridono e per Dony quello è il momento più bello della sua vita. Una volta tornati in città però Marco sembra sparito nel nulla. Dony si fa coraggio e si mette in contatto con il padre del ragazzo (interpretato da Andrea Roncato), l’uomo le dice che l’incidente che Marco ha avuto con gli sci ha provocato danni irreparabili al sistema cognitivo e motorio del ragazzo. Dony decide di andarlo a trovare a casa, qui conosce la mamma di Marco (una brava Lunetta Savino) e conosce anche il nuovo Marco. Il ragazzo brillante e divertente non esiste più, al suo posto c’è un bambino piccolo con un grave deficit cognitivo.

Dony viene risucchiata da una spirale di dolore e sofferenza, spirale dalla quale riesce a liberarsi in un modo così adulto e responsabile che non ti aspetti da una ragazzina di quindici anni. Ragazzina che mette in discussione tutto, una ragazzina incompresa dai genitori (interpretatati da Giulio Scarpati e Ambra Angiolini), una ragazzina che trova conforto solo dallo psichiatra del tribunale minorile (Alessandro Haber). Una ragazzina che supere il pregiudizio, la diffidenza e la paura di ciò che è diverso.

Con questo film Pupi Avati cambia registro, raccontandoci una storia fuori dai suoi schemi. Se negli ultimi anni ci aveva abituati ai racconti della provincia emiliana, narrandoci con ironia e semplicità tutto quello che accadeva fuori dalla finestra della sua casa di Bologna, ieri sera ci ha accompagnati nei meandri della psichiatria. E se da un lato ritroviamo il racconto in terza persona, tratto ormai distintivo del regista bolognese, non ritroviamo Bologna come protagonista principale. Il capoluogo emiliano occupa nel film di ieri sera un ruolo marginale.

Non so dirvi se il film mi è piaciuto o no. L’ho trovato strano e a tratti inverosimile. Io adoro Pupi Avati, ho adorato i film IL CUORE ALTROVE, MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE, GLI AMICI DEL BAR MARGHERITA, IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE e la serie televisiva UN MATRIMONIO e quando sono stata a Bologna ho guardato questa splendida città con occhi diversi e come Dony sono stata colpita da un colpo di fulmine. Però non riesco a giudicare il film di ieri sera. Un film alquanto insolito.

Chi di voi l’ha visto? Cosa ne pensate?

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LO SPIRITO DEL GIORNALISMO LIBERO

Ieri sera la RAI per ricordare la giornata della legalità e la strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti di scorta ha mandato in onda il film PRIMA CHE LA NOTTE, diretto da Daniele Vicari e prodotto da RAI FICTION insieme a Fulvio e Paola Lucisano.

La pellicola racconta la vita del giornalista, scrittore drammaturgo e sceneggiatore, Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia a Catania il 5 gennaio 1984.

Fava ritorna nella sua città natale nel 1980 dopo una lunga permanenza romana dove si è fatto notare soprattutto come sceneggiatore. Rientra nel capoluogo etneo con l’obiettivo di dar vita ad una nuova testata giornalistica che potesse davvero raccontare la vera Catania. Ma il suo ritorno è anche un motivo per ricucire il legame con i figli Claudio ed Elena ormai adulti. Alla redazione del Giornale del Mezzogiorno, Fava, mette insieme un gruppo di giovani giornalisti ai quali si unirà suo figlio Claudio. A questi ragazzi insegna l’amore verso questo straordinario mestiere e il divertimento. Sosteneva che un bravo giornalista deve innanzitutto divertirsi. Divertirsi nello scovare le notizie, divertirsi nello scrivere, divertirsi nel fare domande scomode. E di articoli scomodi Pippo Fava ne farà abbastanza, diretti soprattutto al clan dei Santapaola. Cosa che indurrà il suo editore a licenziarlo.

Fava era un sostenitore della libertà di stampa in un editoriale scrisse “Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.”

Dopo il licenziamento fonda una rivista indipendente I SICILIANI, dalle cui pagine partiranno importanti inchieste che sveleranno i legami occulti fra politica siciliana e Cosa Nostra, inchieste che saranno la sua condanna a morte.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo scritto da Claudio Fava e Michele Gambino (che hai tempi fu uno di quei giovani cronisti della redazione di Fava). Alla stesura della sceneggiatura si sono aggiunti Monica Zapelli che insieme a Claudio scrisse la sceneggiatura dei CENTO PASSI e il regista Daniele Vicari. Quest’ultimo famoso per aver diretto il film DIAZ-NON LAVATE QUESTO SANGUE, sui tristi fatti del G8 di Genova.

Regista cinematografico che si è prestato alla tv per raccontare in maniera diretta la storia di un giornalista che si è sempre battuto per la libertà di stampa e per la libertà intellettuale. Per Giuseppe Fava senza libertà non poteva esserci dignità per l’individuo.

Bravissimo Roberto Gifuni che con un quasi perfetto accento catanese, si è calato nei panni di questo giornalista con giacca di pelle e Ray Ban in maniera magistrale. Al suo fianco Dario Aita nei panni di Claudio e Lorenza Indovina in quelli della ex moglie Lina. La storia di Giuseppe Fava però no né solo la storia di un giornalista che non ha avuto paura della verità, è anche la storia di un padre e di un figlio che si sono ritrovati. Di un figlio che ha fatto di tutto per tenere vivo il ricordo del padre.

La vicenda di Pippo Fava, la sua lotta per la libertà di stampa e le sue inchieste contro la mafia ci rimandano ad alcuni giornalisti di oggi, Paolo Borrometi e Federica Angeli fra tutti, che con coraggio hanno sfidato la criminalità organizzata con quello stesso strumento così caro a Pippo, la scrittura.

Un bel film, che se non avete visto, merita davvero.

 

prima che la notte

L’ALIENISTA

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ALL’ORIGINE DELLA CRIMINOLOGIA

New York 1896, in una gelida notte di febbraio, viene ritrovato il cadavere di un ragazzino. La vittima si chiama Giorgio Santorelli ed è poco più di un bambino, indossa abiti femminili perché costretto con molta probabilità a prostituirsi, il suo corpo è stato brutalmente seviziato, ma ciò che preoccupa di più la polizia è che questo non è un caso isolato. Altri due cadaveri con le stesse mutilazioni sono stati ritrovati nei mesi precedenti, in entrambi i casi le vittime erano dei bambini. Bambini di sesso maschile, figli d’immigrati che si prostituivano per racimolare qualche soldo per poter sopravvivere.

Per capire chi è l’autore di questi efferrati omicidi, il dipartimento di polizia di New York capitanato dal giovane comandante Theodore Roosevelt (si tratta del futuro 26° presidente degli Stati Uniti) chiede aiuto al dottor. Laszlo Kreizler.

Il dottor. Kreizler è in realtà un’alienista, una sorta di precursore del moderno psichiatra. Come ci dice l’intro di ogni episodio “nel diciannovesimo secolo si credeva che le persone affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro vera natura. Gli esperti che le studiavano erano pertanto chiamati alienisti”. Kreizler (interpretato da Daniel Bruhl) aveva capito che molti assassini avevano commesso i loro reati perché vittime loro stessi di violenze. Aveva capito che tanti comportamenti malati in età adulta derivavano da infanzie difficili, infanzie dove vi erano state violenze e abusi.

Ad affiancarlo nella delicata indagine sul serial killer di bambini c’è l’amico John Moore (Luke Evans) che lavora per il New York Times. A dar man forte ai due arriva la coppia di agenti detective composta da due gemelli di origini ebraiche Lucius e Marcus Isaacson.

Agenti detective che mettano appunto tutta una serie di analisi che oggi hanno portato alla scientifica e all’uso del DNA. E poi c’è Sarah Howard (Dakota Fanning), segretaria personale del comandante Roosevelt e prima donna a lavorare presso il dipartimento di polizia. Donna dal grande coraggio e con un forte intuito investigativo, sarà determinante al fine delle indagini.

Questa squadra di investigatori si ritroverà ben presto a muoversi nei bassi fondi di una New York dall’aspetto gotico e ancestrale. Dove il perbenismo della classe borghese non vuole accettare l’idea che nella loro società ci sia qualcosa di malato, dove una polizia corrotta non vuole che si scopra la verità, dove gli ultimi resteranno sempre gli ultimi.

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Investigatori che dovranno vedersela con una complessa mente criminale, che mieterà vittime sotto il loro naso, al quale sembreranno rimanere impotenti.

Ben presto capiremo che anche i nostri protagonisti hanno degli scheletri nell’armadio. Sia John che Sarah non hanno rielaborato il lutto di alcune morti di cui in parte si sentono responsabili e anche l’affascinante dottor. Kreizler nasconde qualcosa che si cela con molta probabilità dietro il suo braccio destro affetto da una forte malformazione. Per non parlare dello strano rapporto che lo lega alla sua giovane governante, Mary, ragazza indiana affetta da mutismo.

La serie prodotta e ideata da Netflix si basa sull’omonimo romanzo di Caleb Carr. Composta da dieci episodi ci introduce in un racconto narrativo dallo stile incalzante. Ci proietta in quella che è la parte più oscura della mente umana. L’atmosfera noir la fa da padrona aiutata dall’eccezionale scenografia e fotografia. Il cast proveniente da Hollywood rappresenta un valore aggiunto ad una delle miglior serie che Netflix abbia mai prodotto. Una crime fiction storica che ti tiene incollata al teleschermo dall’inizio alla fine.

Serie che analizza anche tematiche molto importanti. Prima fra tutto lo studio della psicanalisi nelle indagini investigative. Il personaggio di Sarah ci introduce alla nuova consapevolezza della donna del ventesimo secolo, una donna che chiede un ruolo attivo nella società, una donna che chiede il diritto al voto. Ma si parla anche di immigrazione e integrazione, due tematiche molto attuali.

Insomma è una serie che va vista assolutamente.

L'alienista

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QUANDO IL MALE E’ PIU’ FORTE DELL’AMORE

Sono davanti alla tv e le immagini e la musica del concertone del primo maggio invadono la mia stanza. A guardare la gente che si diverte, ma soprattutto ad ascoltare gli artisti che si esibiscono in un’atmosfera di gioia e spensieratezza non posso non pensare ad Avicii, il dj svedese morto lo scorso 20 aprile.

Colpita dalla notizia della sua morte, sono andata su Netflix a visionare il documentario sulla vita del musicista svedese prodotto dalla BBC e inserito sulla piattaforma qualche mese fa. Credevo che dietro la sua morte ci fosse il solito e triste abuso di droghe e invece no, c’è qualcosa di peggio.

Tim Bergling, in arte Avicii, nasce a Stoccolma 28 anni fa, la sua è un’infanzia e un’adolescenza normale. Ma il ragazzo ha una grande passione: la musica. All’età di 19 anni con un semplice programma musicale al computer inizia a copiare il sound degli altri, poi comincia a creare i propri accordi. Inizia a proporre i suoi demo agli addetti ai lavori, fino a quando un giovane produttore di origini persiane, Ash, decide di investire su di lui. Arrivano i primi remix che catturano l’attenzione del re dell’elettronica europea David Guetta, che considera questo ragazzino svedese un vero genio. Ash a questo punto decide che è il momento di lanciare un pezzo scritto ed ideato dal solo Tim, nasce così LEVELS, canzone che diventa un successo mondiale.

Iniziano le collaborazioni importanti, primo fra tutti il duetto con Madonna, ma soprattutto inizia il tour.

Tim è considerato da tutti un genio, è un ragazzo genuino, umile e molto educato, ma è anche molto timido e la timidezza gli procura una strana sensazione di ansia prima di salire sul palco. Chi gli sta vicino gli dice che è normale, fa parte dell’adrenalina che si genera prima di ogni concerto, e lo spronano a bere qualche bicchiere prima dell’esibizione giusto per sciogliersi un po’. Tim segue il consiglio ma si accorge ben presto che quella non è la giusta soluzione per il suo problema. Il bere non fa per lui. Estate 2013 viene pubblicato un nuovo singolo WAKE ME UP. A mio avviso il suo capolavoro. Inizia il successo planetario.

Le esibizioni e i concerti si susseguono a ritmo sfrenato. Tim lavora senza fermarsi un secondo, non dorme, non mangia, e a un certo punto qualcosa inizia a prendere il sopravvento. Quel qualcosa è un demone che nasce dalla tua mente, è una morsa che ti attanaglia lo stomaco, è una voce che ti dice che non ce la puoi fare, è il panico, è l’angoscia, è l’ansia.

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Tim ha un crollo, viene ricoverato d’urgenza in ospedale, è stato colpito da una grave forma di pancreatite e deve essere operato di cistifellea. Molte date del tour sono cancellate, ma gli affari sono gli affari e non appena Tim si rimette in piedi lo show riprende. Ma i dolori e quella morsa allo stomaco non si placano, il dj svedese inizia una sorta di dipendenza dagli antidolorifici fino a quando la sua appendice non si perfora. A questo punto è sottoposto ad una seconda operazione, è il momento di fermarsi, di riprendersi da anni di stress.

Ma la musica è la sua più grande passione. È nel momento in cui si siede e inizia a comporre che Tim trova la felicità, decide di iniziare a lavorare al nuovo album. Progetto che da un lato lo gratifica, ma da un altro lato risveglia il demone che dorme dentro di lui, l’ansia. La realizzazione del nuovo disco è il colpo di grazia. L’amore verso la musica non è sufficiente a sconfiggere i suoi demoni interiori. A 26 anni prende la difficile decisione di ritirarsi. Decisione presa a causa della sua forte infelicità, capisce che non è adatto allo stress e alla pressione provocata dal business, non tollera più quella vita, non tollera più quella morsa nel quale è braccato, morsa che non lo fa vivere, non lo fa respirare, morsa che lo ha spinto al gesto più estremo.

Questo il comunicato che la famiglia ha rilasciato il 26 aprile in merito alla morte di Tim “una fragile anima artistica in cerca di risposte esistenziali, un perfezionista estremo che lavorava e viaggiava ad un ritmo talmente alto da avere uno stress enorme. Quando ha smesso di fare tour voleva trovare un equilibrio per essere felice e fare la cosa che più amava: la musica. Lottava con i suoi pensieri sul significato della vita, della felicità. Non ce la faceva più. Voleva trovare pace. Tim non era fatto per la macchina del business in cui si è ritrovato, era un ragazzo sensibile che amava i suoi fan ma schivava la luce dei riflettori. Tim sarai amato per sempre e ci mancherai. La persona che eri e la tua musica terranno viva la tua memoria. Tim ti vogliamo bene. La tua famiglia.”

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Ieri sera la famiglia Giammarresi è tornata a farci compagnia, con il suo carico di amore, coraggio, ironia e lotta alla legalità. In questa seconda stagione il piccolo Salvatore e i suoi genitori sono determinati a realizzare quel sogno di avere una vita normale nella loro Palermo. Sogno che era stato quasi distrutto alla fine della prima serie quando i Giammarresi avevano deciso di fuggire dalla Sicilia per paura della ritorsione mafiosa in seguito alla testimonianza resa da Lorenzo sull’omicidio del capo della squadra mobile Boris Giuliano. Sarà il piccolo Salvatore con il suo coraggio a convincere la famiglia a tornare indietro e cercare di costruire nelle loro Palermo qualcosa di bello, affinché Palermo non sia solo un palcoscenico di morte e paura.

Arriviamo così a ieri sera, settembre 1979, i Giammarresi vanno avanti con la loro vita. Salvatore inizia le scuole medie sempre più innamorato di Alice, Pia ottiene la tanto agognata cattedra, Angela si gode il suo Marco, Massimo cerca in tutti i modi di abbracciare una vita onesta e Lorenzo che fatica a non pensare alla ritorsione mafiosa, riesce a vedere il suo futuro e quello della sua famiglia in un’ottica positiva grazie anche all’incontro con il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella.

Ma il settembre del 1979 è il mese in cui inizia la più spietata guerra di mafia, guerra che vedrà contrapposti da un lato i palermitani e da un lato i corleonesi di Totò Riina. Guerra che toccherà tutti, soprattutto gli uomini delle istituzioni come il presidente Mattarella.

Nel cast ritroviamo Claudio Gioè nel ruolo di Lorenzo, Anna Foglietta in quello di Pia, Massimo ha il volto di Francesco Scianna, il piccolo Salvatore è Edoardo Buscetta, Angela è Angela Curi e Nino Frassica nel ruolo di Fra Giacinto.

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Voce narrante, come già nella prima serie, la voce di Pif, che racconta gli avvenimenti della famiglia Giammarresi e della città di Palermo attraverso gli occhi del piccolo Salvatore. Tecnica di racconto narrativo che Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ha già utilizzato nell’omonimo film da cui è tratta la serie televisiva. Ma se nel film la sceneggiatura e regia erano state guidate dal giovane regista siciliano ex iena e testimone, qui la scrittura è affidata a Michele Astori, Stefano Bises e Michele Pellegrini, la direzione è di Luca Ribuoli e la produzione di Rai Fiction-Wildside.

Ciò che accomuna i due lavori è l’ironia e la maniera dissacrante in cui viene raccontata la mafia.

Una mafia che viene ridicolizzata, dove Totò Riina balbetta e non riesce a parlare in lingua italiana o dove Buscetta viene descritto come una sorta di dandy molto rustico, avvezzo solo a estetisti e stilisti.

Un’ironia che ti fa morire da ridere, ma che allo allo stesso tempo ti fa riflettere e pensare su quella che è stata una delle pagine più sanguinaria della storia italiana recente.

È il racconto vero e sincero di uomini e di donne che hanno fatto il loro dovere così bene fino a morirne. Ma è anche il racconto di siciliani comuni, di siciliani onesti che hanno fatto di tutto per non essere risucchiati da un sistema mafioso e corrotto.

Pif ha dichiarato: “Questa serie è quell’esame di coscienza che non ci siamo mai fatti. La famiglia Giammarresi siamo noi, non solo palermitani, ma noi italiani, con tutti i nostri difetti, compromessi, ambizioni, contraddizioni.”

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CIBO E TV

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C’è chi brasa, chi esegue il risotto all’onda, chi salta in padella, chi esegue l’olio cottura, chi esalta i sapori al vapore, chi accartoccia il tutto e infila nel forno.

Ormai da anni quasi tutte le trasmissioni televisive hanno il loro “angolo cottura”. Non si scappa, indipendentemente da quale sia il tema trattato dallo show ad un certo punto salta fuori un cuoco che inizia a cucinare. Tutto questo perché ormai l’arte della cucina è diventata una specie di moda e il mestiere del cuoco, che fino ad alcuni anni fa era addirittura denigrato, adesso è il mestiere più figo del mondo.

Ma andiamo per ordine, alla ricerca da dove nasce questa sorta di cooking mania. In principio era l’Antonella nazionale, la prima a presentare una gara di cucina fra cuochi professionisti. Poi la sua trasmissione è cresciuta e Antonella con lei. Da un punto di vista culinario la ragazza 18 anni fa (anno d’esordio della Prova del Cuoco) non era in grado neanche di sbattere un uovo, oggi è in grado di preparare paste fresche e condirle con sughi elaborati. Ma a dir la verità credo che tutti siamo cresciuti insieme ad Antonella e abbiamo imparato l’ABC della cucina e parte della storia gastronomica del nostro paese. Al momento reputo LA PROVA DEL CUOCO, una delle poche trasmissioni di cucina valide e interessanti.

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Dopo Antonella fu la volta della trasmissione della 7 Fuochi e Fiamme dove abbiamo fatto la conoscenza del bel Alessandro Borghese che passerà poi il testimone ad un altro bello, Simone Ruggiati. Da qui inizia l’idea che fare il cuoco o lo chef ti rende figo.

A questo punto inizia anche la diffusione di quell’angolo cottura televisivo di cui vi parlavo prima e poi è arrivata lei, la regina del scongela e butta in padella, Benedetta Parodi. Donna che ha inculcato nella testa di molte persone l’idea che anche il bastoncino di merluzzo surgelato se impiattato bene può considerarsi alta cucina.

Ma arriviamo al re dello show cooking MasterChef, da questo momento inizia il delirio, e se negli studi televisivi si susseguono orde di cuochi amatoriali e migliaia di donne italiane sognano Carlo Cracco con solo il grembiule a dosso mentre spiega la differenza fra il riso carnaroli e il riso ermes, in rete l’esercito di food blogger si fa largo a colpi di torte di mele, linguine al nero di seppia e petti d’anatra su dadolate di verdure. Ma questo è anche il periodo in cui in Italia trova spazio l’idea che l’agro-alimentare insieme al cibo e al vino possano essere una risorsa per il paese. Così qualcuno inizia a fare impresa e da quell’impresa nasce un fatturato importante per l’economia italiana. Il nostro paese inizia a capire che alcune cose le sappiamo fare meglio di altri e se investiamo e ci crediamo possiamo essere i numeri uno.

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Ma torniamo allo strano rapporto che intercorre fra il cibo e la televisione italiana. Dopo Masterchef è la volta di tutta una serie di trasmissioni che hanno come protagonisti cuochi amatoriali e non, Cucine da Incubo, Hell’s Kitchen e tanti altri. Ogni pasto che si rispetti deve poi concludersi con un buon dessert, quindi a un certo punto sopraggiungono anche le truppe provenienti dalle pasticcerie. Adesso è il momento di 4 Ristoranti con il buon Borghese, ogni settimana quattro ristoranti si sfidano per decretare qual è il migliore in una specifica categoria.

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Ma quanto ne capiscono in realtà gli italiani di cibo? Ho la sensazione che molte di queste trasmissioni televisive e alcuni siti come TripAdvisor abbiano dato potere di critica a persone che non distinguono un peperone da una cipolla e spesso creano difficoltà a poveri ristoratori. A parte le food blogger che si fanno un mazzo così e le nonne che si gratificano a preparare succulenti pranzi per figli e nipoti, il resto dei comuni italiani cucina? Siamo vagamente consapevole di quello che mangiamo, di cosa viene messo ogni giorno sulle nostre tavole? Tutte queste trasmissioni televisive sono riuscite a creare una sorte di cultura alimentare?

A me non piace cucinare, ma sono costretta a farlo, sono stata allevata ai buoni e vecchi sapori della cucina siciliana e se mi chiedete di scegliere fra un ristorante che fa alta cucina e una buona trattoria che con 25 euro ti porta ogni sorta di ben di dio della tradizione gastronomica messinese, scelgo la seconda. Ho avuto un’esperienza da ristorante stellato quest’estate e le 65 euro che ho spesso ancora stanno piangendo.

Cucinare è un’arte, è un qualcosa a cui di devi dedicare totalmente, è come dipingere, suonare, scolpire. È costruire un qualcosa che appaga i sensi e che gratifica sia colui che cucina ma anche chi lo deve mangiare.

I FALSI AMICI

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Nella grammatica italiana ma anche in quella inglese con il termine di falsi amici si intendono quelle parole di una lingua, che pur presentando un’assomiglianza da un punto di vista morfologico o fonetico con i termini di un’altra lingua, assumono significati totalmente diversi. Questa cosa mi è tornata in mente ieri sera quando ho visto la terza puntata di AMICI, il talent show ideato e condotto da Maria De Filippi. Talent show che apparentemente assomiglia a quello delle scorse edizioni ma che in realtà è totalmente l’opposto.

Quelle che dovevano essere le grandi novità di questa diciassettesima edizione che avrebbero dovuto catturare il pubblico si sono rivelate dei meccanismi diabolici, perché solo una mente diabolica poteva concepire il sistema delle tre fasi e un sistema di votazioni che manda a casa i più bravi spesso senza neanche esibirsi. Un sistema di voto che come ha fatto notare il sito di Rolling Stone ricorda la nuova legge elettorale il Rosatellum, che ha mandato in panne il governo italiano.

Luca Tommasini sembra quasi annoiato da tutto il carrozzone e si inventa queste prove proibitive, che poi che avranno di proibitivo ancora non se capito. Preferivo di gran lunga i quadri di Peparini. Per non parlare del ritorno della commissione dei professori il cui potere è stato quello di riportare al centro della scena le polemiche. Sono dell’idea che se un ballerino o un cantante non è all’altezza del talent non dovrebbe essere scelto per il serale. Invece ho la sensazione che alcuni ragazzi siano stati scelti solo per dare luce alla frustrazione di alcuni docenti. A mio avviso viene dato poco spazio allo spettacolo e al talento dei ragazzi in gara e vi è un’eccessiva sovrapposizione delle polemiche, della storia privata dei ragazzi sullo stile di C’E’ POSTA, e della disputa Celentano/Parisi/Ventura.

Altra genialata per acquisire consensi dal pubblico è data dalla presenza delle vecchie e nuove glorie del calcio quali Totti e Maradona. Con tutto il rispetto ma io rivoglio Patrick Dempsey e Matthew Macconaughey.

Se alla fine il pubblico è catturato, è solo grazie alla trappola della mancanza di pubblicità. Infatti il primo blocco di trasmissione va avanti per quasi un’ora senza neanche un’interruzione. Tutto ciò solo per vincere la battaglia degli ascolti con RAI 1, dove BALLANDO CON LE STELLE è riuscito a vincere la partita per ben due sabati. Che poi anche lì era partita la polemica sulla coppia dei due uomini Ciacci/Todaro.

Ma davvero credono che il pubblico da casa voglia tutto questo? La società italiana si è così incivilizzata a voler la rissa sempre e comunque? Perché l’offerta di questa televisione è sempre più trash? Perché non si riesce ad andare oltre ad Amici, e vi giuro che a me come programma piaceva fino all’anno scorso, oltre al Grande Fratello o all’Isola dei Famosi?

Ai posteri l’ardua sentenza. E poi si stupiscono perché Netflix abbia così successo.

VIKINGS

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Saccheggi, guerre fratricide, lotte di religione, tradimenti, vendette, congiure per assicurarsi il potere e il trono. Una violenza inaudita. L’istinto di sopravvivenza, la voglia di conoscere cosa c’è al di là dei fiordi, il desiderio di scoprire nuove terre per realizzare una vita migliore, il desiderio di conquistare il mondo. Tutto questo è VIKINGS, serie televisiva canadese arrivata ormai alla quinta stagione. Serie a carattere storico ideata e interamente scritta da Michael Hirst.

Nelle prime tre stagioni abbiamo conosciuto Ragnar Lodbrok (interpretato dall’attore australiano Travis Fimmel), un contadino, che senza volerlo grazie alla sua astuzia e alle sue doti di guerriero diventa re di Kattegat, regno vichingo. Ragnar diventa subito una leggenda anche perché si considera erede di Odino, padre degli dei. Ragnar ha un fratello Rollo (interpretato dall’attore inglese Clive Standen), che vive una sorta di sindrome di inferiorità nei confronti del fratello. Lo scontro fra i due sarà inevitabile. Ragnar, oltre ad essere uno straordinario guerriero, è anche un bravissimo marinaio con una forte curiosità. Curiosità e brama di ricchezze che lo condurranno a saccheggiare le coste dell’Inghilterra. In una di queste scorribande, con al fianco il fratello Rollo e l’amico d’infanzia Floki (interpretato dall’attore svedese Gustaf Skarsgard) abile costruttore di navi, Ragnar incontra un monaco cristiano Athelstan, uomo di cui il vichingo resta affascinato in quanto si incuriosisce su questa strana religione che venera un solo Dio il cui il figlio è morto crocifisso. Successivamente, a causa della morte della figlia, Ragnar attraverserà una profonda crisi esistenziale e mistica. Molto importanti nella sua vita saranno anche le donne, la prima moglie Lagherta (interpretata dall’attrice canadese Katheryn Winnick), una guerriera che dà a Ragnar due figli Bjorn e Gyda, e la seconda moglie la principessa Aslaug (interpretata dall’attrice australiana Alyssa Sutherland) che darà alla luce quattro figli maschi Hvitserk, Ubbe, Sigurd e Ivar. Quest’ultimo nasce con gli arti inferiori deformi. L’Inghilterra sarà sempre un chiodo fisso per Ragnar e farà di tutto per conquistarla, qui però deve fare i conti con l’astuto re Ecbert e ben presto anche la città di Parigi entrerà a far parte delle mire espansionistiche degli uomini del nord o normanni, nome datogli proprio dai parigini. Nella quarta stagione, i cinque figli di Ragnar cercano di portare avanti l’eredità paterna. Bjorn la corazza (interpretato dall’attore canadese Alexander Ludwing) si spinge fino al Mediterraneo facendo la conoscenza di un’altra civiltà monoteista, gli Arabi. Ivar detto il senza ossa (interpretato dall’attore danese Alex Hogh Andersen), insieme agli altri tre fratelli, prova a vendicare il padre e a riconquistare l’Inghilterra. Ben presto però i dissidi fra i quattro porteranno allo scontro. Questo è in sintesi quello che succede, è impossibile raccontare tutti gli avvenimenti e i personaggi che si susseguono, per questo, vi suggerisco, se non l’avete ancora fatto di guardare tutte le puntate precedenti su Netflix o RAIPLAY.

Andiamo alla quinta stagione in onda tutti i lunedì su RAI 4, Ivar non sodisfatto del saccheggio di York, decide di riconquistare Kattegat, in mano da tempo a Lagertha, la cosa però non trova d’accordo i suoi fratelli. Una terribile guerra fratricida ci aspetta. Chi dei figli di Ragnar avrà la meglio sull’altro? New entry della quinta stagione è l’attore irlandese Jonathan Rhys Meyers che non ha bisogno di presentazioni. Meyers veste i panni del vescovo Heahmund, un vescovo che ha una visione tutta sua del cristianesimo.

Devo fare i complimenti allo sceneggiatore, in quanto ha fatto un buon lavoro di ricerca storica, infatti buona parte di quello che viene raccontato corrisponde a realtà. Certo la storia reale in alcuni casi è stata unita al racconto mitologico. Ad esempio non sappiamo se Ragnar sia realmente esistito, le sue gesta si trovano in quello che gli studiosi hanno definito come ciclo vichingo, ciclo in cui si parla anche di Odino, di Thor e del regno di Asgard. Cosa diversa invece per personaggi come Rollo, che nella realtà si chiamava Rollone e fu il primo duca di Normandia e nonno di Guglielmo il Conquistatore e Ruggero d’Altavilla. Anche Ivar senza ossa è realmente esistito, fu il capo della spedizione vichinga proveniente dalla Danimarca che saccheggiò e distrusse la città di York. Lo stesso vale per Floki che nella realtà fu colui che scoprì e colonizzò l’Islanda. Altra cosa molto importante che sottolinea la serie è il ruolo che le donne occupavano presso la società vichinga. Erano donne che in molte occasioni erano considerate al pari di un uomo. Donne a cui ero concesso di impugnare la spada e di combattere.

Una serie che racconta abilmente la storia vera e mitologica di quello che è stato il popolo più violento d’Europa. Un popolo che, soprattutto in Inghilterra ha gettato le basi per quello che sarebbe stato uno dei regni più importanti della storia, per non parlare poi della lingua. Quasi il 70% delle parole inglesi deriva dalla lingua parlata dagli antichi vichinghi. E poi da loro discendono i Normanni le cui traccia sono ancora visibili nell’Italia meridionale. Insomma un popolo che ha determinata la storia di una buona parte d’Europa.

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Li avevamo lasciati a Natale del 1970. Ognuno con una scelta importante da fare. Alla fine Teresa ha trovato il coraggio di portare avanti la sua quarta gravidanza. Benedetta ha capito che il grande amore della sua vita è Bernardo. Quest’ultimo ha accettato un figlio non suo solo per amore di Benedetta. E poi ci sono Anna e Vittorio, torneranno insieme oppure no. Lo scopriremo nel terzo capitolo della fortunata serie di RAI 1, QUESTO NOSTRO AMORE 80, di cui ieri sera è andata in onda la seconda puntata (la prima è andata in onda domenica 1 aprile)

Ritroviamo le famiglie Costa/Ferraris e Strano a distanza di 10 anni, nel 1981, 10 anni in cui quasi tutto è cambiato. Cambiamento dovuto soprattutto al nuovo contesto storico in cui ci troviamo. Si sono conclusi gli anni di piombo e l’intero paese ha una voglia matta di rinascere, di iniziare una nuova vita, piena di speranze e di prospettive nuove. Gli anni 80 saranno per il nostro paese, un periodo in cui gli italiani avranno l’illusione di un secondo boom economico, anni in cui forte sarà la rivoluzione nei costumi, nella musica e nella società in generale. Anni in cui soprattutto le donne prenderanno piena coscienza del loro potenziale ed entreranno a pieno diretto nella vita politica, economica e sociale del paese. Sono gli anni della televisione privata, sono gli anni di un Italia ormai lontana anni luce.

Tutto questo influenzerà le vite dei componenti delle famiglie Costa/Ferraris e Strano. Benedetta (Aurora Ruffino) e Bernardo (Dario Aita) sono riusciti a realizzare il progetto del ragazzo ossia avviare un’azienda agricola, un piccolo paradiso in cui la giovane coppia è riuscita a creare una famiglia fuori dai ritmi e dai rumori della grande città. Benedetta così intraprendente e combattiva per la propria indipendenza e libertà sembra essersi adatta al semplice ruolo di moglie e madre, ma l’incontro con un famoso fotografo riaccende in lei la passione per la fotografia. Le sue sorelle sono diventate due piccole donne, Marina (Elena Ferrantini) si è laureata in Archeologia e Clara (Neva Leoni) sta finendo il liceo. Anche i fratelli Strano sono cresciuti, Fortunato (Daniele Vita) si è laureato e adesso insegna all’università, Domenico (Umberto Vita) fa l’animatore sulle navi da crociera e Ciccio (Vittorio Magazzù) va ancora a scuola, ultima la sorella Rosa (India Dassie) nata nel 1971 è affetta da sindrome di Down. Salvatore (Nicola Rignanese) è in pensione, ma mal si adatta a questa nuova situazione, anche perché sua moglie Teresa (Manuela Ventura) è sempre più una donna in carriera. Anna (Anna Valle) e Vittorio (Neri Marcorè) si sono definitivamente lasciati. La rottura è stata provocata dalla gravidanza di Emanuela (Diane Fleri) donna con cui Vittorio aveva avuto una relazione. L’uomo per dimenticare Anna decide di trasferirsi in Inghilterra, ma l’amore verso la donna è così forte che decide di far ritorno in Italia per ricomporre la sua famiglia. Anna nel frattempo si è rifatta una vita e non accetta più la presenza di Vittorio. Come andrà a finire lo scopriremo soltanto ogni martedì su RAI 1 alle 21.25.

Questo Nostro Amore 80 è la perfetta fiction da servizio pubblico. Una serie scritta bene, recitata bene, senza troppo fronzoli, che ti racconta la storia di due famiglie nelle quali molte famiglie di oggi possono ritrovarsi. La nuova regista Isabella Leoni, che ha sostituito Luca Ribuoli, direttore delle prime due serie, ha dato particolare importanza ai personaggi femminili, ponendoli a traino di tutta la narrazione.

Notevole, come già nelle serie precedenti, la colonna sonora. Oltre alle canzoni del tempo, abbiamo due inediti: DUE SOLITUDINI, scritto da Pacifico e cantata da Neri Marcorè e TIME di L’Aura.

Voi cosa ne pensata, avete visto la fiction?

 

QUANDO L’ANIMA INCONTRA LA SCIENZA. Non amo i film di fantascienza, ma ho scelto di vedere ANNIENTAMENTO perché Natalie Portman è una delle mie attrici preferite e volevo capire come l’attrice americana di origine israeliana si sarebbe confrontata con un genere del tutto nuovo per lei.

ANNIENTAMENTO è un film scritto e diretto da Alex Garland, tratto dall’omonimo romanzo di Jeff Vandermeer. Oltre alla Portman nel cast troviamo Oscar Isaac, Jennifer Jason Leigh, Gina Rodriguez, Tessa Thompson e Tuva Novotny. Distribuzione Netflix.

Protagonista Lena (Natalie Portman) biologa di una certa fama, ha perso da un anno il marito Kane (Oscar Isaac), tenente dell’esercito. Il lutto l’ha annientata, schiacciata dai sensi di colpa per quel matrimonio in crisi da tempo e finito nei peggiori dei modi, smarrita dalla perdita di quella quotidianità che scandiva la sua esistenza.

Improvvisamente il suo amato Kane, ritenuto morto, torna a casa. Ma il tenente non sta bene e durante il trasporto in ospedale i due coniugi vengono rapiti da forze governative. Lena scopre così cosa è successo al marito ma cosa più importante scopre l’esistenza dell’AREA X. Zona misteriosa, in continua espansione e dotata di inquietanti misteri. A capo del gruppo di forze governative che deve sciogliere il mistero su questo strano caso c’è la dottoressa Ventress (Jennifer Jason Leight) psicologa. La donna ha inviato diverse squadre di militari per capire cosa accadesse dentro l’AREA X, ma nessuno di loro è tornato indietro fatta eccezione di Kane, adesso però l’uomo è gravemente malato di una malattia sconosciuta. La Ventress sta preparando una nuova squadra, sta volta formata da scienziate e propone a Lena di farne parte. La donna accetta perché vuole a tutti i costi salvare la vita del marito.

Insieme a Lena si introducono nell’AREA X Anya Thorensen (Gina Rodriguez) paramedico, Cass Sheppard (Tuva Novotny) geologa e Josie Radek (Tessa Thompson) fisico, a capo della spedizione la dottoressa Ventress. Il viaggio che le cinque donne intraprendono è terrificante. Lena scopre ben presto che la missione è una missione suicida e che le sue compagne, tutte volontarie, sono donne che come lei sono state annientate da qualcosa, chi da un lutto, chi da un trauma, chi da un cancro. La forza oscura che domina l’AREA X ha il potere di alterare il DNA di ogni cosa e in alcuni casi altera lo stato d’animo delle protagoniste che riescono a dar pace ai loro tormenti interiori. Anche Lena alla fine dovrà fare i conti con sé stessa, dovrà mettere a nudo le proprie paure per poter trovare un nuovo equilibrio.

La scienza o meglio una nuova lettura della legge di Darwin sta alla base di tutta la narrazione. Si parla della materia di cui siamo fatti, di cellule, di DNA, di tutte le trasformazioni possibili e impossibili. Ma soprattutto si parla di come tutto quello che ci circonda può cambiare, può adattarsi ed evolversi per non essere sopraffatto.

Ma questi mutamenti fisici sono in realtà una metafora per descrivere i mutamenti psicologici. Lena è una donna annientata, ma riesce ad adattarsi al cambiamento. Lei e Kane rappresentano la possibilità di rigenerarsi in qualcosa di nuovo, fuggendo dalla tendenza del genere umano ad autodistruggersi.

Morire per poi rinascere, toccare il fondo per poi capire che occorre non farsi annientare da tutte le prove a cui la vita ti sottopone.

È un film, forte, potente e molto particolare, rivolto forse ad un pubblico di nicchia e agli amanti del genere fantasy. L’interpretazione della Portman è eccezionale. Le scenografie molto belle tanto che a tratti hai la sensazione di essere all’interno di uno di quei vetrini che si mettono al telescopio. Geniale poi l’idea di utilizzare i mutamenti genetici come parabola dei mutamenti dell’animo umani. Come avete potuto capire mi sono dovuta ricredere sui film di fantascienza e voi? Cosa ne pensate?

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