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SE JANE AUSTEN AVESSE AVUTO LA TV

Chissà cosa avrebbe pensato e scritto Jane Austen se ai suoi tempi ci fosse stata la televisione.

Me la immagino seduta su un comodo divano con accanto un buon libro e il telecomando, letteralmente dipendente dalle fiction e dalle serie di Netflix o Sky.

Sicuramente avrebbe aperto un blog per analizzare e criticare tutto ciò che questo strano elettrodomestico trasmette ogni giorno da più di 60 anni.

E quando la TV l’avrebbe annoiata, se ne sarebbe andata al cinema, senza però abbandonare l’interesse per tutto ciò che la circonda e per la sua grande passione, ossia ballare.

In questo blog si parlerà di serie tv, film, televisione e cinema, con una piccola finestra sulla città di Messina. Il tutto condito con un pò di romanticismo alla Jane Austen.

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NOTA:

Buona parte del materiale fotografico presente su questo blog è reperito da internet pertanto valutato di dominio pubblico. Se eventuali titolari di diritti d’autore avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non dovranno fare altro che segnalarlo commentando l’articolo contenente l’immagine che verrà rimossa.

Fanno eccezione le foto che trovate nella categoria CITY in quanto sono foto realizzate dalla sottoscritta.

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Isabella la rivoluzionaria

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È dal mese di ottobre che seguo con interesse una serie in prima visione che va in onda tutti i mercoledì su Rai Premium.

La serie racconta la vita di Isabella di Castiglia, la sovrana spagnola a cui la corona iberica deve l’unificazione del regno e le basi di quello che sarebbe stato l’impero Spagnolo.

Isabel, questo il titolo della serie, è una produzione della tv spagnola, una produzione molto accurata soprattutto nella ricostruzione storica. La serie è suddivisa in tre stagioni, andate in onda in Spagna dal 2013 al 2016, in Italia sono trasmesse una dietro l’altra.

Nella prima stagione viene narrata la vita di Isabella dall’adolescenza fino al matrimonio con Ferdinando d’Aragona con un contorno di intrighi e lotte di successione per il trono di Castiglia.

Nella seconda stagione, quella al momento in corso su Rai Premium, assistiamo alla guerra interna al regno di Castiglia che condurrà Isabella sul trono, ma saranno anche gli anni della conquista del regno di Granada, dell’instaurazione del tribunale dell’Inquisizione, di Tommaso de Torchemada e di Cristoforo Colombo.

Nella terza e conclusiva stagione la storia si concentrerà sulla vita degli Infanti, ossia i figli nati dall’unione con Ferdinando, figli che saranno fatti sposare con i principali eredi dei regni europei per rafforzare le alleanze del regno di Spagna. Basti pensare che la principessa Giovanna sposerà Filippo d’Asburgo e dalla loro unione nascerà l’imperatore Carlo V, mentre la giovane Caterina sarà la sfortunata moglie del futuro re d’Inghilterra Enrico VIII. La serie si conclude con la morte della regina Isabella.

Ciò che mi ha colpito principalmente è il carattere di Isabella, fin da giovanissima ha sempre pensato con la sua testa, avendo come unico obiettivo quello di diventare regina di Castiglia. E una volta ottenuto questo traguardo ha posto il benessere del suo popolo al di sopra di qualsiasi cosa. Naturalmente questo atteggiamento l’ha condotta in più occasioni a fare delle scelte. Scelte che l’hanno costretta a sacrificare i suoi figli, suo marito e i suoi affetti più cari.

Trovo, inoltro, che gli intrighi, le congiure e i compromessi politici raccontati, come il sacrificare un interesse personale per quello che si crede un bene comune, sia quanto mai attuale. Isabella è caparbia e ostinata, riesce con grande determinazione a farsi largo fra una schiera di uomini che vogliono il potere del regno di Castiglia. Sceglie Ferdinando d’Aragona come suo sposo per poter sanare l’eterno conflitto con il regno d’Aragona e Catalogna. Ma i due una volta divenuti sovrani non riusciranno ad attuare una politica comune dei due regni. Così i Castigliani verranno sempre prima degli Aragonesi-Catalani e la cosa porterà ad un forte malcontento che si perpetuerà nei secoli e sfocerà nella terribile guerra civile spagnola degli anni 30 del Novecento. Contrapposizione che ancora oggi pone la Spagna al centro delle cronache internazionali.

È attuale anche la paura del diverso, tutti i problemi del regno di Castiglia e Aragona vengono addossati alla comunità ebraica che per prima sarà vittima delle persecuzioni e delle torture perpetrate dal tribunale della santa Inquisizione, voluto fortemente da Isabella.

Ecco, un difetto della sovrana era proprio questo, il suo maniacale cattolicesimo che oggi sarebbe stato considerato fondamentalismo. L’essersi eretta a portatrice della dottrina cattolica ha provocato solo danni non solo nel regno di Spagna, ma anche nelle future colonie oltre oceano.

A detta di tutti gli storici, però, Isabella è da considerarsi una rivoluzionaria, perché ha capito prima di altri che si vince solo se uniti, che al popolo è necessaria la pace, popolo che va posto al di sopra di ogni cosa.

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I Moschettieri del re

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L’ultimo film scritto e diretto da Giovanni Veronesi, I Moschettieri del Re- La penultima missione, è un modo piacevole per trascorrere due ore in pieno divertimento.

Si ride dall’inizio alla fine e ti dimentichi del lavoro, della famiglia e di ogni sorta di problema.

Siamo in una fantasiosa Francia del 1650 o suppergiù, la regina Anna usurpata nel suo ruolo di comando dal terribile cardinale Mazzarino, va alla ricerca dei famosi moschettieri per assegnare loro una difficile e segreta missione. Ma le speciali guardie reali le cui gesta erano diventate leggenda si presentano al cospetto della regina con un aspetto assai invecchiato e trasandato: D’Artagnan fa il maialaro e si esprime con uno strano linguaggio, Athos è affetto da diversi disturbi fisici causati da eccessi e dallo scorrere del tempo, Aramìs ha abbracciato la vita religiosa e non si ricorda neanche come si impugna un’arma e poi c’è Porthos che triste e infelice si è dato alla depressione più profonda.

La convocazione della regina sprona i quattro e rivivere le glorie e i divertimenti di gioventù e seppur vecchi e rincoglioniti accettano di buon grado di aiutare la sovrana.

La loro missione sarà costellata da equivoci ed errori comico/esilaranti, ma a dispetto dei pronostici i nostri quattro moschettieri riusciranno nel loro intento.

Quattro moschettieri che hanno il volto di quattro bravi attori italiani molto apprezzati dal pubblico. D’Artagnan ha il volto di Pierfrancesco Favino, Athos di Rocco Papaleo, Aramìs è Sergio Rubini, mentre Porthos è Valerio Mastrandrea.

Attori che hanno molto personalizzato i personaggi che interpretano senza la cui bravura il film sarebbe risultato la solita sempliciotta commedia all’italiana.

Basti pensare che Papaleo, Rubini e Mastrandrea recitano con i loro dialetti e Favino si esprime in una sorta di francese italianizzato sgrammaticato.

Ma anche il resto del cast non è da meno: la regina Anna è interpretata da Margherita Buy, il cardinale Mazzarino da Alessandro Haber, Valeria Solarino nei panni di una giovane rivoluzionaria e poi c’è Matilde Gioli che interpreta la dama di compagnia della regina che insieme a nostri attempati moschettieri ne combina di tutti i colori.

La storia è liberamente ispirata al romanzo Vent’anni Dopo di Alexander Dumas. L’intento di Genovese era quello di creare una metafora con i tempi odierni e lo fa utilizzando la fantasia disarmante che solo un bambino può avere. Intento che è un po’ fallito in quanto la parte conclusiva del film è un po’ slegata dal resto della narrazione.

Ripeto, il film è riuscito soprattutto grazie al gruppo di attori, che bene o male rappresentano il meglio che il cinema italiano ha da offrire.

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I Sogni Son Desideri

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È da circa 10 giorni o meglio da quando siamo entrati nel pieno periodo natalizio che la Rai ha dato inizio alla ormai tradizionale maratona della messa in onda dei film della Disney.

Quest’anno però le povere principesse della Disney sono state al centro di una polemica mossa da alcune star di Hollywood, come Keira Knightley e Kristen Bell, che hanno deciso di vietare alla loro figlie la visione delle favole Disney perché offrono un modello di donna superato.

Personalmente trovo la cosa un po’ esagerata, certo le donne di oggi sono anni luce lontane da Biancaneve o Cenerentola e meno male, ma a mio avviso le loro storie potrebbero essere lette in chiave moderna.

Prendiamo Cenerentola per esempio è una che si fa un mazzo così per anni e alla fine riesce a trovare la luce al di là del tunnel, luce che nel suo caso è rappresentata da un uomo, ma che oggi potrebbe essere un nuovo lavoro o un’opportunità che ti permette di cambiare drasticamente in meglio la tua vita.

Ariel, la sirenetta, non voleva essere come tutti gli altri, è una che è uscita dalla sua confort zone ed ha corso dei rischi per poter essere felice e realizzata e vogliamo poi parlare di Mulan?

Le favole della Disney sono delle metafore che possono essere benissimo spiegate alle bambine in una chiave contemporanea più vicina alla società moderna. E ultimamente queste è stata la chiave di lettura delle ultime produzioni della casa cinematografica di Orlando.

Certo è, che alle bambine va anche spiegato che non bisogna aspettare un uomo che ti salvi, che la chiave del successo non è la bellezza ma un’ottima istruzione, che l’amore non è sacrificio, né dipendenza, né violenza e che la donna ha pari diritti tanto quanto gli uomini.

In fondo il messaggio di queste favole e che bisogna sognare in grande e se ci credi e lavori duro quei sogni o desideri si possono trasformare in realtà. In fondo il motto di Walt Disney era se lo puoi sognare lo puoi fare, che poi è la moderna parabola di Obama Yes We Can.

Come tutte le polemiche anche questa sulle principesse Disney è inutile e svia l’attenzione dai veri problemi che incontrano le donne ogni giorno. Ha scritto Michela Marzano, filosofa, politica, saggista e accademica italiana su D. di Repubblica:

Ancora una volta, non si tratta di negare l’importanza del linguaggio o dell’immagini. Al contrario. Le parole che si usano e le rappresentazioni che si danno costruiscono l’immaginario collettivo, non è un caso che negli ultimi cartoni animati della Disney, appaiono eroine sempre più forti e diverse come Moana o Tiana. Cerchiamo però di non illuderci che la parità nella vita di tutti i giorni passi per un semplice “accordo di vicinanza“ o per il divieto di guardare Cenerentola e la Sirenetta.

E voi cosa ne pensate? Qual è la vostra favola Disney preferita? Io ho sempre adorato La Bella e la Bestia, ma quest’anno ho apprezzato molto Maleficient.

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Un Piccolo Favore

Stephanie Ward è una giovane mamma single che fa di tutto per essere una buona madre, ha un blog di cucina e la sua vita trascorre in maniera lenta e anonima, fino a quando non fa la conoscenza di Emily.

Emily Nelson è la madre di un compagno di scuola del figlio di Stephanie, i bambini vanno molto d’accordo, così le due donne decidono di prendere un Martini insieme.

Per Stephanie è l’inizio di una nuova amicizia, la donna è totalmente affascinata da Emily così diversa da lei. Emily è sicura di sé, fa le PR per un famoso stilista, abita in una casa favolosa ed ha un guardaroba da far invidia a Chiara Ferragni. Stephanie è tutto l’opposto, timida, impacciata, vive con i soldi dell’assicurazione lasciategli dal suo defunto marito e veste come una ragazzina della terza media.

Le due così diverse diventano amiche per la pelle e quando un giorno Emily chiede a Stephanie un piccolo favore, ovvero di andare a prendere suo figlio a scuola perché lei è oberata dal lavoro, nulla sembra far presagire qualcosa di grave.

Invece Emily scompare misteriosamente e Stephanie inizia le ricerche dell’amica insieme al marito di lei Sean Townsend, scrittore fallito.

In poco tempo Stephanie si ritrova in un intrigo che la condurrà ad essere la protagonista di un vero e proprio mistero. Che fine ha fatto Emily? È suo il cadavere trovato in un lago a chilometri di distanza dal suo ufficio?

Emily non era chi diceva di essere, ma anche la cara e dolce Stephanie ha degli scheletri nell’armadio che sarebbe meglio che restassero tali e poi c’è Sean, marito devoto o assassino?

Questo è quanto posso dirvi di Un piccolo favore, per il resto vi consiglio di andare al cinema, perché è un thriller davvero molto bello. Un thriller che fino alla fine ti tiene col fiato sospeso, anzi ad un certo punto non ho capito più niente, cosa difficile per me che scopro l’assassino quasi sempre a metà narrazione.

Un piccolo favore è tratto dall’omonimo romanzo di Darcy Bell, scritto da Jessica Sharzer e diretto da Paul Feig, vede fra le protagoniste la bellissima Blake Lively nei panni di Emily e Anna Kendrick in quelli di Stephanie.

Il film mette in luce gli aspetti più subdoli dell’animo umano e gioca molto sul concetto che ognuno di noi ha dei segreti e che spesso intrecciamo rapporti d’amicizia solo ed esclusivamente per un nostro tornaconto personale.

Stephanie nella sua ingenuità e dolcezza si rivela una vera e propria detective tanto da decidere di condividere le sue perle investigative nel suo blog fra una ricetta e l’altra, blog per il quale spesso veniva derisa dalle altre mamme ma che in realtà le salverà la vita in tutti i sensi.

L’unica cosa che non mi è piaciuta è la colonna sonora, troppo francese, non c’entra nulla con la storia, ma credo che sia stato desiderio di una delle case produttrici di nazionalità francese. A proposito di case produttrici c’è anche la nostra Rai Cinema.

 

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Dedicato a tutte le ragazze single

In uno ozioso fine settimana pre natalizio, infastidita dall’idea di affrontare la confusione di chi si aggira frettolosamente per le vie della città a caccia di regali, mi sono concessa un po’ di relax casalingo. Decidendo di occupare il mio tempo a fare ordine e sbarazzarmi di tutto quello che non mi serve più o semplicemente legato a ricordi o situazioni che voglio dimenticare. Nel pieno mantra Anno nuovo vita nuova, mi imbatto in una scatola di scarpe che contiene i dvd delle sei stagione di Sex and the City più i due film, non resisto alla tentazione, pertanto i miei buoni propositi vanno a farsi benedire e trascorro il week end a rivedere tutta la serie cult della HBO, con protagonista Sarah Jessica Parker, nei panni dell’indimenticabile Carrie Bradshaw.

Serie prodotta da HBO che lo scorso 6 giugno ha compiuto vent’anni. Serie che ci ha regalato un ritratto assolutamente inedito del mondo femminile. Personalmente vidi la prima serie a 12 anni, questo perché condividevo la stanza con due sorelle maggiori rispettivamente di 26 e 20 anni, naturalmente non ci capii niente. Col tempo diventando più adulta cominciai ad apprezzare le avventure di questa quattro ragazze di New York. Le cui vicende sono tratte dal libro omonimo scritto da Candance Bushnell, libro che ho letto perché innamorata della seria tv ma che mi ha deluso enormemente.

Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte ci hanno introdotto in un mondo sfavillante quello della New York degli anni Novanta fatto di feste, party, Cosmopolitan e Manolo Blanik, ma soprattutto hanno sdoganato alcuni tabù, come l’idea che le donne possano parlare di sesso come gli uomini.

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Ci hanno fatto capire che essere single non vuol dire essere sfigate, ma essere selettive, sexy e divertenti. Carrie ci ha insegnato che la prima relazione importante è con noi stessa. Dobbiamo innanzitutto imparare ad amarci, ad accettarci, dobbiamo fare ciò che ci piace, dobbiamo realizzarci, stare bene e se hai delle amiche strepitose tutto questo è ancora più facile. Ci hanno spiegato che insieme all’amore, l’amicizia è uno di quei valori che ognuno di noi deve coltivare.

Oggi a vent’anni dalla messa in onda di Sex and the City molti lo hanno criticato, definendolo politicamente scorretto, molto materialista e irreale.

Politicamente scorretto perché le protagoniste sono tutte di razza bianca e tutte etero, a mio avviso invece le quattro interpreti incarnavano alla perfezione la donna dell’upper inside di Manhattan degli anni Novanta.

Materialista perché Carrie e le sue amiche erano circondate da oggetti di lusso, ma credetemi nella realtà chi può permettersi determinate cose si comporta allo stesso modo.

Irreale perché è impossibile che una giornalista che cura un’unica rubrica su una rivista riesca a mantenersi come fa Carrie, forse quest’ultima accusa è vera ma non è detto che i giornalisti in America fanno la fame coma in Italia.

Ditemi la verità quante di voi almeno una volta non hanno sognato di essere come Carrie?

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Sex and the City ha segnato un’epoca facendosi portavoce di un nuovo tipo di femminismo, ha presentato alla società occidentale una nuova immagine della donna più indipendente e consapevole.

Indipendenza e consapevolezza che forse oggi abbiamo messo in discussione, autoescludendoci dalla società e lasciando spazio ad un misoginismo estremo.

 

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Pirandello, un evergreen

Lo scorso fine settimana si è aperta ufficialmente la nuova stagione al Teatro Vittorio Emanuele di Messina.

Apertura che ha visto in scena la commedia di Luigi Pirandello Pensaci Giacomino con il bravissimo Leo Gullotta e la lettura drammaturgica di Fabio Grossi. Diretta da Matteo Pappalardo per la sezione musica e Simona Celi Zanetti per la prosa.

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La storia ha come protagonista il professore di storia naturale Agostino Toti, interpretato da Leo Gullotta, che ormai stanco e invecchiato teme di morire di solitudine. Decide allora di fare un atto di bene e di aiutare Lillina la figlia dei bidelli della scuola dove insegna. La ragazza, infatti è incinta di un giovane, Giacomino Delisi, il ragazzo senza arte e ne parte non sa come provvedere alla giovane e al bambino, motivo per il quale è osteggiato dai genitori di lei. Il buon professor Toti decide di prendere in moglie la ragazza, rendendola così unica erede dei suoi beni quando lui non ci sarà più, inoltre riesce a trovare un lavoro in banca a Giacomino, al quale inoltre dà il permesso di recarsi a trovare Lillina e il bambino in casa loro. La cosa scatena il putiferio in paese. Le famiglie dei giovani non accettano che la gente sparli di questa situazione e continuano a fare pressione sullo stanco professore affinché cambi atteggiamento. Pressioni che saranno rappresentate da un inquietante parroco, il reverendo Landolina.

Ma Agostino Toti se ne infischia di quello che dice la gente e fa di tutto affinché il suo gesto caritatevole nei confronti di Giacomino non sia vano.

L’intera narrazione si basa sul gioco delle maschere, molto caro a Pirandello, ognuno di noi vive indossando una maschera per compiacere gli altri ed essere accettato dalla società e dalle sue regole, questo conduce gli individui a vivere una commedia giornaliera reale dai tratti drammatici che spesso si conclude con la sconfitta dell’individuo.

In questo caso abbiamo a che fare con la maschera dell’ipocrisia indossata dai genitori di Lillina, dalla sorella di Giacomino e dal reverendo Landolina, ai quali importa solo quello che pensa la gente. Agostino Toti rappresenta colui che cerca di rompere un sistema fatto di pettegolezzi, invidie e invadenza da parte della gente comune, tutte cose queste magistralmente rappresentate nella scenografia di Angela Gallaro Goracci.

Bravo come sempre Leo Gullotta e ottima la scelta di Pirandello le cui opere sono sempre attuali. In Pensaci Giacomino oltre all’idea di rompere i dettami di ipocrisia della società, viene messa in luce l’immagine dell’insegnate che cerca di aiutare i giovani, ruolo che in realtà viene deriso e considerato inutile dalla società, un po’ quello che avviene oggi nella scuola italiana.

A voi piace Pirandello? Avete un’opera preferita di questo straordinario scrittore siciliano premio Nobel per la letteratura?

Scrivetemelo nei commenti.

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Questa foto ritrae il soffitto del Teatro Vittorio Emanuele di Messina. Dipinto realizzato da Renato Guttuso e rappresenta la leggenda di Colapesce.

P.S.

Le foto di questo post le ho fatte io, Lucia.

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L’Amica Geniale

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C’era una volta un povero rione della Napoli degli anni 50 e c’erano due bambine Lila e Lenù che pur vivendo in famiglie umili con molte ristrettezze cercano con tutte le loro forze di riscattarsi.

Lila e Lenù sono le protagoniste della serie L’Amica Geniale andata in onda ieri sera su RAI 1 e tratta dal best seller omonimo scritto dalla misteriosa Elena Ferrante.

La serie coprodotta da Rai Cinema, Hbo, TimVision e Fandango era stata presentata all’ultima mostra del cinema di Venezia dove era stata molto apprezzata dalla giuria.

Le numerose aspettative createsi intorno a questa produzione diretta dal regista Saverio Costanzo hanno creato un vero e proprio conto alla rovescia fino a ieri sera.

Con tutta onestà ero un po’ scettica, in quanto ogni qual volta si generano questi fenomeni televisivi le aspettative sono sempre deluse, inoltre qualche hanno fa mi ero imbattuta nella lettura di un libro della Ferrante, L’Amore Molesto, e sinceramente non mi era piaciuto.

Di conseguenza in questi anni non ho neanche letto la quadrilogia di L’Amica Geniale, ma dopo ieri sera me ne sono pentita.

Quello che è visto ieri sera è un racconto così vero e viscerale che mi ha lasciato senza parole. Vero perché alcuni episodi narrati fanno parte di racconti che spesso ho ascoltato dalla voce delle mie nonne. Viscerale perché le emozioni di queste due bambine ti arrivano in maniera empatica.

Bimbe che devono lottare contro genitori che l’estrema misera porta a gesti irrazionali, genitori che vorrebbero dare di più ai loro figli ma non possono, genitori che cresciuti senza amore non riescono a darlo ai loro bambini.

Bimbe che a loro modo non ci stanno ad essere considerate inferiori solo perché femmine. Bimbe che lotteranno per la propria indipendenza.

L’Amica Geniale è una sorta di manifesto dell’emancipazione femminile, ma è anche la storia di un’amicizia.

Un’ amicizia quella fra Lila e Lenù fatta di grande complicità, ma anche rivalità. La ragazzina che agli occhi di tutti sembra essere la più forte e la più determinata, Lila è in realtà la più fragile. Mentre Elena, per tutti Lenù, così calma e mansueta sarà quella che colpirà tutti con il suo coraggio.

La vicenda delle due giovani protagoniste è inserita in una Napoli caratterizzata da un carosello di personaggi che rimanda alla storia della città e in un certo senso alla storia dell’intero paese.

Non avendo letto il libro non posso fare il confronto, ma devo dire che sia l’interpretazione delle due piccole protagoniste sia la scenografia, i costumi e la sceneggiatura sono davvero straordinari.

E voi cosa ne pensate. Avete visto la serie ieri sera. Chi di voi ha letto libro e mi può dire la sua sul confronto? Aspetto i vostri commenti.

 

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LE TERRIFICANTI AVVENTURE DI SABRINA

Per festeggiare la notte di Halloween, ieri sera mi sono concessa la visione di Le Terrificanti Avventure di Sabrina, nuovo arrivato in casa Netflix e rifacimento della serie andata in onda negli anni 90, Sabrina Vita da Strega. La mia scelta è stata dettata da un sentimento di nostalgia in quanto credevo che Netflix mi avrebbe riportato in dietro nel tempo, a quel lontano 1997, al periodo delle scuole medie, a quando non si iniziavano i compiti se non dopo la visione di Sabrina.

Purtroppo, però, la nuova serie prodotta da Netflix e ideata e diretta da Roberto Aguirre-Sacasa ha poco a che vedere con la serie degli anni 90. Credo che il titolo Terrificanti Avventure sia stato super azzeccato in quanto siamo davanti ad una vera propria serie horror. Forse alcuni troveranno esagerata questa mia definizione, ma personalmente, quando sento parlare di Satana, Chiesa della notte e crocifissi capovolti, per me è horror. In Sabrina vita da Strega, invece si moriva dalle risate.

Protagonista della vicenda è Sabrina Spellman, interpretata da Kierman Shipka, ragazzina metà strega e metà umana, che nel giorno del suo sedicesimo compleanno dovrà decidere se percorrere la via della luce o la via del buio. Compleanno che cade proprio nel giorno di Halloween, giorno perfetto per organizzare l’Oscuro Battesimo della ragazza, battesimo che le permetterà di entrare nella congrega della chiesa della notte e servire l’oscuro signore. Le care zie Hilda e Zelda hanno preparato tutto e anche il sommo sacerdote, preside dell’accademia delle arti oscure non vede l’ora di avere Sabrina fra le sue allieve.

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Ma c’è un particolare che non hanno considerato, il legame che Sabrina ha con il suo fidanzato, le sue amiche e in generale con la sua vita. Amore che vince su tutto e porterà la ragazza a ribellarsi al suo destino da strega.

Sabrina, in questa serie, non si batte solo per la propria libertà, ma è rappresentata come una piccola femminista che lotta per i diritti delle donne. La vicenda, infatti è ambientata a Riverdale, piccola cittadina di provincia, puritana e misogina. L’intento degli autori, era, pertanto quello di realizzare una sorta di denuncia della odierna società, dove si ha l’impressione che la donna stia perdendo tutti i diritti acquisiti in passato per ritornare a rivestire il semplice ruolo di moglie e madre. Intento che a mio avviso è stato fallito, facendo risultare la serie come un prodotto rivolto soprattutto alla nuova generazione di teen-ager, molto amanti del genere horror.

La serie altro non è che un grande calderone dove sono stati mescolati un sacco di ingredienti, spesso provenienti da altri soggetti: le teorie dell’occulto, la caccia alle streghe, il femminismo, l’immagine di Sabrina che si inoltra nel bosco con indosso sempre un cappotto rosso che rimanda alla fiaba di cappuccetto e nomi come oscuro signore e accademia di magia che rimandano a Harry Potter.

Sbagliato, a mio avviso il capovolgimento di un personaggio come Salem, il gatto nero, che nella serie Sabrina vita da Strega, era uno stregone fidanzato di zia Hilda che tradendola fu punito dalla donna che lo tramutò in gatto. Animale che rappresentava la coscienza di Sabrina e alle volte una sorta di guida per la ragazza. Nella nuova serie, invece è ridotto a ruolo di “familio” una specie di schiavo sotto forma di animale.

Personalmente non riesco a trovare in questa serie nulla che mi piaccia, e voi cosa ne pensate?

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ALICE E’ TORNATA

Ieri sera su RAI 1 è andata in onda la seconda stagione de L’ALLIEVA, che racconta le avventure di Alice Allevi, l’imbranata ma intuitiva specializzanda in medicina legale, nata dalla penna della messinese Alessia Gazzola.

Romanzi che ho adorato e che la serie Rai è riuscita a rendere molto bene. In questa seconda stagione si capisce che siamo un po’ lontani dalla ragazza pigra, impacciata, che abbiamo conosciuto nella prima stagione e a detta di molti neanche portata per il lavoro di medico legale, dato che prova un certo disgusto ad eseguire le autopsie. Ma fin dalla prima indagine, la morte della giovane Giulia Valenti al centro del primo romanzo L’Allieva, emergono le grandi doti di Alice, interpretata da Alessandra Mastronardi, ossia un gran intuito e un forte senso dell’osservazione, doti che non sfuggiranno all’ispettore di polizia Roberto Galligaris. Che chiederà una collaborazione con la nostra sbadata dottoressa. Doti investigative che anche in questa seconda stagione faranno emergere la nostra specializzanda, soprattutto nel primo episodio, Le Ossa della Principessa.

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A far da cornice a i diversi casi di omicidio non ritroviamo più il triangolo amoroso fra Alice, Claudio Conforti e Arthur Malcomess. Sembra che Alice sia riuscita a fare la sua scelta. A loro da ieri si è aggiunto il bel pubblico ministero Sergio Einaudi, interpretato da Giorgio Marchesi, che ha un passato burrascoso col dottor Conforti. Bel pubblico ministero che riporterà lo scompiglio nel cuore di Alice. Quest’ultima perennemente afflitta dalla sindrome da cuore in sospeso.

Claudio Conforti, detto anche CC, i cui panni sono vestiti da Lino Guanciale, non riesce a dare alla ragazza ciò che lei si aspetta. Ragazza che è ormai stufa del suo comportamento, Claudio, infatti, come diretto superiore di Alice è quello che più la umilia e ridicolizza davanti agli altri specializzandi, ma allo stesso tempo l’uomo prova una certa tenerezza verso la ragazza che sarà sempre più confusa dal suo strano comportamento. Non dimentichiamoci poi della storia con Arthur Malcomess, che ha il volto di Dario Aita, il reporter e figlio del Supremo, ossia il primario dell’istituto di medicina legale. Arthur, in un primo momento sembra il principe azzurro di Alice o almeno lei così lo idealizza, ma il ragazzo ha una personalità molto complessa, follemente innamorato del suo lavoro non riesce a mettere radici e il più delle volte risulta sfuggevole e narcisista. Cosa succederà in questa seconda stagione?

Alice è un’eroina che ti coinvolge fin da subito, un’eroina che fra un cadavere dimenticato in corridoio, analisi di laboratorio scambiate, computer distrutti, amori, dolori, soddisfazioni e crisi di panico ci fa morire da ridere. Un’eroina che ha come compagno d’avventure l’umorismo. Quest’ultimo è la chiave di lettura dell’opera di Alessia Gazzola.

Chiave presente anche nella fiction così come la tecnica narrativa semplice, che ogni tanto si arricchisce di un linguaggio tecnico come quello della medicina legale. Chiave di lettura che ci consegna un’opera con una miscela di ironia e humor che ha fatto dei romanzi uno dei più importanti fenomeni editoriali degli ultimi anni e della fiction prodotta da Rai Fiction e realizzata da Endemol Shine Italy un successo di pubblico inaspettato.

Certo ieri sera lo share è stato un po’ bassino, ma la concorrenza era spietata, fortuna che non ha vinto il GFV, ma XF12.

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L’ANTI MONTALBANO

 

Ieri sera è andato in onda su RAI 2 un nuovo episodio della seconda stagione di Rocco Schiavone. Il burbero vicequestore nato dalla penna di Antonio Manzini, che a mio avviso è riuscito a regalarci un personaggio diametralmente opposto al commissario di polizia più amato dagli italiani, Salvo Montalbano.

Ma come spesso accade, anche un personaggio negativo, può suscitare interesse da parte del pubblico. Rocco Schiavone è volgare nel linguaggio e nei modi, è sempre di cattivo umore, donnaiolo, ama iniziare la giornata con un buon spinello e nel suo passato abbiamo scoperto ci sono gravi casi di corruzione.

Corruzione che è il motivo per cui viene trasferito da Roma ad Aosta, città che l’uomo odia con tutte le sue forze, perché ci sono due cose che proprio non sopporta: il freddo e la neve.

Ma è proprio il suo caratteraccio a indurlo ad usare un suo personale metro di giudizio e la sua stretta affinità con i criminali lo spinge a immedesimarsi così bene a loro, da riuscire a risolvere sempre con successo i casi d’omicidio sui quali deve indagare.

Casi di cronaca nera che ci portano all’interno della provincia italiana dove spesso si nasconde un mostro celato dal perbenismo borghese.

Ad aiutare il nostro ruvido vicequestore c’è un gruppo di agenti di polizia non proprio brillanti che accettano ben volentieri i metodi investigativi poco ortodossi del loro nuovo superiore.

In questa seconda stagione scopriamo, inoltre qualcosa in più sul passato di Rocco e le cause che hanno portato alla morte dell’adorata moglie Marina, interpretata da Isabella Ragonese, con la quale l’uomo immagina ancora di parlare e condividere le giornate. Un passato che riuscirà a raggiungere l’uomo anche ad Aosta e con il quale dovrà fare i conti.

Rocco Schiavone, interpretato da uno straordinario Marco Giallini, è un antieroe, sempre arrabbiato nei confronti della vita, è l’essenza stessa del noir, atmosfera evidenziata ancora di più dalla città di Aosta descritta cupa e nera come lo stato d’animo di Rocco.

Il nuovo regista della seconda stagione Giulio Manfredonia, che ha sostituito Michele Soavi, ha molto giocato con l’aspetto scenografico. Gli episodi ambientati a Roma sono caratterizzati da una luce che manca nelle storie che hanno come cornice la Valla d’Aosta. Questo per evidenziare la differenza fra il Rocco felice nella sua casa romana accanto alla moglie Marina e il Rocco cupo e arrabbiato che si ritrova nel profondo nord contro la sua volontà accompagnato dai fantasmi del suo passato.

Un antieroe dall’animo tormentato che ci piace forse perché è molto più reale e simile a noi di quanto si possa immaginare.

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